Fratelli in Dio, ma non in torta – Roberto Pecchioli

Fratelli in Dio, ma non in torta – Roberto Pecchioli

Un vecchio racconto popolare narra di un pover’uomo che in una freddissima domenica d’inverno, per difendersi dalla tempesta, entrò in una chiesa di paese ed ascoltò l’accorata predica del parroco, tutta ispirata alla condivisione, alla generosità e alla fraternità. Tornato fuori al gelo, all’ora di pranzo vide la canonica aperta e vi si rifugiò. Una splendida torta faceva bella mostra di sé in sala da pranzo. L’affamato cominciò a mangiare, ma all’arrivo del prete ricevette un sacco di sganassoni. “Non aveva detto in chiesa che siamo tutti fratelli?” cercò di difendersi il poveraccio, ma il parroco, con un ultimo ceffone recuperò il cibo e rispose: “Fratelli in Dio, ma non in torta!”.

Al di là del grossolano anticlericalismo, “de te fabula narratur”. L’uomo contemporaneo vive infatti una scissione profonda tra astratto e concreto, tra ciò che è detto e ciò che è fatto, tra vicino e lontano. E’ l’esito della distruzione dei legami comunitari e del fallimento della stessa idea di società, in cui si è insieme fintanto e perché conviene, e ogni rapporto è filtrato o imposto dalla legge scritta. Noi individui o atomi solitari, davvero non siamo fratelli, e neppure più concittadini, tutt’al più apparteniamo a qualcuna delle innumerevoli tribù metropolitane reciprocamente ostili costrette a condividere tempo e spazio. Prevale l’astratto, idee enormi eppure leggere come piume, l’umanità, la fratellanza universale, il cosmopolitismo. Tranquillizzata l’anima con la bontà e la solidarietà a buon mercato, rivolta prevalentemente a chi è lontano e sconosciuto, difendiamo con gli artigli ed i codici legali la nostra fetta di torta, cercando di sottrarre, in tutto o in parte, quella degli altri.

Siamo caduti nella trappola di chi ci ha messo gli uni contro gli altri, nel lavoro, nella società, nelle scelte politiche, nei diritti sociali. L’essenziale è condividere superficialmente i luoghi comuni della società dello spettacolo che cela la mercificazione di tutto, specie dei sentimenti. E’ facile e costa pochissimo stare dalla parte dei Buoni, dei Benintenzionati, di quelli che sono d’accordo con la corrente, chiamata pomposamente buon senso. Basta assistere ad una riunione di condominio, oppure osservare un gruppo di persone all’arrivo del tram o del treno, per verificare miseri egoismi, meschinità, arroganza, e soprattutto una competitività esasperata, aggravata dalla futilità della posta in palio. Ma tant’è, nell’era dei diritti, l’un contro l’altro armati, combattiamo sospettosi per quello spicchio di torta che, ci hanno convinti, è nostra di diritto, la magica parola che apre tutte le porte, scalda tutti i cuori.

Un aspetto particolare di tale attitudine, tipica della venerata “società civile”, è la tendenza a riunirsi, a formare comitati civici e coordinamenti (la clase discutidora di Dònoso Cortés) allorché un problema qualsiasi si avvicina pericolosamente al nostro territorio. Accorciate le distanze, si ridiventa ciò che si è. Nimby è l’acronimo anglosassone, not in my backyard, non nel mio cortile! Devono installare un’antenna per telefonia, così temiamo per le radiazioni; di solito l’altruistica argomentazione degli oppositori è la salute dei bambini, l’antenna è necessaria, ma si faccia da qualche altra parte, nel cortile di qualcun altro, che, ovviamente, ripeterà parole per parola le obiezioni mosse altrove. Occorre sistemare gli immigrati clandestini, che, naturalmente, sono “esseri umani come noi”, vanno aiutati, ma qui da noi non va bene, c’è l’asilo, o un parco pubblico, o qualunque altra cosa. In Puglia non vogliono il terminal per il gas naturale e si battono fingendo di avere a cuore le piante di ulivi, ma nessuno spiega come vivere al modo odierno (questo significa moderno!) senza disporre di fonti energetiche, a parte le giudiziose narrazioni sull’energia solare o eolica. Ipocrisia in dosi industriali.

Tutti vogliamo la frittata, ma guai a rompere le uova, o semplicemente far presente che non si fanno frittate senza uova. Ma almeno, conclude il conformista post moderno tutto razionalità e controllo della situazione, che siano di qualcun altro e la loro rottura avvenga lontano dalle nostre deboli pupille. Pretendiamo il prosciutto magro e la carne tenera, per questo ci raccomandiamo al macellaio, ma che orrore il mattatoio, che vergogna gli allevamenti. Un tempo di struzzi con le teste nascoste sotto terra per non vedere. Belle le luci della ribalta, il boccascena ed il palcoscenico, ma che non ci mostrino ciò che avviene dietro le quinte della rappresentazione!

Non intendiamo affatto cambiare il nostro pessimo sistema di vita, ma odiamo affrontarne le conseguenze, anzi, facciamo ogni sforzo per ignorarle, rifiutarle, attribuirle ad errori o scelte che, immancabilmente, sono sempre altrui. Siamo tutti fratelli, che diamine, ma nessuno metta di mezzo la torta, che è mia e la difenderò con tutte le forze. Sono lotte grottesche quando non francamente ridicole, quelle dei buoni cittadini civili, riflessivi e cosmopoliti. Provate a guardarli, nei fine settimana estivi, quando, accaldati e già stremati dalla coda e dalla ricerca del parcheggio, piantano trionfanti l’ombrellone sul pezzetto di spiaggia conquistato. Segnano il territorio con gioia selvaggia, allontano con sguardo truce e gesti decisi i potenziali invasori: sembrano i pionieri del vecchio West, questa terra è la mia terra! Tutti contro tutti, e se Hobbes fece un errore fu quello di pensare all’homo homini lupus – l’uomo che è lupo a se stesso- trascurando l’attitudine dello sciacallo.

Tutte le civiltà hanno cercato di rimediare ai lati negativi della natura umana, ognuna a suo modo. Religione, usanze, costumi, tabù, principi morali, anche le superstizioni e i pregiudizi, hanno cercato di orientare l’uomo a comportamenti morali. Solo il nostro tempo ha preso la via contraria. Questo è il tempo dei diritti individuali, della santificazione dei capricci e dell’esaltazione delle pulsioni. Anzi, attraverso Freud, è l’epoca che ha inventato le pulsioni, giustificando ogni eccesso in loro nome.

L’esito appare ormai infausto. Le civilizzazioni occidentali tardo moderne sono state persuase da un clero di stregoni e di imbroglioni dell’esistenza di principi astratti, ma di potentissima suggestione, come l’umanità, il cosmopolitismo, la civiltà, la democrazia, l’uguaglianza e la fraternità. Mandanti i padroni del mondo, gli artefici della forma-merce che possiedono ogni cosa, a partire dal controllo di milioni di menti. Aveva messo in guardia tutti Carl Schmitt, allorché, in Dottrina della Costituzione, aveva lucidamente osservato che “la nozione essenziale della democrazia è il popolo, non l’umanità. Se la democrazia deve restare una forma politica, ci sono solo democrazie del popolo e non una democrazia dell’umanità. “

Invano: oggi ascoltiamo quasi esclusivamente discorsi sui massimi sistemi. L’universo dei diritti non accetta limitazioni e nemmeno obiezioni: è la marcia trionfale della “civiltà”.  Ci viene spiegato con la mano sul cuore che il matrimonio tra persone dello stesso sesso (anzi, del medesimo genere) è civiltà, nel nome del diritto ad amare chi ci pare e, concretamente, ottenere la pensione di reversibilità, le prestazioni sanitarie e le detrazioni fiscali. Del pari, opporsi a leggi devastanti per la propria nazione come lo ius soli significa andare contro la civiltà (Renzi dixit, ed uguali argomenti abbiamo letto in un documento strappalacrime di sindacaliste della CGIL).

Sarebbe vano rammentare che la grande maggioranza delle culture non condividono tali concetti e che noi stessi li abbiamo avversati per millenni. La risposta è semplicissima, con lo sguardo di chi davvero compatisce la nostra stupidità: è il progresso, sono i tempi, prima non capivano, noi ci siamo liberati dai pregiudizi! E’ il frusto argomento di Immanuel Kant a favore dell’illuminismo, che avrebbe tratto l’umanità da un’infanzia millenaria per proiettarlo nei cieli stellati della conoscenza e dell’età adulta. Fratelli in Dio, o meglio nell’umanità, era ora! Non li sfiora neppure il sospetto che se siamo gli unici “civili” ci sono soltanto due alternative. La prima prevede l’esistenza di un’unica civiltà, al singolare, da imporre con tutti i mezzi a chi la rifiuta, anche con la forza. E’ un etnocentrismo mascherato, con robuste dosi di razzismo subconscio. L’incivile, il selvaggio – buono per definizione, peraltro, secondo il verbo di Jean Jacques Rousseau -, oggi ci avversa per ignoranza o infanzia intellettuale, (il comportamento prelogico dei primitivi teorizzato da Lévy –Bruhl), ma domani ci ringrazierà, ed è totalitarismo puro, dietro la maschera benigna, umanitaria e dispensatrice di nuovi diritti.

L’altra possibilità è che esistano le civiltà, al plurale, e che dunque ciascuna abbia una scala di valori, un sistema di principi, di credenze, distinte idee del bene e del male. Insomma, spetta a noi “migliori”, “avanzati” accettare un po’ di sano relativismo, o semplicemente riconoscere l’alterità, da opporre allo sgangherato progressismo che sa soltanto salmodiare l’elogio del nuovo, dimentico che già domani sarà superato dal nuovissimo. Forse fu giusta l’intuizione di uno dei più negativi intellettuali del secolo passato, Jean Paul Sartre, a proposito del movimento a perdifiato dell’uomo moderno, della sua smania per il nuovo e la speculare repulsione per il vecchio, il “dejà vu”, di cui peraltro l’autore di L’Essere e il Nulla fu banditore e maestro. “Corriamo verso di noi, e per questo siamo l’essere che non può mai raggiungersi.”

La lezione dei peggiori decostruttori (oltre a Sartre, i francofortesi, Wilhelm Reich, Derrida e troppi altri) è stata messa a frutto dai loro apparenti avversari, ovvero i padroni della società capitalistica. Polverizzate le comunità, poste sul piedistallo le pulsioni inventate dalla psicoanalisi, ci hanno messi in competizione su tutto. Nel mondo del lavoro, incarichi, benefici o privilegi spesso piccolissimi sono messi in palio scatenando il peggio dell’animo umano: maldicenza, delazione, inganno, cinismo. Tutto serve alla produzione, alla performance, ai mitologici “obiettivi” dell’azienda o dell’amministrazione. I piani alti si fregano le mani, tutti gli altri sopravvivono malamente, milioni di ragionier Fantozzi pronti a tutto per il premio, l’avanzamento, la nomina a sottocapo di qualunque cosa.

Poche migliaia di persone e famiglie possiedono beni e denaro pari a ad alcuni miliardi di esseri umani. Eppure, siamo bombardati giornalmente da parole di uguaglianza, di fratellanza, universalità, cosmopolitismo. E poiché i mezzi, i media che comunicano il messaggio (cioè, secondo Mc Luhan, il messaggio stesso) sono di proprietà di quei pochi potentissimi padroni globali, è del tutto evidente che la fonte del bombardamento mediatico sono proprio loro.

L’ossessione dell’identico è funzionale da un lato alla mistica dei diritti individuali – sostitutiva di quelli comunitari e sociali – dall’altro alla creazione del consumatore globale, latore di gusti unificati funzionali all’economia di scala. La raffinatezza è stata averci convinti di essere miliardi di unicum, ciascuno un individuo liberissimo e speciale le cui scelte e decisioni sono prese in autonomia e totale libertà. Il perfetto libero schiavo intuito da Goethe…  La fratellanza universale convergente nel consumatore unico proprietario di diritti viene dunque veicolata, anzi imposta da coloro che ci dominano e possiedono tutto, proprio tutto, a partire dai nostri cervelli e, attraverso le tecnoscienze ed i social media, hanno realizzato con il nostro consenso entusiasta il massimo controllo su popoli ed individui mai ottenuto nella storia umana.

Il bello è che siamo d’accordo. Non c’è alternativa, ci hanno persuaso. Non si può sfuggire all’homo aequalis del consumo, un gregge gaio condotto lietamente al mattatoio, in comode rate mensili. Fratelli in Dio, ma non in torta!

ROBERTO PECCHIOLI

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Categorie: Modernità

Pubblicato da Ereticamente il 4 agosto 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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