Una Ahnenerbe casalinga, sessantesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, sessantesima parte – Fabio Calabrese

Non è sorprendente il fatto che questa serie di articoli che io penso ormai si possa considerare una vera e propria rubrica sulle pagine di “Ereticamente” sia ormai giunta al sessantesimo numero. Considerando il fatto che essa ha una cadenza bisettimanale (approssimativamente), e che avevamo già toccato la quota cinquanta, aggiungere altri dieci numeri non ha richiesto altro che un intervallo temporale di cinque mesi. Il fatto sorprendente è un altro: nella ricerca scientifica le novità, le scoperte non sono come nell’attualità, la politica, lo sport o il gossip, eppure abbiamo visto una cadenza di eventi sufficiente, per quanto riguarda la tematica delle nostre origini, a permettere di tenere questa rubrica con regolarità. Si direbbe quasi che, oggi che vediamo l’homo europeus minacciato nella sua stessa identità biologica da un’invasione mascherata da immigrazione e dal meticciato, qualcuno o qualcosa cerchi disperatamente di ricordarci la nostra eredità e il fatto innegabile che, a dispetto di tutte le utopie marxiste e cristiane, ciò che fa di un essere umano quello che è non si risolve interamente nell’apprendimento, nella cultura, nell’influenza dell’ambiente, ma dipende anche e soprattutto dalla sua base genetica, dalla sua eredità biologica.

A ogni modo, il 2017 ci ha presentato quanto meno tre scoperte fondamentali che ci hanno imposto di ridisegnare il quadro delle nostre origini: la scoperta dei resti dell’ominide balcanico che è stato soprannominato “El Greco”, cosa che pone seriamente in dubbio il presupposto in base al quale homo deve essersi originato in Africa perché gli ominidi verrebbero da lì, il ritrovamento in Marocco nella cava di Jebel Irhoud di resti umani sapiens moderni risalenti a 300.000 anni fa (E’ vero che questa scoperta è avvenuta in Africa, ma si tratta dell’Africa mediterranea e non di quella subsahariana, non solo, ma la scala dei tempi non è compatibile con la formulazione classica dell’Out of Africa – Out of Africa II – che presuppone che la nostra specie non abbia cominciato a diffondersi prima di 70.000 anni fa, dopo la presunta mega-eruzione del vulcano Toba, e soprattutto questi antichi magrebini non presentano nessuna caratteristica che li apparenti alle popolazioni subsahariane), ma soprattutto, di fondamentale importanza, i risultati dello studio condotto da due biologi dell’Università di Buffalo, Omer Gokcumen e Stefan Ruhl, sulle proteine della saliva, in particolare la MUC7, che ha permesso una ricostruzione dell’albero genealogico umano che ne mostra chiaramente l’origine in Eurasia, mentre la colonizzazione dell’Africa da parte di homo sapiens e la formazione delle caratteristiche subsahariane, dovuta all’incrocio con un’ominide separatosi dalla linea umana principale 1,2 milioni di anni fa, sarebbero eventi tardivi.

In occasione della cinquantesima parte della nostra rubrica, vi avevo presentato una sintesi a grandissime linee di tutto il discorso fatto fin allora. Avevo pensato anche di riepilogare, sempre cercando di essere sintetico al massimo, anche i diversi scritti che non sono rientrati sotto questo titolo, sotto i quali avevo affrontato la tematica delle origini (che è ovviamente vasta e della quale, oltre alla questione delle lontane origini della nostra specie, mi è sembrato di individuare altri tre livelli: le origini dei popoli indoeuropei, quelle della civiltà europea, e quelle della nazione italica. Quest’ultimo argomento, a mio parere è molto importante, vista la diffusione della favola della totale eterogeneità genetica del popolo italiano), ma questo implicava dilatare un bel po’ lo spazio di questo lavoro “rievocativo”, e soprattutto mi pareva di mettere i miei scritti in quanto scritti da me, un po’ troppo al centro dell’attenzione. Forse da questo punto di vista mi sono preoccupato eccessivamente. Io penso che tutti voi capiate che quello che conta non è la persona di Fabio Calabrese, ma il fatto di avere l’occasione di ripetere alcuni concetti basilari della nostra Weltanschauung in contrapposizione a una “cultura” e a un’ortodossia “democratiche” basate su convinzioni di tutt’altro segno, poiché nella misura in cui siamo in grado di farlo, dobbiamo concorrere alla formazione della visione del mondo soprattutto dei più giovani, che si trovano ad avere una disperata necessità di disporre degli strumenti per resistere alle mistificanti distorsioni della “democrazia”.
Quella parte del lavoro non fatta allora, vedremo perciò di farla ora.

E’ il caso di rilevare, non solo che a un certo punto, per non rendere la vita troppo difficile a voi e a me, ho deciso di concentrare sotto un unico titolo tutte le tematiche riguardanti le origini, ma che inizialmente non mi ero proposto di rimontare alle tematiche paleoantropologiche, ai milioni, alle centinaia o alle decine di migliaia di anni fa, accontentandomi di una prospettiva più recente, ma man mano mi addentravo in questo lavoro, più diventava chiaro che questa prospettiva doveva essere affrontata, perché la “teoria” dell’Out of Africa, ben lungi dall’essere qualcosa di neutro, è un vero e proprio grimaldello ideologico per imporre il concetto dell’inesistenza delle razze umane e tutto l’armamentario dell’ortodossia ideologica “politicamente corretta” che ci viene imposta da oltre Atlantico, travestita da ricerca scientifica. Inizialmente, mi ero accontentato di tematiche più vicine all’orizzonte storico, a cominciare da quella dell’origine dei popoli indoeuropei a cui ho dedicato alcuni articoli omonimi. Al riguardo, la versione “politicamente corretta”, cioè conforme alle distorsioni dell’ortodossia ideologica democratica travestita da ricerca scientifica ci racconta la favola dell’origine mediorientale delle lingue e dei popoli indoeuropei, che non sarebbero stati cavalieri e guerrieri nomadi, ma pacifici agricoltori che si sarebbero espansi attraverso l’Anatolia, il Bosforo, i Balcani e via dicendo semplicemente spostandosi alla ricerca di nuove terre da coltivare. Una delle culture europee che hanno preceduto la diffusione degli Indoeuropei sul nostro continente, probabile antesignana degli Indoeuropei stessi, è stata quella dell’ascia da combattimento. La mia impressione è che lo scopo di questa “teoria” sia quello di togliere l’ascia da combattimento dalle mani dei nostri antenati sostituendola con la zappa del contadino, per disarmare psicologicamente noi.

La genetica ha dimostrato che questa “teoria” è falsa; infatti, se fosse vera, si riscontrerebbe nel pool genetico degli Europei una proporzione di geni di origine mediorientale molto più alta di quella che effettivamente si constata. La netta maggioranza del nostro genoma, invece risale al tipo antropologico caucasico noto come “eurasiatico settentrionale” presente in Europa fin dal Paleolitico superiore. Qui abbiamo l’occasione di vedere il modus operandi tipico della democrazia, quello che ritroviamo sempre: essa non può inibire del tutto la ricerca scientifica, pena il rendere troppo esplicita la sua natura autoritaria, ma non ha importanza il fatto che le conoscenze reali rimangano confinate a una ristretta cerchia di specialisti, perché in ogni caso attraverso il sistema mediatico si continueranno ad ammannire al grosso pubblico le falsità che fanno comodo al regime/ai regimi, e infatti quella dell’origine mediorientale continua a essere la storia che viene raccontata dai testi scolastici alle trasmissioni divulgative, benché palesemente falsa. Un altro gruppo di articoli ha un titolo che può sembrare curioso, mi sono infatti occupato dei popoli “sull’orlo della storia”. Di che cosa si tratta? Mettiamola in questi termini: la ricerca storica degli ultimi due secoli ha articolato, ampliato, approfondito ma mai definitivamente abbandonato uno schema storico la cui origine è biblica: le popolazioni caucasiche sono state distinte in tre rami che si sono supposte discendenti dai tre figli di Noè: i semiti da Sem, i camiti (Egizi, Berberi, Numidi) da Cam, gli indoeuropei da Jafet. A mio parere occorre abbandonare l’idea che la bibbia abbia una qualche storicità, che sia qualcosa d’altro che una raccolta di leggende tramandate da gente che nulla sapeva del mondo al di fuori dei limiti segnati dal Nilo e dall’Eufrate. Se noi consideriamo la storia dell’Europa antica, troviamo svariate popolazioni che sono definite genericamente “non indoeuropee” definizione che nella sua vaghezza potrebbe andare altrettanto bene per gli Esquimesi e per i Papua, e non si tratta di popoli marginali, ma di grandi culture, Etruschi, Minoici, Iberici, Liguri (un tempo diffusi non solo nell’angolo di nord-ovest della nostra Penisola, ma in gran parte della Francia meridionale). Non è possibile riscrivere la bibbia per aggiungervi un quarto figlio di Noè, ma non si può negare l’esistenza di un quarto gruppo “mediterraneo” di popolazioni dell’Europa antica, genti che sono fra i nostri diretti antenati, e le grandi culture dell’Europa antica nascono dall’incontro di Indoeuropei e Mediterranei (Minoici e Pelasgi nel caso di quella ellenica, Etruschi per Roma). Il gruppo maggiore di articoli, i più numerosi a parte Una Ahnenerbe casalinga dove mi sono occupato della nostra storia più remota, è costituito da quelli compresi sotto il titolo di Ex Oriente lux, ma sarà poi vero?

Come è facile comprendere, in questa serie di articoli ho posto sotto esame la leggenda della luce da oriente, leggenda che poi è la storia che ci viene sempre raccontata quasi dappertutto, a cominciare dai testi scolastici, che la civiltà sarebbe nata nella cosiddetta Mezzaluna Fertile fra Egitto e Mesopotamia, e sarebbe giunta nel cuore dell’Europa solo poco prima dell’età di Cristo attraverso un complicato passaparola che comprende Sumeri, Egizi, Babilonesi, Assiri, Fenici, Persiani, Minoici, Greci e buoni ultimi Romani. Uno schema talmente radicato da sembrare un’ovvietà, ma la cui credibilità viene meno appena si cominciano a considerare alcuni fatti innegabili che tuttavia non trovano spazio nei testi storici scolastici e divulgativi: i monumenti megalitici europei, tanto per cominciare, Stonehenge, la bellissima tomba irlandese di Newgrange (il più antico edificio giunto intatto fino a noi), il complesso noto come “il cuore neolitico delle Orcadi”, che precedono di un millennio le piramidi egizie e le ziggurat babilonesi. Europeo e non mediorientale è l’addomesticamento dei bovini, come prova il fatto che la tolleranza al lattosio è massima fra le popolazioni centro e nord-europee e decresce man mano che ci si sposta verso l’est e il sud. Europea e non mediorientale è del pari, a quanto pare, la scoperta dei metalli. La più antica miniera conosciuta che reca segni di sfruttamento umano si trova nei Balcani, e il più antico strumento metallico conosciuto è l’ascia di rame dell’uomo del Similaun. La scrittura è del pari un’invenzione non mediorientale ma europea, e questa è una faccenda che ha dell’incredibile. Nel 1962 l’archeologo romeno Nicolae Vlassa scoprì nel sito di Turda in Romania appartenente alla cultura Vinca una serie di tavolette recanti delle iscrizioni pittografiche che furono chiamate “tavolette di Tartaria” (anche se con i Tartari non hanno nulla a che vedere) che sono risultate più antiche di almeno mille anni dei più antichi pittogrammi sumerici conosciuti. Bene, questa scoperta rivoluzionaria non è mai arrivata sui media; sebbene da allora sia passato oltre mezzo secolo, è rimasta avvolta da un coverage nemmeno si trattasse di segreti nucleari, e intanto i media e il sistema scolastico continuano a raccontare una versione falsata e sbilanciata a favore del Medio Oriente della nostra storia più antica.
Non è tutto, perché quando andiamo a considerare le grandi civiltà extraeuropee del passato, troviamo sempre alla loro base un elemento europide.

L’Egitto, ad esempio, ha una storia paradossale, una grande civiltà che spunta dal nulla sorprendentemente “matura” e che nell’arco di tre millenni non innova praticamente nulla (l’unica invenzione “nuova” che vi compare a un certo punto è il carro da guerra, che non è un’invenzione egizia, ma fu portato nella Valle del Nilo dai nomadi Hyksos), ma in compenso sembra semmai perdere capacità tecniche; le piramidi, ad esempio, furono opera dei faraoni delle prime dinastie, una tecnica costruttiva che fu poi abbandonata, come se fossero andate perse le capacità tecniche necessarie a realizzarle. Ebbene, altro fatto di cui si evita graziosamente di informare il grosso pubblico, si è scoperto che le mummie dei faraoni e della maggior parte dei personaggi di alto rango avevano caratteristiche antropologiche differenti da quelle della maggior parte della popolazione che abitava e abita ancora oggi la regione: caratteristiche marcatamente europee, spesso con capelli biondi o rossicci. Allora le peculiarità della civiltà egizia non potrebbero spiegarsi con la presenza prima, poi con il progressivo affievolirsi a causa degli incroci con la popolazione nativa, di un’élite di origine europea? Per quanto lo stato di conservazione estremamente precaria dei resti umani in questa regione rispetto all’Egitto non consenta di pronunciarsi con altrettanta sicurezza, un discorso dello stesso genere sembrerebbe valere anche per la Mesopotamia. L’Asia centrale è stata oggetto di un antico popolamento europide le cui tracce sono oggi le mummie ritrovate nel deserto del Takla Makan, mummie dalle caratteristiche europee e stranamente “celtiche”, le iscrizioni nelle oasi del bacino del fiume Tarim in lingua tocaria (lingua indoeuropea del gruppo centum) e con ogni probabilità le popolazioni “europee” e bionde che ancora oggi abitano le alte valli del Pakistan e dell’Afghanistan settentrionali, i Kalash e gli Hunza. Le scoperte più interessanti si fanno forse analizzando la cultura tradizionale cinese: essa è dominata da due “religioni” (che però sono piuttosto delle filosofie di vita), il taoismo e il confucianesimo. Ora, bisogna rilevare che mentre il taoismo è simboleggiato dal bufalo d’acqua, il simbolo del confucianesimo è il cavallo.

Il confucianesimo è soprattutto una religione civile, un’etica basata sul rispetto degli antenati, delle tradizioni, della figura imperiale, del senso di appartenenza a una comunità, dei doveri che esso comporta. Mentre il bufalo rappresenta il sud (dove è largamente impiegato nei lavori delle risaie), il cavallo rappresenta il nord, e qui il riferimento è ai cavalieri nomadi delle regioni settentrionali che gli imperatori cinesi arruolavano nei loro eserciti, e da qui deriva l’impronta “militare” del confucianesimo. Ora, questi cavalieri, è dimostrato, erano spessissimo non mongoli ma europidi: popolazioni indoeuropee, turaniche, unne. C’è dunque alla base della cultura cinese che ha reso possibile l’edificazione di uno dei più vasti e longevi imperi di questo pianeta, perlomeno un elemento culturale di origine caucasica. Io vorrei comunque evidenziare il fatto che le popolazioni estremo-orientali sono degne di ben altra considerazione rispetto a quelle subsahariane, a differenza di queste ultime, hanno dimostrato quanto meno una grande capacità di apprendere, conservare, tramandare, applicare, che vediamo attualmente all’opera anche nel modo in cui si sono impadronite della tecnologia occidentale moderna. Non è possibile fare il confronto con gli stati africani ex coloniali a cui gli antichi colonizzatori hanno lasciato industrie, produzione agricola razionale, ottime infrastrutture, eccellenti costituzioni, e che nel giro di pochi decenni sono ricascati nello stato di arretratezza anteriore alla colonizzazione e che, in ultima analisi, non è altro che la loro condizione naturale. Un caso particolare è rappresentato dal Giappone. In età preistorica il tipo umano del Sol Levante era rappresentato da popolazioni caucasiche conosciute come Jomon, di cui i bianchi Ainu che ancora oggi vivono nell’isola di Hokkaido sono probabilmente un residuo. Con l’andare del tempo, attraverso i contatti con le popolazioni del continente, questo tipo umano ha subito una progressiva mongolizzazione, oggi dominante per quanto riguarda l’aspetto fisico, ma a livello animico e psicologico c’è da pensare che esso mantenga una fisionomia caucasica che lo distacca in maniera netta dagli altri asiatici orientali. Non stupisce che negli anni del secondo conflitto mondiale i Giapponesi si siano schierati sulla base dell’affinità con il tentativo di riscossa europeo contro l’aggressione democratico-comunista. Si può dire di più, nel codice etico dei samurai, il bushido, noi riconosciamo qualcosa di fondamentalmente indoeuropeo, paradossalmente di più di quel che troviamo nella nostra cultura inquinata da fortissimi elementi semitici, a cominciare dal cristianesimo.

Le civiltà precolombiane delle Americhe ci richiamano a un discorso analogo: una base caucasica è tutt’altro che da escludere. La più antica cultura litica americana conosciuta, la cultura Clovis non presenta nessuna somiglianza con quelle siberiane, ed è invece affine a una cultura europea, quella solutreana. E’ stata avanzata l’ipotesi che prima dell’arrivo di popolazioni mongoliche attraverso lo stretto di Bering, in età glaciale, cacciatori di foche solutreani avrebbero raggiunto l’America dall’Europa costeggiando la banchisa artica che allora esisteva tra i due continenti. L’idea di un arrivo dall’est è rafforzata dal fatto che i siti Clovis ai trovano prevalentemente sulla costa orientale delle Americhe. A Kennewick nello stato di Washington sono stati poi ritrovati i resti risalenti a novemila anni fa, di un uomo, l’uomo di Kennewick, appunto, dalle caratteristiche chiaramente caucasiche. Ma la prova risolutiva anche stavolta è venuta dallo studio del DNA: circa un terzo del genoma degli Amerindi è riconducibile al tipo eurasiatico settentrionale, cioè quello che costituisce la stragrande maggioranza del patrimonio genetico degli Europei. Là dove un’influenza caucasica non è percepibile: l’Africa subsahariana, l’Australia aborigena, la Nuova Guinea, vediamo che fino all’arrivo dell’uomo bianco i nativi non si sono scostati di un millimetro dal paleolitico. E’ interessante quello che hanno rilevato gli archeologi australiani studiando le “culture” aborigene: la loro storia si divide in due fasi, da 50 a 30.000 anni fa, quella degli attrezzi senza manico, da 30.000 anni fa in poi, quella degli attrezzi col manico. Ventimila anni per inventare il manico, questo ci dà l’esatta misura della creatività dell’uomo non caucasico. Oggi l’esistenza stessa dell’homo europeus è minacciata da un declino demografico provocato, dall’immigrazione, dal meticciato, tutti elementi di un piano che punta al nostro progressivo annientamento. Se questo piano riuscisse, l’umanità che sopravviverebbe sarebbe tale solo dal punto di vista zoologico.

NOTA: Fra i molti monumenti che si potevano scegliere per rappresentare la civiltà europea, mi è sembrato opportuno scegliere la triade capitolina, uno dei simboli più pregnanti della romanità. L’unità del nostro continente realizzata sotto Roma rappresenta forse uno dei momenti più alti dello spirito europeo.

Fabio Calabrese

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Categorie: Ahnenerbe, Tradizione Classica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 13 novembre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Roberto Fattore

    Eccellente articolo, come sempre! Forse le antichissime elite egiziane erano provenienti dall’Europa in seguito ai disastri seguiti alla fine dell’ultima glaciazione. Le piramidi della Bosnia appaiono oggi ricoperte di terra, quasi fossero colline naturali, ma si pensa che siano state ricoperte in quel modo dalla marea di fango e detriti dovuta al disgelo della calotta glaciale, quando enormi laghi glaciali riversarono le loro acque sui territori circostanti. I costruttori di quelle piramidi possono essersi rifugiati in Egitto, dove, forti delle loro conoscenze, acquisirono il dominio sulle popolazioni locali ed eressero le piramidi che oggi conosciamo

  2. Fabio Calabrese

    Quella da lei esposta, caro Fattore, è un’idea molto interessante, senz’altro meritevole di ulteriori approfondimenti. Io negli articoli precedenti di questa rubrica mi sono già occupato delle piramidi di Visoko in Bosnia. All’occasione, vedremo di tornare sull’argomento.

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