Tradizione Avanguardia – Richiami in rumori corpi d’arte – Vitaldo Conte

Tradizione Avanguardia – Richiami in rumori corpi d’arte – Vitaldo Conte
  1. Grecia Mediterraneo Salento: richiami rumori di arte bianca

Il flauto di Pan può essere ancora un richiamo per la nostra “rianimazione” naturale, in cui l’arcaico come Tradizione e il contemporaneo come Avanguardia si fondono nelle lingue in progress della creazione. Il dio, fuoriuscito dall’oscurità della sua/nostra “caverna”, continua ad “aspettarci”, liberato dalle inquisizioni delle norme, dei divieti, delle paure, come materialità e natura originaria (corporea e psichica). Il suo antro (possibile, impossibile, immaginale) è un paesaggio interiore che genera il sogno e il segreto movente dell’arte stessa.

Il “ritorno” evocativo della Grecia con le sue divinità, il desiderio del Mediterraneo, vissuti per secoli nella storia europea, particolarmente nella Mitteleuropa, oggi possono “esistere” come pulsione e rumore per una nostra rianimazione archetipica e di espressione. La stessa parola “Mediterraneo” diviene una “evocazione” dalle molteplici letture, essendo «un immenso complesso di ricordi e di sensazioni» (R. Barthes). La Grecia alla quale noi ci rivolgiamo non è letterale, nota Hillman. Questa comprende tutti i periodi dal minoico all’ellenistico, tutte le località dall’Asia Minore alla Sicilia: «Questa ‘Grecia’ rimanda ad una regione psichica storica e geografica, ad una Grecia fantastica o mitica, ad una Grecia interiore della mente che è soltanto indirettamente connessa con la geografia e la storia effettive».

L’energia magnetica della terra può “richiamarci”, in diversi e misteriosi percorsi dell’esistenza, con evocazioni ancestrali per ricongiungerci alle nostre radici. Le sue ritualità vivono ancora nella nostra memoria, anche percorrendo le dimensioni sinestetiche dell’arte. La possessione archetipica, da non confondere con quella patologica o del diabolico cristiano, può ricercare la “fuoriuscita” attraverso l’esorcismo sciamanico nella sua collettività. Queste ritualità custodiscono i segreti “contatti” con l’oltre: come accade nel Salento con la “Pizzica”. Per secoli le donne salentine sono incorse in svenimenti e smanie per il “pizzico” del ragno del dio che danza. Il loro stato di trance incarna una esaltazione rituale del femminile che le fa avvicinare all’orgia delle antiche baccanti, agli eccessi e invasamenti delle sacerdotesse possedute nei sacri misteri. L’irruenza delle pulsioni può rappresentare questa liberazione.

Il morso di un ragno pericoloso e perturbante, come quello della Taranta, è il “disegno” scatenante di sofferenze antiche che ciclicamente ritornano. Questo “vive” in noi come carica tellurica nella terra-psiche, nei ricordi ancestrali, in una ragnatela emozionale che richiama a sé chi è destinato anche come creazione.

L’arte ultima dei rumori e corpi s’incontra con la “dimensione pulsionale”, quella in cui, secondo James Hillman, si sono rifugiati gli antichi dei dopo la loro fuga dal mondo, determinata dall’irrompere della visione cristiana. In quanto «Pulsionale e Anamnestica quest’arte non può che realizzarsi Ritualmente» (G. Sessa).

La voce e gli strumenti sonori possono diventare, nel Ritual Rumore dell’evento, una musica pulsionale che attraversa esorcismi e dannazioni per ascoltare i richiami ancestrali con l’oltre. «In questi con-testi di parola-suono-rumore convivono i concetti di “tradizione” come origine e di “avanguardia” come piacere di sperimentare, fluttuando in un continuum di rimandi e suggestioni che oltrepassano ogni catalogazione». Lo “s/concerto” può turbare le proiezioni esteriori e rianimare i legami antichi. Nelle civiltà tradizionali è sempre esistita una musica degli inferi.

Talvolta una musica, che definiamo “bianca” in quanto espressione naturale, colloquia con la nostra ombra attraverso le “maschere dannate” della seduzione. Il canto delle Sirene che ha voluto ascoltare Ulisse, nel suo viaggio-Odissea di conoscenza, può essere anch’esso un canto bianco perché possiede le malie di un richiamo ancestrale. La ricerca della musica bianca è un velo per un “segreto” viaggio, costituito da indizi, frammenti, che sono, a loro volta, il senso che fa debordare il confine dell’esperienza e della lettura stessa. Il suo suono può udirlo solo chi ascolta il proprio bianco richiamo dell’oltre, fino a concepire la sua estrema “Festa Bianca”.

Anche una voce, una musica-rumore d’ambiente può essere “vissuta” come bianca. Questa vocazione è presente nelle nuove sonorità che fuoriescono da strumenti musicali atipici: come quelli che si richiamano ai suoni “che vivono intorno” o alla natura stessa. Le sonorità sono interpretate dalle emozioni danzanti e mutevoli del corpo. Possono rappresentare, con i loro richiami neo-tribali, un’emergenza che “rilegge” sperimentazioni musicali, ma anche tradizioni e archetipi che si “ricollegano” a richiami mitico-sciamanici. Queste espressioni assemblano voci e sonorità, anche prodotte dai nuova media, con il rumore barbarico in evento-live dalle connotazioni fortemente rituali. Acqua, sassi, foglie, sabbia, vento, possono diventare lirici e naturali strumenti di rumore “originale” in concerti improvvisati che aspirano all’azione ritual. Infatti la Voce, il Suono, il Rumore possono lasciare «emergere la dimensione pulsionale ad essi connessa (respiro, piacere, ritmo) e dall’altro consentono il ri-suonare dell’Origine, attraverso un ri-conquistato predominio del significante fonico nei confronti del significato. E’ un percorso dalle parole alla Parola, che fa vibrazionalmente tralucere da sé la sua essenza, di natura sonora» (G. Sessa).

La vita antica «fu tutta silenzio. Nel diciannovesimo secolo, coll’invenzione delle macchine, nacque il Rumore» scrive Luigi Russolo. Ma oltre ai rumori delle macchine e di folle vocianti, troviamo anche le possibilità offerte dagli innumerevoli rumori della natura e della vita. Come quelli del tuono «misterioso brontolio che arriva da lontano»; dell’ululato «basso, umano, minaccioso o implorante, triste oppure beffardo»; dei sibili acuti e persistenti del vento. Troviamo anche la magnifica orchestra delle foglie in un bosco, la meravigliosa varietà di ritmi e timbri della pioggia con il suo gocciolio. L’acqua rappresenta nella natura la possibilità più varia e ricca di suoni: le grandiose sinfonie del mare in agitazione, il rumore profondo delle cascate, il gorgoglio lieve di un ruscello, ecc.

L’arte bianca ha naturalmente le sue musiche nei brusii del silenzio. Questo primo e ultimo suono dalle proprie potenzialità inedite, naturali, è sensibile a risvegliarsi nei significati e sensi di “oltre”: è come un’eco che crea altri echi fino a cancellare ogni traccia nel “rumore bianco”: «E’ un mondo così alto (…) che non ne avvertiamo il suono. […] Per questo il bianco ci colpisce come un grande silenzio che ci sembra assoluto […]. E’ un silenzio che non è morto, ma ricco di potenzialità […]. E’ la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita» (W. Kandinsky).

L’attimo del silenzio è anche l’attraversamento di un abisso, sul quale si sono affacciati diversi compositori della nuova musica, volendo portare con sé i contagi espressivi delle altre arti. Questo attimo-borderline rappresenta ancora il limite estremo a cui può giungere la creazione musicale e non: quello di ricercare un ritorno all’origine, prima di gettarsi come eco nell’abisso stesso, per scoprire che ogni distinzione tra le arti diviene superflua.

La con-fusione dell’opera bianca diviene il sogno e l’oltre dell’arte stessa, rifiutando confini prestabiliti. Si può estendere “fuoripagina” fino ai rumori, al silenzio che diviene lingua e ricerca di una comunicazione essenziale, interna, “altra”, coinvolgente, e di una condivisione “reale” con l’altro e l’invisibile. Dal bianco dell’indistinzione originaria nascono i rumori e i colori della nostra vita.

  1. L’Arte-Donna e l’Architettura-Anima come Mediterraneo

Tra le possibili emergenze dell’arte contemporanea, nei suoi innovativi scenari, c’è, da alcuni decenni, la presenza sempre più numerosa e stimolante della donna. Ciò è presente anche nel recupero creativo di manualità legate alle tradizioni artigianali, ritenute in passato arti minori. Questo cucito/ricamo/tessitura è entrato nella ricerca più avanzata, riconvertendo usi che erano considerati, in passato, apprendimenti dovuti per una donna. Tutto ciò è presente naturalmente nel corredo artistico del Femminile Mediterraneo: da intendere come richiamo alla terra, alle sue cerimonie e mistiche.

Nella visione naturalistica della vita la tradizione mediterranea è prevalentemente femminile-materna che spiega l’influenza delle divinità-donna. L’essere tellurico coincide con le razze meridionali, legate alla terra e alle sue presenze, vivendo nella ritualità collettiva come componente della sua parte alchemica. Costituisce il fuoco propiziatorio dei misteri iniziatici, profondamente “segnati” dal femminile. Una delle prime divinità, nate nell’immaginario arcaico-mitologico dell’uomo, è la Dea Madre, vista come dea della fertilità e utero dell’universo. Questa è identificata con la terra, elemento femminile e materno, nel cui corpo si compie il ciclo di vita-morte-vita: in questa concezione la creazione è una prerogativa femminile, in quanto procrea e feconda. Le divinità-donna, protagoniste e soggetti di luoghi religiosi, sono doppiate in statuine, disegni e graffiti, riproducenti talvolta solo gli attributi femminili (per sottolineare la sacra fertilità). Nei riti antichi del Mistero Afroditico, come nota Julius Evola, il centro del rito era costituito da una donna nuda, distesa sull’altare o facente essa stessa da altare. La donna dei misteri è sempre nuda.

In società primitive, legate principalmente alla sopravvivenza, prevaleva il matriarcato come forma di unità e conservazione. Questo tipo di società durò a lungo, “imprimendosi” nella coscienza collettiva: erano, infatti, le donne che si operavano alle esigenze del sostentamento famigliare (specie nell’agricoltura), mentre l’uomo era dedito alla caccia. L’arte del plasmare discende dalla creazione di vasellame, idoneo a contenere semi e frutti: mansione che nelle comunità preistoriche era svolta dalla donna.

La pratica artigianale e tradizionale può essere oggi recuperata per esprimere suggestioni ancestrali, memorie e frammenti di un’arte-esistenza. Impunturata e ricamata come “narrazione”: autobiografica, onirica, metafora epidermica, lingua di solitudine e passione, colloquio con l’altro e la quotidianità. L’arte-donna risulta sensibile alle trasformazioni e insidie ambientali intorno: auspica architetture di accoglimento (come quelle presenti sul Mediterraneo), ricercando identità “altre” per le immagini e rappresentazioni del reale. I risultati costituiscono un’indicazione-alternativa, anche controcorrente, alle proposte confezionate dai sistemi dell’arte.

Questa donna-artista “doppia”, con l’uso di materiali vari, corporeità e presenze sinestetiche che possono diventare vestito o accessorio di abbigliamento, lenzuolo o copriletto, tappeto o arredo di casa, cibo o essenza profumata, ecc. Il patrimonio immaginale del femminile include la lettura ironica, mistica o sensuale, ma anche momenti riflessivi, fondendo, nelle sue trasposizioni, abilità artigianali e il piacere del racconto. Questi soggetti d’arte sintetizzano attività antiche e nobili, come quelle del telaio o vasellame, in dialettica con la modernità, ripercorrendo epoche e specificità in un viaggio atemporale che diviene interiore. L’eclettismo espressivo racconta imprevedibili contaminazioni d’arte e rinnovate simbologie mitiche nei propri interni moventi di erranza: come nei suoi percorsi mediterranei.

Ho espresso queste indicazioni negli eventi di DonnaArte (2006-07), tra cui la grande esposizione svoltasi nel Salento (a Trepuzzi) con artiste del Sud Italia e dell’Iran. Ne ho documentato, in una pubblicazione, le trame del viaggio espressivo, soprattutto quello diversamente elaborato del corpo-abito, partorito dall’invenzione e dal piacere manuale. Il materiale scelto per la realizzazione è, talvolta, naturale o fragile, come quello degli ambienti dell’esistenza e dell’anima: filamenti di varia provenienza, cellulosa, cibo, cera, cotone, carta, terra lavica, memoria-riciclaggio, ecc.

Il Mediterraneo, accogliendo le terre a sud dell’Europa e dell’Italia insieme alle coste del Maghreb (l’altra sua faccia, che ha visto sorgere la grande civiltà arabo-islamica), può divenire “laboratorio” di geo-lingue che rileggono tradizioni e contaminazioni artistiche (espressive, naturali), anche grazie al “filo-cucito” dell’ultima Donna-Arte.

La geo-architettura può essere, insieme, una geo-arte e una geo-grafia, sintetizzando le memorie delle diverse civiltà, le stratificazioni di percorsi storico-culturali. Elabora le contaminazioni formali con l’immaginazione e l’analisi interiore: come quando, per esempio, edifica costruzioni archetipiche di sassi e sabbia. Le architetture interiori vogliono ascoltare le esigenze naturali e profonde dell’essere, rifiutando gli imperativi del consumo per creare “ambienti” che non siano solo esibizione o occupazione di esterni. Vogliono essere un invito a rianimare le possibilità dell’anima di vivere nei propri spazi interni, cercando la bellezza e l’invenzione “dentro” le dimensioni abitative con gli oggetti della quotidianità. Possono divenire anche “orecchio” che ascolta le voci e i rumori dell’ambiente con il loro oltre, amplificando le dimensioni-letture sinestetiche, catalizzando relazioni comunitarie sensibili. La geo-architettura dovrà rinascere dalle ceneri dell’ultimo moderno, tornando a essere costruzione di archetipi. Dopo tanti secoli di prevalente architettura “al maschile”, come nota l’architetto Paolo Portoghesi, che esalta il volume e la capacità di occupazione del vuoto con i simboli del potere, sarà necessaria un’architettura “al femminile”, sensibile alla creazione di spazi e vuoti accoglienti. La terra ha bisogno di un’architettura della comprensione.

L’attuale dispersione creativa ricerca opere-installazioni con atmosfere e materialità dai confini volutamente sfuggenti o virtuali. Queste ambientazioni vogliono suscitare sensibilità e comunicazioni emozionali che coinvolgono l’esterno. Si “edificano” come architetture di vibrazione e processi interni, favorendo il colloquio tra autore e fruitore. Aspirano a diventare architetture di idee e coscienza naturale, evocando simboli, mondi che ritornano per “risvegliare” la nostra esistenza. I loro ambienti plurilinguistici non si edificano, almeno nella genesi di nascita, per esistere nei delimitati e neutri spazi di una galleria: ma in quelli in cui possono “con-vivere” con i loro significati e la propria natura. Anche l’architettura, ogni espressione d’arte, può, come la medicina olistica, che guarda l’uomo nella totalità (corpo-mente-anima), edificare e ascoltare proprie sensibilità olistiche attraverso espressioni “non separabili”, che hanno un habitat naturale nelle costruzioni mediterranee dell’Anima e del Femminile.

  1. Il trucco e il tatuaggio come riti dell’anima

Il trucco, come nota Charles Baudelaire, è l’arte di mostrarsi dietro una maschera senza portarne una. Questi, nel suo Eloge du maquillage, indica la necessità di utilizzare i mezzi della trasfigurazione come un modo per ricercare una bellezza che diventi artificio della mente. Tutto ciò che è bello è il risultato del ragionamento e del calcolo, mentre tutto ciò che viene dalla natura è orribile. Il trucco non deve quindi nascondere ma, viceversa, può mostrarsi, se lo fa con franchezza e onestà. L’ipotetico fascino “lussurioso” di questo artificio veniva, viceversa, condannato dai precetti religiosi.

Il trucco non è solo un procedimento semplicistico per “nascondere” i segni del tempo. È anche una possibilità di modificare il proprio aspetto, fino al tentativo di farlo “assomigliare” alla propria immagine ideale e soprannaturale. Questa maschera può aiutare a rapportarsi meglio con l’altro. Nel campo dell’arte finora non è stato certamente predominante il fattore beauty, ma quello della ricerca della trasformazione di sé. “Mettere in scena” come pittura il maquillage apre questa possibilità a diversi artisti, a partire dagli anni ‘70, di utilizzare la modificazione: prevalentemente nel Comportamento e nella Body Art.

La natura come pelle, soprattutto quella femminile, può costituire un racconto affascinante di creazione, espresso attraverso una ricca produzione di opere d’arte, in cui si evidenzia il fascinoso riflesso della cosmesi sui variabili modelli della bellezza attraverso i secoli.

L’artista, come ogni creativo, può avvertire, prima o poi, la necessità di un travestitismo, almeno metaforico o virtuale, facendo diventare il make up una propria possibile maschera di relazione con la società. Il nostro corpo è, infatti, un organo di comunicazione che parla di sé agli altri.

I volti vengono resi neutri come una pagina o tela bianca, su cui poter iniziare la propria creazione. L’esigenza dell’abbellimento del corpo è congenito nell’essere umano, dall’antichità a oggi, anche come sconfinamento d’arte. La maschera, il segno tatuato, il trucco, come nota Michel Foucault, depositano sul corpo un linguaggio enigmatico, cifrato, segreto, sacro che chiama su questo stesso corpo la violenza del dio, la potenza sorda del sacro o la vivacità del desiderio. Il trucco era praticato in tutta l’area della Mesopotamia e del Mediterraneo: come dimostrano le statuette dei Sumeri, scoperte nella città di Ur, con gli occhi decisamente segnati di nero.

L’esigenza spirituale del trucco raggiunse un vertice con gli Egizi che avevano riconosciuto “l’occhio bistrato” come simbolo religioso, ricorrente in molteplici opere d’arte. Era un occhio-luce purificatore, emanante fluidi magnetici e magici, tanto da essere posto sui sarcofagi per permettere al trapassato di farlo continuare a palpitare con le immagini del mondo visibile.

Un tatuaggio può contribuire al cambiamento di una vita, “segnando” un momento o esprimendo così la propria magia individuale nascosta: espressione di esistenza onirico-poetica, evasione fantastica dagli stati coattivi di ogni genere. Il tatuaggio e le altre pratiche corporali costituiscono una discesa dell’essere umano nel proprio “oscuro” mondo e nei suoi collegamenti con gli archetipi primordiali e mitico-magici: «Ho trasformato il mio corpo tatuandolo. Liberando la creatura che da dentro scalpitava per uscire. Il suo marchio è ora impresso indelebile sulla mia schiena» (B. Marenko). Le iniziazioni di “passaggio”, un tempo vissute nella dimensione rituale, necessitavano, talvolta, di un tatuaggio (reale, simbolico). Questo può “narrare” una storia interiore.

Il tatuaggio rappresenta una forma di comunicazione arcaica, in quanto “decorarsi” risulta una vocazione naturale dell’umanità, anche per aiutarla a esprimere l’alchimia individuale e le proprie ritualità. Il suo uso antichissimo appartiene all’apparire stesso dell’uomo nei suoi rapporti con l’oltre (divinità antropomorfe “segnate”). Alcuni raccontano storie di messaggeri che avevano tatuato, sul proprio cranio, un messaggio segreto, visibile solo quando erano rasati. Un corpo tatuato può essere un libro misterioso da decifrare.

Il tatuaggio non appartiene a una cultura o regione specifica, essendo presente nel mondo occidentale e orientale. La sua arte affonda le proprie motivazioni nelle origini dell’umanità: oltre a essere state rinvenute mummie tatuate, questa pratica ha interessato anche le civiltà antiche precristiane per “segnare” le proprie identità spirituali. Come sottolinea lo scrittore Nicolai Lilin «Prima di finire sotto la pelle, le tracce dei tatuaggi devono fare una strada molto più lunga e complicata: illuminati col bagliore della ragione scendere negli abissi dell’animo umano».

Il tatuaggio può sancire il termine di un percorso iniziatico-rituale. Nella comunità tribale dei Maori «gli uomini si fanno tatuare il viso con un disegno che è personalizzato, creato fin nei minimi dettagli per adattarsi alla fisionomia e al carattere di chi lo riceve. In questo senso i Maori indossano una maschera che non camuffa, bensì rivela. Ed è un po’ questo il senso moderno, tramandato fino a noi, del tatuaggio: dotare il proprio corpo di una chiave di accesso per l’anima». La sua espressione simbolica è visibile nelle prime rappresentazioni dell’uomo. Un esempio: le figure mascherate nelle incisioni rupestri nelle grotte di La Medelein in Francia (tra il 15-10000 a.C.) mostrano segni di body painter e altro. Il tatuaggio può divenire la “narrazione” di una storia creativa, oltre che la memoria di una cultura e civiltà sparita, di una ritualità segreta.

La singolarità di questa espressione, che viene vista ancora più come un fenomeno antropologico e sociale che come creazione, è da ricercare nella sua non completa ufficializzazione nel sistema dell’arte. Ogni opera è infatti legata indissolubilmente al suo supporto, che in questo caso è la pelle. E il tatuaggio ha la stessa esistenza del suo supporto: “sparisce” insieme a questo con la morte. Alcuni tatuaggi, come quelli giapponesi, sono da considerare una vera e propria forma d’arte. Non mancano oggi maestri celebrati di questa espressione.

Il tatuaggio può divenire una pittura o scrittura d’arte sulla pelle con moventi e significati interiori, che, talvolta, sono compiutamente compresi solo dal suo possessore. L’essere umano può, infatti, cambiare solo ciò su cui ha un esclusivo e reale possesso, come il proprio corpo. Riappropriarsi di questo costituisce anche una possibile lettura dell’interna spiritualità, di cui il tatuaggio incarna la simbologia, facendo affiorare dalla pelle segnali dell’anima.

L’uomo, talvolta, ha utilizzato l’immagine ambigua e sfuggente dell’ombra come mezzo per esprimere la natura oscura dell’esperienza umana. Il tatuaggio può essere l’ombra di un’esistenza. I “tatuaggi-ombra” diventano passaporti per l’anima, fornendo il passaggio luminoso per la terra degli spiriti che può essere visitata in momenti particolari di trance: senza tatuaggi l’anima rischia di perdere l’orientamento, vagando nell’oscurità. I tatuaggi, come le ombre, pur essendo strumenti astratti, cercano di definire le maschere e complessità del mondo invisibile e della creazione come ritorno all’Origine.

 

Vitaldo Conte

 

(da Da AA.VV., ‘Eventi e Studi’ Scritti in onore di Hervè A. Cavallera Tomo II, a cura di Hervé A. Cavallera, Pensa MultiMedia Ed., Lecce-Brescia

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Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 6 settembre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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