Una Ahnenerbe casalinga, sessantaduesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, sessantaduesima parte – Fabio Calabrese

Questa volta procediamo in maniera un po’ diversa dal solito. Cominciamo con l’osservare la galleria di “ritratti di famiglia” dell’illustrazione che costituisce l’intestazione del presente articolo, e che ho messo insieme per creare per così dire una riprova visiva delle nostre origini. Vi dico subito che in questa immagine composita la riga superiore si riferisce al contesto europeo e africano, quella sotto all’Asia centrale e orientale. Procedendo da sinistra verso destra nella riga in alto, la prima immagine che vediamo è una ricostruzione recente delle fattezze dell’uomo di Neanderthal, che io ho ripreso da un articolo de “La Stampa” nella versione on line di data 30.1.2014. Si tratta di una ricostruzione che fa giustizia delle caratteristiche scimmiesche che si continuano falsamente ad attribuire a questo nostro antenato (poiché è certo che noi europei-caucasici e anche gli asiatici, ma non i neri africani siamo suoi discendenti) gravemente sottovalutato in base al dogma progressista-evoluzionista per cui ciò che viene dopo deve essere per forza “più evoluto”, superiore e migliore di ciò che viene prima. Noi dobbiamo essere consapevoli del fatto che questo antico uomo la cui eredità continua a vivere in noi, l’abbiamo gravemente sottovalutato, e alcune scoperte recenti lo pongono in una luce molto diversa da come eravamo abituati a considerarlo. C’è fra le scoperte più recenti a tale proposito, quella che può essere considerata la più antica struttura architettonica conosciuta al mondo: il doppio cerchio di stalagmiti che gli uomini di Neanderthal avrebbero realizzato nella grotta francese di Bruniquel: un lavoro che ha richiesto coordinazione e certamente una notevole abilità, lavorando a centinaia di metri sotto terra, e le cui finalità non sembrano essere state di natura pratica, ma di culto. Questi nostri predecessori avevano probabilmente un mondo interiore e spirituale non meno ricco del nostro.

Come se ciò non bastasse, questi uomini avevano una buona conoscenza del mondo che li circondava, al punto che la si potrebbe definire scientifica, con conoscenze che i loro discendenti hanno riscoperto solo molte decine di millenni più tardi, ad esempio una buona conoscenza delle piante officinali e della farmacopea. E’ quanto è emerso da una ricerca condotta in tempi recenti dall’Australian Centre for Ancient DNA (ACAD) dell’università di Adelaide in collaborazione con l’università inglese di Liverpool. In particolare, studiando i resti di un uomo di Neanderthal ritrovati a El Sidron in Spagna, si è visto che la sua placca dentaria conservava tracce dell’uso di corteccia di salice (che contiene l’acido salicidico, il principio attivo dell’aspirina) e di muffa del genere penicillum (da cui si ricava la penicillina). L’uomo soffriva di un ascesso dentario e di un parassita intestinale, però gli antidolorifici e gli antibiotici, cioè le armi di punta della farmacopea odierna, erano già noti alla comunità di cui faceva parte. Spostandoci verso destra, troviamo la ricostruzione di una ragazza di Cro Magnon e la foto di una donna tuareg di oggi, una donna tuareg famosa, la cantante Hindi Zahra. Delle popolazioni oggi viventi, a parte i Guanci delle Canarie, ancora esistenti in età storica ma oggi estinti, le popolazioni numidiche come Berberi e Tuareg, sono considerate quelle attualmente viventi più vicine all’uomo di Cro Magnon (e questo potrebbe essere confermato anche da una certa “aria di famiglia” che si avverte fra le due donne). La “teoria”, ma sarebbe meglio dire la favola dell’Out of Africa è stata inventata per scopi ideologici “antirazzisti”, per darci a intendere che noi discenderemmo da neri africani, in modo da distruggere il concetto di razza umana, di rendere questo termine applicabile solo ai cani, ai cavalli, ai bovini da allevamento. Bene, queste immagini rendono evidente che l’Out of Africa gioca sporco, gioca sull’equivoco. Non è escluso, anzi appare verosimile che l’Africa settentrionale possa aver giocato un ruolo nel più antico popolamento dell’Europa (ricordiamo che fino a 12-10.000 anni fa, prima che un imponente cambiamento climatico la trasformasse nel più vasto deserto della Terra, l’area sahariana era fertile, quindi con ogni probabilità intensamente popolata), ma “Africa” in senso geografico non significa nero subsahariano. Sia la giovane di Cro Magnon i cui lineamenti sono stati ricostruiti dai paleoantropologi, sia la donna tuareg (fotografata, quindi non ci possono essere dubbi, come nel caso della fanciulla preistorica, sull’esattezza della ricostruzione), rientrano agevolmente nel tipo umano caucasico, il nostro tipo umano, che al nero subsahariano non deve verosimilmente nulla.

Passiamo al rigo sotto e spostiamoci in Asia. La prima immagine a sinistra è la ricostruzione del volto della mummia di una giovane donna proveniente dalla cultura kurgan di Pazirik, nota come la “principessa Ukok” o “la ragazza tatuata”, infatti sul corpo si sono conservati una serie di tatuaggi di impressionante modernità. Ne ha parlato il 10 aprile 2017 “The Archaeology Network” in un articolo che però è ripreso da “The Siberian Times” del 14 agosto 2012. Ci siamo, è chiaro, spostati in un orizzonte temporale che non è più quello delle centinaia o decine di migliaia, ma solo di migliaia di anni fa, e qui troviamo un’altra verità che “la scienza” ufficiale tende a nascondere o a bisbigliare appena a bassa voce, uno di quei fatti di cui gli specialisti possono parlare in circoli esclusivi, ma che non devono arrivare al grosso pubblico, né tanto meno sui testi scolastici: l’Asia centrale e orientale è stata oggetto di un antico popolamento europide poi sommerso dall’espansione delle popolazioni mongoliche, ma che verosimilmente resta la base delle grandi civiltà asiatiche. Secondo molti ricercatori, in particolare Gordon Childe e soprattutto Marija Gimbutas, la cultura dei Kurgan, che prende il nome da questi monumenti funerari eretti dai cavalieri e allevatori nomadi delle steppe eurasiatiche, coinciderebbe con l’Urheimat indoeuropea, e sarebbe la base a partire dalla quale le lingue e le popolazioni indoeuropee si sarebbero poi espanse verso l’Europa e l’area indo-iranica. Tuttavia, lo studio di questa antica cultura ci insegna anche un’altra cosa: noi assistiamo progressivamente nell’arco di due millenni e mezzo, alla sostituzione nelle sepolture di un tipo umano caucasico con uno mongolico, senza che la cultura materiale mostri di cambiare un gran che. Sembra una prefigurazione del destino che attende noi stessi secondo i piani del potere mondialista, che contemplano la sparizione delle popolazioni europee per sostituzione con le masse di molto più manipolabili e schiavizzabili allogeni provenienti dal Terzo Mondo. Alcuni elementi di cultura materiale della nostra civiltà potrebbero sopravvivere alla nostra scomparsa, a quella dei nostri discendenti e della nostra impronta genetica, una consolazione davvero magra, magrissima.

Spostiamoci sull’immagine successiva, è la ricostruzione di uno Jomon, un abitante del Giappone antico. In età preistorica e antica, le isole del Sol Levante erano abitate da questa popolazione di ceppo caucasico che ha sostanzialmente posto le basi della cultura giapponese, e la cui eredità biologica si conserva immutata nel gruppo etnico noto come Ainu, che tuttora popola l’isola di Hokkaido, la più settentrionale dell’arcipelago nipponico. Il giapponese odierno deriva probabilmente dall’ibridazione di questa popolazione originaria con una serie di influssi e apporti di sangue mongolico provenienti dalle coste del non lontano continente asiatico. Bene, la cosa interessante è che anche se mongolizzato nei tratti fisici, il giapponese ha mantenuto caratteristiche sostanzialmente caucasiche per quanto riguarda la dimensione psicologica e spirituale, al punto da rimanere a livello culturale strettamente affine agli Indoeuropei, e questo spiega la sua superiorità rispetto agli altri asiatici, è probabilmente all’origine della prontezza con cui ha saputo fare propri gli aspetti tecnici della modernità, rimanendo allo stesso tempo profondamente saldo nella sua cultura tradizionale. Amore per il proprio Paese, devozione verso gli antenati e verso i genitori anziani, responsabilità verso la famiglia, lealtà, rispetto delle tradizioni, senso del dovere, spirito di sacrificio, sentimento dell’onore, lo spirito del bushido, dei samurai, dei kamikaze, tutte cose che non abbiamo difficoltà a sentire vicine a noi, anzi, nonostante gli occhi a mandorla, più indoeuropee di quel che abbiamo spesso sotto gli occhi, perché la distanza dal Mediterraneo ha quanto meno preservato il Giappone da influenze semitiche. Non a caso, anche oggi che viviamo in un mondo globale interconnesso, i tre pilastri dell’Occidente moderno e oggi della “cultura” mondiale, tutti e tre originari in qualcosa di estraneo e opposto al mondo indoeuropeo: il cristianesimo, il marxismo e la psicanalisi, non hanno fatto breccia in Giappone, sono rimasti sostanzialmente estranei alla cultura e all’anima del Sol Levante. Non è probabilmente un caso che la religione nazionale giapponese, lo scintoismo, non ha avuto neppure un nome specifico fino a quando non si è trovata a confrontarsi con un pensiero religioso diverso, quello buddista. Lo Shinto era semplicemente “la” religione, la venerazione spontanea per la figura imperiale, per gli antenati, le divinità indigetes, la tradizione in una parola. Per noi Europei, ovviamente, non avrebbe senso convertirci allo scintoismo, ma il confronto con esso può essere un’occasione per riscoprire il nostro Shinto, quella tradizione che il cristianesimo ha cercato di soppiantare e che Teodosio e Carlo Magno hanno cercato di distruggere con la forza.

Soffermiamoci ora sull’ultimo ritratto della nostra galleria: si tratta di una ragazza Kalash. I Kalash sono un’etnia antichissima dai caratteri fisici marcatamente europidi che abita le alte valli del Pakistan e dell’Afghanistan settentrionali, sono anche i portatori di una cultura testardamente pagana, per difendere la quale sono costretti a una dura e non facile resistenza contro i bruni abitanti islamici dei fondovalle che non hanno mai cessato di perseguitarli. Sono detti anche Kafiri, dall’arabo kafir, “infedele”, “non mussulmano” (ma nessuna traduzione può realmente rendere la connotazione di odio e disprezzo che nella mente tarata di un islamico si associa a questa parola). Secondo una diffusa leggenda, i Kalash sarebbero i discendenti di una legione perduta di Alessandro Magno, ma la leggenda non può corrispondere alla realtà, perché quando Alessandro Magno mosse alla conquista dell’Asia i Kalash erano già lì, e pare che i Macedoni li abbiano incontrati, anche se non si può escludere che qualcuno dei guerrieri di Alessandro si sia unito a loro, attratto da uno stile di vita pacifico e semi-idilliaco prima che il lugubre spettro dell’islam cominciasse a tormentare le loro esistenze.

E’ probabile invece che i Kalash abbiano la loro origine in un popolamento europide dell’Asia centrale molto più antico, collegato alla presenza di popoli come i Tocari in quello che è oggi il Turkestan cinese e alle mummie europidi “celtiche” emerse dalle sabbie del deserto del Takla Makan a riprova del fatto che prima dell’espansione delle popolazioni mongoliche queste aree erano abitate da genti caucasiche. Al riguardo, un articolo di Italo Bertolasi comparso su “Repubblica” del 16 giugno 1998, Figli di Dioniso, precisava:

Gli antropologi che li hanno studiati dicono che la loro storia inizia quattromila anni fa con le migrazioni dei popoli indo-ariani attraverso le valli dell’Oxus (l’Amu Darja). L’antica patria cafira poteva trovarsi forse tra le oasi rigogliose dell’odierno Turkestan o tra i pascoli e le foreste che circondavano il Mar Caspio”.

A ciò si può aggiungere quanto riportato da Duccio Canestrini in Tra i Kalash, gli ultimi pagani dell’Afghanistan, articolo pubblicato su “Airone” del giugno 1989:

Gli antropologi culturali, infine, sottolineano la somiglianza di alcune caratteristiche della cultura kalash (come la figura dello sciamano, l’uso del tamburo nelle feste e la stessa vinificazione) con elementi tribali del Turkestan orientale, oggi politicamente cinese”.

I Kalash sono dunque quanto rimane di un antico popolamento caucasico dell’Asia centrale, una pagina, potremmo dire, della nostra storia che è stata quasi completamente cancellata e di cui sembra che per motivi facilmente intuibili, la “scienza” ufficiale non abbia alcuna voglia di riscoprire le tracce. Adesso provatevi a considerare questi “ritratti di famiglia” nel loro insieme. Qual’è il quadro che ne emerge? Quale tipo umano vediamo essere “di base”, ancestrale, di cui gli altri rappresentano in una qualche misura una deviazione, un adattamento a condizioni ambientali particolari? Forse quello nero subsahariano come vorrebbero darci a intendere i sostenitori dell’Out of Africa? Non si direbbe proprio! Quello mongolico? Neppure! Alla fine, chiaramente, rimane un solo tipo umano, quello caucasico, il nostro. L’ho già spiegato, ma conviene tornarci sopra: occorre abbandonare l’idea che “più recente” o “derivato” significhi più evoluto. L’adattamento è il contrario della plasticità evolutiva: l’arto di un mammifero che si trasforma nella zampa di un cavallo, potrà essere estremamente efficiente nella corsa, ma ha perso la possibilità di diventare uno strumento per manipolare l’ambiente, possibilità che è invece conservata dalla mano umana, rimasta “più fedele” al modello originario dei mammiferi e dei vertebrati. Lo stesso discorso che è possibile fare “in grande” per le specie in generale, è possibile riportarlo “in piccolo” nella specie umana, e il formarsi di varietà locali e – diciamolo pure – razziali, significa il discostarsi da un modello di base, un adattamento a condizioni particolari che non è necessariamente evolutivo. Quella oggi minacciata dalla sostituzione etnica, quella a cui apparteniamo, è precisamente la parte più intelligente e creativa della nostra specie.

Fabio Calabrese

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 dicembre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Maurizio Cossu

    Salve
    Mi chiamo Maurizio ed ho scoperto da pochi mesi questa rubrica che ho divorato con avidità per mettermi in pari con tutte le puntate.
    Davvero complimenti.
    Per quanto riguarda Marxismo, Cristianesimo e Psicanalisi che non han fatto breccia in Giappone mi chiedevo se in questo sito avete fatto approfondimenti sul tema “psicanalisi” nel mondo occidentale. Mi ha colpito molto questo elemento e sarei interessato ad approfondimenti poiché dopo esser stato per anni affascinato da essa mi ritrovo ora a viverla come una gabbia senza capirne bene il perché.
    Grazie

  2. Fabio Calabrese

    Caro Maurizio: le rispondo molto volentieri. Legga la seconda parte di “Scienza e democrazia” che ho dedicato proprio alla psicanalisi e alla psicologia in genere.

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