Osservazioni sul populismo – Fabio Calabrese

Osservazioni sul populismo – Fabio Calabrese

NOTA: L’articolo che segue l’avevo redatto diverso tempo fa, subito dopo “Loro avevano le idee chiare”, del quale è in un certo senso una prosecuzione (vi avevo promesso infatti di approfondire il discorso sul populismo). L’avevo tolto dalla programmazione degli articoli per “Ereticamente” assieme ad un altro che seguirà a breve, subito dopo la prossima Ahnenerbe, Oscillazioni, perché in esso parlo in termini non proprio elogiativi del Movimento Cinque Stelle, ma dopo che il M5S ha contribuito a far arenare il progetto di legge sullo ius soli, mi era sembrato opportuno attuare quella che i filosofi antichi chiamavano epoché, una sospensione del giudizio. In altre parole, ho fatto mio il detto: “Non importa che il gatto sia rosso o nero, importa che mangi il topo”.

Tuttavia le recenti dichiarazioni rilasciate da Luigi Di Maio nel frattempo succeduto ufficialmente a Beppe Grillo alla guida di questa formazione nel corso dell’intervista televisiva concessa al programma “Che tempo che fa” domenica 12 novembre, al conduttore Fabio Fazio non danno adito a dubbi di sorta: non solo ha confermato la vocazione sinistrorsa del M5S, ma ha spiegato che quest’ultimo ha stoppato il progetto di legge del PD sullo ius soli unicamente per portarne avanti uno ancor più favorevole agli invasori travestiti da risorse. Non c’è quindi nessun dubbio: i Cinque Stelle (ma quale guida Michelin gliele ha mai date?) vanno considerati in prima fila tra i nemici dell’Italia e quindi nostri nemici. Seguendo le più recenti evoluzioni del dibattito politico, una cosa salta agli occhi in misura sorprendente: se c’è una parola che oggi sembra diventata di moda, è la parola populismo, oggi sembra che lo spettro del populismo percorra l’Europa e non solo l’Europa in misura ancora maggiore di quanto non facesse secondo Marx lo spettro del socialismo alla metà del XIX secolo, e notiamo subito che nessuno o quasi si definisce populista, ma quest’ultima è perlopiù un’etichetta che ciascuno riceve dai propri avversari politici.

Apprendiamo così che la scelta della Gran Bretagna di staccarsi dall’Unione Europea è stata una scelta populista, che un forte movimento populista ha portato negli USA contro le previsioni e i giochi già fatti in partenza Donald Trump alla Casa Bianca, che sono etichettati come populisti i movimenti che in tutta Europa di oppongono all’immigrazione, che in Italia sono variamente etichettati come populisti la Lega Nord di Salvini e il Movimento Cinque Stelle di Grillo. Concludendo un mio precedente articolo, Loro avevano le idee chiare, mi ero ripromesso di darvi un’analisi del concetto di populismo, bene, ora è il momento di farlo.

Ricorderete probabilmente che, sempre sulle pagine della nostra “Ereticamente”, anni fa avevo pubblicato un articolo, “Euroscettici e populisti” nel quale vi invitavo a non avere timore di queste etichette frequentemente usate dai nostri avversari nei nostri confronti. Riguardo all’euroscetticismo non occorre spendere molte parole. Io, e con questo credo di esprimere un sentimento largamente condiviso da voi, credo profondamente nell’Europa, nei suoi popoli, nelle sue tradizioni, nella sua cultura, nel suo valore etnico e antropologico. Ciò invece su cui si appunta il mio (e credo di poter dire il nostro) scetticismo, è la cosiddetta Unione Europea. Quest’istituzione non è e non rappresenta affatto l’Europa, è sostanzialmente un consorzio di banchieri e di affaristi, di speculatori dell’alta finanza parassitaria internazionale che, dietro la maschera, l’alibi dell’unificazione del nostro continente, sta portando avanti una politica intesa a saccheggiare i popoli europei delle loro risorse e a schiavizzarli, non solo, ma a distruggere la loro identità etnica-biologica favorendo l’immigrazione e la sostituzione etnica secondo i dettami del piano Kalergi.

L’UE, potremmo dire, è l’Europa tanto quanto un tumore è l’uomo che ne è affetto, ed esattamente come un tumore, ci porterà alla morte come popoli se non tempestivamente estirpata. Il concetto di populismo richiede invece, probabilmente un’analisi ulteriormente approfondita. Riguardo ad esso, sentiamo per prima cosa quel che dice l’oracolo dei nostri tempi, Wikipedia:

Il populismo è un atteggiamento culturale e politico che esalta in modo demagogico e velleitario il popolo, sulla base di principi e programmi generalmente ispirati al socialismo”.

Soffermiamoci su questa definizione, perché nella sua vaghezza c’è palesemente un “non detto che uccide”. Non occorre essere grossi esperti di etimologia per sapere che “democrazia” è un termine che deriva dal greco che significa “potere popolare”, e allora, se dovessimo prendere questa definizione alla lettera, resterebbe davvero un mistero come mai rivolgersi al popolo, volerlo protagonista del proprio destino, considerarlo il soggetto privilegiato e il destinatario naturale dell’agire politico, debba essere “demagogico e velleitario”, non solo, ma che a giudicare dall’uso che ne fanno, “il populismo” sia una specie di summa di tutto ciò che i democratici aborrono e schifano. In realtà svelare l’arcano non è difficile: semplicemente la definizione di “potere popolare” e anche tutte le altre che chiamano in causa “i diritti umani” e “le libertà civili” nella concretezza delle cose non si attagliano minimamente al tipo di regimi oggi diffusi nel cosiddetto mondo occidentale che passano sotto il nome di democrazie. Nella realtà dei fatti, quelle che noi oggi chiamiamo democrazie non sono altro che feudi o proconsolati del dominio statunitense sull’Europa e su altre parti di questo sciagurato pianeta. Il recente inquilino della Casa Bianca, più abbronzato e più incauto di coloro che l’hanno preceduto, non molto tempo prima di concludere il suo secondo mandato aveva dichiarato che “Il grado di democrazia di un Paese si riconosce dal grado di amicizia verso gli Stati Uniti”.

“Amicizia”, naturalmente, è un vocabolo del lessico orwelliano, se si ha la presunzione di chiamare amicizia un rapporto dominatore-sottomesso. Quanto al consenso popolare, in realtà non ha molto significato al di fuori di una politica intesa a tutelare, proteggere, far crescere il popolo-nazione come entità etnica, storica e culturale (cioè l’esatto contrario di quella delle attuali democrazie), non è mai stato difficile indurre la plebe ad applaudire il tiranno di turno, lo è meno che mai nella nostra epoca di plagio mediatico. Libertà civili e diritti umani, sappiamo bene che non esistono per gli oppositori del sistema, per chi vuole rimettere in discussione la leggenda olocaustica o per chi denuncia il piano Kalergi, sappiamo che esistono leggi che proibiscono addirittura di pensare queste cose in regimi che hanno la faccia tosta di proclamare astratti principi di libertà nelle loro costituzioni. Forse, ciò che la democrazia in realtà è, lo svela meglio di tutto un commento che mi è capitato di raccogliere su facebook a proposito della Brexit, la decisione estremamente razionale e giustificata del popolo britannico di liberarsi dalla trappola della UE. Un (o una) tale di sinistra commentava che “per fortuna” la nostra costituzione (“la più bella del mondo”) “ci protegge” dalla possibilità di prendere una decisione simile, perché vieta il referendum sui trattati internazionali. A parte il fatto che la UE non è altro che una trappola dalla quale sarebbe meglio uscire al più presto, questo ci dà l’esatta misura del modo in cui i democratici considerano il “popolo sovrano”, un’accozzaglia di bambini deficienti bisognosi di essere guidati per manina.

Come abbiamo visto non solo in Loro avevano le idee chiare, ma in tutta una serie di scritti precedenti, in particolare quelli compresi sotto il titolo de La mutazione genetica, nell’ultimo trentennio l’evoluzione di quella che ci ostina a chiamare la sinistra, in Italia, in Europa, dappertutto, è andata nel senso dell’abbracciare i principi liberisti dell’economia di mercato e nella completa saldatura fra essa e gli interessi del ceto capitalista finanziario internazionale, che del resto aveva già abbondantemente favorito con una politica tesa a colpire il ceto degli imprenditori medi e piccoli, nel segno del cosmopolitismo mondialista. Questo ha comportato il tracollo delle vecchie destre conservatrici perché per i signori dell’alta finanza che manipolano il potere dietro le quinte, e dominano la BCE e attraverso essa la cosiddetta Unione Europea, “le riforme” che poi sono sempre privatizzazioni e cessioni di sovranità nazionale, è sempre più conveniente farle fare a loro, che molta parte delle classi popolari continua a torto a considerare dalla loro parte, mentre fatte da governi di destra, spingerebbero la gente sulle barricate.

Tutto questo però ha prodotto anche un altro effetto, quello di lasciare libero uno spazio presso i ceti popolari che cominciano a essere consapevoli di non essere più rappresentati dalla sinistra, e in più occorre considerare il fatto che la politica condotta dalla sinistra in sintonia con i poteri forti, l’alta finanza mondialista, gli apprendisti stregoni del piano Kalergi, danneggia in primo luogo le classi popolari. La cosa è di un’evidenza solare in base alla legge economica della domanda e dell’offerta, l’immissione sul nostro mercato del lavoro di un gran numero di braccia a bassissimo prezzo, non può avere altro effetto che quello di deprezzare il valore del lavoro dei nostri lavoratori, anche a prescindere dal fatto che la politica dissennata della sinistra “democratica” mira a sfavorire la nostra gente a vantaggio degli immigrati, e che questi ultimi ci portano degrado, criminalità malattie, e a farne le spese sono soprattutto i ceti popolari costretti spesso a convivenze impossibili. Si capisce bene, dunque, la fobia della sinistra per “il populismo”, ossia per quei movimenti che rappresentano ed esprimono il malessere dei ceti popolari che la sinistra stessa ha tradito. Gioverà forse ricordare che il primo movimento populista, il populismo storico, potremmo dire, è stato un movimento popolare russo antecedente la rivoluzione d’Ottobre, che voleva riformare la Russia facendo leva sulle classi contadine che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione, e ha rappresentato per i bolscevichi un pericolo e un ostacolo molto più serio del fatiscente stato zarista e dei ristretti ceti aristocratici.

La definizione di Wikipedia fa riferimento anche a un’altra parola aborrita dall’alta finanza internazionale, e per conseguenza oggi anche da una sinistra attualmente radicata soprattutto nell’intellighenzia borghese radical-chick: “socialismo”. Una politica davvero identitaria e populista non potrebbe essere altro che socialista, nel senso preciso che le politiche economiche volute dal capitalismo mondialista per distruggere le comunità nazionali, vanno nel senso del liberismo, delle privatizzazioni, del depotenziamento degli stati nazionali a meri gusci vuoti anche dal punto di vista economico, che è assolutamente complementare alla perdita di conquiste sociali e di diritti da parte delle classi popolari. Una politica realmente popolare e identitaria non può presentarsi altro che come un’inversione di tendenza rispetto a questa politica che ha prodotto l’effetto di arricchire sempre di più i ricchi e di impoverire sempre di più i poveri. Non si tratta di tornare a Marx; il marxismo metteva o cercava di mettere assieme due ingredienti incompatibili, il socialismo e l’internazionalismo. Finché è esistita l’Unione Sovietica, il “socialismo internazionalista” dei Paesi satelliti ma anche dei partiti comunisti europei era pesantemente sbilanciato a favore dell’Unione Sovietica stessa. Scomparso l’impero sovietico, l’internazionalismo-cosmopolitismo-mondialismo ha agito come un acido che ha dissolto l’elemento socialista di cui oggi la sinistra non conserva più traccia. Si tratta di portare avanti un altro tipo di socialismo, il nostro, il socialismo nazionale, quello radicato nella comunità nazionale che ovviamente deve dotarsi di mezzi di difesa contro l’aggressione del grande capitale internazionale mondialista e apolide.

Una domanda che a questo punto si presenta spontanea, è: se il populismo nasce come risposta spontanea al tradimento delle classi lavoratrici da parte della sinistra, come fa ad esistere un populismo di sinistra? Infatti c’è, ma è un falso populismo, un trucco. L’unico movimento “populista di sinistra” che conosciamo, infatti, è il Movimento Cinque Stelle, l’ineffabile creatura dell’ex comico Beppe Grillo e di Roberto Casaleggio. La storia del movimento “grillino”, la sua comparsa improvvisa e la sua crescita mediatica esponenziale nel giro di pochi anni fino a diventare una presenza ingombrante della scena politica italiana, senza d’altra parte concludere ben poco o nulla al di là dei proclami urlati, per di più la storia di un movimento cresciuto attorno a un ex comico, un uomo mediatico di mestiere, guarda caso, dovrebbero destare già di per sé sospetti, e ancora maggiori ne dovrebbe destare il fatto che i media di regime, il cui primo compito è sempre consistito nel gettare nell’ostracismo e nell’oscurità tutto quanto potrebbe essere pericoloso per il sistema, alle Cinque Stelle hanno sempre offerto visibilità e grancassa. Ma non occorre stare a lambiccarsi il cervello, poiché sono proprio i dirigenti del Movimento a svelare coram populo l’arcano. A me la storia ricorda molto La medium di Manzotti. Anche dopo che Madam di Tebe ha mostrato i suoi trucchi, i fili che fanno ballare i tavolini, i clienti-discepoli continuano a implorare “Madam, ancora una seduta, ancora un’ultima seduta!”

Con i Cinque Stelle è esattamente la stessa cosa: Beppe Grillo l’ha dichiarato pubblicamente più volte: il Movimento esiste per “tenere a sinistra”, e quindi in una dimensione sterile, improduttiva e non pericolosa per il sistema un malessere e una protesta che normalmente avrebbero preso tutt’altre direzioni, per impedire che in Italia possa nascere qualcosa di simile ad Alba Dorata in Grecia, cioè la nascita di un movimento realmente identitario che possa impensierire le propaggini locali del potere mondialista, e il suo delfino in pectore, Luigi Di Maio ha recentemente ripetuto dichiarazioni dello stesso tipo, e d’altra parte cos’altro ci potrebbe mai aspettare da un movimento che recluta la sua manovalanza fra la feccia dei Centri Sociali?

Fa specie, davvero specie, che vi siano perfino persone dell’Area che guardano con simpatia a questo movimento-patacca autentico quanto una moneta da tre euro. Si tratta probabilmente di una reazione da parte di alcuni di noi alla situazione che ci siamo trovati addosso per lunghi anni, all’epoca della Guerra Fredda, quando l’esigenza della lotta anticomunista ci costringeva ad appiattirci su posizioni di “destrismo” e “missismo”. Tuttavia quei tempi sono ormai trascorsi, ed esagerare in senso opposto non serve a nulla. Io non voglio dire che “Il domani appartiene a noi” come la celebre canzone del film Cabaret, una previsione che se era sensata all’epoca in cui la pellicola è ambientata, nel tragico presente che oggi viviamo, suona davvero fin troppo ottimistica. Dico solo che o il domani apparterrà alle forze identitarie e “populiste” che in tutta Europa si opporranno ai disegni dell’alta finanza mondialista e alla sostituzione etnica, forze che non potranno lasciare alcuno spazio a tendenze “democratiche” e “di sinistra” che si sono rivelate solo vergognose e letali ipocrisie, oppure non ci sarà nessun domani, perché il giorno che le popolazioni native europee saranno state sostituite da una turba allogena, sarà rimasto soltanto il cadavere del nostro continente.

Fabio Calabrese

 

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Categorie: Politica

Pubblicato da Fabio Calabrese il 20 novembre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all’attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell’Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L’uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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