A.O.I.: “a noi” oppure “ahi… noi”? – Gianluca Padovan

A.O.I.: “a noi” oppure “ahi… noi”? – Gianluca Padovan

Cominciamo con due lettere: A e O.

L’Africa Orientale comprende numerose Regioni, oggi Stati, situate geograficamente nell’est del continente africano. Con il termine generico di Africa Orientale un tempo s’identificavano vari possedimenti coloniali e nello specifico:

– Africa Orientale britannica, British East Africa, in origine composta dai territori di Kenia, Tanganica, Uganda e Zanzibar, oggi Stati indipendenti di Kenia, Tanzania e Uganda. Tra essi si può anche ricordare la Somalia inglese, Somaliland, definita come protettorato britannico dell’Africa Orientale.

– Africa Orientale Italiana, A.O.I., nel 1935 è costituita dalle allora colonie di Eritrea e Somalia italiana con la successiva annessione previa conquista militare dell’Etiopia. Oggi abbiamo gli Stati di Eritrea, Etiopia e di Somalia, quest’ultima formata dall’unione di Somalia Italiana e Britannica nel 1960.

– Africa Orientale portoghese, ovvero Mozambico.

– Africa Orientale tedesca, Deutsch Ostafrika, situata tra l’Oceano Indiano e i laghi Tanganica e Vittoria, è costituita nella seconda metà dell’Ottocento dalla Società Tedesca dell’Africa Orientale. Successivamente passa sotto il diretto controllo del governo imperiale tedesco. I territori sono perduti a seguito della Prima Guerra Mondiale e oggi corrispondono a Burundi, Ruanda e Tanzania.

– Somalia francese, Côte française des Somalis, oggi Gibuti.

Idee di grandezza.

La spinta per l’apertura di ulteriori mercati e la successiva costituzione di nuovi imperi coloniali vede numerose nazioni europee uscire oltremare dai propri naturali confini geografici. Se palesate “necessità economiche” diedero tale spinta, le motivazioni «politico-ideologiche ebbero spesso un’importanza pari a quelle economiche. Esse affondavano le loro radici in una mescolanza di nazionalismo e di politica di potenza, di razzismo e di spirito missionario. In Inghilterra, ad esempio, l’idea di appartenere a una nazione eletta, a quella che Disraeli chiamava “una razza dominatrice, destinata dalle sue virtù a spargersi per il mondo”, fu comune a scrittori come Thomas Carlyle e Rudyard Kipling e a uomini politici anche di estrazione liberale, come Joseph Chamberlain o come Charles Dilke, strenuo propagandista di una “più grande Bretagna” (Greater Britain)».1

Chi è Disraeli?

Benjamin Disraeli, conte di Beaconsfield (Londra 1804 – Londra 1881), figlio di Isaac D’Israeli, è stato scrittore e politico inglese, capo del partito conservatore; nel 1868 è Presidente del Governo, nel 1874 primo ministro. Si può ricordare che inizialmente formò il «movimento della “Giovane Inghilterra” di cui espose le idee in tre romanzi politici: Coningsby (1844), Sybil (1845) e Tancred (1847)».2

Inoltre: «Acquistò per conto del suo paese un’importante partecipazione finanziaria nella Compagnia del canale di Suez, nel 1875; inflisse una severa sconfitta all’espansionismo russo, al congresso di Berlino del 1878 e, un anno prima, fatta proclamare la regina Vittoria imperatrice delle Indie, riuscì a dare nuovo impulso alla politica coloniale».3

Il padre di Benjamin, Isaac D’Israeli (o Disraeli) (Enfield, Middlesex 1766 – Bradenham House, Buckinghamshire 1848) è stato un letterato: «figlio unico di un mercante ebreo di Cento (Ferrara), Beniamino Disraeli [nonno di Benjamin. N.d.A.], stabilitosi a Londra nel 1748».4

Beniamino Disraeli è quindi nativo di Cento, il comune dell’Emilia Romagna che diede i natali a Leone Carpi, personaggio assai interessante e utile da ricordare.

Falascià: gli ebrei d’Africa.

In Italia sembra che un dato certo sull’esistenza di comunità ebraiche in Africa Orientale, per l’esattezza in Etiopia, giunga tramite Rabbi Eliahu di Ferrara, il quale scrive ai propri figli a proposito di un incontro avuto con un ebreo etiope a Gerusalemme nel 1425.

Cosa si scrive di costoro nei successivi secoli? «Questi ebrei sono indipendenti, e sono circondati da un grande popolo, gli abissini, che portano un segno della croce sul loro volto e combattono sempre contro di loro. Questi ebrei hanno una loro lingua, che non è né ebraico né arabo, e hanno la Torà e un relativo commento orale, ma non hanno né il Talmud né i nostri Posqìm (codificatori della legge). Ho interrogato attentamente (quest’ebreo) su alcune regole, e in alcune tendono ad accogliere le nostre opinioni (quelle dei Rabbaniti) e in altre le opinioni dei Caraiti; hanno il rotolo di Ester ma non Chanukkà. Sono lontani da noi un cammino di sei mesi, e nella loro terra scorre il fiume Gozàn (…). Immediatamente successiva a queste ultime notizie è la straordinaria avventura messianica di Davìd Reuvenì, che nel 1524 si presentò a Roma alla corte del Papa, sostenendo di rappresentare una parte del popolo ebraico che viveva in un paese lontano, forte, indipendente ed armato, e proponendo al pontefice un’alleanza ebraico-cristiana, contro i Musulmani. I punti oscuri di questa vicenda sono ancora oggi numerosi (…). Quasi mezzo secolo dopo, nel 1488, R. Ovadià di Bertinoro scriveva da Gerusalemme a suo padre in Italia: “Ho saputo senza dubbio che in uno dei territori del regno del Prete Gianni… sicuramente abitano dei figli d’Israele e hanno cinque principi o re, e si dice che è più di cento anni che combattono contro il Prete Gianni, guerre grandi e poderose; ma negli ultimi tempi, purtroppo, il Prete Gianni è riuscito a prevalere, e ha loro inflitto una grave sconfitta, è entrato nelle loro terre e ha distrutto fino a quasi far scomparire il ricordo d’Israele da quel luogo”».5

Nei tempi odierni Umberto Corsini così ha detto a proposito di questi ebrei denominati Falascià: «Se della loro esistenza si hanno notizie da lontano – ne accenna ad esempio Marco Polo – la loro origine rimase e rimane avvolta nel mistero. Più se ne sa, invece, della loro lingua, vita e cultura».6

Inoltre: «Già col primo colonialismo italiano in Africa, ancora nell’epoca crispina, l’interesse rivolto ai Falascià, pur dichiarato sempre come scientifico, si colora di toni politici: è del 1888 l’invito di Flaminio Servi sul “Vessillo israelitico” a studiarne il carattere, gli usi, la lingua e la letteratura, poiché “l’Italia presto o tardi sarà padrona dell’Abissinia”, invito rivolto specialmente agli israeliti italiani i quali potrebbero suscitare nei Falascià sentimenti di amicizia per l’Italia quando essi “sapessero con quale affetto paterno sono trattati gli ebrei dalla Casa di Savoia” (…). Una favorevolezza reciproca tra Ebraismo italiano e governo italiano proprio sulla questione dei Falascià non mancava di sollevare preoccupazioni nell’Ebraismo francese che sospettava in quello italiano un diretto appoggio al colonialismo del Regno. Sostanzialmente però le varie iniziative e proposte dei circoli israeliti italiani ed europei erano rivolte, in quel periodo, ad intervenire in aiuto e sostegno del gruppo minoritario per rafforzare l’identità con strumenti idonei a risvegliarne la coscienza religiosa e a conservarne la lingua d’uso. Gli ebrei italiani ed europei vedevano nei Falascià fratelli correligionari, e questo è uno dei motivi interni e propri dell’Ebraismo».7

Dando ora uno sguardo alle etnìe che popolavano e popolano l’Eritrea vediamo che «Abissini e Tigrini professano il cristianesimo copto monofisita, i Danachili, i Baria e i Begia l’islamismo; i Cuma sono pagani».8 Oltre a costoro, presenti soprattutto in Etiopia (Abissinia), vi sono per l’appunto i cosiddetti Falascià di religione ebraica, con una parte di loro convertitasi nel tempo ad altre religioni per sottrarsi all’emarginazione e alla discriminazione.

Falasha o Falascià, dall’etiope falāšā, significherebbe «probabilmente “emigrato”, derivato del ge‘ez falasa “emigrare”. Appartenente o relativo ai Falascià, popolazioni di razza cuscitica e di religione ebraica dell’Etiopia settentrionale, distintesi nei secoli per la loro opposizione ai negus abissini; ridotte alla fine a pochi gruppi insediati nella zona tra il lago Tana e il Semien, si sono oggi trasferiti quasi totalmente in Israele».9

Dopo aver dissertato sulla derivazione e sull’utilizzo della parola Falāšā, Emanuela Trevisan Semi specifica che «sono gli Etiopi non-ebrei a chiamare gli ebrei Falāšā mentre essi chiamano se stessi Bēta-Esrā’ēl (Casa d’Israele) in Etiopia o, oggi, Yeudē-Etiopiāh (Ebrei d’Etiopia) in Israele. I Falascià sono stanziati prevalentemente nelle regioni dell’Amhra, del Tigrè e del Semien, ma altri consistenti stanziamenti esistevano anche – e in parte sussistono – nella regione di Asmara e a sud-ovest del lago Tana».10

Un occhio di riguardo?

L’attenzione degli studiosi ebrei italiani e stranieri per l’etnìa Falascià si sviluppa lungo tutto il XIX secolo, dando impulso a vere e proprie missioni di studio nel secolo successivo. Difatti nel 1936 l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane invia Carlo Viterbo in Etiopia e in Eritrea.

Emanuela Trevisan Semi ci dice che «L’interesse della stampa ebraica per gli ebrei d’Abissinia si manifesta a partire dal 1888, l’anno che segna l’avvio in senso sempre più espansivo del disegno coloniale di Crispi ed è assolutamente intrecciato a queste vicende (…). Per quel che riguarda questo versante ebraico d’informazione, tuttavia, c’è da segnalare il tentativo evidente di riallacciare questo interesse alla tradizione colta dell’Ebraismo italiano rappresentata in questo caso particolarmente da Filosseno Luzzatto e Shemuel David Luzzatto (1800-1865) il quale pubblicò sull’“Educatore israelita” una breve esposizione delle credenze dei Falascià».11

Per quanto riguarda le discussioni sorte tra ebrei italiani ed ebrei francesi sulla questione dei Falascià, in cui si veniva a toccare anche e necessariamente il tema dell’espansione coloniale italiana, il Corriere israelitico di Trieste «che esprimeva le posizioni della Comunità israelitica di Trieste, poteva permettersi, sia per il fatto di non essere stampato né in Francia né in Italia, sia per la diversa angolatura culturale che l’osservatorio di Trieste consentiva, una libertà di espressione che altri – in particolare alla stampa ebraica italiana – risultava più difficile e che non mancò di provocare ripercussioni più vaste sulla stampa ebraica».12

Per quale motivo nell’Ottocento il regno savoiardo, da poco costituitosi in Regno d’Italia, guarda al di là del Mediterraneo, ovvero sia alla parte orientale dell’Africa?

La risposta, semplice e ampiamente sviscerata nei correnti libri di storia, può in realtà celare risvolti che, seppure noti, messi assieme uno consequenzialmente all’altro possono indurre a una più ampia e comunque differente riflessione.

Differente dal comunemente noto.

Intanto vediamo chi sia stato il citato Leone Carpi.

Leone Carpi (Cento, Ferrara 1810 – Roma 1898), laureato in giurisprudenza, politico, pubblicista e giornalista, fa parte della comunità ebraica ed è parlamentare nella VII Legislatura del Regno di Sardegna (1860): pare che sia il primo parlamentare dichiaratamente di confessione ebraica. Il padre, Lazzaro Carpi, è indicato come liberale, massone e carbonaro.

Nel 1857 Leone Carpi fa presente e in modo pressante al Parlamento del Regno di Sardegna che è necessario prendere possesso di almeno una baia con porto lungo la costa sud occidentale del Mar Rosso.

Si ricordi che nel «1874 fu pubblicata l’opera di Leone Carpi, Delle colonie e dell’emigrazione d’italiani all’estero sotto l’aspetto dell’industria, commercio ed agricoltura. L’emigrazione, che secondo l’autore metteva in evidenza oltre che la povertà in cui versavano le campagne italiane, anche la scarsa modernità della borghesia terriera e l’insuccesso del suo programma liberale, avrebbe potuto avere aspetti positivi purché fosse stata regolata e organizzata dallo Stato. In particolare essa avrebbe potuto costituire l’occasione per dar vita ad un esperimento coloniale italiano nell’ambito di una prospettiva di sviluppo dei commerci internazionali».13

Nel 1867 nasce a Firenze la Società Geografica Italiana, la quale si propone di favorire il progresso economico nazionale e di osservare con occhio di riguardo l’Africa e in particolar modo il suo “corno” orientale. Per quanto concerne i componenti: «I soci, dai 163 fondatori, salgono nel giugno del 1868 a 413, di cui circa una settantina sono parlamentari, 40 ufficiali, 44 consoli e diplomatici, 46 professori, 20 medici, 22 ingegneri. Nell’ambito del Consiglio gli uomini di scienza costituiscono la metà dei membri, ma non sono che il 10% del totale degli iscritti».14

Inoltre: «Il carattere, se non della Società, degli associati, è decisamente laico, quando non anticlericale, data anche la presenza di numerosi ascritti alla massoneria fra i quali, oltre al citato Frapolli, che fa parte del Consiglio, il Lemmi, Achille e Gioacchino Rasponi e il Delpino».15

Tre piccioni con una fava… oppure quattro?

In pratica, invece di risollevare le precarie condizioni di vita degli Italiani residenti nelle campagne e nei suburbi delle città, si pensava a “spedire” oltremare una certa massa d’Italiani per “consentire” loro di ricostruirsi una vita.

E, perché sottacerlo, per garantire a banchieri e imprenditori l’avvio di traffici economici altrimenti impossibili e tutto con l’appoggio della Casa Reale savoiarda, la quale invece avrebbe dovuto avere a cuore il benessere e lo sviluppo in agevoli condizioni del “proprio” popolo sulla loro terra natìa.

La spiegazione a questa “insensata politica” è presto detta: senza dover acquistare schiavi oltremare, per avere una manovalanza a bassissimo costo che lavorasse nelle colonie, bastava utilizzare gente del proprio paese costretta dall’indigenza a emigrare. Costoro avrebbero utilmente sostituito gli schiavi, si sarebbero mantenuti e avrebbero pagato le tasse. In buona sostanza avrebbero reso al proprio Paese, o meglio al regno-fantoccio sabaudo retto dalla Massoneria internazionale e dalla Marina da guerra inglese, ben più di quello che andava teorizzando Malachy Postlethwayt, citato da Lisa Lindsay e qui di seguito riportato:

«“Che glorioso e profittevole commercio è mai questo”, scriveva un impiegato della tratta inglese degli schiavi, nel 1725. “È il perno su cui ruota tutto il commercio mondiale”. Vent’anni dopo, il polemista britannico Malachy Postlethwayt affermava che “la tratta dei negri e le conseguenze naturali che ne derivano vanno considerate un’inesauribile fonte di ricchezza e potenza navale per questa nazione”. La tratta degli schiavi, scriveva il polemista, era “il principio stesso e il fondamento di tutto il resto, la molla che mette in moto ogni ingranaggio della macchina”».16

Tutto questo senza dimenticare che la politica del colonialismo è sempre stata un’azione di rapina nei confronti di coloro i quali si vedevano “colonizzato” il proprio territorio, subendo la messa in atto di veri e propri genocidi.

Si potrebbe quasi affermare che l’occhio dei Savoia si posi sull’Africa Orientale anche o soprattutto mediante quello di Giuseppe Sapeto (Carcare, Savona 1811 – Genova 1895).

Costui è un missionario appartenente all’Ordine di San Lazzaro (Ordine in forte odore di Massoneria) che viaggia molto all’estero toccando la Siria, l’Egitto, l’Eritrea e l’Etiopia dedicando particolare attenzione a Massaua e ad Assab. In buona sostanza «ritornato in patria, interessò Cavour per l’acquisto di una base in quelle zone. Il disegno, per allora, non ebbe però seguito. Abbandonato l’abito religioso, Sapeto divenne professore di arabo prima a Firenze (1862) e successivamente a Genova (1864). Poco prima dell’apertura del canale di Suez riprese i vecchi progetti, sottoponendoli a Vittorio Emanuele II e, per impulso di questo, firmò col governo italiano una convenzione impegnandosi ad acquistare una rada o un porto sulla costa occidentale del Mar Rosso. Nel 1869 ritornò in Oriente per trattare l’acquisto della baia di Assab per conto della compagnia di navigazione Rubattino, non volendo il governo italiano figurare direttamente».17

La qual cosa, detta così, apparirebbe assai semplice.

In pratica, sulla spinta del primo ministro generale Luigi Menabrea, il 15 novembre 1869 Giuseppe Sapeto, “accompagnato” dal contrammiraglio italiano Guglielmo Acton, per conto della Compagnia Navale Rubattino acquista una fascia litoranea eritrea comprendente la baia di Assab, firmando la cessione con i sultani Ibrahim e Hassan ben Ahmad. Nei primi mesi dell’anno successivo il territorio è ampliato con l’acquisto della baia di Buia e delle isole Omm el Bahar e Ras er-Raml. Il 10 marzo 1882 la Compagnia Rubattino cede ufficialmente la baia al Governo italiano tramite un accordo stipulato tra Rodolfo Hofer, rappresentante della Società navale, e i Ministeri italiani degli Esteri e del Tesoro. Il 5 luglio dello stesso anno Assab è a tutti gli effetti la prima colonia del Regno d’Italia. L’Inghilterra appoggia con discrezione la penetrazione italiana in Africa per bilanciare il colonialismo francese e tedesco, nonostante nel 1882 l’Italia si unisca alla Germania e all’Austria-Ungheria nella Triplice Alleanza.

In ogni caso le parole di Pasquale Mancini, Ministro degli Esteri nel Governo di Agostino Depretis (1881-1885), pronunciate alla Camera dei Deputati nel gennaio 1885, sono esemplificative, soprattutto su ciò che diverrà il “consumismo” imperante: «Si è osservato, non potersi fare assegnamento sopra guadagni economicamente rimuneratori nelle intraprese coloniali; che i loro risultati sono sterili; che specialmente nel continente nero deve sgomentarci la povertà dei commerci africani, non incontrandosi colà che popolazioni quasi selvagge, con pochissimi bisogni, e non abituate a consumare i nostri prodotti. È vero ciò; ma lo scopo di questi tentativi coloniali è quello appunto di convertire questi vasti territorii in larghi mercati e centri novelli di consumazione».18 Pasquale Stanislao Mancini (Castel Baronia, Ariano 1817 – Roma 1888), è giurista e massone con trascorsi rivoluzionari risorgimentali; dal 1860 è deputato della sinistra e nel 1882, in qualità di ministro, il promotore dell’adesione dell’Italia alla Triplice Alleanza. Curioso, vero?

Se andiamo invece a vedere chi fosse Raffaele Rubattino (Genova 1809 – Genova 1881) notiamo che è il proprietario della Compagnia Navale omonima e il fondatore della prima società di navigazione a vapore del Regno di Sardegna. Costui sostiene le proprie idee liberali e l’attività rivoluzionaria italiana aiutando i volontari della Seconda Repubblica Romana (1849). Successivamente Rubattino mette a disposizione di Carlo Pisacane il piroscafo Cagliari nella spedizione insurrezionale che conduce allo sbarco di Sapri (Salerno) il 28 giugno 1857, ma a patto che questi simuli il sequestro della nave per non implicare politicamente la Compagnia Navale. La spedizione è finanziata anche dal banchiere livornese Adriano Lemmi nonché dai fondi raccolti da Giuseppe Mazzini in Inghilterra. Nel 1860 Rubattino fornisce i suoi piroscafi Lombardo e Piemonte a Giuseppe Garibaldi per la coreografica spedizione dei “Mille” in Sicilia. Dal 1876 al 1880 Rubattino è deputato e l’anno successivo si unisce alla Società di Navigazione “Vincenzo Florio” di Palermo costituendo la Navigazione Generale Italiana.

Riguardo al XX secolo, nel clima delle nuove “imprese” coloniali «il periodo nel quale maggiore fu l’interesse degli ebrei italiani per gli ebrei d’Etiopia fu quello che va dall’inizio del XX secolo alla prima guerra mondiale allorché l’impegno dell’Ebraismo italiano, stimolato anche dall’opera e dalla presenza di J. Faïtlovitch, giunse fino alla costituzione del Comitato Pro-Falascià».19

Il gioco è fatto!

Il colonialismo del Regno d’Italia muove dunque i primi passi ufficialmente nel 1882 con l’acquisto della baia di Assab in Eritrea.

Si può tranquillamente affermare che lo scalo marittimo dalle finalità commerciali di facciata si palesi a breve per quello che è, ovvero una base militare, dando luogo ad attriti con le realtà locali che presagiscono il pericolo di una invasione.

Pertanto è da chiarire se, come affermano taluni storici, il colonialismo italiano cercasse di mantenersi “alla pari” con le spinte colonialistiche di altre nazioni perseguendo finalità di prestigio a livello internazionale, oppure se le motivazioni fossero ben altre.

Certamente la colonia posta lungo una rotta commerciale privilegiata com’era quella che attraversava il Canale di Suez, mettendo in comunicazione il Mare Adriatico con il Mar Rosso, aveva i suoi indiscussi vantaggi. Invece l’entroterra non forniva certo nemmeno il miraggio di una “lieta e fertile terra promessa” da offrire ai contadini, data la natura stessa del territorio, con la presenza di rilievi d’origine vulcanica e l’ampia arida depressione della Dancalia. Ma, come si scoprirà, riservava un interessante e lucroso bacino minerario. Scrive Giancarlo Mazzuca: «Strano a dirsi, ma gli italiani sono stati pionieri anche nelle estrazioni petrolifere. Chi scoprì un grosso giacimento in Dancalia, la parte settentrionale della depressione dell’Afar, fu, nel 1887, un piemontese, Emilio Duilio».20

Emilio Duilio (Borgomanero 1859 – Borgomanero 1950) è stato Governatore della Somalia Italiana (1899-1905) “distinguendosi” per la ferocia e reprimendo le rivolte applicando ai prigionieri di guerra la “decimazione”. Solo ai primi del Novecento i fratelli Adriano e Tullio Pastori scoprirono che in Dancalia, nell’area vulcanica di Dallol, vi era il potassio.

I passi successivi sono per l’acquisizione di un porto e più a nord vi è la città eritrea di Massaua, che l’Egitto ha acquistato nel 1865. A seguito di laboriose trattative sia con la proprietaria sia con l’Inghilterra l’affare è stipulato e il 5 febbraio 1885 vi sbarca il Corpo di Spedizione militare comandato dal colonnello Tancredi Saletta, futuro Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano (1896-1908). L’espansione nell’entroterra non si fa attendere, così come la reazione degli abitanti comunque sedata con gli stessi metodi brutali che i savoiardi hanno utilizzato nel resto d’Italia e soprattutto nel Centro e nel Sud per conseguire l’Unità.

Il 25 gennaio 1887 Alula Engid, ras etiope e comandante militare dell’Abissinia, attacca il forte italiano di Saàti, situato a poco più di 20 chilometri a ovest di Massaua. Il giorno seguente un contingente italiano di rinforzo diretto al forte è attaccato, circondato e annientato presso il modesto rilievo di Dogali. Questi sono i prodromi dell’invasione italiana in Africa Orientale. Prodromi che sfoceranno nella Prima Guerra Italo-Etiopica (1895-1896), culminati nella battaglia di Adua (1 marzo 1896), città nelle cui vicinanze l’imperatore d’Etiopia Menelìk II (Shale Mariàn) (Ancober 1844 – Addis Abeba 1913) infligge una disastrosa sconfitta al Corpo di Spedizione Italiano comandato dal Tenente Generale Oreste Baratieri, massone.21

La battaglia è ricordata come la prima significativa sconfitta di un esercito europeo in terra d’Africa. Anche in questo frangente le proteste del Popolo Italiano sono accese, tanto contro il colonialismo in se stesso, quanto a causa delle spese di guerra che incidono gravemente sul bilancio del Regno ripercuotendosi sulle tasse.

A quarant’anni di distanza dalla Prima Guerra Italo-Etiopica (1895-1896) fa seguito la Seconda (1935-1936), la quale porta alla costituzione dell’Africa Orientale Italiana (A.O.I.) e il cui primo vicerè è Pietro Badoglio (10 maggio – 11 giugno 1936) seguito da Rodolfo Graziani (1936-1937).

Pensierino della sera.

Tutto ciò premesso, tanto per non farla troppo lunga, occorre chiedersi se l’approdo in Africa Orientale e la conquista coloniale siano stati richiesti o promossi soprattutto al fine di creare un apposito Stato per i Falascià.

Personalmente ritengo che tempo e soldi del Popolo Italiano siano stati spesi anche in tale frangente per motivi che non erano certo utili al Popolo. Così come non furono utili al Popolo Italiano le repressioni savoiarde, non ultima quella del 1898, e le due guerre mondiali.

Qualcuno ha forse qualche cosa da obiettare in merito?

Le vicende coloniali savoiarde in Africa Orientale sono un primo passo, seguito dal secondo con la guerra Italo-Turca, prodromi della Prima Guerra Mondiale a sua volta fautrice della Seconda.

E il tutto si può perfettamente riallacciare al mio precedente scritto: Compagni di Gioco.

NOTE

1 Giovanni Sabbatucci, Vittorio Vidotto, Storia contemporanea. L’Ottocento, Editori Laterza, Roma-Bari 2009, p. 274.

2 Rizzoli Larousse, Enciclopedia, Vol. 7, Bologna 2003, p. 28.

3 Ibidem, pp. 28-29.

4 Ibidem, p. 29.

5 Ebrei italiani ed etiopi. Una lunga serie di incontri, in Morashà, http://www.morasha.it/alefdac/alefdac_24.html.

6 Umberto Corsini, Prefazione, in Emanuela Trevisan Semi, Allo specchio dei Falascià: ebrei ed etnologi durante il colonialismo fascista, Editrice la Giuntina, Firenze 1987, p. VIII.

7 Ibidem, pp. X-XI.

8 Rizzoli Larousse, Enciclopedia, Vol. 7, Bologna 2003, p. 721.

9 Istituto della Enciclopedia Italiana, Vocabolario della Lingua Italiana, Vol. II, op. cit., p. 374.

10 Emanuela Trevisan Semi, Allo specchio dei Falascià: ebrei ed etnologi durante il colonialismo fascista, Editrice la Giuntina, Firenze 1987, p. 10.

11 Ibidem, pp. 42-43.

12 Ibidem, p. 48.

13 Daniele Natili, Un programma coloniale. La Società Geografica Italiana e le origini dell’espansione in Etiopia (1867-1884), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano – Biblioteca Scientifica, Serie III: Memorie, Vol. LVI, Gangemi Editore, Roma 2008, p. 32.

14 Maria Carazzi, La Società geografica Italiana e l’esplorazione coloniale in Africa (1867-1900), Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano, N° 60, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1972, p. 10.

15 Ibidem, p. 12.

16 Lisa Lindsay, Il commercio degli schiavi, Editrice Il Mulino, Bologna 2008, p. 122.

17 Rizzoli Larousse, Enciclopedia, Vol. 19, Bologna 2003, p. 26.

18 Atti parlamentari, Camera dei Deputati, Legislatura XV, Discussioni, 27 Gennaio 1885. Tratto dal Sito Internet:

keynes.scuole.bo.it (https://keynes.scuole.bo.it/sitididattici/farestoria/percorsi/p09_03_03.html).

19 Emanuela Trevisan Semi, Allo specchio dei Falascià: ebrei ed etnologi durante il colonialismo fascista, op. cit., p. 44.

20 Giancarlo Mazzuca, Mussolini e i mussulmani, Mondadori Editore, Milano 2017, p. 120.

21 Vedere utilmente il sito Internet della Gran Loggia d’Italia degli Antichi Liberi Accettati Muratori Obbedienza di Piazza del Gesù – Palazzo Vitelleschi – Loggia “Emmanuele De Deo”: http://loggiadedeo.altervista.org/joomla_dedeo/index.php/massoni-celebri. Inoltre: «concessione della croce mauriziana a Oreste Baratieri, capo della Propaganda Fide in Africa» (Roberto Quarta, Roma massonica, Edizioni Mediterranee, Roma 2014, p. 166).

Fonte Immagini:

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Categorie: Controstoria, Massoneria

Pubblicato da Ereticamente il 29 novembre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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