Il bottino di un mercenario – Mario Michele Merlino

Il bottino di un mercenario – Mario Michele Merlino

Il nome in codice è ‘Dragon Rouge’. Ufficiali americani e belgi, con base a Bruxelles, ne hanno studiato e programmato l’operazione. Dodici giganteschi C-130E sono a disposizione per il trasporto di paracadutisti al comando del colonnello Charles Lau-rent. Aerei Usa, truppa belga. Intervento legittimato, si fa per dire, dal governo del Congo (dove la legalità è un eufemismo da quando l’ex colonia ha ottenuto il 30 giugno del 1960 l’indipendenza); motivato da scopi umanitari (magari sottacendo gli e-normi interessi economici per un territorio ricco di risorse minerarie e, al contempo, neutralizzare ogni ingerenza sovietica), tesi a liberare gli ostaggi ‘bianchi’ in mano ai ribelli simba. Meta: la città di Stanleyville.

“Faremo dei feticci con il cuore degli americani e dei belgi e ci vestiremo con la loro pelle”, dichiara Christophe Gbenye, seguace di Lumumba e suo erede, e dalla radio ribelle “In caso di bombardamento mangeremo tutti gli ostaggi”. Minacce concrete – quando erano entrati in città, guidati dal generale Olenga, vi si trovavano ancora in mille e seicento non congolesi di varia nazionalità, in gran parte belgi, monaci suore addetti d’ambasciata commercianti famiglie nate e vissute da sempre in quei luoghi. Immediatamente prelevati dalle loro abitazioni e rinchiusi in attesa d’essere finiti in ‘in un bagno di sangue’. E ne avevano dato prova. Nella marcia d’avvicinamento, in località quali Bambesa o Bunia, le donne bianche erano state stuprate (e la monaca, suor Maria Teresa,uccisa a colpi di baionetta per aver dato uno schiaffo ad un nero che voleva violarla), gli uomini torturati e massacrati e, particolare accanimento, era stato riservato ai frati.Alle prime luci dell’alba dei 24 novembre 1964, i primi cinque aerei sorvolano la città e, in soli sessanta secondi, si lanciano sull’aeroporto trecentoventi paracadutisti con lo stesso colonnello Laurent a comando. Compito prioritario sgombrare la pista dagli ostacoli ammucchiati di vario genere e consentire così, in rapida successione, ad altri sette aeroplani di atterrare con duecentoventicinque uomini e due jeeps armate di mitragliatrici. Intorno alle sette del mattino l’aeroporto è in loro possesso e, a passo di corsa, i reparti si muovono in direzione della città. Non basta ad impedire come, prelevati una parte dei prigionieri – in fila per tre e in numero di duecentoquaranta – i simba li spingano, servendosene quale scudo umano, alla periferia là da dove si stanno avvicinando i ‘liberatori’. Di fronte, però, all’arrivo dei parà aprano il fuoco e poi, dato mano al coltello, fare scempio dei corpi e darsi alla fuga. Ventidue, fra cui quattro donne e due bambine, i cadaveri insanguinati; altri centotrenta assassinati e straziati saranno ritrovati in diverse zone di Stanleyville. Poche ore dopo fa ingresso in città la colonna di Michael Hoare che, a marce forzate, hanno liberato Kibombo (quattro dei cinque residenti europei sono stati ammazzati) e Kindu, in modo così fulmineo, che i ribelli non sono riusciti nell’intento di scannare i centoventicinque bianchi in loro mano. Ed ora inveiscono contro gli USA e i belgi perché, è la loro opinione, si sarebbero potute risparmiare maggiori vite se l’operazione fosse statacondotta solo per via di terra e a loro affidata. I simba, sempre a loro dire, si sarebbero allertati alla vista degli aeroplani, di cui hanno particolare terrore, molto meno per l’avanzare di una colonna in marcia.Si sa, del resto, come tra le truppe dell’ONU e affini e i mercenari – gli affreux (gli orribili) in gergo – non corre particolare simpatia. Uno dei loro comandanti, Michael Hoare, appunto, è cittadino sudafricano, odia tanto i nazionalisti neri del suo paese quanto osteggia il comunismo sotto ogni veste si manifesti. Così i suoi uomini, tante le nazionalità, ma, accanto all’anticomunismo, sono accomunati nel combattere la svendita che, di fatto, l’Europa sta facendo della propria funzione secolare in Africa,di civiltà e primato dell’uomo bianco, del suo porsi prona ai dettami dell’ONU e nel farsi sostituire dagli interessi USA. Vi è poi spirito d’avventura sfida al pericolo rifiuto dell’esistenza borghese… Fra questi ultimi, ‘con la sua fedele 12,7’ – mitragliatrice pesante montata su una ca-mionetta Ford – c’è Girolamo Simonetti. ‘Noni’, come veniva soprannominato. Con dei lineamenti fini e pur decisi, il fisico asciutto e robusto. Dava l’impressione essere un po’ sbruffone, l’aria e il gesto strafottenti, a nascondere l’inquietudine che si por-tava dentro e caratterizzava molti di noi. Simili a pulcini bagnati, usciti dal guscio di una esistenza, ‘aurea prigione’, famiglie piccolo-borghesi di cui ci sentivamo come in gabbia, troppo protetti e vincolati a principi esangui e formali. L’insofferenza tanta, compagna dell’adolescenza come i brufoli e la prima macchia bianca sul lenzuolo. Poi, con gli anni, la si tacita le si fa il verso – amara l’ironia – ci si convive con‘mutua, televisore, salotto e doppio mento’ e qualche compromesso di troppo.(Oggi, nella volgarità dilatata e onnivora del presente, mi viene sovente da pensare che forse quella educazione rappresentava, con il suo insistere su decoro ed onestà, l’estrema trincea di un mondo in estinzione. Eravamo, illusi, alla ricerca del lucernaio da dove sentirci prossimi alle stelle, siamo sprofondati nelle fogne in compagnia di topi e liquame).

Girolamo, no. Senza chiasso, roboanti proclami, gli occhi dilatati verso sogni di terre lontane, fedele alla giovinezza eterna – là dove l’eco della Tigre di Mompracem e del Corsaro Nero non s’erano spenti, prese il treno per Bruxelles e, ‘solo verso sera che, sotto una pioggia battente, entriamo nel bar Le fantassin…’. Il resto lo si può leggere ne Il bottino del mercenario, pubblicato anni dopo (1987), che sa preservare il clima d’avventura e lo spiritaccio che l’animava. Fedele, dunque. Ottobre 1960, gli studenti in agitazione e in sciopero e, in massa, in lunghi cortei a difesa dell’italianità dell’Alto Adige – a ripensarci, tardivo senno del poi, battaglia di retroguardia, sentimenti d’ardente giovinezza per eco di un nazionalismo anch’esso tardo a morire. A Villa Borghese le cariche della celere. Sedici anni. Mi trovo a fianco Roberto e Girolamo in fuga nei prati e fra le panchine del Parco dei daini. Ci si lega – anni dopo leggerò in Gilles di Drieu la Rochelle come l’amicizia sia figlia del pericolo. Il 15 ottobre, tutti e tre si va in via Quattro Fontane, a Palazzo Del Drago, dove sono i locali della Giovane Italia. Inizio formale di militanza mai dismessa.

Con Roberto siamo rimasti in contatto. Girolamo ad altro orizzonte aveva deciso di spendere gli anni della giovinezza… Stanleyville, come s’è detto, era nelle mani degli uomini di Antoine Gizenga e Pierre Mulele, proclamatisi i simba (cioè leoni), armati di modernissimi mitragliatori cinesi ed esaltati dalla ‘mai Mulele’(l’acqua di Mulele), una postura magica e capace di trasformare le pallottole del nemico in inoffensive gocce d’acqua. Guidate da Mike Mad Hoare e Jean Schramme, un colono belga che all’aratro aveva sostituito il mitra, due colonne di poche centinaia di ardimentosi ciascuna, mercenari bianchi e Katanghesi rimasti fedeli a Moise Ciombè, in esilio dorato in Spagna, si erano mosse a tenaglia e aprendosi la strada sparando su chiunque ten-tasse di impedirne il cammino. Sorta di gara per chi arrivasse primo.

Negli anni successivi, quando rientrava a Roma, spendeva tutti i soldi guadagnati con il sangue anche proprio (era stato ferito nei pressi del lago Tanganika, mi sembra) disinvolto e generoso; affastellava cimeli del folklore africano alle pareti dell’appartamento di via Montebello, che condivideva con la madre; arricchiva la sua collezione di fotografie. Rari i momenti d’incontro. L’ultimo in Calabria, a Briatico, dove trascorrevo le vacanze nell’agosto dell’’89 o del ’90. Asciutto e taciturno. Da tempo viveva in Argentina e si apprestava a tornarvi. Si congedò con un rude abbraccio una stretta di mano un ‘addio’ a cui non diedi importanza. Mi hanno riferito come, pochi mesi dopo, abbia deciso liberamente di uscire di scena, nella consapevolezza o nel timore di portarsi dentro uno di quei mali che non danno scampo. Per ‘entrare nella morte ad occhi aperti’, come suggerisce Adriano, l’Imperatore…

Sfoglio Il bottino del mercenario e, ancora una volta, mi soffermo là dove egli scrive: ‘ … una foresta africana, una pozza d’acqua salmastra per dissetarci, una logora divi-sa kaki che rappresenti qualcosa di nostro’ (e mi vengono a mente questi pochi versi di Cesare Mazza, già Scuola di Mistica fascista: ‘Così ho sempre voluto vivere. – Così voglio morire – come un povero – in cammino, – con pane e dinamite nella bisaccia’) e ‘fermamente determinati nel lasciare, quanto prima, questo pianeta da cui ci sentiamo del tutto estranei’. Presago. Ed io non oso guardare allo specchio i miei capelli la barba bianca gli occhi stanchi il viso rugoso e l’incedere malfermo…

Mario Michele Merlino

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 30 novembre 2017

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell’entrata degli alleati, quindi ‘obbligato’ per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè ‘geniale’… con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande…

Commenti

  1. Robert

    Bell’articolo,inesatto ma bello. Nony forse lo avrebbe apprezzato.
    Ciao
    Robert Muller

  2. mario michele merlino

    hai ragione. ho dovuto muovermi con i ricordi e spezzoni di letture ormai lontane. voleva essere solo una sorta di omaggio o poco più. cmq mi fa piacere che l’apprezzi.

  3. mario

    grazie mario. mario

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