Ostia e dintorni – Umberto Bianchi

Ostia e dintorni – Umberto Bianchi

Il litorale romano sembra stia tornando a vivere una vera e propria stagione d’oro, anche se, diciamocelo pure, un po’ in ritardo con gli appuntamenti della bella stagione. Le calde giornate estive e quelle tiepide autunnali hanno lasciato il posto a fredde e ventose giornate invernali. La novità non sta pertanto nel clima e nella fruizione di dì assolati ma, nel gran baccano mediatico che si sta facendo attorno alla cittadina balneare. “Qualcuno” ha scoperto che ad Ostia criminalità e degrado la fanno da padrone e, animato da un improvviso afflato di “iustitia”, ha deciso che la cosa dovesse finire lì.

D’improvviso la cittadina litoranea è divenuta teatro di manifestazioni, marcette, defilè, con tanto di “sindaca” in testa ed ora anche una sovrabbondante presenza di tutori di Forze dell’Ordine in gran dispiegamento. Qualcuno aveva addirittura proposto la presenza dell’esercito nelle vie di Ostia ma, al nostro Prefetto la cosa è sembrata un po’ troppo eccessiva anche in questa grave situazione, preferendosi l’adozione di una “linea dura” sostanziale, esplicitata in una massiccia presenza di tutti i rappresentanti delle Forze dell’Ordine su quel territorio. “Ostia è mafiosa”, “Ostia è violenta”, nei suoi quartieri-dormitorio si annidano centrali di oscuri traffici di armi e droga. “Mio Dio” urlano le vocette stridule dei buonisti e dei giustizialisti dell’ultima ora. E già. Perché se non ve lo foste dimenticato, cari i nostri sceriffotti, Ostia con i suoi problemi esiste da molti decenni. Quella che, da algida cittadella balneare del Ventennio, negli anni del boom economico, era stata impostata a città da set cinematografico, dotata un ampio skyline di eleganti stabilimenti balneari, affiancato da ampi spazi vuoti e da costruzioni in stile razionalista e modernista, realizzati quasi su una falsariga holliwoodiana. Il tutto circondato dal muro verde della Pineta di Castelfusano e della prospiciente riserva presidenziale. Aree verdi e silenziose, lunghe spiagge orlate da macchia mediterranea, costruzioni moderne e stabilimenti eleganti oltre ad un suggestivo parco archeologico, avrebbero fatto di Ostia e delle vicine cittadine del litorale come Torvaianica e Fiumicino, un vero e proprio “buen retiro” per i romani ed una gradevole sosta per le moltitudini di turisti in visita alla Città Eterna.

Invece… con gli anni e con le giunte di centro-sinistra che governavano il Paese intero, si è proceduto ad una graduale opera di brutalizzazione dell’intero contesto del litorale romano. Al posto delle raffinate architetture Liberty e Razionaliste si è voluto cementificare ed edificare a ritmo di vertigine nel nome di un’edilizia “popolare” che, di tale poco o nulla aveva, se non il fatto di averci ficcato frettolosamente tante, troppe famiglie di meno abbienti a  cui venne propinata l’illusione di vivere in un contesto “popolare” e “moderno” ma che, presto avrebbe rivelato il suo vero lato di gabbie di squallore ed alienazione. Speculazione, fretta, incuria, fecero ben presto del litorale romano una zona sporca e degradata. Le spiagge sovraffollate ed inquinate, le costruzioni fatiscenti, lasciate a sé stesse, l’abusivismo ed altri mali, costituirono il naturale humus per lo sviluppo di situazioni di marginalità e di degrado sociale. La Ostia di “Amore tossico”, ma anche quella della froceria delle spiagge libere e dell’Idroscalo di Pasolini, divennero il simbolo del degrado di un Paese intero che, nel seguire le suggestioni della sinistra progressista, si era messo sulla china di una irrefrenabile putrefazione economica e sociale. D’altronde, negli splendidi anni del suo governo in coabitazione con la Diccì, la Sinistra, come sempre d’altronde, aveva fatto suo l’ideale che bello fosse il brutto, lo sporco, il cattivo.

Una concezione che, anche nella cinematografia, aveva trovato i propri degni epigoni. I Nino Manfredi, gli Alberto Sordi, le Anna Magnani ed altri ancora, erano gli eterni perdenti della vita, i furbetti, gli sfigati, i deformi, in questo accontentando quella concezione malaticcia dell’esistenza che, tuttora ed oggi più che mai, accomuna cattolici e progressisti. Uscimmo dalla guerra perdenti e tali dovevamo rimanerlo. “Ladri di biciclette” non solo politicamente, ma anche e specialmente in quella formazione culturale, che dovrebbe plasmare l’individuo da atomo elementale di una massa informe a Popolo cosciente dei propri diritti e che, invece, fece proprio il contrario, per la gioia e la letizia dei nostri padroni d’Oltreoceano. “Ladri di biciclette”, rinchiusi in grigi palazzoni senz’anima, nel nome di un’esistenza degradata, alienante, senza sbocchi umani e lavorativi, che non fossero l’alternativa tra un duro sfruttamento e la raccomandazione e pertanto esposti a qualsiasi pulsione atta al travisamento ed all’abbattimento di regole oramai logore e senza senso…E vi meravigliate tanto che ad Ostia vi siano criminalità, mafia o quant’altro? Suvvia, miei cari, piccoli, ipocriti, smettetela di battervi il petto, smettetela di additare al mostro il primo malcapitato, povero malfattore e provate a farvi un esame di coscienza ed assumervi le vostre tremende responsabilità. Richiesta questa che, sicuramente cadrà nel vuoto.

Il problema è che, quando hanno visto che, elettoralmente parlando, Ostia rappresenta un po’ la metafora di quello che potrebbe tra un po’ accadere a livello nazionale, quando hanno visto che forze politiche non conformi come Casa Pound, hanno cominciato ad insidiare quelli che, loro credevano essere esclusivi domini fonti di eterne rendite elettorali, lì i nostri signorini hanno scoperto l’esistenza del crimine e del male ed hanno ricominciato a fare ciò che meglio sanno fare, cioè levare alti strilli e coretti di indignazione. Ma, probabilmente strillare ed urlare servirà a poco o, comunque, costituirà unicamente un palliativo per distrarre lì per lì. Stavolta il limite è stato superato e la gente non ne può più.

Sappiatelo dunque e prendetene atto: le vostre “giose macchine da guerra” si sono impallate, il meccanismo del consenso facile e quasi totale si è bloccato sulle vostre contraddizioni, sulle vostre sfacciate ingiustizie, sul vostro rapace e sfacciato attentare alla vita ed al benessere di una comunità nazionale. Imporre governi non eletti, tasse, gabelle, sanzioni, prezzi alti, sfrattare, sfruttare, importare masse di stranieri per sostituire la mano d’opera nostrana,  imporre cure, vaccini, controlli e spacciarlo quale successo, tutto questo non può durare.

Dove questo malcontento porterà, ancora non si può dire ma, statene certi,un primo passo in direzione del recupero di quella tanto agognata e perduta sovranità, si sta silenziosamente compiendo ed i risultati non tarderanno ad arrivare.

UMBERTO BIANCHI

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Categorie: Attualità

Pubblicato da Ereticamente il 29 novembre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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