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Vittorie dello Spirito – Mario Michele Merlino

Vittorie dello Spirito – Mario Michele Merlino

Non ritornerò sull’anniversario del 28 ottobre. Ne ho scritto qui, su Ereticamente, e tanto basta. Forse no, tanto e di più vi sarebbe da aggiungere. Poesia e linguaggio del corpo, che privilegio, sono un piatto delicato e, al contempo, non digeribile per tutti. Palato raffinato e stomaco robusto. Dovrei ripercorrere qualche tappa storica a ricordare a me stesso che svolsi per quarant’anni il ruolo di professore e a beneficio di bidelli e (pseudo) in-segnanti che, in verità, di segni ne lasciano ben pochi se non la bava della loro miserabilità. Mi basta, però, aver rammemorato come gli uomini siano prima emozioni poi pensiero e, infine, tardiva riflessione.

(Hegel, macigno imponente del pensiero riflettente, ricordava d’aver visto passare sotto la sua finestra, dopo la battaglia di Jena, Napoleone a cavallo, definendolo ‘lo spirito del mondo’. Citazione riportata in ogni mediocre testo ad uso della cretineria dietro la cattedra e per i banchi. Non oso contare quanti si siano soffermati sul fatto che Napoleone sia a cavallo, forse un po’ tronfio e bolso, mentre il filosofo l’osserva dagli scuretti, in un misto ammirato e fisico timore. Azione e pensiero. Marx saetta strali contro il capitale in pagine vergate con inchiostro misto a vanità e rancori, ma è Lenin, dal volto spigoloso e lo sguardo da tartaro crudele, a saettare i bolscevichi, ancora incerti e pavidi, a mettersi a guida della rivoluzione per non essere da essa travolti. Azione e pensiero, appunto).

Non si cada in errore. Non si prendano le mie parole come un peana verso ‘l’animale che mi porto dentro me’ (Franco Battiato), l’irrazionale divenire di uomini e cose, un misto del cazzotto futurista e del santo manganello, quel ‘prima mena e poi discuti’ di cui Angelino Rossi (pugile dal fisico gigantesco e dal cuore nero) mi diede pratica dimostrazione in un tardo pomeriggio, inizio anni ’60, a piazzale Prenestino, allora iotimido sbarbatello, studente di famiglia borghese, alle prime armi di cinquantennale carriera (modesta) d’attivista.Lasciando, però, in perenne eredità schizzi immediati di adrenalina anche oggi che ci vedo poco e poco mi reggo in piedi. Amo quando il pensare si rende analogo ad atmosfera rarefatta nello scalare una cima aspra e dura il fiato si smorza il sudore cola lungo la schiena i muscoli s’induriscono la tentazione di volgersi verso il basso e tornarsene fra nanerottoli e orchetti… Solo, come il poeta Ezra Pound, mi riconosco in idee che si rendono azione o, in fondo è solo questione di prospettiva storica ed esistenziale, dalle azioni germinano idee per andare oltre. E il sudore e lo sperma si fanno visioni universali e necessarie.

Nel 1977 lo scrittore francese Jean Cau pubblica il libro più coinvolgente commosso affascinante Il cavaliere, la morte e il diavolo – un dialogo tra lo scrittore stesso e la xilografia (1513) del pittore tedesco Albrecht Durer, un tentativo riuscito di leggere nell’animo stesso di questa figura di ferro rivestita che incede, solitaria, nel bosco e si fa incurante della morte (una donna dalla barba caprigna) e il diavolo tentatore (il volto simile ad un maiale). Libro che ha rappresentato un punto di riferimento – più sovente di non ritorno – per una generazione folle e disperata (come I proscritti di Ernst von Salomon e Il trattato del ribelle di Juenger). Entrare nella foresta e rendere il sentiero le ombre gli alberi il tappeto di foglie il proprio destino, senza meta alcuna o causa da difendere vessillo o ideale per cui battersi, né vincitore né vinto, nulla di ciò contando.
Da Oriente proviene; volge ad Occidente. Da quali stragi, artefice, è scampato non lo sapremo mai; a quali battaglie s’accinge a portare lancia e spada non conosceremo e il rosso sangue e l’acciaio temprato. E il volto – quel volto scolpito come pietra aspra e refrattaria – nulla lascia trasparire di nobili fattezze ed intenti. L’arte sfugge, però, al suo maestro. Il Duerer, vissuto tra il quindicesimo e sedicesimo secolo, intendeva – sostengono i critici, turba presuntuosa – mostrare la fine di un mondo, inteso rozzo e brutale (il Medioevo), a cui contrapporre la cultura della Rinascenza (la città è sullo sfondo, in alto, luminosa). Forse. Che importa? Importa solo che fu sangue generoso e sbarre e chiavistelli per coloro che lo scelsero quale compagnia e modello di quella nobiltà della sconfitta che s’accompagna all’etica del bushido…

(Gesto bello e inutile. Tentare di srotolare e sventolare in piazza Montecitorio quella bandiera di quella Repubblica, unica, di cui ci preme proteggere memoria di uomini e donne idee valori prospettive nella mente e nel cuore. Gesto bello e inutile, che mi permetto qui di raccogliere e rispettare, nonostante sia stato – e rimango – critico di tanti altri gesti antecedenti che non mi hanno consentito condividere e difendere). Eppure quel cavaliere, con unica compagnia d’un agile cane, è solitario testimone di chissà quante guerre e scontri, lancia e spada a cozzare contro lancia e spada, erede estremo di un’epoca al tramonto, non appartiene alla schiera dei dannati dei vinti. Come il Don Chisciotte del Cervantes, destinato dal suo creatore ad essere derisione e monito contro poemi epici e guerresche leggende, si trasforma – eternizzandosi –in figura amata da tutti coloro che non si rinnegano ai sogni, proteggendoli ché al mattino non svaniscano, ma intendono viverli ad occhi aperti e, se occorre, entrare, simili ad Adriano Imperatore, allo stesso modo nella morte.

La sua stessa solitudine, il silenzio del bosco – ‘nel cuore della foresta germanica gli uccelli tacciono. Nella macchia, i daini pietrificati tremano sulle zampe vitree; nello specchio dei larghi occhi dalle ciglia brevi, naviga il cavaliere di ferro e di spavento’ -, la forza del braccio e il cavallo sicuro, rappresentano una vittoria che appartiene ai pochi ed è, doverosamente, di pochi. ‘… Tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare’ perché ‘arduo, in verità, deve essere ciò che tanto raramente si trova’. Così chiudeva il filosofo Spinoza l’opera sua, Ethica, ove la morale e la conoscenza si facevano un tutt’uno. L’azione della spada; l’inchiostro del pensiero.Possono i due essere momenti in nome dell’unicità dell’Essere fondersi come linguaggio del corpo, linguaggio della mente? Per Mishima solo nella morte – Sole e Acciaio – il Nulla… Abbandoniamo il terreno viscido e malsano del domandare. Qui abbiamo il cavaliere – offertoci ad immagine di sconfitta epocale, di un mondo di rovine –, al contrario e inaspettatamente, ci appare da vincitore – il terrore della morte e la tentazione della bramosia insana nulla possono distrarlo. Sarà la modernità che, in un fallace mito di giovinezza eterna, tenterà invano di esorcizzare la morte (il vanto dei capelli lunghi e dei blue-jeans) e si abbandonerà ad ogni forma effimera di desiderio, dandole nome di libertà e democrazia. Egli, forse, non conosce Causa e Meta. E così si libera d’ogni contingenza, appunto, una xilografia per chi abbia gli occhi capaci di penetrare nella profondità ed oltre. Scrive l’autore: ‘… E mi accade a volte di credere che il coraggio e l’allegria sgorghino dalla stessa sorgente’. Ed ancora: ‘Ho udito gli eroi ridere nei combattimenti’. Erano anticonformisti antiborghesi irriverenti (definizione di Brasillach, a me cara) i giovani squadristi che, appollaiati sui BL 18, sfidavano il freddo della notte, l’imboscata dei ‘rossi’, le randellate e i colpi di revolver. Agli esordi in pochi contro tanti. Simile a un gioco, o quasi. E cantavano stornelli strafottenti. Eredi, essi, i soli, di quel cavaliere e della morte e del diavolo. A contrapporre ad una modernità vile ed infida, esangue, un mondo che avrebbe voluto coniugare antichi valori e lo sguardo proiettato verso il futuro. Da coloro che ne raccolgono il testimone la misura della vittoria.Questo fu il senso dell’opera pubblicata postuma di Giano Accame, La morte dei fascisti, una morte irrisa sbeffeggiata a far da ‘civetta in mezzo alla battaglia’.Un vincitore, comunque. E ciò in quanto ‘Dal momento che tu ti inoltri in quella via, sarai tu la freccia e la direzione. Tu non segui l’esempio. Sei l’esempio’. Quante eco e quanti i rimandi… Il sentiero nel bosco diviene il cammino ove Codreanu, rivolgendo la parola ai giovani legionari, li esorta in tempi di cambiamento a non cercare chi sia per loro testimone a cui affidarsi ma essere essi stessi testimoni del tempo presente; e Nietzsche che indica nel dare una direzione il senso della grandezza; non guardare il bersaglio ma avvertire mente braccio freccia divenire un tutt’uno insegna lo Zen e il tiro con l’arco; e l’aristocrazia che combatte anche da sola. Vittorie dello Spirito, in ogni caso, nonostante tutto e comunque. Quello Spirito che è scritto con il sangue e scoprirsi essere ossa carne sangue, appunto. ‘… Odore di cuoio e di foresta’. Non più ad osservare l’opera del Durer, spettatore esterno, ma essere in te l’opera, essere tu stesso opera – ‘Faccia al sole e in culo al mondo!’.

Mario Michele Merlino

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 1 Novembre 2017

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

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