L’ Italia, Feltri e Veneziani. Il sesso degli angeli – Roberto Pecchioli

L’ Italia, Feltri e Veneziani. Il sesso degli angeli – Roberto Pecchioli

 

Un recente e probabilmente finto duello giornalistico tra Vittorio Feltri e Marcello Veneziani ha suscitato reazioni, prese di posizione e animato opposte tifoserie in quell’ampio pezzo di Italia che si definisce di destra o di centrodestra. Il motivo del contendere è stato il referendum autonomistico di ottobre in Lombardia e Veneto, le due grandi regioni settentrionali che sono il motore economico della nazione e, piaccia o meno al resto d’Italia, rappresentano il meglio (o, nell’anno di disgrazia 2017 il meno peggio) del nostro costume civico, amministrativo e comunitario. Feltri, bergamasco doc di tendenza liberale e libertaria, ne è un fautore entusiasta, Veneziani, campione della destra nazionale e statale, oltreché pugliese d’origine e civis romanus per residenza, ne teme gli effetti, il potenziale di dissoluzione dello Stato unitario e la carica di nuove rivendicazioni future.

Nonostante l’importanza dei due protagonisti, non solo non riusciamo ad appassionarci al tema, ma il rumore delle due prestigiose spade che si incrociano ci suscita fastidio. L’impressione che abbiamo è la stessa che dovevano avere i pochi difensori di Bisanzio nel 1453, allorché, dinanzi alle armate ottomane che di lì a poco avrebbero dilagato distruggendo una civiltà e l’impero d’Oriente, ascoltavano futili dispute intellettuali spacciate per dibattiti teologici sul sesso degli angeli. Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur, scrisse Tito Livio sull’assedio e la distruzione, da parte di Annibale, della grande città alle foci dell’Ebro. Mentre a Roma si discute, Sagunto capitola: personaggi come Feltri e Veneziani lo sanno bene, per questo il loro dibattito ci sembra ozioso e fuorviante. Citiamo due titoli in libreria, frutto di intellettuali non certo attribuibili alla “destra”. L’Italia non c’è più di Giampaolo Pansa e Il tramonto di una nazione di Ernesto Galli Della Loggia. I termini di un dibattito concreto sono quelli, la constatazione di un declino inarrestabile che è civile, nazionale, morale, economico, istituzionale, culturale, demografico eccetera eccetera.

Una prima osservazione, preliminare. Chi scrive rifiuta energicamente l’etichetta di destra, mentre quella di centrodestra lo fa sorridere. Destra e sinistra sono il passato, una rappresentazione politica ed ideologica tramontata con la caduta del muro di Berlino e poi travolta dalla globalizzazione e dal mondo a taglia unica del liberismo trionfante. Restano in campo, questo sì’, una destra e una sinistra del sistema di potere vigente, accomunate dal cosmopolitismo, dal culto del denaro e dal disprezzo per popoli, nazioni e gente comune. Da un lato la destra del denaro senza confini e senza principi, dall’altro la sinistra dei costumi, ovvero del degrado progressivo della società civile spacciato per libertà. L’impressione è che Veneziani e Feltri, invero più il secondo del primo, rappresentino due filoni complementari di una destra di sistema nella quale non ci riconosciamo, e che contrastiamo con la stessa energia con cui ci opponiamo alla sinistra progressista ormai estranea al popolo quanto nemica della nazione.

L’argomento forte del giornalista lombardo a favore del referendum sull’autonomia (fiscale, quindi relativa solo al denaro…) riguarda il diritto di veneti e lombardi di trattenere in loco le ingenti risorse che sanno produrre con il lavoro e quindi smettere di mantenere il resto d’ Italia, in particolare il Meridione e l’apparato statale, vorace, inefficiente e corrotto. Veneziani replica ricordando con ragione che le rivendicazioni locali, se accolte, portano a richieste sempre nuove, a successive capitolazioni dello Stato nazionale in una spirale che può diventare incontrollabile. L’esempio della Catalogna, che pretende la secessione dalla Spagna per motivi prevalentemente economici, sia pure conditi e verniciati da rivendicazioni “nazionali” e linguistiche, è vicino, concreto e fa paura.

Hanno ragione entrambi, portavoce di due storie italiane distinte ma ugualmente rispettabili e “nostre”, quelle di un Nord più industrioso , organizzato e dallo spirito civico più diffuso, ma anche quelle di un Sud vittima di una unificazione malfatta e predatoria, che ha portato alla deindustrializzazione, all’emigrazione di lungo periodo, all’accordo tacito con la malavita e con una finta borghesia burocratica e pigra cui è stato appaltato il controllo della macchina pubblica ( ministeri, esercito, polizia, istituzioni di garanzia). Fa specie, agli occhi di lettori benevoli ma dagli occhi aperti, che Feltri si limiti ai “dané”, ai soldi, come li chiamano dalle sue parti e chieda semmai allo Stato di legiferare sul testamento biologico, ossia veicoli e condivida una sottocultura di morte di ascendenza radicale. Ma lascia interdetti anche la nostalgia che traspare in Veneziani per uno stato centralizzato e prefettizio che ha dato pessime prove di sé, la cui bandiera non è il tricolore, ma il potere parassitario, lo stipendio, il privilegio intollerabile di caste di funzionari inamovibili, ottusi e pieni di sé. Quel finto nazionalismo di tromboni e notabili in uniforme o grisaglia e croci di cavaliere non rappresenta la soluzione, è semmai parte del problema.

Il punto, purtroppo, è quello espresso all’inizio della presente riflessione. Discutiamo del sesso degli angeli, o almeno, ci confrontiamo sui problemi come se i tempi fossero normali, come se avesse senso dibattere di questioni che, ad avviso di chi scrive, ahimè rappresentano, il passato. Sono echi di quando l’Italia esisteva, bene o male, di quando aveva senso impegnare i migliori ingegni nell’architettura istituzionale e nella scelta delle soluzioni più adatte a garantire la convivenza ed il bene comune di tutti gli italiani. Pansa, Galli Della Loggia, ma anche Massimo Fini, la compianta Ida Magli e tanti altri dei più svariati orientamenti ci invitano, anzi ci impongono un cambio di passo. L’Italia non c’è più, il suo declino è tanto avanzato da non essere più percepibile, come se fosse stato sempre così.

No, ci fu un ‘Italia migliore e più seria, con mille differenze, difetti, imperfezioni e persino realtà vergognose o imbarazzanti, ma era l’Italia, la nostra casa comune: alcuni di noi osavano chiamarla Patria. Oggi, il compito è più pesante, la sfida pressoché disperata: occorre contrastare l’avanzata decomposizione del tessuto civile, sociale e nazionale, per impedire la fine di un popolo e di una civiltà che, continuiamo ad esserne convinti, non merita di scomparire. Anzi, magari lo merita, ma abbiamo il dovere di opporci, combattere e, eventualmente perdere la battaglia, ma solo dopo averla combattuta. La sciocca diatriba tra i terroni nazionali e statalisti e i polentoni “federali” è una rappresentazione parziale, sbagliata, stucchevole. Riprenderemo il discorso quando avremo ridato un senso a quest’Italia che non ci piace perché non le somiglia più, non è più lei.

Primum vivere, allora, deinde philosophari, solo dopo si può discutere di tutto il resto. Al termine dell’elaborato diremo due parole sulle istituzione patrie, ma prima è necessario ripetere che i problemi urgenti sono ben altri. Elenchiamoli: il più drammatico è la miscela esplosiva tra immigrazione ed emigrazione, ossia la sostituzione etnica e razziale in atto; sullo stesso piano c’è il degrado delle classi dirigenti, con la conseguenza che il basso livello culturale morale e civile delle élites ci trascina in una spirale di disfacimento e decadenza che travolge tutti. Se gli esempi di comportamento e di costume dei ceti alti sono quelli che osserviamo, se i disvalori in cui vivono sono quelli che sono, l’intera cittadinanza si trasforma rapidamente in una plebaglia rissosa, individualista, attenta esclusivamente al proprio tornaconto, indifferente, intollerante nelle azioni quotidiane e, per contro, troppo tollerante nelle questioni di fondo.

L’altro dramma nazionale è la scarsità di lavoro, ma la tragedia è la verità celata dietro i dati statistici, peraltro manipolati abilmente. Aumentano i giovani inoccupati o disoccupati, si aggrava il fossato tra Nord e Sud, si allarga il divario tra le generazioni, ma se scaviamo più a fondo, emerge uno scenario da fine impero, o da titoli di coda. Le aziende che cercano figure professionali qualificate – non solo nelle nuove tecnologie – fanno fatica a reperire candidati, perché il mito del “pezzo di carta”, della laurea e del “posto” (concetto assai diverso da lavoro!) abbaglia tutti, specialmente a Sud. Una quantità sterminata di giovani è disoccupata, ma non si trovano fornai – lavoro notturno- scarseggiano elettricisti, falegnami, tecnici ed artigiani. Molti nostri figli rifiutano impieghi che impegnino oltre certi orari (“devo andare in palestra”, o al pub o in discoteca) o che comportino disagi, tanto che persino gli addetti dei mercati rionali sono in maggioranza stranieri. E’ pur vero che chi offre lavoro impone condizioni economiche e regole previdenziali e sociali che avrebbero condotto a sacrosanta ribellione le generazioni precedenti.

Gridano sino allo sfinimento che bisogna diventare imprenditori di se stessi, ma aprire un’attività, anche la più piccola è complicatissimo, una corsa ad ostacoli. Il piccolo commercio ed artigianato è in via di scomparsa, non si riesce più neppure a comprare un giornale in una stazione ferroviaria che non sia all’interno di catene e grandi gruppi. Niente paura: dietro la porta c’è un crescente esercito di riserva multietnico ed immigrato. A loro qualche diritto affinché funzioni la concorrenza al ribasso con gli autoctoni, il grosso della torta agli speculatori dell’economia, della finanza, della peggiore politica, della Chiesa riconvertita in Onlus. Discutiamo di Stato unitario o federale, ma non esiste pressoché più la sovranità politica dello Stato nazionale, non possiamo neppure più decidere autonomamente la legge finanziaria, il controllo delle frontiere, accettiamo che migliaia di regolamenti europei emanati da istituzioni non elettive prevalgano sulla legge nazionale.

La stessa Costituzione, al di là degli omaggi di maniera e dell’inganno interessato delle classi politiche di ogni orientamento, vale assai meno dei mercati e dei nemici burocrati di Bruxelles. Il Parlamento è diventato inutile, anzi dannoso, giacché le leggi che promulga sono favori sfacciati a chi detiene il potere vero. Pensiamo all’imposizione di un numero enorme di vaccinazioni, il che significa che non siamo neppure padroni del nostro corpo, in cui iniettano sostanze attive di cui poco sappiamo. In compenso, un parlamento dichiarato illegale nella sua composizione dalla Corte Costituzionale imporrà a breve una legge che estenderà la cittadinanza a chiunque nasca in Italia. Lo chiamano ius soli, diritto di suolo, di territorio, contrapposto allo screditato ius sanguinis, diritto di sangue, ma sarà il colpo finale all’Italia com’era e come è sempre stata. Intanto, poiché di notte tutti i gatti sono grigi, confondono volontariamente nazionalità e cittadinanza, e distruggono l’identità.

La sovranità è già abolita nei fatti. Quanto alla socialità, ovvero il massimo possibile di giustizia sociale, poiché non puoi amare la tua Patria senza volere per la tua gente benessere e sicurezza, è stata stroncata dalla falsa grammatica liberale, dalla privatizzazione di tutto, cioè, nei fatti, dalla vittoria dei monopoli e delle grandi concentrazioni. Ogni posto di lavoro creato da costoro ne elimina cinque, è questa è, disgraziatamente, una certezza statistica vissuta sulla pelle da centinaia di migliaia di persone, da interi distretti industriali, da vaste categorie di lavoratori ed aspiranti tali. E’ notizia di questi mesi il grande impegno delle banche d’affari per controllare il settore dell’acqua. Probabilmente, ne sanno più di noi sui mutamenti climatici e, da finanziatori degli studi di geopolitica, hanno la certezza che controllare l’acqua sarà presto altrettanto o più importante che possedere l’energia da combustibili fossili.

Si divertano pure, nel tempo libero, Feltri, Veneziani e chiunque altro, a discettare del sesso degli angeli, e il ceto politico, unito al clero intellettuale ed ai camerieri del giornalismo, a strologare di destra e di sinistra. I fatti hanno la pessima abitudine di tornare a galla. Una nazione dove non si nasce, ma si fanno leggi per rendere più facile la morte (questo è il testamento biologico, questo è l’aborto generalizzato) è destinata a finire molto presto. Se poi emigrano non solo i cervelli di più alta qualità, ma anche tanti connazionali che hanno in mano una professione o un mestiere, e fuggono migliaia di pensionati alla ricerca di tranquillità, ordine civile e di un fisco meno rapace, è il segno che la fine è programmata, voluta, cercata. A sostituirci sarà una plebe immigrata da ogni punto cardinale del vasto mondo, informe ed indistinta, assai adatta a svolgere funzioni basse al servizio di padroni famelici e privi di scrupoli.

Le prove sono innumerevoli, gli indizi univoci, chiari e convergenti. Riflettiamo non soltanto sulla cittadinanza facile, ma, per dirne una, sulla scientifica distruzione dello Stato sociale e sulla dequalificazione progressiva dell’istruzione. La chiamano “buona scuola”, esattamente come il Grande Fratello di Orwell chiamava libertà la tirannide e verità la menzogna, ma l’attuale ministro, anzi ministra, in omaggio alla neolingua, la signora Fedeli pressoché illetterata vuole rendere impossibili le bocciature nella scuola dell’obbligo e ridurre di un anno la scuola media inferiore. Poi propone l’obbligo scolastico sino a 18 anni, con il risultato di parcheggiare in classe centinaia di migliaia di ragazzi in attesa della sotto occupazione, senza risolvere il problema di che cosa insegnare, a che scopo e con quali finalità culturali, sociali, di sbocco lavorativo in un progetto nazionale di lungo periodo. L’università è già afflitta dalle lauree brevi, a crediti, come i punti della Mira Lanza nei detersivi. Istruita ignoranza con diplomi in cartonato per ornare la parete della cameretta e commuovere i nonni. In compenso, potremo pagare più tasse, per retribuire docenti di scarsa qualità, impiegati esecutivi al servizio del potere e tenere in piedi un enorme carrozzone a fini di consenso elettorale ed indottrinamento.

Ripetiamo: i fatti, almeno loro, non sono né di destra né di sinistra, tanto meno si occupano di federalismo o di Stato unitario. Uno Stato, poi, per essere qualcosa, dovrebbe innanzitutto esistere. Il nostro è assente dove serve, asfissiante, occhiuto, inflessibile, invadente laddove sarebbe meglio lasciare l’iniziativa ai singoli o alla mitizzata società civile.

Un altro esempio, che le ferie appena trascorse ed i relativi viaggi hanno posto allo sguardo di chi ha ancora occhi per vedere: l’Italia, rovesciando il titolo del film di Sorrentino, si è trasformata nel paese della grande bruttezza. Interminabili periferie fatte di edifici tristi e spesso squallidi, le strade statali trasformate in file chilometriche di capannoni grigiastri spesso abbandonati o degradati, tristi parallelepipedi irregolari, cubi, losanghe, centri commerciali ed esposizioni suburbane (no, meglio show room) di marchi con nomi in genere anglosassoni, dai colori eccessivi e disarmonici, tra prati maltenuti, pietrisco, terreni incolti, vegetazione di rovi, parcheggi disordinati in cui si aggira un’umanità consumatrice e perplessa. Abusivismo edilizio diffuso, certo, specie al Sud (ma il Nord non è immune), ma soprattutto un’idea di sviluppo disorganica e senza centro, una sciatteria diffusa e umiliante nella quale la geografia e l’arte servono da pretesto per i nomi dei centri commerciali, degli ipermercati e degli outlet (Adamello, Torrazzo, Franciacorta, Certosa), mentre centri storici bellissimi languono e si degradano nella malavita o nel ricetto dell’immigrazione irregolare. “Italia mia, vedo le mura e gli archi. (finora N.d.R.). Torri degli avi nostri.” lamentava il Leopardi, “ma la gloria non vedo”. Non si pretende la gloria, ma almeno il rispetto e l’amore per ciò che abbiamo avuto in eredità e che stiamo buttando via. Forse ce ne chiederanno ragione i nuovi italiani, tra un paio di generazioni, quando si renderanno conto di essere diventati cittadini del nulla.

Marcello Veneziani ha scritto un bellissimo pezzo sull’Italia che finisce al calar del sole. Alle ombre della sera, interi quartieri di cento città diventano la terra di nessuno di tribù multietniche. Non stranieri che lavorano e si impegnano, ma masse indistinte di nullafacenti, di mascalzoni, di autentiche canaglie, insieme con tanti sventurati/e che vendono se stessi occupano il territorio, riempiono autobus e metropolitane, ricacciano nel chiuso delle abitazioni i cittadini. Quanto allo Stato democratico, repubblicano e progressista, non pervenuto: pochi, assenti e spesso impauriti gli uomini in divisa, come gli sfortunati controllori dei titoli di viaggio dei mezzi pubblici, spesso picchiati e costretti a lavorare in gruppo per evitare il peggio. Ma Pantalone, cioè il cittadino normale, paga per tutti e, incredibilmente, non si ribella, irretito dalle follie del nuovo vangelo politicamente corretto, pago di essersi fatto i fatti suoi, chiuso nel suo piccolo mondo che si illude intangibile, infrangibile, a paratie stagne. Sfatiamo un’altra leggenda: l’Italia reale, gli italiani in carne ed ossa non sono migliori dei loro rappresentanti istituzionali, delle classi dirigenti e delle mille caste che si dividono le spoglie di questa nazione degradata a paese.

Vittorio Feltri difende i sudati “dané” dei bravi borghesi padani. In astratto ha ragione, ma invitiamo il signor direttore a spostarsi dalla villa in collina e visitare non la splendida Città Alta della sua Bergamo, ma la zone attorno alla stazione ferroviaria ed all’autostazione, nella speranza che incontri un concittadino orobico o almeno un europeo, comunque un lavoratore. Anche Veneziani ha ottime ragioni, ma la parte politica cui è vicino (attualmente è direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale) ha fatto forse qualcosa per impedire il degrado, rilanciare il sentimento nazionale, lo spirito comunitario ed identitario degli italiani, e, molto concretamente, per offrire sicurezza e ordine civile ai cittadini?

Tutti insieme, hanno almeno provato ad invertire la china della denatalità, attraverso politiche fiscali e sociali di sostegno, e, innanzitutto, imponendo un profilo culturale di lungo periodo favorevole alle nascite, alla famiglia, sì, proprio quella che chiamano con disprezzo tradizionale e che è l’unica esistente, formata da più generazioni che si integrano e sostengono, fatta di padri e madri aperti alla vita? I pochi bimbi italiani che vengono alla luce si chiamano adesso Patrick, Jessica, Jonathan, Kevin. La nostra beneamata Costituzione tutela tutto e tutti, ma ignora la lingua italiana, che non è considerata l’idioma ufficiale del nostro popolo. Fine dei giochi.

Di che stanno parlando dunque, questi colti ed importanti signori, che discettano di prefetti, di assetti federali e di tasse mentre il Titanic si avvicina sempre di più all’iceberg fatale? Brucia la casa e loro, come quasi tutti gli altri, pensano all’arredamento, al colore della tappezzeria, a chi pagherà le bollette ma non portano l’acqua per spegnere l’incendio! Se questa è la destra politica, quella che dovrebbe difendere l’identità della nazione, la sua continuità, il suo ruolo storico, davvero non è facile distinguerla, nei comportamenti, dalla sinistra che, quantomeno, è internazionalista per vocazione.

Questo sembra a chi scrive lo stato dell’arte, futili e fuorvianti le questioni poste, non perché lo siano in assoluto, ma in quanto, come dicevamo all’inizio, primum vivere. Due parole, tuttavia, nel merito del dibattito. Chi scrive è un patriota italiano, non un nazionalista. Il modello migliore ci sembra l’impero, ovvero un centro forte e rispettato che sa accogliere le diversità senza pretendere uniformità o sottomissione acritica. L’assetto federale ci appare largamente vincente, nella realtà italiana, a patto che sia inserito in una cornice statuale forte, ad esempio attraverso una repubblica presidenziale con poteri ampi ed elezione diretta del presidente. Fossimo lombardi o veneti, voteremmo un convinto sì al referendum sull’autonomia.

E’ l’istituto regionale che va contestato nella sua globalità: carrozzoni diseguali ed assurdi, alcuni troppo grandi, altri minuscoli. E poi l’errore storico di regioni a statuto speciale che altro non sono che fabbriche di privilegi e di spreco a carico di tutti. Il governo della Sicilia grida vendetta da decenni, ma la Sardegna non è da meno. Quanto alla Valle d’Aosta, è un assurdo privo di senso comune. Centoventimila abitanti, quanti il comune di Bergamo caro a Vittorio Feltri, un bilancio pletorico, sede Rai, Consiglio di Stato, TAR, annessi e connessi e la ridicola imposizione della lingua francese. Alzi la mano un solo visitatore che abbia ascoltato un dialogo tra valdostani in francese. Altra cosa è l’uso del patois francoprovenzale, che è un dialetto degno di rispetto quanto il vernacolo toscano o la parlata lucana. Lo stesso Friuli Venezia Giulia, dopo le dolorose amputazioni territoriali del 1947, ha esaurito le ragioni storiche di uno statuto speciale, eventualmente da limitare alle province giuliane di Trieste e Gorizia.

Il Trentino e l’Alto Adige, che non sono una regione, ma due distinte province autonome, meritano un discorso a parte. Trento e le sue valli erano storicamente parte del Tirolo, pure se di lingua e cultura italiana. L’autonomia trentina, tanto cara a De Gasperi, che non mosse un dito per difendere l’Istria o almeno la zona B del Territorio Libero di Trieste dopo la tragedia bellica, ha un’unica giustificazione, la serietà complessiva dei suoi amministratori e i buoni risultati della loro azione, sperimentata ormai da circa settant’anni. L’Alto Adige/Sudtirolo ha diritto a qualche attenzione in più, per l’origine tedesca della maggioranza della popolazione e, diciamolo, da italiani per metà infastiditi e per metà ammirati, per la testardaggine montanara con cui da un secolo difendono la loro identità. Per altri versi, l’arrogante pretesa delle quote etniche negli impieghi pubblici rende i centotrentamila altoatesini di stirpe italiana stranieri in patria, cittadini di serie B nella provincia dove sono nati e vivono, senza dimenticare la presenza storica, pur se minoritaria dell’elemento italiano nella Bassa Atesina ed il fatto che le famiglie di molti bolzanini e meranesi “italiani” sono insediate da almeno tre generazioni. L’Alto Adige è un giardino, come peraltro il Trentino, pagato tuttavia con il denaro di tutti gli italiani, compresi salentini e calabresi.

Se un giorno qualcuno spegnerà l’incendio che sta bruciando l’Italia, cacciando gli italiani in una nuova emigrazione e sostituendo la nostra gente con masse di stranieri provenienti dai sette mari, se riusciremo a riavere una classe dirigente degna del passato remoto e prossimo , i nostri padri e nonni che dalla povertà divennero la quinta potenza industriale del pianeta, se ritroveremo l’amore di noi stessi riassunto in tre parole, identità, sovranità, socialità, allora potremo ridiscutere di province e regioni, unità sostanziale e federalismo solidale, e di tante altre cose che riguardano una grande comunità di popolo. Fino ad allora, cari Feltri e Veneziani, cara (ma non tanto) destra non del denaro ma della nazione, servono pompieri, tanti, uniti, capaci e risoluti.

Anche in questo ci possono insegnare molto trentini e tirolesi, che annoverano il corpo dei pompieri volontari tra le istituzioni più tradizionali ed amate. Sono presenti in ogni borgo e villaggio, accorrono in un attimo a fischi convenuti, spengono il fuoco, difendono l’ambiente, conservano l’identità, curano il territorio perché, semplicemente, è la loro casa. Curzio Malaparte, l’Arcitaliano, scrisse che “il guaio degli italiani è di non essere tutti toscani, ed il guaio dei toscani è di non essere tutti pratesi”. Campanilismo dell’Italia delle mille città, come l’orgoglio romano o l’amore dei napoletani per una città unica, nel bene e nel male. Ma tra vent’anni esisterà ancora un’Italia italiana?

 ROBERTO PECCHIOLI

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Categorie: Cultura

Pubblicato da Ereticamente il 12 settembre 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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