Una Ahnenerbe casalinga, cinquantottesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, cinquantottesima parte – Fabio Calabrese

Una parte degli articoli che sono compresi sotto quella che io penso si possa ormai considerare una vera e propria rubrica a scadenza quasi fissa sulle pagine della nostra “Ereticamente”, come avete visto, è stata dedicata a scoperte sorprendenti ed eccezionali sulle nostre origini, scoperte che consentono di rimettere in discussione l’ortodossia “scientifica” che ci è imposta o ci si vuole imporre a questo riguardo, e da questo punto di vista il 2017 si è dimostrato un anno davvero ricco, con tre scoperte eccezionali che si sono succedute in un lasso di tempo relativamente breve, il ritrovamento dei resti dell’ominide balcanico noto come “El Greco”, quello dei fossili umani sapiens risalenti a 300.000 anni fa ritrovati nella cava marocchina di Jebel Irhoud, e soprattutto la scoperta di due biologi dell’università di Buffalo, Omer Gockumen e Stefan Ruhl, che hanno scoperto che una proteina della saliva, la MUC7 è presente nei neri in una variante che non si riscontra in nessun’altra popolazione umana, vivente o estinta, e che potrebbe essere la traccia genetica di un homo arcaico o di un ominide, una specie fantasma (cioè di cui per ora non abbiamo evidenze fossili) con cui gli homo sapiens che hanno colonizzato l’Africa provenendo dall’Eurasia si sarebbero incrociati. I due biologi fanno notare che il movimento espansivo della nostra specie non può essere avvenuto nella direzione opposta, dall’Africa verso l’Eurasia, perché altrimenti questa variante della MUC7 si troverebbe, magari minoritaria anche in altri gruppi umani.

Abbiamo insomma la prova che l’Out of Africa è falsa, e che non “veniamo dai neri”.

Dopo un seguito di scoperte di questo genere, sarebbe strano che la serie continuasse in tempi ravvicinati con lo stesso ritmo. Tuttavia gli articoli di questa rubrica hanno un’altra ragion d’essere, forse più modesta, quella di offrire un resoconto di come il dibattito sulle nostre origini si sviluppa all’interno della nostra Area, e questo nondimeno è un fatto politico importante, che esista fra noi un desiderio di penetrare fino a fondo le tematiche relative alla  nostra identità, come risposta e contrappeso alla prospettiva che incombe su di noi, della cancellazione di questa identità attraverso l’imposizione del meticciato e della società multietnica, e nell’attesa di ciò, dell’imposizione di una “cultura mondialista” sia attraverso la scuola sia attraverso i media, nella quale il valore dell’identità etnica e di sangue è costantemente negato.

Cominciamo con una notizia che risale a settembre: nella località di Trachilos nella parte occidentale dell’isola di Creta sono state trovate impronte sorprendentemente umane risalenti a 5,7 milioni di anni fa. Maurizio Blondet ne ha parlato in un articolo pubblicato sul suo sito “Blondet & Friends” del 4 settembre 2017.

Io credo sia opportuno collocare questa notizia e l’articolo di Blondet nel secondo gruppo, quello delle, chiamiamole così, “comunicazioni di servizio” e almeno stavolta smorzare un po’ gli entusiasmi, perché la notizia, soprattutto in vista di una simile datazione, va accolta con un certo scetticismo.

Quel che distingue un ominide da una scimmia antropomorfa e ci permette di riconoscerlo come un lontano precursore dell’umanità, sono oltre ai piccoli canini e l’arcata dentaria tondeggiante che anticipano il modello umano, la stazione eretta e una conformazione degli arti inferiori e dei piedi di conseguenza simile a quella umana. Le famose impronte di Laetoli attribuite ad Australopithecus afarensis (la specie di Lucy) sono di fatto indistinguibili da quelle umane. Il grosso “salto” nella deambulazione e quindi nella conformazione del piede e delle impronte che si possono lasciare non è fra uomo e ominide, ma fra quest’ultimo e la scimmia antropomorfa, le cui impronte si possono facilmente distinguere a causa della sporgenza laterale dell’alluce, che segnala il piede prensile di un quadrumane.

Le ossa fossili danno indicazioni più certe, e non c’è un fossile chiaramente riconoscibile come umano di un’età superiore ai due milioni di anni. Impronte umane o ominidi? La datazione direbbe ominidi. Io ho il sospetto che si tratti semplicemente delle impronte di “El Greco” o di un suo parente prossimo.

Alcuni anni fa, esattamente nel 2013, furono ritrovate in Inghilterra, sulla sponda del Tamigi, impronte fossili risalenti a 900.000 anni fa, quindi molto più recenti di quelle cretesi e con tutta probabilità di homo, ma quale homo?, Erectus o sapiens? Impossibile stabilirlo!

Ne parlò anche allora Maurizio Blondet in un articolo sul suo sito EffeDiEffe (poi diventato “Blondet & Friends”), articolo che fu poi ripubblicato dal sito della Arianna Editrice in data 16/2/2014. Io allora non ve ne parlai, perché mi pare che la cosa non spostasse sostanzialmente il dibattito sulle nostre origini.

Certamente per alcuni, l’idea di un homo vecchio di sei milioni di anni, che metterebbe in crisi lo schema dell’evoluzione umana come finora la conosciamo, è una forte tentazione, perché nei nostri ambienti è diffusa la convinzione, assolutamente erronea che l’evoluzione sia “una cosa di sinistra”; è un’idea falsa che rivela la sudditanza all’armamentario ideologico dei nostri avversari. L’ho ribadito più volte, ed è una questione sulla quale mi riprometto di tornare a breve tempo con la dovuta ampiezza nella quarta parte di Scienza e democrazia che sarà dedicata in particolare alle distorsioni che l’ideologia democratica impone alla scienza biologica.

Riassumendo ora la questione in estrema sintesi, si può dire che la tendenza dei viventi a preservare e diffondere nelle generazioni future la propria linea  “di sangue” (ma vale anche per le piante che di sangue non ne hanno) e la dura legge della selezione naturale, della lotta per l’esistenza, sono l’esatto contrario del buonismo catto-sinistrorso che in termini biologici significa semplicemente il suicidio.

Soprattutto, bisogna stare attenti a non assumere posizioni che si prestano a essere non solo facilmente smentite, ma anche ridicolizzate. Per questo motivo, mi scuserete, ma io preferisco catalogare questa nuova scoperta e le discussioni che ne sono nate, piuttosto nell’ambito delle “comunicazioni di servizio” che in quello delle scoperte che possono realmente rivoluzionare l’idea che ci facciamo delle nostre origini.

Aggiungiamo comunque questa scoperta all’elenco degli eventi del 2017, un anno che si sta rivelando straordinariamente ricco di nuove informazioni circa le nostre origini, e che impone di rivedere le idee al riguardo imposte come prefissate nell’ambito di una visione “politicamente corretta” sedicente scientifica.

Su queste pagine vi ho parlato più volte dell’ottimo lavoro compiuto dall’amico Michele Ruzzai con il suo gruppo facebook “MANvantara” che recentemente ha superato il migliaio di iscritti, e che è una vera miniera di documenti utilissimi a chi voglia orientarsi sulla tematica delle origini nell’ambito della nostra ottica “politicamente scorretta”. (Nel caso che qualcuno sia punto dalla curiosità, Manvantara è il ciclo cosmico secondo la tradizione vedica; e nella denominazione del gruppo si è evidenziata in maiuscolo la sillaba iniziale MAN, antica radice indoeuropea che si trova inalterata nelle lingue germaniche, che ha il significato di “uomo”).

Credo finora però di non avervi menzionato se non per vaghi accenni un altro gruppo facebook che sta facendo un lavoro molto simile a quello di “MANvantara”, si tratta di “Frammenti di Atlantide-Iperborea” curato da Solimano Mutti. Io penso che tutti noi siamo fondamentalmente contrari ai personalismi e nepotismi, tuttavia ricordare che Solimano è il figlio di Claudio Mutti, persona a cui lo sviluppo delle tematiche del revisionismo olocaustico in Italia deve tantissimo, non gli va certo a discapito.

Anche in questo caso, il nome del gruppo permette di comprendere bene l’ottica in cui il gruppo stesso si colloca: Atlantide e Iperborea sono due miti (miti nel senso alto del termine) fondanti della tradizione indoeuropea, e si pongono su di un asse concettuale esattamente opposto a quello dell’attuale ideologia “scientifica” politicamente corretta che cerca le origini della nostra specie nelle savane africane e quelle della civiltà in Medio Oriente, escludendo sempre e comunque il ruolo creativo dell’uomo europeo e nordico.

Una cosa che va evidenziata, è che non essendo questi gruppi delle imprese commerciali, non è che si facciano concorrenza, anzi, si può dire che creino una sinergia nel contrapporsi al dogmatismo di una “cultura” dominante, di un’oppressiva ortodossia ideologica che vorrebbe imporci l’idea su noi stessi e sulle nostre origini che fa più comodo al potere che ci opprime ormai da quasi tre quarti di secolo. In quest’ottica, io trovo che il loro lavoro vada considerato in termini di sinergia e di integrazione rispetto a quello che io stesso sto cercando di portare avanti sulle pagine di “Ereticamente”, attraverso le quali ho l’opportunità, certamente, di rivolgermi a una platea di lettori molto più vasta, ma il mio resta il lavoro di una persona sola, “one man’s band”, mentre questi gruppi possono avvalersi di una molteplicità di contributi.

Recentemente (10 settembre), un lettore di “MANvantara” ha posto al gruppo un quesito importante: se noi pensiamo che, secondo le teorie razziali sviluppate soprattutto in Germania tra il XIX secolo e il 1945, l’uomo nordico rappresenti la crema, l’aristocrazia dei popoli indoeuropei, come spieghiamo il fatto che le grandi civiltà europee antiche, quella ellenica e quella romana, si sono sviluppate nell’area mediterranea?

A mio parere, la risposta a questa domanda va data su due piani diversi. Per prima cosa, bisogna ricordare che coloro che svilupparono l’indoeuropeistica tra la metà del XIX secolo e quella del novecento erano, appunto, perlopiù tedeschi e animati da uno spirito nazionalistico-campanilistico peraltro comprensibile dati i tempi. Noi oggi ci rendiamo conto che come europei e indoeuropei mediterranei, non dobbiamo soffrire di alcun complesso di inferiorità nei confronti dei nostri cugini del nord. Non solo, ma oggi che sciaguratamente dobbiamo confrontarci con un’invasione allogena travestita da immigrazione che mette in pericolo le nostre identità storiche, possiamo renderci conto che, con qualche variazione locale, noi Europei siamo sostanzialmente la stessa gente, e dovremmo difenderci insieme dai nemici comuni.

Su di un altro piano, è molto chiaro che, come si sono finora sviluppate le scienze storiche (per quanto riguarda la storia antica) e archeologiche, sono molto lontane dal rappresentare un’immagine realistica del nostro passato, e che l’Europa non mediterranea è oggetto di una considerevole sottovalutazione. Io non vorrei sembrare monotono battendo troppo su questo tasto, ma si tratta di un punto fondamentale: i complessi megalitici, quelli notissimi delle Isole Britanniche, Stonehenge, Newgrange e via dicendo, ma anche quelli dell’Europa continentale: Externsteine, Gosek che sono infinitamente meno noti dei loro equivalenti britannici, inducono a pensare a un livello di civiltà molto più elevato di quanto solitamente non si consideri.

E non parliamo dell’alto nord dell’Europa, il mondo scandinavo. Prendendo in mano un testo come Omero nel Baltico di Felice Vinci, possiamo essere persuasi oppure no della sua tesi di fondo secondo cui l’epopea omerica sarebbe nata nel nord dell’Europa per essere poi ri-ambientata nella penisola ellenica a seguito della migrazione verso meridione degli antenati degli Achei, ma ciò che dopo la lettura di questo testo supportato da un’abbondanza di dati archeologici da noi poco o nulla affatto conosciuti, non è possibile mettere in dubbio, è la ricchezza dell’Età del Bronzo nordica.

Dovunque volgiamo lo sguardo, spingendolo fin nell’antichità più remota che riusciamo a penetrare, vediamo dovunque la stessa luce, la luce della nostra grande eredità storica di europei, un’eredità oggi minacciata dallo stravolgimento etnico come mai lo è stata nel passato.

NOTA: Nell’illustrazione di questo articolo, a sinistra la locandina della conferenza Le origini antiche degli Indoeuropei, tenuta da Michele Ruzzai a Trieste il 27 gennaio 2016, al centro un’illustrazione tratta da “Frammenti di Atlantide-Iperborea”, a destra la copertina del libro Omero nel Baltico di Felice Vinci.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 9 ottobre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all’attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell’Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L’uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Mauro

    Non mi è chiaro il motivo per cui Calabrese derubrica a “comunicazione di servizio” la scoperta delle impronte di Trachilos, le quali in una botta sola ci forniscono il colpo di grazia all’Out of Africa (un bipede del miocene in Europa !!!) e riaprono i giochi per la tanto attesa revisione radicale del paradigma evoluzionista dell’ominazione. Chi frequenta i vostri ambienti culturali ben sa, (ad esempio Sermonti et al.) che la fisiologia e anatomia umane, caratterizzate dalla postura eretta, non possono essere derivate dalla morfologia delle scimmie antropomorfe, come dimostra anche l’ontogenesi degli embrioni dei primati. La vulgata evoluzionista che vuole l’h.sapiens arrivato per ultimo nella storia del pianeta, è in effetti il ribaltamento speculare della realtà, laddove l’uomo è il più “archetipo” dei primati.
    Per cui trovare evidenza di uomini anatomicamente moderni in un passato “impossibile” per la teoria, non dovrebbe stupire più di tanto. Ciò è già successo nel 2006 con impronte fossili in Messico datate 1,5 milioni di anni (posso produrre referenze). Quello di Creta non è stato ancora battezzato e classificato dalla paleoantropologia: certamente non si hanno elementi sufficienti per sostenere che fosse un UOMO, ma nemmeno mi sembra il caso di metterlo già nel cassetto tra le anomalie poco credibili (come faranno i darwinisti).
    Con stima

  2. Fabio Calabrese

    Caro Mauro: La risposta è semplice: sulla base delle sole impronte, senza resti ossei, non si può stabilire se una creatura fosse umana o ominide, allora è meglio essere cauti e non dare agli avversari la possibilità di prenderci in contropiede.

  3. Michele Ruzzai

    Salve, sono ovviamente d’accordo con l’amico Fabio Calabrese sulla necessità di una grandissima cautela nella valutazione delle orme fossili, anche se nel caso di Creta credo si possa dire che – se effettivamente di impronte di piedi si tratta e non di un bizzarro scherzo della natura – sia la loro conformazione (alluce non laterale, ma vicino alle altre dita) sia la loro datazione (ben 5,7 milioni di anni) sono tali che queste appaiono effettivamente del tutto incompatibili con gli alberi filogenetici ipotizzati finora dalla paleoantropologia “ufficiale”, con un uomo che sarebbe apparso almeno 3 milioni di anni prima rispetto ai primissimi rappresentanti del genere Homo (cioè gli Habilis e gli Ergaster: …e semprechè “uomini” veri e propri li si voglia considerare, secondo l’odierna ricerca accademica).
    Se poi addirittura emergesse che queste orme sono riconducibili a Homo Sapiens (ma francamente non so se sia possibile arrivare a fare un simile tipo di distinzione – interna al genere Homo – al solo livello di calchi di impronte), il ritrovamento in questione avrebbe l’effetto di una vera e propria “bomba H” sia sull’ipotesi “Out of Africa” (tanto la versione “1” che “2”) sia sulle più generali linee evoluzionistico-ascendenti.
    Un saluto
    Michele Ruzzai

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