Scienza e democrazia – terza parte – Fabio Calabrese

Scienza e democrazia – terza parte – Fabio Calabrese

La visione del mondo della democrazia si basa sulla falsificazione. Questa falsità investe tutti i campi della ricerca scientifica, di quella che viene presentata in maniera menzognera come una conoscenza oggettiva, mentre si tratta soltanto di ideologia e propaganda.

Questo noi lo capiamo molto bene per quanto riguarda le scienze umane, storiche e sociali, dove occorre far passare a tutti i costi una certa visione dell’essere umano, e mettersi al riparo dal fatto che una ricerca scientifica realmente obiettiva potrebbe metterla in crisi (ad esempio constatando il fatto che la specie umana è suddivisa in razze, esattamente come tutte le altre specie viventi, animali e vegetali, che conosciamo). Nel campo delle scienze fisiche, apparentemente lontane da un interesse politico e umano immediato, la mistificazione a prima vista appare molto meno comprensibile.

Il fatto è che la fisica è dominata dal feticcio di Albert Einstein e dalla cosiddetta teoria della relatività, ed Einstein apparteneva allo stesso gruppo diciamo etnico-religioso cui appartenevano Marx, Freud, e Levi Strauss. Nella seconda parte della nostra trattazione abbiamo visto che Sigmund Freud era un ciarlatano, che la psicanalisi da lui inventata per estorcere denaro, non ha mai curato effettivamente nessuno, e che era un plagiario privo di originalità che ha rubato le sue presunte scoperte a Pierre Janet e a Josef Breuer. Di Marx non metterebbe neppure conto parlare, tanto le sue idee tutte le volte che qualcuno ha cercato di tradurle in realtà e di creare dei sistemi “socialisti” secondo le sue formule, è riuscito a dare vita solo a delle tirannidi mostruose e sanguinarie che hanno distribuito ai loro disgraziati sudditi soltanto miseria, oppressione e morte.

Tuttavia, l’appartenenza di entrambi questi personaggi al “popolo eletto”, al “popolo santo” sembra mettere l’uno e l’altro al riparo da ogni critica. I “buoni democratici” si inchinano volgendo lo sguardo reverente a terra, spinti senz’altro dal timore che anche la più timida critica possa essere interpretata come razzismo. Nel caso di Einstein vale esattamente la stessa cosa, anche la sua “dottrina” pare godere della stessa immunità alle critiche che sembra promanare da tutto ciò che proviene dal “popolo eletto”.

Nel campo delle scienze fisiche la mia competenza è limitata, ma qui fortunatamente ci soccorrono le ricerche sia di Silvano Lorenzoni sia di Ugo Fabbri, ed entrambe – per strade diverse – evidenziano come il grande feticcio “scientifico” del nostro tempo, la teoria della relatività, sia in effetti una bufala e come il suo ideatore, Albert Einstein, sia stato per metà un ciarlatano e per l’altra metà un plagiario che ha scopiazzato in maniera spudorata le idee sia di Werner Heisenberg, sia dei matematici italiani Ricci Cubastro e Olinto Dal Pretto (il vero autore della celebre formula e = M C al quadrato). Il fatto è che Einstein a differenza della maggior parte dei suoi colleghi dell’ambiente germanico, conosceva l’italiano avendo soggiornato da giovane in Italia, e questo gli permise di “rivendere” come proprie idee poco conosciute fuori dall’ambito dei ricercatori della nostra Penisola, d’altra parte, come abbiamo già visto nella seconda parte, il “vizietto” del plagio accomunava Einstein all’altro grande ciarlatano pseudo-scientifico suo correligionario: Sigmund Freud.

Io ho sottoposto la prima versione dell’articolo comprendente la seconda e questa che ora è diventata la terza parte di Scienza e democrazia a Silvano Lorenzoni, che di Einstein si è occupato in diversi suoi scritti, compreso un saggio appositamente dedicato all’argomento, Contro l’einsteinismo, ma vi ha dedicato uno spazio tutt’altro che secondario anche in Kantianità e ghiaccio cosmico e Itinerari d’oltretomba, per non parlare di una comunicazione privata nella quale il buon Silvano mi ha fatto partecipe di una sua ipotesi interessante, che Einstein sarebbe stato affetto dalla sindrome di Asperger, una forma leggera di autismo, e questo sarebbe dimostrato proprio da ciò che caratterizza la sua teoria: la tendenza a scambiare enti matematici astratti per entità reali. E non posso fare a meno di evidenziare il fatto che Lorenzoni in Itinerari d’oltretomba ha ricordato con mia grande soddisfazione, anche il mio contributo sulle pagine di “Ereticamente” alla critica dell’einsteinismo.

Lorenzoni mi ha risposto fornendomi una quantità di spunti e osservazioni al punto, precisamente, da suggerirmi di scorporare dal mio pezzo la parte relativa ad Einstein e farne un articolo indipendente.

Io non posso dire di avere una vera competenza nel campo delle scienze fisiche, ma credo di essere una persona intellettualmente indipendente oltre che curiosa, e fin da quando ero studente sui banchi del liceo, mi era apparso chiaro che la famosa formula e = M C al quadrato contiene un errore logico, perché non si può mettere una velocità (il quadrato di C, la velocità della luce) là dove dovrebbe esserci un numero puro.

Ora, a questo riguardo devo dire che mi sono a lungo chiesto se per caso un errore logico non ci fosse invece nel mio ragionamento dal momento che non sono un fisico (quella che posseggo è una “banale” laurea in filosofia), e non mi sfuggisse qualcosa che è invece ovvio per gli specialisti. Da questo punto di vista, Lorenzoni mi ha rassicurato, infatti la medesima obiezione contro l’einsteinismo fu sollevata da uno scienziato inglese, Herbert Dingle, oggi dimenticato probabilmente proprio per la sua opposizione alla relatività, d’altra parte non risulta che qualcuno dell’establishment ufficiale, dei difensori d’ufficio dell’ortodossia scientifica della relatività si sia degnato di rispondere all’obiezione di Dingle (né tanto meno a quelle di Lorenzoni o alle mie), ma questo è il modo di procedere tipico dei sistemi oppressivi, che non rispondono ai loro oppositori con argomenti (anche perché in genere argomenti non ne hanno), ma cercando di far cadere la loro voce nel silenzio e nell’oblio.

In generale, sembra che muovere obiezioni alla relatività einsteiniana faccia subito cadere nell’elenco, nella lista nere dei dannati, così come è evidente, su un altro piano che tutta la costruzione pseudo-scientifica della psicanalisi non risponde minimamente a un qualsiasi criterio di scientificità, ed è invece simile ai lambiccamenti di guru e ciarlatani, ma guai a dirlo, ci si trova contro immediatamente tutto l’establishment “scientifico”.

L’unica spiegazione, in un caso e nell’altro di come entrambe queste cose siano accettate senza un briciolo di spirito critico, ve l’ho già detto, risiede nel fatto che quando si tratta del “popolo eletto” a cui sia Einstein sia Freud appartenevano, allora l’atteggiamento mentale della gente, compresi i ricercatori, è quello di volgere a terra gli occhi bassi, senza osar azzardare la minima critica nel timore che essa possa essere interpretata come “razzismo”.

Ultimamente, riflettendo su questi problemi, credo di aver intuito una cosa importante: a parte la scorrettezza della formula e = M C al quadrato, formalmente assurda perché usa una velocità per stabilire una proporzione, (ma bisogna anche ricordare che questa formula non è “la formula “della relatività”, ma malamente “incastrata” da Einstein nel suo sistema, fu da lui rubata a Poincaré e Del Pretto) può essere, anzi è altamente probabile che tutta la relatività non sia altro che una ciarlataneria.

La ragione per cui la comunità scientifica si decise ad accettare il verbo di Einstein come il disvelamento ultimo dei misteri dell’universo consistette nel famoso esperimento di Michelson e Morley. Di che cosa si trattò? Cercherò di spiegarvelo nei termini più semplici possibile.

Immaginiamo un treno che corre nella nostra direzione alla velocità, diciamo, di 100 chilometri all’ora. Sul treno c’è una persona che corre verso la testa del convoglio, diciamo a cinque chilometri all’ora. La velocità con cui costui si muove nella nostra direzione è di 105 chilometri orari.

Bene, se invece abbiamo sul tetto del treno un raggio di luce proiettato da un faro, la velocità con cui esso ci raggiunge, non sembra sommarsi a quella del treno, pare uguale a quella della luce di un faro fermo a terra. Questo fatto apparentemente inspiegabile nei termini della fisica classica come si è sviluppata da Galileo fino al principio del XX secolo, è bastato perché si buttasse a mare questa tradizione secolare e si adottassero le elucubrazioni di Einstein come “la verità scientifica”.

Il caso è tutto sommato analogo a questo: se avete una bottiglia contenente, diciamo un litro d’acqua e la vuotate in mare, non potrete misurare nessun aumento percepibile del livello marino. Direte allora che la massa d’acqua degli oceani del nostro pianeta è “la massa assoluta” che non può essere incrementata? Certamente no, l’aumento di massa c’è, solo che rispetto alla massa complessiva dei mari del mondo, l’aumento di un litro è talmente trascurabile da non poter essere in alcun modo rilevato. E il caso della velocità della luce non potrebbe essere analogo? Essa è talmente elevata (300.000 chilometri al secondo) che l’ulteriore incremento dato dalla velocità di un mezzo in movimento potrebbe non essere più rilevabile dell’effetto di un litro d’acqua aggiunto al livello del mare, ma questo non significa che non esista, e che per conseguenza sia necessario buttare alle ortiche tutta la scienza fisica da Galileo in poi.

Silvano Lorenzoni mi segnala che del risultato dell’esperimento di Michelson e Morley sono possibili interpretazioni più tecniche, ma che comunque non richiedono il ricorso alla teoria della relatività, e che quindi comunque non la dimostrano: ecco il suo commento:

“Passo subito a fare qualche commento sul (giustamente) celebre esperimento di Michelson e Morley, del 1886, il cui risultato non fu travisato da loro – essi si fermarono al risultato, senza dargli un’interpretazione. A ‘interpretarlo’, se così ci si può esprimere, fu subito dopo Hendrik Lorentz, il quale dimostrò che esso – apparentemente del tutto assurdo – era ‘spiegabile’ se si ammetteva che un oggetto in movimento si accorcia nella direzione del moto secondo quel celeberrimo e ‘miracoloso’ fattore di radice quadrata di [1 – (v/c)²] (che altro non viene a essere se non una conseguenza del teorema di Pitagora). Questa ‘contrazione di Lorentz’ venne allora a essere nient’altro che l’accettazione di un dato di fatto empirico, una ‘nuova legge della natura’ (Lorentz, senza riuscirci, volle tentare di darne ragione per mezzo di determinati fantasiosi presupposti sulla elasticità dell’elettrone, del tutto inverificabili e inverificati). – Nel 1905 Fritz Hasenöhrl dimostrò invece che la contrazione di un oggetto in movimento, nella direzione del moto, era una conseguenza obbligata delle leggi della termodinamica; Einstein lanciò la sua ‘relatività’ nello stesso anno qualche mese dopo Hasenöhrl (che adesso è un illustre dimenticato) e sulla stessa rivista scientifica, senza mai menzionarlo”.

Questo, si noti, è assolutamente tipico di Einstein, che aveva “il vizietto” di impadronirsi del lavoro altrui senza nemmeno citare la fonte, in pratica, esattamente come il suo correligionario Sigmund Freud, era un plagiario oltre che un ciarlatano.

Ma proseguiamo la lettura del brano di Lorenzoni:

“Einstein propose una sua ‘deduzione’ (la cosa dovrebbe fare da ridere) della contrazione di Lorentz mettendo al posto dello spazio assoluto (in linea di massima l’’etere’ – fermiamoci qui per non complicare troppo il nostro assunto) una velocità assoluta (secondo lui) che è c, quella della luce nel vuoto, la quale si comporta come fosse infinita pure non essendolo. Questo viene a essere il secondo principio/dogma della relatività speciale/ristretta, il primo essendo quello dell’inesistenza di alcun riferimento preferenziale per misurare gli spostamenti. Sia l’uno che l’altro sono, appunto, dogmi, quindi articoli di fede”.

Naturalmente, Einstein era abbastanza furbo da formulare un’ipotesi che avesse buone probabilità di sfuggire a quei controlli sperimentali che ne avrebbero dimostrato l’infondatezza:

“C’è da credere che Einstein abbia scelto c come velocità assoluta e miracolosa soprattutto perché essendo essa molto alta, essa stava allora al di là delle possibilità sperimentali di misurare piccole variazioni nella medesima. Adesso quelle variazioni sono misurabili e difatti in qualche caso sono state riscontrate (quindi velocità non miracolosa ma che obbedisce anch’essa alla composizione normale delle velocità), ma queste cose sono state ignorate o zittite dalla scienza ufficiale, anche con ‘spiegazioni’/scuse ridicole”.

Voi vi domanderete: ma è possibile che gli scienziati, che supponiamo essere persone ragionevoli, tra una spiegazione semplice e logica, coerente con le conoscenze finora acquisite, e una astrusa e complessa, scelgano la seconda? Possibile che possano mancare di buon senso in questo modo? Ebbene, è assolutamente possibile, abbiamo visto nella parte precedente il livello di ciarlataneria stregonesca in cui si trova “la scienza” psicologica.

Tuttavia, dobbiamo chiederci a cosa si deve il fatto che quest’astrusità ciarlatanesca che conosciamo come “teoria” della relatività, che pure si applica a un ambito molto lontano dall’esperienza umana immediata, sia rimasta “la verità” indiscutibile in campo scientifico. C’è certamente di mezzo il fatto che come Marx, come Freud, come Levi Strauss, Einstein apparteneva al “popolo eletto”, e basta questo per rendere agli occhi dei più le sue elucubrazioni incontestabili, pena la minaccia di essere accusati di razzismo, antisemitismo e via dicendo, ma non è solo questo, bisogna ricordare anche il ruolo politico avuto dallo stesso Einstein, che ancor più di Freud si è prestato a incarnare lo stereotipo dell’ “uomo di genio” ingiustamente perseguitato e costretto all’esilio da quei cattivoni dei nazionalsocialisti.

Bisogna ricordare che i nazionalsocialisti – questi mostri spietati – il cui fine non era certo lo sterminio ma l’allontanamento degli ebrei dalla Germania – hanno evitato di torcere un capello a ebrei di riconosciuta levatura intellettuale: due nomi per tutti, Edmund Husserl ed Henry Bergson.

Sulla base di informazioni segrete sulle ricerche nucleari tedesche contrabbandate fuori dalla Germania da Werner Heisenberg, Einstein, e sicuramente questo è stato il suo ruolo politico di maggiore importanza, persuase il governo statunitense a dare il via al progetto Manhattan che portò alla realizzazione degli ordigni nucleari che furono poi sganciati su Hiroshima e Nagasaki, del che immagino i Giapponesi e soprattutto gli abitanti delle due città, gli debbano essere particolarmente riconoscenti (d’altra parte, il suo contributo allo sviluppo delle armi nucleari fu soltanto questo, ed è del tutto falso che – come è stato più volte asserito – la loro esistenza dimostri la correttezza della teoria relativistica).

Dopo la guerra, Einstein ebbe una parte di primo piano nel movimento sionista che doveva portare alla nascita di Israele, al punto che gli fu offerta la presidenza dello stato ebraico, che egli rifiutò con la famosa frase: “La politica non è così semplice come la scienza”. In pratica, questo incarico avrebbe potuto costringerlo a mettere alla prova concretamente la sua asserita genialità, cosa che preferì saggiamente evitare.

Inoltre, soprattutto dopo aver investito tanto di credibilità in un personaggio del genere, è ben difficile che oggi la “scienza” ufficiale cambi idea, neppure davanti alle più schiaccianti evidenze sperimentali. Che gli scienziati siano pronti a cambiare idea di fronte alle prove, è un luogo comune che purtroppo non trova riscontro nella realtà. Questo vale per la relatività come per la psicanalisi, l’antropologia culturale o l’economia marxista. Riconoscere di aver seguito per decenni un gigantesco abbaglio in un settore importante, potrebbe ingenerare il sospetto che “la scienza”, quella che passa per tale in democrazia, non sia per nulla un sapere oggettivo, ma la ciarlataneria che appunto è.

 

Fabio Calabrese

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Categorie: Scienza

Pubblicato da Fabio Calabrese il 4 settembre 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Antonio

    Non ho ben presente l’esperimento di Michelson Morley, però mi sembra che ci siano due ambiguità. Per quanto riguarda la somma delle velocità, equiparare un sasso o un qualsiasi altro oggetto materiale a un fotone luminoso, questa mi sembra una cosa poco intelligente. La seconda è che servirsi della luce per misurare la velocità della luce, questo a livello umano si chiama “conflitto d’interessi”. Ovvio che la luce interrogata in tal senso, risponde sempre: io sono luce e viaggio a 300000 KM al secondo!

  2. Fabio Calabrese

    Caro Antonio: Il prossimo articolo in programma sarà la recensione del libro di Silvano Lorenzoni “Kant, Brouwer, Lorenzoni”, e torneremo sull’argomento.

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