Una Ahnenerbe casalinga, cinquantaseiesima parte – Fabio Calabrese

Una Ahnenerbe casalinga, cinquantaseiesima parte – Fabio Calabrese

Sarà bene iniziare il nostro discorso riassumendo brevemente alcuni concetti fondamentali: quella che noi chiamiamo, che siamo stati abituati a chiamare democrazia, è un sistema di regimi ipocriti che tendono a tenere assoggettati i popoli del cosiddetto “mondo occidentale” al dominio americano e a coloro che dietro le quinte controllano la potenza, il golem verrebbe da dire, a stelle e strisce, non solo, ma che soprattutto dopo la scomparsa del concorrente sovietico al dominio mondiale, si prefiggono lo scopo di portare all’estinzione i popoli europei o di origine europea di stirpe caucasica per sostituirli con meno intelligenti, più malleabili e più facili da dominare, masse “colorate”, è quello che si chiama piano Kalergi.

In questo contesto, quella che passa per “cultura” e per “scienza” nel mondo sedicente democratico, non è che una serie di mistificazioni propagandistiche che hanno precisamente lo scopo di ottundere la sensibilità, l’autocoscienza in quanto realtà etniche dei popoli di stirpe caucasica-indoeuropea in modo che non percepiscano l’enormità del delitto che si sta commettendo contro di loro, e non si ribellino.

In questo avvelenamento delle coscienze gioca un ruolo chiave la negazione dell’esistenza delle razze, la pretesa assolutamente infondata dal punto di vista di una reale scientificità che tutte le differenze che esistono fra gli esseri umani, siano riducibili a fattori ambientali e culturali.

Allo scopo di rendere credibile una simile assurdità, è stata inventata “la teoria” priva di una qualsiasi reale base scientifica, dell’Out of Africa secondo la quale tutti i tipi umani attualmente esistenti deriverebbero dal nero africano e se ne sarebbero differenziati in tempi relativamente recenti (decine di migliaia di anni or sono, che in rapporto ai ritmi della storia biologica e geologica non sono davvero un tempo lungo).

Quando noi parliamo di “scienza” dovremmo sempre distinguere il concetto “galileiano” di scienza fondato sull’osservazione, la formulazione e la correzione delle ipotesi in base all’esperienza e là dove è possibile, sull’esperimento per mettere alla prova le interpretazioni, cioè la scienza come dovrebbe essere, dalla “scienza” intesa come istituzioni accademiche e teorie dominanti, che tali principi non rispettano minimamente, e sono invece una forma di propaganda a favore del sistema, un sistema il cui scopo finale è il nostro annientamento come popoli.

Proprio perché nata da motivazioni ideologiche che all’osservazione e alla ricerca non devono in realtà nulla, sarebbe stato ben strano che, andando a esaminare i fatti della storia passata della nostra specie, l’Out of Africa trovasse un qualche minimo appiglio nella realtà.

Più volte, si può dire, abbiamo visto che “i fondamenti” di questa “teoria” riposano sul nulla, ma oggi possiamo dire qualcosa di più, abbiamo la prova che essa è positivamente falsa. Se “la scienza” fosse davvero quella spassionata ricerca della verità per cui essa intende presentarsi, essa dovrebbe essere rapidamente abbandonata, ma possiamo essere certi che questo non avverrà, è un ingrediente troppo utile ed essenziale del sistema delle mistificazioni “democratiche”.

La prova positiva della falsità dell’Out of Africa è stata portata nel luglio di quest’anno da due biologi dell’Università di Buffalo, Omer Gokcumen e Stefan Ruhl, costoro, studiando una proteina che si trova nella saliva, una mucina, la MUC7, hanno scoperto che essa si presenta nei neri subsahariani in una forma diversa rispetto a tutte le altre popolazioni umane note, viventi o estinte. Costoro l’avrebbero ereditata da un antenato separatosi dalla linea umana principale con cui i sapiens immigrati in Africa dall’Eurasia si sarebbero re-incrociati. Gokcumen e Ruhl fanno notare che se il movimento fosse avvenuto nel senso inverso, dall’Africa all’Eurasia come pretende l’Out of Africa, cioè l’ortodossia “scientifica” ufficiale, la versione africana di questa proteina dovrebbe trovarsi sia pure marginalmente anche in gruppi umani al di fuori del Continente Nero, invece questo non succede. Con quello che possiamo considerare un veniale tocco di colore, i due ricercatori hanno chiamato questo ominide africano di cui per ora non si hanno evidenze fossili, “specie fantasma”.

Se ricordate, la scorsa volta ci siamo dedicati a esaminare questa scoperta con una certa ampiezza.

Il discorso però non finisce qui, sembra l’inizio di una frana che man mano si allarga, perché sembra proprio che nuove prove, e con una velocità sorprendente, vengano ad aggiungersi a quelle portate dai due biologi di Buffalo. Almeno, è quello che consente di desumere quanto apparso recentemente su “MANvantara”, l’ottimo gruppo facebook gestito dal nostro amico Michele Ruzzai il cui lavoro mi sembra si integri come meglio non si potrebbe, con quello che io stesso sto cercando di svolgere su queste pagine.

In data 7 agosto un collaboratore del gruppo, Jason Pickls (si, siamo internazionali a quanto pare) ha postato un articolo già comparso su “Scientific American” dieci anni fa e finora passato del tutto inosservato e che, non vorrei sbagliarmi, ma mi pare che finora non sia mai comparso in lingua italiana, né su “Le scienze” (che è la versione italiana di “Scientific American”), né altrove.

In questo articolo a firma di Nikhil Swaminathan dell’8 agosto 2007: Is the Out of Africa Theory out? (ricordiamo che l’inglese “out” andrebbe in questo caso tradotto come “fuori causa”, “fuori combattimento”), l’autore riferisce di una ricerca condotta da Maria Matinòn-Torres, paleobiologa del Centro Nazionale di Ricerca sull’Evoluzione Umana di Burgos (Spagna), che ha studiato la conformazione di ben 5000 denti di esseri umani moderni e preistorici, concentrandosi in particolare sulla conformazione delle corone dentarie, che non è influenzata dall’ambiente, ma è praticamente il riflesso del genotipo di una persona. Questo ha permesso di ricostruire una sorta di albero genealogico delle popolazioni attuali, che ne porrebbe l’origine non in Africa ma in Eurasia.

Qui c’è un discorso da fare su come funziona la ricerca scientifica nella  nostra cosiddetta democrazia: essa non può inibire del tutto la libertà di indagine dei ricercatori per non scoprire gli altarini del suo essere un sistema ideologico autoritario e dogmatico, ma quello che conta, è che le idee dei ricercatori non giungano al grosso pubblico a cui si continueranno a sciorinare le mistificazioni che fanno comodo, ma rimangano confinate a una ristretta cerchia di specialisti, che in ogni caso non hanno di certo il potere di contrastare la grancassa mediatica.

Andando a consultare con attenzione il grande oracolo dei nostri tempi che è Wikipedia, su fanno alcune scoperte interessanti. Non solo in opposizione alla “teoria” dell’Out of Africa esiste quella dell’evoluzione multiregionale secondo la quale il passaggio da Homo erectus a sapiens sarebbe avvenuto in maniera separata nei diversi gruppi umani senza privilegiare alcuna area del Vecchio Mondo, ma esiste una sia pure ristretta pattuglia di paleoantropologi sostenitori dell’Out of Eurasia, pattuglia che grazie alle scoperte di Gokcumen e Ruhl, ma anche di Maria Matinòn-Torres, dovrebbe ora allargarsi.

L’Out of Africa è poi distinta in Out of Africa I e Out of Africa II. Nella prima variante si suppone che l’uscita di Homo dall’Africa sarebbe avvenuta centinaia di migliaia di anni fa a livello di homo erectus, mentre nella seconda si suppone che essa sia avvenuta da parte di un homo già sapiens qualche decina di migliaia di anni fa. Bisogna notare che l’Out of Africa I è una – permettetemi l’espressione – non-out of Africa, perché se supponiamo che l’uomo sia uscito dall’Africa a livello di erectus, viene a cadere lo scopo “antirazzista” della sedicente teoria, che non è quello di illuminarci sulle nostre origini, ma di persuaderci che “veniamo dai neri” e che le razze non esistono.

In ogni caso, si capisce bene che sul tema delle nostre origini gli specialisti sono ben lontani da quell’unanimismo che il sistema mediatico racconta al grosso pubblico ovviamente non addentro a questi problemi, e a cui si possono dare facilmente a bere i dogmi “antirazzisti”.

Credo di avervelo già fatto rilevare, ma forse è il caso di far notare una volta di più lo spostamento concettuale di neolingua orwelliana che è avvenuto o ci è stato imposto: il termine “razzismo” è ormai passato a indicare non più chi sostiene la superiorità di una razza su altre, ma chi semplicemente si accorge o non finge di non accorgersi che le razze esistono; quindi chi constata che, ad esempio un nero africano e un bianco europeo non sono esattamente uguali, è un sostenitore dei campi di sterminio. Questo è terrorismo psicologico. Bene, se non altro adesso possiamo dire che per questo “antirazzismo” che è terrorismo psicologico e culturale, d’ora in poi sarà sempre più difficile avere o fingere di avere un avallo scientifico.

Bene, lo abbiamo visto più volte: la tematica delle origini copre una serie di questioni molto ampia. Un campo più ristretto e più vicino a noi rispetto alle origini della specie umana, è quello delle origini dei popoli indoeuropei. La novità che andremo a esaminare in questo campo, spero che non me ne vorrete, stavolta è per così dire interna alla nostra “Ereticamente”. Gli amici della redazione mi hanno infatti cortesemente chiesto un’opinione circa un articolo recentemente apparso sulla nostra testata, La Rus’ di Kiev è un’eredità indoeuropea? , di Aldo C. Marturano.

Per capire il contesto ricordiamo che i primi stati creati nell’area orientale, slava del nostro continente, furono i principati di Kiev e Novgorod, creati da élite vichinghe su una base di popolazione slava. Dal termine slavo “rus’”, con cui i vichinghi stessi erano indicati dagli slavi, e che significa “rematore” (e i vichinghi hanno sicuramente percorso coi loro drakkar i grandi fiumi russi come il Volga e il Don), viene il nome della Russia, e infatti di due stati vichinghi sono considerati antesignani di quello russo.

In senso lato non ci potrebbero essere dubbi sulla questione: tutte le popolazioni del nostro continente, ad eccezione di quelle finniche, degli Ungheresi, dei Baschi, dei Turchi della Turchia europea, sono indoeuropee, o perlomeno parlano lingue di ceppo indoeuropeo, ma Marturano intende qualcosa di più specifico.

L’archeologa di origine lituana Marija Gimbutas avrebbe individuato nelle steppe dell’Ucraina e della Russia meridionale l’Urheimat, il luogo d’origine degli Indoeuropei. Dal momento che è proprio in queste aree che è sorto lo stato “rus’” di Kiev, e in epoca molto più tardiva rispetto ad altre formazioni statali del nostro continente, che gli slavi avrebbero mantenuto molto più a lungo la forma di organizzazione tribale, l’ipotesi che viene qui ventilata, è che la cultura slava dell’epoca e per conseguenza lo stato di Kiev, siano da riconnettere in maniera molto più diretta della cultura e delle istituzioni del resto del nostro continente alle origini indoeuropee.

E’ un’ipotesi di grande interesse, e sulla quale merita lavorare, ma bisogna riconoscere che al presente non esiste alcuna certezza su dove fosse realmente collocata l’Urheimat indoeuropea. Al livello di conoscenze attuali, Marija Gimbutas potrebbe aver avuto ragione, ma le cose potrebbero anche stare altrimenti.

A parte quella che potremmo definire l’ipotesi-quadro dell’articolo, forse l’aspetto da prendere maggiormente in considerazione, è il fatto che Marturano evidenzia bene le problematicità connesse a questo tipo di ricerca, e prima di tutto il grande problema di fondo: è mai possibile tracciare le caratteristiche fisico-antropologiche di popolazioni vissute in epoche remote a partire da semplici dati linguistici? Esiste un’identità fra lingua ed eredità genetica-biologica, di stirpe, di ghenos? Fondendo o confondendo le due cose, non rischiamo di dare corpo a qualcosa che esiste soltanto nella nostra fantasia?

Se la linguistica moderna”, scrive Marturano, “Ci avverte che la combinazione di una lingua con un popolo fisico e reale non è una costante, quando e in quali termini lingua e gruppo umano parlante restano due realtà distinte o perché soltanto a volte coincidono?

Nell’età moderna la corrispondenza fra lingua, cultura ed eredità fisico-antropologica, di stirpe, di ghenos diventa sempre più aleatoria. Pensiamo ad esempio a un afro-americano degli Stati Uniti: parla inglese, quindi considerando la cosa esclusivamente dal punto di vista linguistico, dovremmo considerarlo un germanico. Ma tutti quanti noi conosciamo la storia di questo gruppo umano, sappiamo che i suoi antenati furono portati in America dall’Africa in catene in una tratta degli schiavi su scala industriale. E’ il tipo di fenomeni che abbiamo sempre meno motivo di supporre man mano che ci spostiamo indietro nel tempo. Quanto più arretriamo lungo la scala temporale, tanto più la corrispondenza lingua-etnia diventa credibile.

Luigi Luca Cavalli-Sforza ha fatto notare che l’albero genealogico dell’umanità stabilito in base alle affinità linguistiche e quello costruito partendo dall’analisi del DNA coincidono in maniera da lui definita “sorprendente”.

Di questo fatto sono possibili diverse interpretazioni. John R. R. Tolkien, ad esempio, che era uno che di linguistica ne masticava parecchia, sosteneva un’influenza diretta della base genetica sul linguaggio, ad esempio a suo parere la radice “car-” per indicare il colore rosso, sarebbe tipica delle popolazioni di ceppo nordico. E’ una cosa che mi ha sempre fatto sorridere. In italiano abbiamo “carne” (la carne è rossa o almeno rosata per la presenza del sangue) e “carminio” che è il nome di un tipo di rosso; noi Italiani dovremmo dunque essere più nordici delle popolazioni di ceppo germanico! In realtà, l’autore del Signore degli anelli era un uomo con una mentalità poetica, ma quanto di più lontano possiamo immaginare dal rigore scientifico.

A mio parere, la spiegazione corretta è precisamente quella opposta, cioè l’influenza dei fattori culturali sulla genetica delle popolazioni, nel senso che le differenze di lingua o anche, ad esempio, tabù culturali-religiosi possono costituire un ostacolo all’interscambio genetico che porta a un differenziamento tra due popolazioni vicine, come potrebbe essere un ostacolo naturale fra due popolazioni animali.

In ogni caso, vanno incoraggiati tutti gli sforzi volti a mettere in luce e comprendere l’eredità degli antenati, questo lascito, questo tesoro che rischiamo di perdere in un mondo sempre più meticcio e globalizzato.

NOTA:

L’illustrazione di questo articolo è un’immagine composita che ne sintetizza i diversi punti: la specie fantasma di cui abbiamo parlato la volta precedente e di cui qui completiamo il discorso, la raffigurazione di un bogatyr, eroe della tradizione slavo-russa, e lo scrittore John R. R. Tolkien che, come filologo, ha postulato un’influenza diretta della genetica sul linguaggio.

 

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Categorie: Ahnenerbe

Pubblicato da Fabio Calabrese il 28 agosto 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Segnalo articolo che mette in discussione l’out of africa, questa volta pubblicato da quel pericolosissimo sito di estrema destra che è “Repubblica”: http://www.repubblica.it/scienze/2017/09/03/news/orme_umane_su_creta_5_7_milioni_di_anni_fa-174544294/?ref=RHPPRT-BS-I0-C4-P1-S1.4-F4

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