Roma ed i suoi miti – Antonio Filippini

Roma ed i suoi miti – Antonio Filippini

I miti riguardanti Roma e la sua fondazione si sono dimostrati profetici, la lupa romana ha davvero allattato i due gemelli, sotto forma della civiltà di Romolo e della civiltà di Remo (la cristiana). È molto significativo il fatto che il mito ci presenta i due gemelli che si scalciavano tra di loro fin da quando erano nella pancia di Rea Silvia, questo segnala che i due principi che i due gemelli rappresentano sono troppo distanti e diversi e perciò difficili da conciliare, tant’è vero che poi essi si realizzeranno nella storia in sequenza temporale, stante l’impossibilità di coesistere. Il mito della fondazione di Roma attualmente è alquanto infausto per i cristiani; recita tale mito: Romolo delimita con l’aratro un’area quadrata, proibendo a Remo di scavalcare il solco (leggi: persecuzioni romane ai cristiani); Remo contravviene a questa proibizione (leggi: introduzione a Roma di tutto quanto è contrario allo spirito della civiltà di Romolo) e allora Romolo lo uccide. I miti, specialmente quelli antichi, sono ben lungi dall’essere quei semplici racconti fantasiosi che credono che siano certi spiriti un po’ troppo razionali e positivi, in realtà essi celano una profondità inusuale, attinente ai principi informatori della nostra realtà, appunto per questo essi spesse volte si sono dimostrati profetici. Naturalmente per comprendere la vera essenza del mito si deve andare oltre la sua apparenza formale esteriore, questo può farlo solamente chi possiede le chiavi interpretative adatte, non disgiunte da una certa conoscenza esoterica. Anche i vari Dei e Dee della paganità antica e le loro beghe e i loro amoreggiamenti andrebbero interpretati in chiave simbolica ed esoterica. Il famoso detto della “lettera che uccide”, che cioè prendere alla lettera e quindi attenersi al significato letterale di uno scritto o di un testo sacro significa ucciderne lo spirito, non vale solo per i libri sacri delle varie religioni, ma vale anche per gli stessi miti e Dei pagani, e perfino per i miti cristiani. Molto comune nella storia è questa deriva letterale, il prendere alla lettera il testo sacro, il mito, le vicissitudini degli Dei, tutto questo è sempre la conseguenza dell’aver smarrito i lumi superiori, perciò non si è più in grado di andare di là delle apparenze, risalendo al vero mondo delle cause prime. Quanto alla lupa romana, certamente i più intuitivi capiranno senz’altro che non si tratta di un lupo animale, né solamente del simbolo di una città, ma di qualcos’altro di più sottile ed esoterico.

Un’altra distinzione importante da fare è quella tra le vere divinità (che discendono sempre dall’alto), e le pseudo-divinità (che montano dal basso). La psiche umana è una realtà alquanto plastica e a livello sottile è direttamente creatrice, allora può accadere che essa dia forma a certe entità, fino al punto da renderle autonome, entità che naturalmente non hanno nulla a che vedere con ciò che si intende con Dio, cioè l’Assoluto, l’Infinito, l’Incommensurabile, ma come tali sono semplici proiezioni mentali intessute di psichicità. La lettura rovescia di una parola assume sempre un significato negativo e maligno, e il fatto che “Roma” letta al contrario è “amor”, qualcuno per questo si è sentito in dovere di demonizzare Roma, la sua essenza e le sue vicissitudini storiche, mentre la lettura rovescia del nome, se non si tratta di intenzione maligna, può essere solo questione di angolo visuale o di unilateralismo, come possono essere il soggettivismo e l’oggettivismo. Facciamo un esempio: scriviamo “Roma” su di un foglio trasparente; dal lato della scrittura “Roma” risulta tale sia al soggettivista e sia all’oggettivista, scritta da sinistra a destra. Voltando il foglio, il soggettivista leggerà “amor”, perché prende come riferimento la sua destra e la sua sinistra e continuerà a leggere da sinistra a destra, mentre l’oggettivista continuerà a leggere “Roma”, perché ha preso come riferimento il lato iniziale del foglio e perciò leggerà da destra a sinistra. Girando il foglio, la sinistra (del foglio) si è spostata a destra, ma nel dato di fatto pratico non è possibile girare la realtà come se fosse un foglio, siamo noi che mutiamo prospettiva, passando dall’altra parte della realtà o dall’altro lato della montagna. Se il foglio è fisso, l’oggettivista prende come riferimento i punti cardinali, perciò da un lato del foglio leggerà da sinistra a destra, mettiamo che sia da sud a nord, dall’altra parte del foglio continuerà a leggere da sud a nord, che però corrisponderà dalla sua destra alla sua sinistra, leggendo sempre al dritto la stessa parola. Il soggettivista rimane invece attaccato alla sua destra e alla sua sinistra, e passando da una parte all’altra del foglio, leggerà la parola una volta nel senso giusto e una volta al contrario. Il soggettivista, passando dall’altro lato del foglio, si è portato appresso lo stesso modo di lettura, invertendo così la parola.

Da qui la necessità di “mollare la presa”, quando c’è di mezzo un lato, un versante, un unilateralismo, per evitare di suscitare inutili antagonismi che non hanno ragione d’essere. L’oggettivista, passando dall’altra parte del foglio, ha realizzato un duplice capovolgimento, che essendo appunto duplice, lascia inalterata la parola. Il soggettivista realizza un unico capovolgimento, leggendo così a rovescio la parola. Questo succede nonostante entrambi siano caratterizzati da punti di riferimento fissi, che per l’oggettivista sono i punti cardinali, mentre per il soggettivista sono la sua destra e la sua sinistra. Il “mollare la presa” non significa rinunciare alla propria caratterizzazione, ma gestirla in modo più intelligente e equilibrato. Il “mollare la presa” può riguardare solo il “mobile”, cioè il modo di manifestare o guardare o valutare un certo fattore e non la sua intima essenza. Si varia ciò che può essere variato, allo scopo di preservare il “fisso”, là dove la sovversione spesse volte da luogo al “pervertimento incrociato”, invertendo il tutto. Una differenziazione o proiezione bifida di un principio primario, tende a riprodursi analogicamente anche nei singoli elementi differenziati. L’uomo in sé o Ente divino (potenzialità contenuta nell’Infinito), può manifestarsi a un certo livello solo attraverso una differenziazione, ne deriva l’uomo maschio e l’uomo femmina, che a loro volta possono oscillare in sé in modi diversi e anche opposti di essere uomo e donna. Ovvio che una differenziazione interna alla mascolinità, per esempio, in nessun caso può dar luogo alla femminilità, darà solo luogo a diverse varianti di essere maschio, che per ragioni di semplicità sono riassunte in due opposte. Ogni cosa esistente oscilla in sé stessa, ha in sé il proprio contrasto che la conferma, è quindi un grave errore applicare a questo contrasto interno la reattività antagonista dei dialettici.

Tutte le discipline iniziatiche parlano di un io che deve morire, ma anche qui è questione d’intendersi. Non è l’io in sé che deve morire, ma solo l’io-riflesso perverso. Noi ci illudiamo che l’io con cui ci identifichiamo sia il riflesso giusto del nostro spirito, in realtà è il riflesso perverso. Distinguere il riflesso giusto dal riflesso perverso è fondamentale ed è abbastanza semplice: il riflesso giusto conferma ciò da cui procede, il riflesso perverso lo nega. Il caricamento maligno del proprio io, cioè il gestirlo come se fosse un assoluto, distorce la sua natura e lo trasforma nel riflesso perverso. Affinché il riflesso giusto possa apparire, si deve togliere di mezzo il riflesso perverso. Si tratta di convertirsi, non nel senso dei devozionali, piegando le ginocchia nei confronti del Dio Persona, ma nel senso di mutare atteggiamento e convertire la direzione di marcia. Quando con l’automobile si finisce in un vicolo cieco, c’è poco da fare: o si fa retromarcia o si inverte la direzione. La condizione individuale è quasi essa stessa un vicolo cieco, le vere possibilità di sviluppo si trovano nel sovraindividuale (non nel collettivo!), è quindi inutile premere forsennatamente verso la condizione individuale (o collettiva).

 

Antonio Filippini

 

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Categorie: Tradizione Romana

Pubblicato da Ereticamente il 8 maggio 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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