Silvano Lorenzoni: Kant, Brouwer, Lorenzoni – a cura di Fabio Calabrese

Silvano Lorenzoni: Kant, Brouwer, Lorenzoni – a cura di Fabio Calabrese

Silvano Lorenzoni:
Kant, Brouwer, Lorenzoni
Libreria Editrice Primordia, Milano 2017
€. 12,00

Questo nuovo testo di Silvano Lorenzoni è un libro piuttosto sottile, una settantina di pagine, tuttavia credo che si possa considerare un lavoro molto importante, nel quale l’autore ha fissato i fondamenti filosofici del proprio pensiero, anche tramite il confronto con altri due pensatori, il grande Immanuel Kant, padre possiamo dire, della filosofia moderna, e un autore certamente molto meno noto nel quale Lorenzoni ravvisa una profondità di pensiero e un’affinità tematica non dissimili da quelle kantiane, il matematico e filosofo olandese Luitzen Brouwer. La filosofia moderna, si può dire, è dovuta ripartire dall’intuizione kantiana che il mondo che possiamo conoscere è il mondo della nostra esperienza (tecnicamente parlando, il mondo fenomenico), e che per definizione non possiamo avere alcuna idea di che cosa o come sia la cosa in sé (“Ding an sich”), cioè il mondo indipendentemente dal nostro percepirlo o sperimentarlo. Questo fatto, di essere necessariamente contenuti entro i limiti della nostra esperienza, è stato già altre volte definito da Lorenzoni “prigione kantiana”. Secondo Kant, lo spazio, il tempo e la causalità (cioè l’idea che gli eventi sono uniti da legami di causa-effetto), sono categorie a priori che il soggetto mette nell’esperienza.

Luitzen Brouwer è stato un matematico, e ha rivisto l’impostazione kantiana alla luce dell’esperienza di matematico. In matematica l’a priori fondamentale è la successione – pensiamo ad esempio alla serie dei numeri naturali – la successione, quindi il tempo, e la categoria spaziale appare in qualche modo accessoria e derivata rispetto a quella temporale.
Va da sé che questo tipo di impostazione comporta un problema la cui soluzione è tutt’altro che secondaria a tutti gli effetti pratici: se ciascuno di noi è chiuso nella propria soggettività, come può esistere un’intersoggettività, come fanno i soggetti a comunicare? Lorenzoni risolve il problema facendo ricorso al concetto di tunnel della specie elaborato dal biologo baltico Jakob von Uexküll. La “prigione kantiana”, per così dire, non sarebbe composta di celle, ma da un tunnel in cui si troverebbero allineate delle psichicità affini, e l’affinità renderebbe possibile comunicare capendosi. Il tipo di mondo nel quale ciascun tipo di soggetti vive, dipenderebbe dalla sua soggettività specifica (nel senso di appartenente alla specie) per cui i cani vivrebbero in un mondo canino e gli uomini in un mondo umano. Proprio perché non possiamo non percepire il mondo intorno a noi se non come uno spazio “umano”, in esso vale la geometria euclidea (che si basa sul postulato – indimostrabile – di Euclide per cui “per un punto passa una e una sola retta parallela a una retta data”). Geometrie non euclidee, cioè che non si basano sul postulato di Euclide sono concepibili e sono state elaborate dai matematici, e potrebbero trovare applicazione lontano dal “mondo umano”; è un discorso di cui vedremo più avanti le importanti implicazioni. Qui si può prendere in considerazione un’obiezione che si presenterà alla mente dei più, cioè che l’oggettività, l’indipendenza del mondo dal nostro modo di percepirlo, sarebbe dimostrata dall’apparato concettuale e strumentale scientifico e tecnico di cui disponiamo. In realtà non è così, perché non solo tutte le nostre interpretazioni del mondo, ma anche tutto l’apparato tecnico che abbiamo sviluppato, si basano sui presupposti del mondo come spazio e tempo euclidei.

“Tutti gli strumenti manifatturati dagli umani”, ricorda l’autore, “vengono costruiti utilizzando tecniche valide nello spazio euclideo e sotto il presupposto che le cose misurate dai medesimi siano geometricamente euclidee e poste in uno spazio parimenti euclideo. (…). Quindi mai misure fatte con apparecchi geodetici o telescopici, quali possono essere a nostra disposizione, potranno “rivelare” se lo spazio in cui viviamo sia o non sia euclideo”. A questo riguardo Lorenzoni ricorda anche il teorema di Gödel: la validità di un sistema non può essere dimostrata all’interno del sistema stesso. In altre parole, nessuna indagine empirica, nessuna misurazione, nessun esperimento può permetterci di eccedere i limiti della nostra “prigione kantiana”. C’è tuttavia a questo punto una questione estremamente importante che di solito viene semplicemente ignorata: quando i filosofi parlano di “uomo”come creatura raziocinante che, attraverso le categorie a priori dello spazio, del tempo e della causalità si rendono l’esperienza intellegibile e comunicabile, uomo come “animale razionale” prendono a modello essenzialmente se stessi e le persone del medesimo ambiente culturale-sociale-civile, dopo di che estendono implicitamente questa visione a tutte le creature che zoologicamente rientrano nella specie homo sapiens, ora non è affatto detto che le cose stiano in questi termini.

“E’ abbastanza chiaro”, scrive Lorenzoni, “Che già Platone quando si riferiva “all’uomo”, intendeva il greco classico che egli contrapponeva al “resto”. C’è da credere che per Kant “l’uomo” fosse soltanto il civilissimo cittadino di Koenigsberg; e che per Brouwer esso fosse l’olandese e tedesco matematico. Per i selvaggi, gli animali (e sicuramente le piante) sappiamo che la loro “psichicità” – il modo di percepire il mondo – è diversa da quella dell’uomo superiore (europide, centroasiatico, nord-est asiatico); che essa ne è un sottomultiplo e che della medesima viene “a rimorchio” (…). Il selvaggio, per esempio, ha una visione bidimensionale; e quindi ha un modo di percepire otticamente il mondo che è un meno/sottomultiplo di quello dell’uomo superiore Di questo fatto un’analisi interessante è stata fatta dal filosofo ferrarese Raul Cesari che onora lo scrivente della sua amicizia. Quando l’uomo superiore apre gli occhi, gli si squaderna subito davanti lo spazio tridimensionale nel quale le cose stanno a variabile distanza. Il selvaggio invece non percepisce lo spazio ma le cose. Quelle più lontane egli le coglie come un piano di enti di fronte al quale si pone un altro piano di enti e poi un altro e così via fino al piano più vicino e immediato. Lo spazio dell’uomo superiore è unico e in esso le cose si dispiegano in profondità: per il selvaggio (e presumibilmente per l’animale) si tratta di una serie di piani sovrapposti che annullano il senso spaziale nella profondità, quindi visione bidimensionale. Per l’uomo superiore il soggetto è lo spazio, per il selvaggio le cose; per l’uno la profondità viene ad essere la vera essenza delle cose, per l’altro essa non è nemmeno presente.

Per i selvaggi, così come manca la dimensione della profondità dello spazio, manca il senso del futuro nell’ordine del tempo (e la mancanza della percezione del futuro impedisce la possibilità di pianificare). Ma anche il ricordo, che è il “recupero” del passato, una possibilità che hanno anche il selvaggio e l’animale, è diverso fra l’uomo superiore e il selvaggio (…). Mentre nel visualizzare mnemonicamente dei fatti passati, l’uomo superiore vede se stesso anche come attore e non soltanto come spettatore, l’ornitologo Friedrich von Lucanus afferma che l’animale, quando ricorda qualcosa, vede se stesso sempre ed esclusivamente come spettatore. E gli studi fatti dallo scrivente su certi indigeni iberoamericani sembrerebbero indicare che lo stesso vale per i selvaggi”. Qualcuno sarebbe forse tentato di pensare che queste siano affermazioni razziste da suprematista bianco, e allora sarà il caso di ricordare che negli anni ’30 l’antropologo e psicologo sovietico Aleksander Luria ha riscontrato nelle popolazioni selvagge della Siberia situazioni simili. Luria notò che persone appartenenti a queste popolazioni non erano in grado di risolvere problemi del tipo: “Gli orsi che vivono nelle regioni polari sono bianchi. Sei vicino al polo e vedi un orso, di che colore è?” In altre parole in questi nativi mancava il pensiero operativo formale secondo la terminologia di Jean Piaget, il che, secondo lo schema piagettiano equivale a un’età mentale inferiore ai dodici anni, sebbene si trattasse di persone in grado di sopravvivere nel duro ambiente siberiano tra tundra e taiga. Conclusioni avallate dalla massima autorità “socialista”, l’Accademia delle Scienze sovietica. Se questo è razzismo, allora è la realtà a essere razzista.

Ricordiamo che secondo Lorenzoni il selvaggio non è affatto un primitivo, cioè un uomo in una condizione non o non ancora evoluta, ma perlopiù un decaduto, appartenente a popolazioni residue di una condizione civile preesistente venuta meno, e a questo argomento ha dedicato un libro non dei suoi meno importanti: Il selvaggio, saggio sulla degenrazione umana.
Questo lascia la porta aperta a due conclusioni: la prima, ovvia, che la condizione selvaggia è un minus, una “prigione kantiana” più ristretta rispetto a quella dell’uomo civile, la seconda è che, dato che questa non è una condizione “primitiva” risultante dall’attardarsi in un processo evolutivo ascendente, ma il prodotto della decadenza da un livello superiore, nulla vieta di pensare che si tratti di una condizione che il destino potrebbe riservare anche a noi, a scadenza forse nemmeno tanto lontana, in conseguenza dei flussi migratori dal Terzo Mondo e dell’immigrazione. Vi è nel nostro mondo una pattuglia di individui, certo non numerosa ma supportata dalla grancassa mediatica, che vedono nell’abbandono della “ragione cartesiana” qualcosa di positivo, soprattutto fra i cosiddetti “artisti” spregiatori di ordine e regole, a cominciare da Pablo Picasso con la sua ossessione per le maschere africane. Bene, si vede bene a che livello di decadenza costoro, questi fautori della degenerazione e del caos, hanno portato le arti figurative che nel passato hanno prodotto nella cultura europea i templi greci e le cattedrali gotiche, Fidia e Raffaello.

“Nessuno ci pensa seriamente, ma molta parte del senso di precarietà che affligge l’uomo contemporaneo”, ci dice ancora l’autore, “E’ data dalla perdita di identità dovuta al rimescolamento delle razze, rimescolamento spesso discutibile che ha spinto l’uomo sull’orlo della propria prigione kantiana. Può sembrare un paradosso, ma uscire da una prigione non è sempre una conquista: spesso può essere una catastrofe, se questa prigione è stata la nostra culla e il nostro habitat per migliaia di anni.
Uscirne significa andare incontro a traumi psichici, fino all’estrema possibilità di non riconoscere più se stessi, fino all’annientamento”. Qui s’innesta un’altra tematica cui Lorenzoni ha dedicato in passato non poco spazio, quella delle cesure epocali, ossia quegli eventi catastrofici e improvvisi che segnano letteralmente delle fratture nel tempo storico con il passaggio da un’epoca a un’altra, il crollo di una civiltà e – forse – l’inizio di una faticosa ricostruzione, oppure il permanere in una condizione “selvaggia”, catastrofi delle quali non si riesce a conservare che un’eco indistinta perché si passa letteralmente da una “prigione kantiana” a un’altra, e il tunnel uexkülliano della specie si riduce a un sottile filo di memoria. L’ultima di esse ha forse coinciso con l’inabissamento di Atlantide, e oggi siamo forse vicini alla prossima. A lato di questo impianto teorico che certamente non si può prendere alla leggera, il testo esplora un paio di interessanti corollari. Se lo spazio euclideo coincide sostanzialmente con il “mondo umano”, e l’autore ipotizza che esso abbia un limite preciso nelle cinture di radiazioni che avvolgono il nostro pianeta e sono note come fasce di Van Allen, oltre il quale si troverebbe uno spazio qualitativamente diverso soggetto a leggi geometriche non euclidee, “spazio compresso” e “spazio pietrificato” (Per un’analisi più dettagliata si possono vedere i testi precedenti dell’autore, in particolare Kantianità e ghiaccio cosmico), ne consegue l’impossibilità dei viaggi spaziali. Lorenzoni non è il solo a sostenerlo, e si può dire che comincia a esistere una letteratura in merito: l’impresa lunare del 1969 non sarebbe stata altro che un abile falso mediatico creato allo scopo di vincere la guerra psicologica allora in corso con l’Unione Sovietica. Caso strano, oggi che sarebbe possibile sottoporlo a controlli tecnici più raffinati, il filmato originale dello sbarco sulla luna è “inspiegabilmente” scomparso dagli archivi della NASA.

Un’altra questione su cui l’autore è tornato, è il famoso esperimento di Michelson e Morley e la sua relazione con la relatività einsteiniana. Come sapete, anch’io mi sono recentemente occupato della faccenda in un articolo, Scienza e democrazia, terza parte, che si è proprio avvalso dei suggerimenti del nostro amico. Riassumendo brevemente, perché si tratta di una questione di cui ci siamo appena occupati, l’esito di questo esperimento: l’impossibilità di misurare la differenza fra la velocità di un raggio luminoso posto su di una fonte ferma e quella di un raggio su una fonte in movimento, è stato considerato la prova cruciale a favore della relatività einsteiniana. Ora, fa notare l’autore, tale esito può essere spiegato con la contrazione che subisce un corpo nella direzione del movimento, tale contrazione del tutto inavvertibile a velocità ordinarie, diventa rilevante a velocità elevate, prossime a quelle della luce. Questa contrazione, che non è una conseguenza della relatività, ma semplicemente della geometria euclidea, fu scoperta agli inizi del secolo scorso da un fisico tedesco oggi ignorato, Fritz Hasenöhrl. Sfortunatamente, Hasenöhrl cadde in combattimento nel 1915, lasciando spazio al plagiario Einstein. “C’è da credere che l’occultamento del lavoro di Hasenöhrl nel contesto di tutta la faccenda abbia a vedere che i suoi risultati avrebbero ostacolato in modo importante l’ascesa verso la “gloria” di un plagiario criminale,molto ben appoggiato e che adesso sta sugli altari in quanto proclamato il genio per eccellenza. Si intende parlare del fondatore della cosiddetta teoria della relatività, Albert Einstein”.

In conclusione si può dire che si tratta di un testo di non facile lettura nonostante il contenuto numero di pagine, tuttavia si tratta di un testo molto importante per chi voglia avere una panoramica completa del pensiero di Lorenzoni, e soprattutto voglia capire grazie alla guida del nostro autore, i meccanismi che stanno alla base della “scienza” e della cultura contemporanee, nonché ciò che può riservarci un futuro che è ora di smettere di guardare attraverso gli occhiali rosa progressisti.

Recensione di Fabio Calabrese

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Categorie: Libreria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 11 settembre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

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