La vergogna e il disonore – Fabio Calabrese

La vergogna e il disonore – Fabio Calabrese

E’ trascorso un altro 25 aprile. Nonostante tutti i tentativi che ci furono anni addietro e che adesso sembrano alquanto passati di moda, di trasformare questa ricorrenza in una festa della pacificazione nazionale, tentativi a cui forse non ha creduto davvero nemmeno chi li ha intrapresi, questa resta una festa della sinistra e dell’antifascismo, che non può pacificare alcunché, ma solo tenere vivo, non rimarginato, il solco tra connazionali.

Come celebrazione in se stessa, rimane qualcosa di intrinsecamente grottesco: siamo probabilmente l’unico Paese al mondo che festeggia la sconfitta nella seconda guerra mondiale come se si fosse trattato di una vittoria. Non ce lo dicono in faccia, ma sicuramente all’estero questa ricorrenza è motivo di derisione alle nostre spalle. Questa “festa” con la quale celebriamo la vergogna e la sconfitta, ci ricorda tristemente che da noi la fazione ha prevalso e continua a prevalere sulla nazione.

Io credo che potremmo anche risparmiarci lo strazio di soffermarci su una simile miseria, se non ci fosse una domanda importante a cui rispondere: perché è avvenuto ciò?

La Germania e il Giappone sono stati sconfitti in modo non meno pesante di quel che è avvenuto a noi, pagando un tributo atroce di morti e distruzioni fra cui, per quel che riguarda la nazione del Sol Levante, ben due olocausti nucleari, tuttavia hanno tenuto, non si sono disgregati come nazioni, ma lo stesso si può dire degli stati minori schierati con l’Asse: Finlandia, Ungheria, Romania, tutti fatti che rendono ancora più increscioso e vergognoso lo squagliamento italiano.

In coincidenza con la festa della vergogna mio nipote, figlio di mio fratello, mi ha posto questa domanda (tramite facebook, quindi posso riportare le parole esatte):

“Comunque il vero punto della questione è il seguente: il fenomeno dei partigiani (mi riferisco ai compagni di sinistra, non a quelli a favore del regime) è comparso solo in Italia, in Germania c’era stata piena solidarietà al governo e all’esercito anche a guerra ormai persa (gli alleati trovarono notevole difficoltà e solo 3 anni dopo la caduta di Hitler riuscirono ad instaurare uno nuovo governo filoamericano). Mentre in Italia sono spuntati ad un certo punto simistroidi come funghi. Com’è possibile?

È un fenomeno che lascia pensare ad una spaccatura del paese già esistente ma in qualche modo “dormiente”, che perdura ancora oggi, eppure negli altri paesi questo fenomeno non si è verificato. Perché?”

(Naturalmente, per comprendere appieno il senso della domanda, occorre ricordare che il fenomeno partigiano c’è stato anche altrove, ma ha riguardato Paesi che erano schierati contro l’Asse, non c’è stato nessun fenomeno partigiano tedesco, nipponico, finlandese, ungherese o romeno).

La risposta che gli ho dato è una versione sintetica di quella che ora cercherò di illustrare a tutti voi. Probabilmente non esiste una spiegazione unica, ma bisogna considerare una serie di cause concomitanti.

Per prima cosa occorre ricordare che la nostra unità nazionale era ed è un fatto recente, una maschera – potremmo dire – che copriva e copre le ferite lasciate da quindici secoli di divisioni e dominazioni straniere, ferite più profonde di quel che può sembrare a prima vista. Quindici secoli di frammentazione politica e soggezione a dominatori stranieri, si potrebbe dire, non significano solo frammentazione e soggezione.

A parte il fatto che ciò ha accumulato una serie di differenze storiche e culturali fra le diverse parti dell’Italia i cui effetti sono ancora visibilissimi nelle tendenze al localismo e al particolarismo, questo ha fatto sì che gli Italiani abbiano interiorizzato una peculiare visione dello stato, che non è la forma giuridica della nazione, “res publica”, cioè cosa di tutti, ma, essendosi presentato quasi sempre come un dominatore straniero, è stato sempre percepito come estraneo e ostile, di cui si deve approfittare se possibile, ma verso il quale non si deve alcuna lealtà.

Le istituzioni datrici di valori per gli Italiani sono altre: la famiglia, la cerchia amicale, consorterie di vario tipo, e per quanto riguarda i valori e le appartenenze di carattere più generale, continua ad avere un peso enorme la Chiesa cattolica.

Lo stato liberale che ha portato a termine l’unificazione nazionale, ha sostanzialmente tenuto le masse popolari ai margini. Soprattutto per le popolazioni meridionali, più che di riunificazione alla patria, si è spesso trattato di conquista e saccheggio. E’ un fatto incontrovertibile, solo il fascismo che del resto ha avuto troppo poco tempo, ha cercato di “fare gli Italiani” e di renderli fieri di essere tali.

Il torto principale del fascismo è stato quello di essere un totalitarismo incompleto che si è arrestato davanti ai due troni, quello sabaudo e quello papalino. Come dimostrano gli esempi del nazionalsocialismo tedesco e anche del comunismo sovietico, una dittatura “funziona” quando è realmente totalitaria, cioè non permette l’esistenza di organi di potere e corpi della società che non siano una sua emanazione. Il fascismo “incompleto” lasciava sussistere forze e poteri che non potevano fare altro che tramare contro il fascismo stesso: la Chiesa e la Corona in primo luogo.

Con il concordato del 1929 il fascismo, lasciando mano libera alla Chiesa cattolica ha di fatto rinunciato a incidere nella mentalità profonda degli Italiani. E’ vero che anche il Terzo Reich sottoscrisse un concordato con la Chiesa cattolica, ma non rinunciò mai a richiamarsi alla spiritualità atavica pre-cristiana, tedesca ed europea, a mettere il “giudaismo culturale” nell’angolo in attesa di aver chiuso la partita con il bolscevismo prima di regolare definitivamente i conti con esso.

In termini più immediatamente politici (ma che diverrebbero incomprensibili se non si tenesse presente che per tutte le ragioni addotte, il fascismo era per molti, per troppi soltanto una verniciatura superficiale), la monarchia sabauda non rinunciò mai ai suoi “storici” legami con la massoneria internazionale, e assieme alla monarchia vanno considerati gli ambienti della Corte e gli alti gradi militari, ambienti dove il fascismo non era mai realmente penetrato, ma era visto come un corpo estraneo di cui sbarazzarsi con ogni mezzo e a ogni costo.

Anche questo è documentato: qui soprattutto il più importante storico militare del dopoguerra, Antonino Trizzino ha fatto un lavoro imponente di documentazione anche se costantemente ostacolato dalle gerarchie militari che gli intentarono vari processi: le nostre forze armate furono non solo impiegate in modi assurdi e irrazionali, ad esempio i nostri convogli indispensabili per rifornire il fronte africano che era il nostro teatro principale, furono costantemente mandati senza scorta o con scorte risibili ad attraversare un Mediterraneo dominato dalla flotta britannica, mentre le nostre navi da battaglia rimanevano alla fonda nell’attesa di andare a Malta a consegnarsi al nemico all’indomani dell’armistizio, ma da subito vi furono collusioni ad alto livello col nemico che fu puntualmente informato di tutte le nostre mosse.

Sommando tutto, una conclusione è inevitabile: la guerra fu voluta dalla Corte e dagli alti gradi militari che contavano sulla sconfitta come mezzo per sbarazzarsi del fascismo. Era uno sporco, sporchissimo gioco condotto sulla pelle dei nostri soldati e dei nostri marinai, e anche delle popolazioni civili che si trovarono a pagare un prezzo altissimo, quando alle privazioni della guerra si aggiunsero i bombardamenti terroristici angloamericani.

La capitolazione vergognosa e l’ancora più vergognoso capovolgimento di fronte dell’8 settembre 1943 furono l’inevitabile conseguenza di tutto ciò, a cui il valore disperato dei nostri combattenti dimostrato a Giarabub, a Nikolaewka, a El Alamein, poté fare poco per sopperire.

Oltre tutto, bisogna sottolineare che, tranne pochi inaspettati profeti come Giulio Douhet il teorico del bombardamento strategico che poi “gli alleati”, la parte vincente, misero in atto con abbondanza, fino alla viglia del conflitto, non si era compreso che esso sarebbe stato una guerra meccanizzata in cui la tecnologia e la produzione industriale avrebbero giocato un ruolo determinante. Noi entravamo in guerra con gli antiquati biplani disegnati da Celestino Rosatelli e con carri armati così pesantemente corazzati da pesare tre tonnellate (un decimo di una motrice ferroviaria o quanto la sola torretta dei carri tedeschi o di quelli nemici), dotati di mitragliatrici che non riuscivano a forare la corazza di quelli avversari. I famosi “otto milioni di baionette” che riflettevano una concezione strategica rimasta ancorata alle trincee della Grande Guerra erano in effetti del tutto inutili. Il coraggio dei nostri combattenti non poteva compensare ciò, né vincere il senso di inferiorità nei confronti di tedeschi e avversari.

Il 25 luglio e poi l’8 settembre 1943 furono l’inevitabile conseguenza di tutto ciò. Noi oggi sappiamo che “i golpisti” del 25 luglio che misero in minoranza Mussolini nella seduta del Gran Consiglio agivano in stretto accordo con il re. Il cosiddetto “arresto” avvenuto dopo che il duce si era recato al quirinale a presentare le sue dimissioni, fu un atto del tutto illegale, un vero e proprio sequestro, col quale Mussolini fu portato via in un’ambulanza anonima verso svariate località di detenzione tenute segrete fino alla sua liberazione da parte dei tedeschi.

Il cambiamento di fronte fu un’operazione pedestre e pasticciata. Si consideri soltanto che dal 25 luglio all’8 settembre passa un mese e mezzo, un tempo più che sufficiente ai Tedeschi, che non erano idioti e avevano capito benissimo quel che stava per succedere, per preparare le necessarie contromosse. L’operazione Alarico scattò subito all’annuncio dell’armistizio e fu, si può dire, un successo. I Tedeschi occuparono rapidamente e incontrando una resistenza esigua, tutta la parte d’Italia ancora non invasa dai cosiddetti alleati.

Più ancora del proclamato cambiamento di fronte, la diserzione del re e del governo Badoglio, fuggiti da Roma il 9 settembre per consegnarsi agli “alleati”, non lasciava alternativa alla proclamazione della repubblica. La Repubblica Sociale rappresentò, preso atto della diserzione del re, la continuità dello stato italiano legittimo, mentre un governo usurpatore e abusivo fu quello costituito a Brindisi dai disertori sotto l’egida degli invasori “alleati”. La repubblica democratica che ci opprime da settant’anni, a sua volta è la continuazione di questo stato abusivo, e non cessa di dimostrare di essere uno stato abusivo e usurpatore: l’interesse degli Italiani viene sempre dopo quello dei nostri padroni internazionali, e oggi del potere mondialista che ha deciso la nostra morte per sostituzione etnica.

Il tradimento è sempre un’infamia vergognosa, ed è percepito come tale anche da coloro che ne sono i beneficiari, e gli invasori cosiddetti alleati non fecero nulla per nascondere il loro disprezzo. Per prima cosa esautorarono Vittorio Emanuele III da qualsiasi potere anche nello stato fantoccio da loro costituito, tutti “i poteri” furono dati al principe ereditario come luogotenente, poi l’impiego del ricostituito esercito del sud dimostrò ben presto in quale considerazione ci tenessero: la rinata Regia Aeronautica fu impiegata nei Balcani in appoggio alle bande di Tito. I nostri aviatori non sapevano di contribuire al massacro della nostra gente sulla sponda orientale dell’Adriatico, ma gli “alleati” lo sapevano benissimo, ed era il più crudele dei dileggi.

Coloro che avevano “ubbidito all’ordine del re” in buona fede e non per saltare senza alcuna dignità sul carro del vincitore, trovarono presto irrespirabile il clima di vergogna e di disprezzo da cui erano circondati. Gli esempi più eclatanti furono l’eroe sommergibilista Paolo Fecia di Cossato che si tolse la vita, e l’asso degli aerosiluranti Carlo Emanuele Buscaglia che morì precipitando con l’aereo che aveva rubato per raggiungere il nord.

La frase che viene talvolta attribuita al generale americano e poi presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower secondo la quale l’onore italiano avvilito da uno dei più infami tradimenti della storia sarebbe stato in parte riscattato dai combattenti della Repubblica Sociale, è probabilmente un falso, una pia fraus dello stesso genere del comunicato dell’Alto Comando sovietico all’indomani della battaglia di Nikolaewka secondo cui gli Italiani sarebbero stati da ritenere imbattuti in terra russa, comunicato che oggi sappiamo per certo non fu mai emesso. Auto-inganni pietosi per lenire il fatto purtroppo incontrovertibile che l’8 settembre 1943 ha lasciato una macchia indelebile di vergogna sull’onore italiano.

Il sacrificio e l’eroismo di molti, da Giarabub a Nikolaewka, a El Alamein, erano stati vanificati dalla codardia e l’ignominia di pochi.

Questa Italia che i padri risorgimentali con lotte, sofferenze e sacrifici avevano trasformato in stato nazionale, ed a cui il fascismo aveva cercato di infondere l’orgoglio di appartenere, e di farne una potenza rispettata a livello internazionale, era tornata a essere la “serva Italia di dolore ostello”.

In spregio alla verità storica, l’immagine dell’italiano furbetto-vigliacchetto sempre pronto a cambiare casacca per evitare rischi e secondo la convenienza del momento, sarebbe diventata una profezia che si auto-adempie sotto l’impulso della pedagogia catto-marxista.

A questo punto, abbiamo molto chiaro lo scenario che ha portato all’emergere del fenomeno partigiano. Il disorientamento per l’improvviso crollo dell’autorità statale in un Paese trasformato in un campo di battaglia andava a sommarsi ad antiche ferite pregresse, a un senso dell’identità nazionale che non aveva avuto realmente tempo sufficiente per radicarsi nel profondo, ma ancora non si spiegherebbe nulla senza considerare un altro elemento.

La versione “canonica” della sedicente resistenza, quella che viene ammannita ai ragazzi delle scuole, è una favola che si basa sull’inversione orwelliana dei significati. Quello che fino all’autunno 1943 era stato l’alleato con cui avevamo diviso “pane e morte” era diventato “l’invasore”, mentre gli invasori cui il cambiamento di fronte non aveva certo impedito di continuare a seppellire le parti d’Italia non ancora “liberate” sotto tonnellate di bombe trucidando migliaia di civili, erano diventati “gli alleati”.

Se si vanno a considerare spassionatamente i fatti, un dato salta agli occhi: le brigate partigiane erano in stragrande maggioranza comuniste. Per comprendere come stessero le cose, è necessario avere chiara la natura dell’ideologia comunista, che è un’ideologia di conquista mondiale del potere senza alcun riguardo ai mezzi.

Il leader del Partito Comunista Italiano era allora Palmiro Togliatti che rifugiato in Russia, era diventato segretario di Stalin, ed è tuttora l’unico leader comunista occidentale a cui in Russia sia stata addirittura intitolata una città, Togliattigrad.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è emerso dagli archivi del Cremlino un interessante carteggio fra Stalin e Togliatti. A una lettera del dittatore cui gli chiedeva se ritenesse opportuno un trattamento dei prigionieri di guerra italiani più umano di quello riservato ai Tedeschi, Togliatti rispose negativamente. Ogni italiano morto in Russia avrebbe significato una famiglia di antifascisti in più in Italia. Nella serie di infami che queste vicende hanno messo in luce, Togliatti, “il migliore” dei comunisti non è stato certo il meno spregevole. Approfittando sia della sua doppia posizione di leader dei comunisti italiani e uomo di fiducia di Stalin, sia della situazione di un Paese sconvolto e trasformato in campo di battaglia, costui era nelle condizioni ideali per mettere in piedi il fenomeno partigiano.

Un’altra circostanza che i testi scolastici si guardano bene dal nominare, è che l’attività delle bande partigiane fu preceduta e provocata da quella di gruppi terroristici organizzati dal PCI, i GAP, che con attentati fra cui il più sanguinoso fu quello di via Rasella a Roma, avevano lo scopo di provocare le rappresaglie (peraltro previste dalle leggi di guerra), in modo da scavare un solco sempre più profondo fra i Tedeschi e i fascisti (cioè gli italiani che continuavano a combattere l’invasore angloamericano) e la massa della popolazione.

E’ interessante il fatto che questi gruppi terroristici avessero istruzione di colpire “i fascisti” più ragionevoli ed equilibrati, lasciando incolumi le “teste calde” da cui c’era da aspettarsi reazioni inconsulte, che erano precisamente quelle che si intendevano provocare.

Il resto è seguito come conseguenza. In ogni popolo e in ogni tempo c’è una certa percentuale di vigliacchi e opportunisti, ma mai come allora costoro avevano avuto dalle circostanze la possibilità di emergere. Man mano che la situazione militare si faceva disperata, erano sempre più quelli che si sottraevano ai bandi di arruolamento della RSI andando a unirsi alle bande partigiane che in montagna, ampiamente riforniti dagli angloamericani, conducevano una guerra di tutto comodo, fatta di agguati alla schiena e attentati contro i Tedeschi e contro i loro connazionali che ancora resistevano all’invasore, salvo, a cose fatte, quando i vinti dovettero deporre le armi, scendere a valle e fare mattanza.

Il termine stesso “resistenza” è un insulto alla verità storica, a “resistere” a difendere la patria fino al limite delle possibilità umane, furono semmai i ragazzi della RSI.

Quando ogni 25 aprile i soliti tromboni che da settant’anni fingono di rappresentare l’Italia, parlano di unità antifascista, parlano di qualcosa che non è esistito se non come artificio propagandistico a conflitto finito. I partigiani comunisti avevano di mira la loro rivoluzione, l’instaurazione in Italia di una tirannide di tipo sovietico, e le formazioni partigiane non comuniste erano un ostacolo da eliminare. Un noto capo partigiano poi diventato onorevole del PCI nel dopoguerra, Salvatore Moranino aveva l’abitudine di segnalare alle SS le mosse dei partigiani “bianchi”.

Un altro bell’episodio “resistenziale” di quelli che i libri di storia non raccontano, avvenne in Friuli alla Malghe di Porzus, dove i comunisti della Brigata Garibaldi trucidarono i membri della brigata partigiana non comunista Osoppo dopo averli circondati e disarmati con l’inganno. Questo episodio ha però un risvolto ancor più interessante. Il motivo dell’eccidio fu il rifiuto della Osoppo di mettersi agli ordini del IX Corpus jugoslavo come era stato ordinato di fare a tutti i partigiani operanti in Friuli. C’era stato verosimilmente un accordo fra Togliatti e Tito: tutte le terre italiane a oriente del Tagliamento alla Jugoslavia in cambio dell’aiuto a “fare la rivoluzione” in Italia. Ancora una volta Togliatti e i suoi manutengoli dimostravano che per loro l’Italia e gli Italiani valevano meno di nulla.

Il 20 aprile un sedicente Gruppo di Studio Marxista ha tenuto alla nostra università (questi sedicenti rivoluzionari trovano sempre l’avallo ufficiale) un convegno su “La resistenza, una rivoluzione mancata”.

Ci vuole un’enorme facciatosta a tenere un convegno simile a Trieste, una città che ha subito duramente le atrocità dei partigiani jugoslavi, un’enorme fiducia nell’amnesia della gente, e una facciatosta altrettanto enorme nel proclamarsi oggi marxisti, quando mentre il fascismo è stato sconfitto sui campi di battaglia, il sistema sovietico è crollato per implosione interna, sotto il suo stesso peso da quel pachiderma deforme che era, e certamente la rivoluzione mancata è stata prima di tutto quella del 1917 in Russia, come poi lo sono state tutte le sue propaggini, “rivoluzione” che non ha generato “lo stato dei lavoratori” ma una mostruosa e odiosa tirannia. Tuttavia, questi “studiosi marxisti” un merito ce l’hanno, il fatto di ricordarci che l’unità antifascista non è mai esistita se non come finzione nel dopoguerra, e quello che interessava ai partigiani comunisti non era “la liberazione” ma “la rivoluzione”, cioè instaurare in Italia una tirannide di tipo sovietico.

Il processo di Norimberga, condotto con tutta l’imparzialità e l’equanimità della rappresaglia dei vincitori sui vinti, è servito a riversare sui Tedeschi una quantità spropositata di odio, tuttavia quello che esso ha potuto riversare sui Tedeschi è soltanto odio, e l’odio è certamente più sopportabile della vergogna, del disonore, e quel che è peggio, della derisione che il voltafaccia dell’8 settembre 1943, la “guerra partigiana” e le “radiose giornate” del 25 aprile 1945 hanno attirato su noi Italiani, una vergogna e una derisione che noi incentiviamo ogni 25 aprile festeggiando la sconfitta nella seconda guerra mondiale come se fosse stata una vittoria.

Noi tuttavia sappiamo che ciò è dipeso da un seguito di circostanze storiche, che il nostro popolo nella sua lunga storia è stato capace di grandi cose, e lo sarebbe ancora se riuscisse a liberarsi dalle pastoie mentali democratiche, cristiane e marxiste.

 

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Categorie: venticinqueaprile

Pubblicato da Fabio Calabrese il 8 maggio 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Fabio

    Comunque, magra consolazione, anche la Germania, non è uscita del tutto indenne dall’andazzo di celebrare i vili ed i traditori visto che in alcune città tedesche sono stati osteggiati i monumenti dedicati ai milioni di caduti della Wehrmacht ma innalzati e ostentati quelli in onore dei “disertori ignoti”

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