Oscillazioni – Fabio Calabrese

Oscillazioni – Fabio Calabrese

Il fenomeno dell’oscillazione è ben noto e banale in fisica: se si turba l’equilibrio di un sistema, questo prima di ritrovare la posizione di equilibrio, tende a spostarsi nella direzione opposta a quella da cui proviene l’impulso che l’ha squilibrato. L’esempio più classico è quello del pendolo, e le oscillazioni del pendolo sono così precise che, a partire dallo studio di Galileo di questo fenomeno, sono diventate la base della misurazione del tempo negli orologi moderni.

Perché adesso ci interessa ciò? Per un motivo molto semplice, perché un analogo meccanismo oscillatorio è probabilmente alla base di molti comportamenti umani, compresi quelli che riguardano la dimensione politica, e se ne può fare un esempio che certo ci tocca molto da vicino.

Come spiegare altrimenti il fatto che alcune persone negli stessi nostri ambienti mostrino delle simpatie per il movimento-truffa cinque stelle (o cinque zecche) se non per il fatto che avendoci costretti il lungo periodo della guerra fredda ad appiattirci su posizioni occidentaliste-atlantiste perché l’anticomunismo era una priorità, ora per reazione, per segnare una cesura netta con qualsiasi destra conservatrice e atlantista, alcuni di noi sono pronti ad abbracciare qualsiasi movimento che si presenti (fintamente in questo caso) come rivoluzionario.

La simpatia che alcuni di noi sembrano oggi manifestare per il mondo islamico mi pare sia espressione di un’analoga tendenza oscillatoria, come reazione all’atlantismo forzatamente impostoci dalla Guerre Fredda.

Riguardo all’attrazione che alcuni di noi sembrano provare nei confronti dell’islam, su queste pagine mi sono espresso molte volte, e adesso non ci tornerò su se non in estrema sintesi. Nel periodo fra le due guerre mondiali e fino alla conclusione del conflitto i fascismi hanno guardato con simpatia al mondo islamico soprattutto perché cercavano di fare leva sulle popolazioni arabe contro il colonialismo francese e britannico. Oggi che questo colonialismo non esiste più da un pezzo, mente le plebi del sud del Mediterraneo si riversano sull’Europa risolute a strapparci quel che è nostro da millenni, tale motivazione risulta quanto meno anacronistica.

Altra questione, la questione palestinese: quel che l’entità sionista sta facendo da settant’anni al popolo palestinese non si può considerare altro che con orrore: si tratta – detto senza mezzi termini – di un genocidio al rallentatore che ricorda molto da vicino quello perpetrato dagli USA – altra entità criminale non meno di quella sionista – nei confronti degli Americani nativi (cosiddetti pellirosse) nel corso del XIX secolo. E’ qualcosa che si induce l’opinione pubblica internazionale ad accettare soltanto drogandola a forza di piagnistei olocaustici.

E tuttavia anche qui non ci si deve ingannare: i Palestinesi trovano forse più solidarietà almeno morale in Europa che nel mondo arabo-islamico e, date le profonde affinità che legano le due genti semitiche e i due monoteismi più estremisti, il contenzioso arabo-ebraico sulla Palestina appare più che altro una “baruffa in famiglia”.

Tra gli obiettivi del fondamentalismo islamico, la lunga scia di attentati che ha finora insanguinato, e senza dubbio continuerà a insanguinare l’Europa, c’è senza dubbio quello di “marcare il territorio”, di mostrare agli “infedeli” che quella che era un tempo la terra che loro apparteneva, è ormai diventata terra dei nuovi arrivati, dove possono fare quello che vogliono, ma non c’è quello di combattere il sionismo: Al Qaeda e l’ISIS, sul suolo della Palestina, su quello che è sciaguratamente diventato Israele, non hanno mai sparato nemmeno un petardo.

C’è poi un altro fatto che gli islamofili di casa nostra proprio non considerano, di cui non si accorgono nemmeno. Quello che chiamiamo mondo islamico è una realtà tutt’altro che coerente, e anche all’interno di esso il terrorismo fondamentalista si è scelto i suoi bersagli. Quali sono? Sciiti e yasidi, vale a dire iraniani e curdi, e allora capiamo bene che esso non esprime altro che l’odio atavico del semita verso l’indoeuropeo, che la religione è solo LA MASCHERA di realtà etniche e – abbiamo il coraggio di usare questa parola – razziali.

Fondamentalismo islamico e sionismo possono benissimo agire di concerto: l’abbiamo visto nella crisi della ex Jugoslavia, dove USA-NATO (e dietro la politica statunitense c’è sempre la mano delle lobby sioniste) e mussulmani hanno aggredito insieme la Serbia, e lo vediamo oggi nella crisi siriana dove la stessa mefitica alleanza cerca di rovesciare la repubblica laica sostenuta dalla Russia.

Essere islamofili per antisionismo, in sostanza, è come bere la stricnina per dimostrare che non ci piace il cianuro.

Veniamo all’altro aspetto della questione, stranamente (ma nemmeno tanto) legato al primo per il fatto che spesso sono le stesse persone che professano simpatie per l’islam, a farsi fautori di un rivoluzionarismo a tutti i costi al punto da professare ad esempio ammirazione per un personaggio come Che Guevara, e magari votare Cinque Stelle.

Sul “mito” di Che Guevara avrei parecchie cose da dire, a cominciare dal fatto che concerne la mia storia personale, che fu forse proprio, diversi anni fa, una mia affermazione su costui detta improvvidamente in classe, che scatenò contro di me una ridda di ostilità, che mi costrinse a chiedere il trasferimento dal liceo dove allora lavoravo e a “rifugiarmi” in un istituto tecnico. E’ strano, veramente strano, che ci sono dei personaggi “rivoluzionari” così rivoluzionari e pericolosi per il sistema, che esso non permette minimamente che siano toccati, ed è strano come la democrazia, nonostante le dichiarazioni di libertà di opinione proclamate in ogni costituzione, abbia mille modi per reprimere il dissenso.

L’osservazione che verosimilmente mi mise nei pasticci, riguardava il fatto che “El Che” era stato abbastanza coraggioso da combattere gli uomini di Batista e le forze controrivoluzionarie di mezza America Latina, ma non abbastanza coraggioso da rimanere a Cuba e confrontarsi con il fallimento della sua rivoluzione che, come tutte le altre rivoluzioni comuniste, aveva soltanto partorito una nuova tirannide, tanto è vero che preferì andare a farsi ammazzare in Bolivia.

Che il cosiddetto movimento Cinque Stelle non sia altro che una patacca di infima qualità creata in funzione del mantenimento di un sistema al servizio del potere mondialista il cui fine ultimo è la distruzione del popolo italiano, la sua sostituzione con turbe di immigrati allogeni, questo è evidente appena si considerino le cose con un minimo di raziocinio. Che sia stato formato prevalentemente con gente raccattata nelle sentine umane dei Centri Sociali, è noto, ma a ciò vanno aggiunte le dichiarazioni più volte ripetute da Beppe Grillo e dal suo delfino Luigi Di Maio, secondo cui il M5S esiste precisamente per impedire che in Italia possa nascere qualcosa di simile alla greca Alba Dorata, cioè per spingere la protesta degli Italiani in una direzione sterile e innocua per il sistema.

La situazione è molto simile a quella descritta nella commedia La medium di Manzotti, dove Madame di Tebe, dopo aver svelato i suoi trucchi si vede implorare dai propri clienti:

“Madame, ancora una seduta, almeno un’altra seduta!”

Ora, si capisce bene che se nei nostri ambienti qualcuno è arrivato a dar credito a questo movimento patacca, questo non si spiega altro che con il fenomeno dell’oscillazione, e il fatto che “l’appiattimento a destra” di cui abbiamo sofferto all’epoca della Guerra Fredda è stato grave e profondamente snaturante.

Maurizio Barozzi, curatore del sito della FncRSI, persona della cui serietà e competenza non ho motivo di dubitare, sostiene che la stessa creazione del Movimento Sociale Italiano fu decisa in ambienti NATO al preciso scopo di mettere gli ex combattenti della Repubblica Sociale sotto controllo del nuovo padrone atlantico, mobilitandoli nella causa della lotta alla minaccia bolscevica.

A me la cosa non sembra per nulla inverosimile, ma in ogni caso sposterebbe poco. LA SITUAZIONE OGGETTIVA era tale da costringerci a mettere l’anticomunismo in cima alla lista delle nostre priorità, e quindi ad appiattirci volenti o nolenti in una posizione apparentemente non dissimile da quella di una destra conservatrice per tutto il periodo dal 1945 alla caduta dell’Unione Sovietica.

C’era poco da fare: si trattava di una questione di sopravvivenza. Negli anni ’70 i “compagni” salmodiavano “uccidere i fascisti non è reato”, e disgraziatamente avevano ragione: gli assassini di via Acca Larenzia, del rogo di Primavalle, i killer che hanno ucciso Sergio Ramelli e Mikis Mantakas, non sono mai stati perseguiti dalla magistratura. Oggi, intendiamoci bene, non è che costoro desiderino di meno vederci sottoterra, anzi se possibile il loro livore nei nostri confronti è ancora aumentato, perché dopo il crollo dei “paradisi socialisti” l’odio verso di noi è l’unico articolo di fede che gli è rimasto, ma non più allattati dalle poppe della casa madre sovietica, hanno notevolmente perso spazio e credibilità.

Eppure, eravamo costretti in una posizione innaturale che non era la nostra, che significava innanzi tutto, sul piano della politica internazionale, venire a patti con il nemico, l’invasore che durante la guerra aveva seppellito le nostre città con migliaia di tonnellate di bombe e ora ci imponeva il suo dominio (e possiamo aggiungere il fatto che il graduale svuotamento della cultura europea, la sua americanizzazione, diventata ideologia con quella ganascia-blocco della libertà di pensiero che oggi conosciamo come political correctness, imposta dal plagio mediatico, si è manifestata col tempo, in maniera progressiva), e in termini di Weltanschauung accantonare quello spirito rivoluzionario e sociale che il fascismo ha pure avuto, e manifestato soprattutto nel periodo delle origini e in quello della Repubblica Sociale. Ci siamo trovati a lungo costretti in un’imbracatura che non era della nostra taglia.

Il crollo dei regimi comunisti dell’est europeo e dell’Unione Sovietica nel 1989-91 ha modificato completamente questo scenario. Va da sé che noi siamo sempre anticomunisti, e anzi possiamo soltanto deprecare e denunciare il fatto che la sedicente democrazia liberale invece di aprire una qualche riflessione su quella che è stata la più atroce tragedia del XX secolo, abbia voluto solo dimenticare e far dimenticare in fretta e che, mentre nei nostri confronti perdura un ostracismo giunto ormai alla terza generazione, la conversione dei “compagni” divenuti miracolosamente da bolscevichi, democratici, sia stata accettata per buona nel giro di una notte, che sia stato precipitosamente offerto loro un mantello sotto cui nascondere le loro vergogne, questo la dice lunga sul fatto che le sedicenti democrazie occidentali che nei confronti della minaccia comunista hanno tenuto una posizione di totale passività per tutta l’epoca della Guerra Fredda, non hanno minimamente “vinto” se non per il ritiro dell’avversario, perché, mentre il fascismo è stato sconfitto sui campi di battaglia, il comunismo sovietico è crollato per implosione interna, da quel pachiderma deforme che era, incapace di reggere il suo stesso peso.

Tuttavia, diciamo pure che fortunatamente l’anticomunismo è potuto scendere nella lista delle nostre priorità, che oggi sono principalmente altre: la confisca della sovranità degli stati europei da parte di una sedicente Unione Europea che in realtà è soltanto espressione del potere dell’alta finanza internazionale mondialista, e il parallelo attacco alla stessa sostanza etnica dell’Europa attraverso l’imposizione della denatalità forzata, dell’invasione allogena, del meticciato, una situazione, per inciso, che non presenta nessuna simmetria con quella dei “compagni” che si sono invece incarogniti ancor più nell’antifascismo perché non gli resta altro.

Era forse inevitabile per la legge dell’oscillazione (chiamiamola così), che alcuni di noi prima o invece di ritrovare il giusto equilibrio si buttassero sull’estremo opposto abbracciando un rivoluzionarismo purchessia: Grillo, Che Guevara, l’islam, non importa che cosa, pur di distinguersi da quel destrismo conservatore a cui ci eravamo trovati assimilati nostro malgrado.

Ora, una tendenza spiacevole emersa nei nostri ambienti è per esempio quella di polemizzare coi morti. Quando si attaccano personaggi come Giorgio Almirante o Pino Rauti perché assunsero posizioni atlantiste, ci si dimentica che costoro sono vissuti e hanno agito in un contesto politico che non era quello di oggi. Il problema non sono i defunti, che in ogni caso non hanno possibilità di replica, il problema sono semmai coloro che oggi, a un trentennio quasi dalla caduta del muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, continuano a essere atlantisti e filo-americani, come se il pericolo dal quale la NATO in teoria avrebbe dovuto difendersi non si fosse dissolto da un pezzo, e questa sedicente alleanza non si rivelasse ogni giorno di più lo strumento del dominio americano sull’Europa.

Se c’è qualcuno che mi pare spesso vittima di un trattamento veramente infame da parte di questi necro-polemisti, è Julius Evola. Quante volte ci siamo sentiti ripetere quella sua frase (e scusatemi, ma non mi ricordo nemmeno da che testo, mi pare L’arco e la clava, ma non potrei giurarci) secondo cui l’americanismo sarebbe un male minore rispetto alla sovietizzazione dell’Europa, e sempre per presentarci un Evola conservatore e atlantista. Andiamo, all’epoca della Guerra Fredda quando la dissoluzione dell’Unione Sovietica non era per nulla prevedibile, non era quello che pensavamo tutti?

Julius Evola ha scritto molti libri, occupandosi di uno spazio di tematiche che va dalla politica alla religione, all’arte, alla storia, alla questione delle origini dei popoli indoeuropei, ma sulla bocca di alcuni suoi sedicenti critici, sembrerebbe non aver scritto altro che quell’unica frase. Noi possiamo porci certamente il problema di quanto la visione aristocratica del barone siciliano sia trasponibile in un mondo massificato come quello contemporaneo, ma interpretarla come conservatorismo borghese può significare solo o crassa ignoranza o totale malafede.

Ci sono alcuni nell’Area che manifestano verso Evola un livore da innamorati delusi, penso siano coloro che l’hanno preso non come un pensatore importante (non il solo) della nostra Area ma come una sorta di Verbo incarnato su ogni cui sillaba giurare (un atteggiamento che in Evola stesso suscitava derisione), e ne sono rimasti poi inevitabilmente delusi.

Hai simpatia per l’islam, voti cinque stelle, ammiri Che Guevara, ti senti in diritto di buttare fango su Julius Evola? Ho paura di non sapere proprio cosa farmene di un camerata come te.

La tendenza all’oscillazione è forse naturalmente impressa nell’essere umano così come nelle leggi della fisica, ma la forza interiore sta nella capacità di mantenere comunque l’equilibrio prima di tutto a livello di pensiero, come insegnava padre Dante:

“Sta come torre ferma che non crolla
Giammai la cima per soffiar de’ venti”.

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Categorie: Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 dicembre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all’attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell’Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L’uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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