Rappresentazioni in nero – Mario Michele Merlino

Rappresentazioni in nero – Mario Michele Merlino

Correva l’anno 2004 (così si esprimevano le cronache di qualche secolo e d’avanzo) e l’amico Rodolfo ed io pubblicammo Inquieto 900 – inizio di proficua collaborazione e solida amicizia. Un buon libro, quello che, credo, abbia dato maggiori soddisfazioni e all’editore e a noi (al primo in pecunia ai secondi in vanità). Mi venne idea, insonne, in una delle tante notti in cui ero costretto ad occhi aperti a cercare svago in ricordi, dovendo decidere tra eco di ormai sopite ondate ormonali che si appagavano dietro i capanni dello stabilimento balneare in riva all’Adriatico o sforzandomi, aulico, di produrre immagini di cultura identitaria perché sì ero professore di storia e filosofia, ma pur sempre fedele ai bastoni alle barricate ai rotoli di manifesti e ai barattoli di colla. Emozioni e immagini apocalittiche e tentazioni tutte vissute in camicia nera e irriverenza innata.

Scatta la scintilla; il genio si desta. Già in più d’una occasione ci siamo cimentati a tenere conferenze insieme, dove ciascuno di noi trattava un autore nel tentativo mai banale di annodare un filo conduttore per entrambi. Un modo diverso per rendere l’incontro meno monocorde, due linguaggi, forme espressive (Rodolfo si è espresso sempre con rigore professionale; io più ‘poetico’), mantenere viva l’attenzione dei presenti. Perché non trasformare questa formula in scritto, con più ampio respiro e prospettiva? Mi alzo dal letto; guardo l’orologio; le sei del mattino – orario decente – per telefonare…; voce impastata e taciti accidenti; poi un ‘si può fare’ e così parte Inquieto 900, sorprendendo noi stessi.

Sorpresi, dicevo, noi stessi di fronte a tane voci autorevoli e di una straordinaria e feconda polifonia. Fummo costretti a selezionare e, come in ogni scelta, arbitraria. Quando lo proponemmo la prima volta, in una specie di scantinato, inizio della Via Aurelia, introdussero Giano Accame e Luciano Lanna. E Giano, parco di complimenti, volle però gratificarlo dicendoci che si trattava di un lavoro atteso da sessanta anni. E così ci girammo l’Italia, araldi di noi stessi e, ciò che più conta, della visione di un Fascismo che andava ben oltre la ‘tentazione’ o l’‘illusione’ ma reso cifra portante la cultura della prima metà del XX secolo. Ormai trascorsi tredici anni…

Ed oggi – edito da pochi giorni – Rappresentazioni in nero, ed. Ritter. Dieci autori si cimentano ciascuno con una figura – alcune note, altre molto meno – della ‘nostra’ cultura in capitoli agili mai superficiali, una sorta di porta aperta per tutti coloro che intendono volgersi là dove riposa ‘la poesia del XX secolo’, come Brasillach definiva il Fascismo. Dieci autori che vi hanno messo, con passione e conoscenza e necessità di sintesi, quel comune sentire che fa di ciascuno di noi identità e appartenenza.

Libro che non è erede di Inquieto 900, ‘figlio di un dio minore’, sebbene nasca anche lui dalla medesima intuizione – in questo caso, invitati a Benevento, Rodolfo ed io, a parlare sugli intellettuali nella RSI, Marina Simeone mi chiese di aprire una finestra su Goffredo Coppola, nato in quei luoghi, professore e poi rettore, fucilato a Dongo con i fedelissimi che vollero accompagnarsi a Mussolini nell’estremo suo viaggio. E il capitolo su Coppola appartiene al mio personale contributo alla riuscita (mi auguro) del libro. Ché ogni libro ha la sua storia, è storia a sé.

Sulla copertina – Allegra s’è ispirata all’Orfeo ed Euridice di Mario Sironi, dipinto tra il ’44 e il 1945, simbolo della tragedia in atto dell’Italia stretta nella morsa della guerra civile – i nomi dei personaggi trattati e, in primis, proprio il pittore Sironi tratteggiato da Emanuele Casalena, con un interessante parallelismo con il poeta Ezra Pound (il figlio più grande si chiama come il poeta americano) – entrambi a ‘ricercare l’aurea porta arcana della bellezza’ perché, come scriveva Sironi nel ’28, ‘essere fascisti non vuol dire abbastanza nei riguardi dell’arte’. In nome di quel tentativo però, entrambi vollero essere fedeli fino in fondo e fino in fondo pagarne il prezzo. Meritava darne conto, farne memoria.

Seguono Luigi Pirandello e Goffredo Coppola, di cui non dirò per ‘modestia’, come ben sanno i lettori di Ereticamente. Solo ricordare, questo sì, che vi furono uomini che vivevano in assoluta sinergia con le idee del proprio tempo e, al loro crollo, non potevano sopravvivere. Coppola fu fra costoro e andò a fronte del proprio destino con la serenità di chi ne è consapevole. Del ‘paradosso’ di Pirandello s’è occupato Roberto Mancini. Come conciliare il gioco delle maschere, la frantumazione dell’io, con la decisione di iscriversi al PNF nei giorni di sbando e di incertezza dopo la morte del deputato socialista Giacomo Matteotti? Una risposta, possibile? Noi che amiamo il concetto di storia quale ‘complessità’ non ci turbiamo…

A seguire una interessante, approfondita rilettura sul giovane Ugo Spirito, filosofo e discepolo di Giovanni Gentile, e delle tesi sulla Corporazione Proprietaria esposte al Convegno di Ferrara, dal 5 all’8 maggio del 1932, di cui è appassionata interprete l’avv. Sonia Michelacci. Non solo il lavoro diviene centralità dell’economia, nel 1927 la Carta del Lavoro già s’era espressa in tal senso, ma lo stesso lavoratore diviene il soggetto determinante attraverso la proprietà stessa degli strumenti e dell’attività e del profitto della produzione. Tesi questa, troppo ardita e osteggiata dalla borghesia, ma che troverà enunciazione nei 18 Punti di Verona.

Marcello Gallian e Alessandro Pavolini e Berto Ricci non potevano mancare in questa antologia dal ritmo incalzante. Giacinto Reale, oramai indiscusso leader della storia di uomini e vicende dello squadrismo 1919-’22 – momento di sfida ribalda esaltante sfrontata di un pugno di ardimentosi, bastoni rivoltelle pugnali su scalcinati BL 18, a dar botte ai sovversivi e bruciare le loro sedi – ci racconta del primo, squadrista e poi cantore prolifico di quelle gesta e dell’emarginazione seguita alla normalizzazione, misto di rimpianto e rancore, con linguaggio onirico ricco di rimandi realtà fantasie, un’eco al più noto e meritatamente Céline. Di Pavolini s’è detto e scritto, ma qui il merito di Luca Lionello Rimbotti averci offerto sintesi del giovane squadrista, colto e raffinato intellettuale, ministro del Regime fascista, fedelissimo, animatore del PFR, delle Brigate Nere, ‘Ordine di combattenti e di credenti’, con l’arma in pugno fino a quella maledetta spalletta del lago di Como, il 28 aprile del ’45. Come sottolinea il Rimbotti ‘realizzando così di fatto la finale trasmutazione del fascismo da ideologia a religione’. Che altro aggiungere? Al lettore l’esito di queste figure. A Maurizio Rossi il compito, difficile e al contempo facile, di ricordare Berto Ricci. ‘Gli eroi son tutti giovani e belli’, cantava Guccini dell’anarchico ferroviere che si lancia con la locomotiva ‘contro un treno pieno di signori’… Berto Ricci e il suo ‘Fascismo impossibile’, come lo definisce Paolo Buchignani in articolata biografia (noi, al contrario, volgiamo lo sguardo come ad esempio e testimonianza di quel Fascismo possibile e, comunque, a noi unico e caro). Grazie a Maurizio possiamo buttarci alle spalle professori dotte analisi intellettuali e sofisticate interpretazioni. Esserci, tanto basta.

Diversi anni fa Davide Sabatini dedicò una biografia a padre Augusto Pio Intreccialagli che fu cappellano e volontario della Legione Tagliamento nella RSI. Lo ricordo in visita in un giorno di pioggia al Campo della Memoria, affaticato emaciato lo spirito indomito, su una sedia e circondato dai suoi ultimi legionari e dai loro parenti che gli si accalcavano intorno, quasi a proteggerlo. Una figura di missionario, ove la fede e le armi erano tutt’uno, di quel cristianesimo erede degli Ordini monastico-guerrieri di cui, oggi, s’è persa traccia. Sotto questo profilo, credo, ben venga la sua presenza in queste Rappresentazioni in nero. Perché – difendendo il nostro nichilismo, ma con il rispetto che si deve alle fedi che sono state onorate dal sangue – proprio di questi tempi dobbiamo assistere ad uno scontro tra un’Europa, vile e cialtrona, e uomini di un mondo ove il martirio è nobile gesto…

Infine Rodolfo, partendo da un lavoro intorno all’idea di Europa e il Fascismo che ad essa si apre e per essa combatte, fa riferimento ad Asvero Gravelli, anch’esso già di provenienza squadrista, che fu l’animatore della rivista Antieuropa, primo numero aprile del ’29, che poneva Roma quale terza via tra Parigi, sterile ‘difesa della vecchia Europa liberaldemocratica’, e Mosca, ove s’annida la rivoluzione bolscevica. Non in spregio della Nazione, ma in nome di un’Europa ove le Patrie possano esprimere il proprio ruolo, la propria missione. Eredità questa a cui facemmo riferimento in tante battaglie della nostra giovinezza.

Ancora, ultimo ma non ultimo, il giornalista di Lucca, Fabrizio Vincenti, curatore della ristampa di Vecchia Guardia, diario del ’19-’22 di Ernesto Daquanno. Non casuale il titolo del suo intervento ‘Alfa e Omega’. Daquanno si trovava tra i partecipanti il 23 marzo del 1919 in piazza San Sepolcro, sarà con Pavolini e Coppola e Mezzasoma e Bombacci ad essere fucilato a Dongo. Portato il cadavere a Milano, esposto il corpo in piazzale Loreto. Egli fu sempre un fedele gregario e da fedele gregario dona la propria esistenza. Una lezione di stile, direi.

Permettetemi, a conclusione, ringraziare Susanna Dolci, le sue Note conclusive, gli stimoli l’impegno la voglia di rendere una intuizione un libro riuscito.

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Categorie: Libreria, Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 7 giugno 2017

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell’entrata degli alleati, quindi ‘obbligato’ per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè ‘geniale’… con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande…

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