Federico degli spiriti – Emanuele Casalena

Federico degli spiriti – Emanuele Casalena

 

 

“L’unico vero realista è il visionario”

Federico Fellini

Onestà è affermare che Federico Fellini non fu mai schierato, scaciato balilla, umorista di successo  del Marc’Aurelio, renitente alla leva, sposo con la Masina sotto le bombe del ‘43 in casa di un prelato con dispensa. Il riciclaggio post ’45 non gli fu  necessario a ragione che un genio è tale sia se Papa è il guerriero Giulio II Della Rovere o il mediceo Pio IV quello della Controriforma, lo seppe il titano Buonarroti quanto  il cineasta di Rimini nato nella città dei Malatesta il 20 gennaio 1920 agli albori del fascismo tirato su da un altro romagnolo. Chi vive d’ arte mangia soprattuto quella, si tuffa nel mare  procelloso oltre ogni tempesta, lo sforzo sovrumano è   toccare la  riva dell’isola che non c’èche pazzia, è una favola, è solo fantasia e chi è saggio, chi è maturo lo sa, non può esistere nella realtà…cantava Edoardo Bennato. L’artista punta sul tavolo da gioco la fiche più preziosa, unica, la propria vita, è il rischio dell’immaginazione tutto il resto è noia, previsioni del tempo. E’ un atto d’eroismo non dissimile ai tanti compiuti da uomini eccelsi, la gloria dei Sepolcri è l’immortalità in terra per l’altra “mi sa che l’uscita è in alto” confessava Fefé (uno dei soprannomi di Fellini).

Queste mie righe vogliono scostare un poco lo scenario per curiosare, con tatto, sulla passione di Fellini per l’esoterismo, ciò che comunemente, assai impropriamente, cataloghiamo come paranormale etimologicamente non-normale  stando nei confini del rigoroso metodo scientifico sul quale Popper avanzò riserve epistemologiche.

Non fu un caso l’interesse di quest’uomo grande come un bambino per la psicoanalisi cercando un’ancora al suo mondo nella teoria di C.G. Jung eretica  rispetto al panismo sessuale di S. Freud.

Ripensai allora alla mia vita a Zurigo (quella adulta, attuale), e mi parve estranea e mi fece lo stesso effetto che se avessi avuto notizie di un mondo e di un tempo remoti. era seducente e pauroso ad un tempo. Il mondo della mia infanzia, dal quale in quel momento ero stato ripreso, era eterno, e ne ero stato cacciato via e sospinto in un tempo che continuava a scorrere, procedendo sempre più oltre. L’attrattiva di quell’altro mondo era così forte che dovetti staccarmi violentemente da quel posto per non lasciarmi sfuggire il possesso del futuro.”

Così scriveva lo psichiatra svizzero nel suo libro, in parte autobiografico, Ricordi, Sogni, Riflessioni pubblicato nel 1961.

Noi adulti osserviamo con distacco razionale l’universo complesso dei bambini, mia nipote Sophia alzando il braccio salutava un qualcuno che vedeva in alto accompagnandolo con un ciau, ma io non vedevo proprio nessuno. La realtà è in ciò che produciamo dentro, tanto nell’infanzia quanto nel suo ciclico ritorno nella vecchiaia quando si torna fanciulli, la strada di mezzo è al tempo stesso futuro poi passato ingombrante da liberare per riconquistare il sogno. “I nostri sogni sono la vita reale. Le mie fantasie e ossessioni non sono solo la mia realtà, ma la materia di cui sono fatti i miei film”diceva il regista e ancora “Non perdete mai il vostro entusiasmo infantile per tutto il viaggio che è la vita”. Amleto c’inquieta quando afferma “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua  filosofia” e a quelle cose arcane Fellini volse lo sguardo partendo dal porto dell’infanzia per narrare il suo cinema.

Figura 2 Federico Fellini nel primo anno di vita

E’ il 1965 quando esce nelle sale Giulietta degli spiriti per la regia di Federico Fellini, storia di corna per la benestante signora Giulietta tradita dal marito solleticato da una nuova fiamma. Un matrimonio che si dissolve tra sospetti, ipocrisie, sedute di psicoanalisi fino all’elegante liberazione della protagonista dagli spiriti della crisi, vestita di bianco, in silenzio, dinanzi al vento che s’alza dal mare di Fregene.

Fellini aveva 45 anni, tre premi Oscar alle spalle l’ultimo con 8 e ½,  il primo con La strada il film più amato da Papa Bergoglio, (“Mi identifico con quel film nel quale c’è un implicito riferimento a San Francesco.”), in mezzo Le notti di Cabiria. Famoso da vertigine, vive un periodo di inquietudine coniugale con l’amata Giulietta Masina, decide di farne il soggetto del suo nuovo film dove verità e bugia si scambiano le maschere, la realtà si intruglia con l’inconscio. L’impalpabile sesto senso delle donne corrode le certezza della borghese protagonista a partire da una seduta spiritica organizzata con le amiche nel giorno dell’anniversario del matrimonio, lo spiritaccio Iris si manifesta con allusioni erotiche sboccate, getta il sasso nello stagno dei sospetti che già arrovellavano la protagonista. Inizia il viaggio nella grotta dei dubbi passando per una veggente invasata fino agli oracoli del santone indiano Bishma, a seguire gli investigatori privati per sdraiarsi sul lettino di uno  psicanalista jungheriano. Già perché Jung era entrato nelle passioni di Fellini attraverso un suo allievo il medico psichiatra Ernst Bernhard di origine ebraica, il Guru di via Gregoriana. Entrambi condividevano una teoria che le immagini partorite dal nostro interno sono la realtà concreta, non il viceversa.

C’è un aspetto importante nella figura di ricercatore di Bernhard, indagava le scienze esoteriche in particolare chiromanzia ed astrologia, oltre a studiare l’interpretazione dei Ching, il libro dei mutamenti,  un testo sacro in Cina da ben 4500 anni  (64 esagrammi composti da sei linee spezzate ed altrettante intere, si esprime una richiesta  poi si lanciano più volte tre particolari monete per costruire l’esagramma profetico del responso ). Fu proprio questo campo d’indagine del perticone, segaligno psichiatra ad indirizzare il regista nella ricerca dei fenomeni paranormali;  prima di girare Giulietta degli spiriti si fece un’ indigestione di maghi, cartomanti, chiromanti, medium, indovini, girando l’Italia, isole comprese, ma da quell’universo, pur affascinante, non ricavò molto di concreto. “Nulla che si staccasse dal classico repertorio”, fino all’incontro con Gustavo Adolfo Rol presentatogli dall’amico scrittore Dino Buzzati.

Figura 3     Gustavo Adolfo Rol

 “ E’ il personaggio di gran lunga più interessante” racconta Fellini “che sta a sé (…), il personaggio portentoso è il dottor Gustavo Rol di Torino (…) E’ un signore civilissimo, colto, spiritualmente raffinato, che ha fatto l’università, dipinge, si è dedicato per anni all’antiquariato. (…) quello che Rol sa fare è pauroso, Chi assiste prova la sensazione di un uomo che sprofonda in un abisso marino senza scafandro. E’ la testimonianza fascinosa e provocatoria di una trascendenza”.

Rol gli pareva applicasse la famosa equazione di A. Einstein sull’energia, sembrava in grado di smontare e rimontare la materia seguendo un protocollo di operazioni puramente mentali. Di più apriva l’uscio sugli Universi paralleli di cui si occupa la Fisica dei quanti ed ancor prima di lei l’eretico incendiato Giordano Bruno.

Un’ancora della conoscenza iniziatica di Rol era l’esistenza degli “spiriti intelligenti” (l’uomo) in linea con “la coscienza” immortale teorizzata dal fisico statunitense Robert Lanza. L’energia presente nella coscienza, sostiene lo scienziato, si trasforma in  nuova materia viva ma nel contesto di un’altra dimensione o mondo parallelo, reincarnazione dunque? Non proprio, piuttosto metamorfosi in una forma nuova mantenendo intatta la propria unicità individuale. Per questo, pur con alcune ambiguità, Rol sosteneva, da cattolico praticante, di non credere nel karma. Ciò che dimostrava di poter fare era comunque eccezionale, manipolare con la mente energia e materia compiendo trasformazioni dall’una all’altra e viceversa, dipingere quadri a distanza, operare sulla propria dimensione fisica, leggere nel pensiero, vaticinare come un antico oracolo con l’unico obiettivo di mettere i suoi poteri al servizio degli altri senza mai chiedere un centesimo.

Riportiamo in sintesi uno fra i tanti esperimenti di cui Fellini fu stupito testimone compiuto “senza trucchi e senza imbrogli” dal misterioso sensitivo torinese. Rol e Fellini conversano amichevolmente nella hall dell’albergo Principe di Piemonte a Torino, ad un tratto il primo confida al regista che sta per effettuare una trasformazione, sul tavolino, che Fellini fissa attentamente c’è poggiato un calamaio che d’improvviso scompare, riapparirà al suo posto dopo alcuni minuti senza che Rol si sia mai mosso dalla sua poltrona. Era necessario farlo ricomparire per non essere accusati di furto dalla sorveglianza dell’albergo, sostenne Rol.

E’solo uno degli episodi straordinari ai quali assistette Fellini cercando di capire, avvertire sensazioni, afferrare la legge naturale alla base degli esperimenti, chiese con tale  insistenza la formula  finché Rol gli rispose: “E’ semplicissimo: il colore verde. La quinta musicale e il calore”. Il nostro racconta di aver scoperto questa tremenda legge che lega i tre elementi il 28 luglio 1927 a Parigi (aveva 24 anni), “Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò più nulla”.

Il verde è il colore mediano dell’iride, il 5 il numero medio dei nove naturali, pensare fortemente al verde mentre si ascolta una quinta musicale, due note che presentano l’ intervallo di una quinta, produceva calore interno strumento di accesso ai poteri del proprio spirito intelligente.

Non ci addentriamo oltre perché sarebbe fuoriuscire dal seminato, perciò lasciamo lo studio dei cakra o se preferite chakra nei due aspetti  di diagramma mistico sovrapponibile al mandala, di sapienza yoga legata al concetto di “centro” ove risiede il corpo sottile luogo dell’energia divina,  faremmo soltanto supposizioni che non avvalorano in alcun modo lo studio sul fenomeno Rol.

Fatto fu che alcune di queste esperienze nel mondo del paranormale con la spinta della psicanalisi di Bernhard in vario modo influenzarono la sceneggiatura di Giulietta degli spiriti, film difficile, di profetica riflessione sulla condizione umana prigioniera nell’orto di claustrofobiche certezze educative e sociali, a salvare Giulietta in fondo è il ricordo dell’amato nonno che, contro ogni convenzione, aveva spezzato le catene per fuggire con una ballerina. La realtà è quella che creiamo o quella imposta che subiamo, la risposta di Fellini è chiara, affidata all’ultima scena.

 

Figura 4 Federico Fellini, scena finale di Giulietta degli spiriti, 1965

Ci sono dei film che Fellini non ha mai girato, rimasti sempre nel cassetto dei desideri, quasi per  scaramantica superstizione, e sono “ Il viaggio di G. Mastorna”, pensato anch’esso negli anni ’60  e  viaggio a Tulum progettato a metà degli anni ’80.

Del primo il regista scrive la sceneggiatura senza completarla, ne verrà fuori un romanzo postumo di 120 pagine “il più famoso film su carta della storia del cinema”, viaggio onirico nell’aldilà del clown violoncellista Ferret (Giuseppe Mastorna) dopo che il suo aereo è precipitato non lasciando superstiti ma lui non si è accorto del dolce passaggio della morte, potrebbe apprenderla dal telegiornale dell’albergo ma l’annunciatrice parla in tedesco, lui non la comprende. Al contrario  ha vissuto le turbolenze dell’aereo nella tempesta però poi questo era atterrato sereno  sulla piazza di una città sconosciuta con sul fondale una cattedrale gotica. Lì aveva incontrato persone molto strane delle quali non capiva la lingua né i comportamenti, inquieto s’ era portato alla stazione per continuare il viaggio ma incrocia un altro treno, dal finestrino riceve il saluto d’ un conoscente che sapeva essere morto. Il suo viaggio nel Purgatorio era appena iniziato ma quella vita che lo circondava era da un lato incomprensibile, bizzarra, dall’altro era reale. Fu proprio Gustavo Rol a suggerire a Fellini di non girare il film che pure aveva in Dino De Laurentis il produttore e forse  Mastroianni per il ruolo di Mastorna come testimoniano alcune foto di  provini scattate nei sotterranei dell’Istituto Luce.

Il regista era molto cambiato, viveva nel giardino segreto alla ricerca di risposte oltre il grigiore dell’esperienza sensibile, qualcuno ha ipotizzato una sua iniziazione, non documentata, in fondo il cinema, come diceva, l’aveva risucchiato, lui avrebbe voluto fare il mago. Il film rimase chiuso nell’armadio se ne fece una riduzione a puntate con un fumetto disegnato da Milo Manara negli anni ’80, le fattezze del protagonista, nel frattempo, erano cambiate, da Mastroianni a Paolo Villaggio.

Figura 5 Un fotogramma dei provini del Viaggio di G. Mastorna o la Dolce morte

Carlos Castañeda, peruviano di nascita naturalizzato yankee, laureato in psicologia con master in antropologia, aveva acquisito grande notorietà con un testo Gli insegnamenti di Don Juan: una via Yaqui alla conoscenza, ( A scuola dallo stregone) era l’anno fatidico il 1968. Nel libro lo scrittore narrava la sua iniziazione allo sciamanesimo mesoamericano avendo come medium uno stregone degli indiani Yaqui di Somona nel Messico settentrionale. Anche qui il titolo del film dice “viaggio”, in questo caso, non nell’aldilà tutto terreno di Giuseppe Mastrota, ma dentro l’uomo alla ricerca delle altre realtà che non percepiamo, di altre dimensioni sconosciute perché manchiamo del coraggio del guerriero per esplorare nuovi sentieri alzandoci dalla comoda poltrona della “realtà ordinaria” verso il “non conosciuto”.

I libri dell’antropologo peruviano avevano sollecitato il regista romagnolo a scrivere la sceneggiatura di viaggio a Tulum, progetto cinematografico assai rischioso, difficile da mettere in piedi, tutto sul mondo della magia, tanto che non se ne fece nulla e il viaggio si trasferì in un fumetto firmato ancora da Milo Manara. Per inciso Tulum è un sito archeologico della civiltà Maya situato nella penisola dello Yucatan, in Messico.

 

Figura 6 Foto di famiglia Yaqui

Carlo Castaneda era anche uno scrittore invisibile, di lui non si reperivano foto, non si sapeva dove trovarlo, non rilasciava interviste, c’erano i suoi libri, per assurdo un Banksy che scriveva su carta invece di disegnare sui muri, ma stesso alone, forse cercato, di mistero. Per cinque anni Fellini tentò un aggancio col narrtor sciamano ma senza risultati finché gli si materializzò all’improvviso qui a Roma sul raccordo anulare. Su quel loro primo incontro fiorirono leggende metropolitane anche molto fantasiose, alimentate forse dagli stessi attori dell’incontro notoriamente bugiardi. Contro il parere del suo amico Gustavo Rol, Fefè decide di raggiungere Rol a Los Angeles e da lì raggiungere insieme la regione desertica di Somona dove vivevano gli Yaqui, dove si voleva ambientare la pellicola. Ma accadono in sequenza una serie di fatti strani, irrazionali, inquietanti tra biglietti, telefonate, percezioni di presenze, tali da impaurire sia il regista che il produttore Grimaldi.

Lo stesso Castaneda, attraverso un racconto incredibile, aveva desistito dall’accompagnare Fellini in Messico. Così il regista e lo scrittore A. De Carlo, se ne tornarono  a Roma fors’anche per quelle processionarie  di episodi oscuri  che ne avevano accompagnato il viaggio, Castaneda sembrava fosse protetto dall’uovo di una setta, impossibile da esplorare per i non iniziati. Il vecchio sogno di girare un film sulla magia, o meglio sulle altre dimensioni della realtà, restò incompiuto fino al viaggio di Fellini Mastorna  nell’ultimo giorno d’ ottobre del 1993.

Emanuele Casalena

 

Bibliografia

  • Enciclopedia Treccani, biografia e opere di Federico Fellini
  • Wikipedia, Federico Fellini
  • mymovies.it, biografia di Federico Fellini
  • biografie online,it Federico Fellini
  • storia dei film.it, Giulietta degli spiriti
  • filmtv.it/film: Giulietta degli spiriti
  • Il viaggio di G. Mastorna, Federico Fellini, Curatore E. Cavazzoni, Quodlibet Editorie, 2008.
  • Il recensore.it. l viaggio di G. Mastorna
  • Fellini. Viaggio a Tulum ed altre storie. Edizioni Panini Comics, 2015

 

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Categorie: Cinema, Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 27 dicembre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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