Una Ahnenerbe casalinga, cinquantanovesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, cinquantanovesima parte – Fabio Calabrese

Ci lasciamo alle spalle un periodo eccezionalmente denso di scoperte sulle nostre origini, che comprende il rinvenimento dei resti dell’ominide balcanico “El Greco”, dei fossili sorprendentemente umani moderni rinvenuti nella località marocchina di Jebel Irhoud, l’individuazione della “specie fantasma”, l’ominide con cui sarebbero imparentati i neri africani, le cui tracce i ricercatori dell’Università di Buffalo avrebbero individuato nelle proteine della saliva di questi ultimi (elemento che come abbiamo visto, mette fortemente in crisi “la teoria” dell’Out of Africa), e proprio per non farci mancare nulla, ricordiamo anche la recente scoperta di impronte “umane” fossili sull’isola di Creta risalenti alla bellezza di sei milioni di anni or sono, anche se a mio parere proprio questa straordinaria antichità rende improbabile che si tratti di impronte di un qualsivoglia homo, e molto più facile che siano invece quelle di un ominide, “El Greco” o un suo parente stretto. Ricordiamo infatti che il grande cambiamento nella locomozione, con l’acquisizione della stazione eretta, e quindi con la modifica della conformazione del piede e del tipo di impronte lasciate, non è avvenuto nella transizione da ominide a homo, ma in quella da scimmia antropomorfa a ominide.

Dopo tutto questo, sarebbe ben strano che emergessero ulteriori novità rivoluzionarie a così breve scadenza, sarebbe davvero chiedere troppo alla dea fortuna, però non è mancata negli ultimi tempi qualche scoperta significativa che viene ad arricchire sempre più il quadro delle informazioni sulle nostre origini, e che fanno anch’esse si che la nostra storia ancestrale sarebbe tutta da riscrivere, almeno se la “ricerca scientifica” sulla nostra storia ancestrale da parte della “scienza” ufficiale fosse qualcosa di oggettivo invece dell’opera propagandistica che sostanzialmente è.

Devo ammetterlo, con la tempistica di “Ereticamente” non mi è possibile “stare sul pezzo” in tempo reale come è invece possibile fare in un gruppo facebook come “MANvantara” del nostro amico Michele Ruzzai, che difatti anche stavolta mi ha preceduto, anche se qui abbiamo uno spazio maggiore di approfondimento, nonché l’accesso a un pubblico di lettori certamente più vasto.

In data 12 settembre su questo gruppo è stato postato un link molto interessante, si tratta di un collegamento a You Tube, a un filmato di provenienza americana che porta un chiarimento essenziale a una delle questioni più controverse della paleoantropologia. La più antica civiltà dell’America precolombiana è stata quella degli Olmechi, la cui cultura si sviluppò nel Messico centro-meridionale tra il 1400 e il 400 avanti Cristo. Costoro ci hanno lasciato una serie di reperti enigmatici fra cui alcune enormi teste di pietra. I personaggi raffigurati in queste statue hanno narici larghe e labbra carnose. Questo ha fatto sì che molti vi vedessero delle caratteristiche negroidi. Afroamericani e loro amici sostenitori di teorie afro-centriche hanno ipotizzato una colonizzazione proveniente dall’Africa all’origine della cultura olmeca (cosa di per sé ben poco verosimile, perché sul suolo africano non troviamo tracce di una cultura analoga, ma sappiamo che per i sostenitori della Political Correctness non è che i fatti contino molto).

Bene, questo documentario mette le cose a posto, nel senso che un attento confronto lineamento per lineamento fa vedere che la fisionomia delle teste olmeche non corrisponde per nulla a quella dei neri africani mentre al contrario ha una spiccata somiglianza con quella degli Amerindi locali.

Al riguardo, potrei ricordare di essermi occupato della questione anni addietro in un articolo, La storia perduta delle Americhe, che mi fu pubblicato sul n. 7, gennaio-febbraio 2012, della rivista “Runa Bianca”. A me era sembrato che gli Olmechi somigliassero piuttosto alle popolazioni dell’Asia meridionale (malesi, ad esempio) piuttosto che ai neri africani e che, come gli altri amerindi, avessero la loro origine in popolazioni paleomongoliche che non presentavano ancora i tratti che consideriamo tipicamente “mongolici”, come la plica palpebrale che forma il classico “occhio obliquo” e, a quanto pare, non ero andato molto lontano dalla verità.

Viene meno un’altra presunzione di creatività dei neri subsahariani, una notizia che dovrebbe dispiacere moltissimo a coloro che cercano ingannevolmente di venderceli come “risorse”.

Il gruppo del nostro amico è di grande interesse proprio perché grazie all’apporto di diversi collaboratori, presenta una notevole varietà di spunti e di approcci differenti fra i quali ciascuno di coloro che sia interessato a queste problematiche, può “scavarsi” un proprio percorso di ricerca.

In data 16 settembre un collaboratore di “MANvantara” ha pubblicato un link al sito di “Informare per resistere”, e ora arrivo io, buon terzo. Bisogna dire però che la tematica è di grande interesse, si tratta infatti di una recensione del libro L’origine dell’uomo ibrido di Daniele Di Luciano, un testo che presenta un’ipotesi davvero inedita sulle nostre origini, e che mi pare meriti di essere presa in attenta considerazione.

Noi sappiamo che il nostro DNA conserva la traccia di diverse ibridazioni tra popolazioni antiche di homo. Noi non discendiamo solo dall’uomo di Cro Magnon (il sapiens “classico”) ma anche dall’uomo di Neanderthal (europei e asiatici), dell’uomo di Denisova (asiatici e australoidi), della “specie fantasma” la cui traccia genetica è rivelata dalla proteina della saliva MUC7 (neri subsahariani). Lo abbiamo visto più volte.

Ma a parte ciò, non potrebbe essere che lo stesso genere homo sia il frutto di un’ibridazione molto più antica? Quali sono gli elementi che Di Luciano porta a sostegno di quest’ipotesi?

  Bisogna notare per prima cosa che a differenza della credenza popolare, non è affatto detto che tutte le ibridazioni, cioè gli incroci fra individui di specie diversa siano sterili o producano necessariamente figli sterili. Fra i modi in cui può avere origine una nuova specie, i biologi distinguono l’isovariazione in cui una specie “figlia” deriva da una specie “madre” dalla mistovariazione in cui una nuova specie nasce dall’accoppiamento degli individui di due specie genitrici, che producono in questo caso una discendenza fertile.

Quali sono gli indizi che farebbero pensare che il genere homo potrebbe essersi originato dall’ibridazione di due diverse specie ominidi?

Prima di tutto il fatto che la donna, a differenza delle femmine di quasi tutti i mammiferi, partorisce con dolore. In altre specie, il parto doloroso si presenta tipicamente nel caso di un’ibridazione, ad esempio quando un’asina partorisce un bardotto (ibrido cavallo-asina, differente dal mulo che è l’ibrido asino-cavalla). Un altro indizio sono le dimensioni notevoli se confrontate con quelle degli antropomorfi, che l’uomo raggiunge nel suo sviluppo, anche questo trova un parallelo negli ibridi, ad esempio il “ligre”, ibrido di leone e tigre, che raggiunge una taglia notevolmente maggiore di quella dei genitori, ed è il felino più grande del mondo.

Il peccato originale che la bibbia ci racconta essere stato all’origine della nostra specie, si chiede Di Luciano, potrebbe essere stato un atto di ibridazione?

Un’ipotesi di grande interesse, che potrebbe essere o non essere valida, ma che di sicuro evidenzia quanto lo storia remota della nostra specie sia densa di enigmi irrisolti.

Sempre da “MANvantara” riporto una notizia piuttosto singolare: sembra che le impronte cretesi di cui abbiamo parlato siano state scalpellate e asportate.

Un simile atto vandalico potrebbe essere puramente gratuito come spesso succede, od opera di qualche “collezionista”, oppure…oppure sembra che le prove e le testimonianze che potrebbero contraddire la versione ufficiale della nostra storia siano costantemente in pericolo.

Decenni fa, sembrava che il governo boliviano fosse deciso a far saltare con la dinamite la puerta do sol di Tihuanaco (Tiwanaku), e dovette rinunciare al proposito perché si tratta di uno dei monumenti più noti delle colture precolombiane. Ora, guarda caso, il complesso archeologico di Tihuanaco ha una particolare rilevanza nella cosmologia di Hörbiger, sarebbe la traccia di una civiltà umana preesistente la caduta dell’ultima luna. Vero o no, per la “correttezza politica” democratica sul nostro passato, sarebbe meglio far sparire questo imbarazzante complesso archeologico.

In tempi più recenti, il governo britannico è stato vicino a demolire Stonehenge per far passare nella piana di Salisbury un’autostrada a quattro corsie. Proteste internazionali hanno bloccato lo scempio e l’autostrada oggi passa semplicemente vicino a Stonehenge. Poco tempo dopo, fu invece necessario mobilitare con una petizione internazionale gli ambienti “celtici” di tutto il mondo da parte del clan Wallace per impedire la demolizione della stalla dove fu catturato William Wallace per fare posto a un supermercato. Naturalmente William Wallace “Braveheart” e la sua vicenda non hanno a che fare con la preistoria, ma riguardano tempi molto più recenti, tuttavia sono innegabilmente un segno forte dell’identità scozzese.

Probabilmente non è privo di significato neppure il fatto che contro le testimonianze del passato e dell’identità si brandiscano proprio quelli che possiamo considerare i simboli più sfacciati della modernità: l’autostrada a quattro corsie e il supermercato.

In qualche caso, tuttavia, non è stato possibile evitare lo scempio apparentemente insensato ma in realtà finalizzato a eliminare ciò che potrebbe contraddire una versione “politicamente corretta” delle nostre origini e della nostra storia remota. Un caso veramente triste ed emblematico è stato quello della piramide di Nizza, di cui diede notizia il periodico “Shan Newspaper” in data 12 febbraio 2015. Stando a quel che ancora oggi le fotografie consentono di vedere, nella città natale di Garibaldi, o più esattamente nella località di Saint André a nord-est della stessa, è esistita una piramide a gradoni di grandi dimensioni, abbastanza simile a quella egizia di Saqqara, sempre ignorata dai ricercatori ufficiali, e che alla fine è stata demolita negli anni ’70 per fare posto a uno svincolo autostradale.

Una sorte non molto migliore ha avuto un’altra piramide che ha la disgrazia di non trovarsi né in Egitto né in Mesopotamia, ma in un luogo dove secondo la “scienza” e “archeologia” ufficiali, piramidi antiche non ne dovrebbero sorgere, vale a dire in Europa, in Italia e più precisamente in Sardegna, a Monte D’Accoddi, (Sassari). Questa piramide risalente all’epoca pre-nuragica, non è stata mai seriamente studiata, ed è stata lasciata in un totale stato di incuria e di abbandono, al punto che le sue pietre sono state ripetutamente asportate e riutilizzate in costruzioni moderne.

Il caso forse più vergognoso è però un altro, ed è anch’esso uno scandalo italiano: quello dell’uomo di Savona di cui anni fa ha diffusamente parlato un articolo pubblicato dal “Centro Studi La Runa: uno scheletro umano che fu trovato casualmente durante lavori di sbancamento nella città ligure: la stratigrafia del terreno in cui fu ritrovato faceva supporre che potesse risalire all’età pleistocenica, 2 milioni di anni or sono, ed era tale da escludere che potesse trattarsi di una sepoltura intrusiva molto più recente. L’aspetto era chiaramente umano. Si trattava dunque di un ritrovamento in grado di mettere in crisi la storia delle nostre origini come ci viene solitamente raccontata. Non fu mai seriamente studiato fino a quando le sue ossa non andarono disperse in circostanze che hanno dell’incredibile per un reperto di una simile importanza, o meglio che avrebbero dell’incredibile se non pensassimo a una distruzione intenzionale di un reperto imbarazzante in grado di contraddire l’immagine delle nostre origini che ci viene solitamente ammannita.

Quando non è possibile distruggere fisicamente un reperto, si può sempre, per così dire, “distruggerlo moralmente”, condannarlo all’oblio, escluderlo in ogni caso dal novero delle cose che possono modificare la nostra visione del mondo. Un esempio palmare in questo senso è rappresentato dai reperti ritrovati nell’ipogeo francese di Glozel. Questi reperti sono stati subito dichiarati falsi senza essere stati neppure esaminati dai cosiddetti esperti, in base all’assunto che sono “troppo evoluti” rispetto alle condizioni che si suppone caratterizzassero l’Europa preistorica, e sono stati condannati a una damnatio memoriae al punto che oggi pochissimi sono a conoscenza della loro esistenza, e credo che nessun testo “storico” o “scientifico” ne faccia menzione.

Ciò che tutti ignorano, ciò della cui esistenza sono state distrutte le prove, non è mai esistito. La storia può essere riscritta in funzione degli interessi del potere. E’ la prassi usata dal regime del Grande Fratello così come l’ha descritto George Orwell in 1984. E’ la prassi usata nella realtà da una “scienza” e da una “cultura” di una democrazia che somiglia all’incubo orwelliano ogni giorno di più.

NOTA:

Nell’illustrazione: a sinistra una statuetta olmeca. In questo caso è evidente che i lineamenti dell’uomo raffigurato non hanno alcuna somiglianza con i neri subsahariani. Al centro, la copertina del libro L’origine dell’uomo ibrido di Daniele Di Luciano. A destra, una tavoletta proveniente dall’ipogeo di Glozel, coperta dai segni di una scrittura che finora nessuno è riuscito a tradurre.

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 30 ottobre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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