Il “male oscuro” si vince con il solare ethos identitario e tradizionalista

Il “male oscuro” si vince con il solare ethos identitario e tradizionalista

La depressione, che nel mondo occidentale miete sempre più vittime, si conferma come l’oscuro male del millennio, una malattia decisamente contemporanea frutto di una società altamente aggressiva, competitiva, materialista e senza scrupoli che taglia fuori e isola ampie fasce di popolazione, emarginate da un mondo che cambia impetuosamente e segue inesorabilmente il ruolino di marcia impostogli dall’agenda mondialista. Le menti più fragili naufragano in un mare di cupa disperazione anche se, più che debolezza, sovente si tratta di situazioni in cui non si riesce a vedere una via di uscita per colpa di una crisi che non è solo materiale ma anche, e soprattutto, spirituale. Abbiamo tutto, ma questo “tutto” è niente.

Il quadro è reso vieppiù desolante dalla mancanza quasi totale di quei valori su cui per secoli si è costruita una società sana, tradizionale, identitaria, oggi priva di maestri, esempi, punti di riferimento. Le persone sono sempre più sole e frammentate, lasciate ai margini da una temperie moderna che non guarda in faccia a nessuno (o quasi) e issa sugli scudi quei finti valori consumistici che animano l’opulenza e il “benessere” del mondo occidentale. Naturalmente le principali vittime di questa situazione sono gli strati sociali più deboli e disagiati, come ad esempio gli anziani, ma spesso ci finiscono di mezzo anche gli adolescenti, i giovani, gli imprenditori con l’acqua alla gola, professionisti che non riescono più a reggere i ritmi di un mercato del lavoro liberista e turbo-capitalista, e cinico.

Quando l’etica viene meno perdendo di vista valori sacri come la patria, la famiglia, il lavoro per vivere (e non la vita per lavorare), la coscienza etno-culturale e ambientale, la solidarietà comunitaria, la gente viene travolta dal treno dell’affarismo, che riduce la vita umana ad uno strumento per macinare quattrini e alimentare così l’orribile epa mondialista che fagocita senza pietà umani abbandonati a sé stessi e, dunque, facile preda della rapacità contemporanea.

Spero sia chiaro a tutti come i desolati scenari depressivi siano cagionati dalla spaventosa crisi etica e valoriale – tipica del mondo occidentale e dunque, purtroppo, anche europeo – che sputa sulla nazione e l’identità, dilania le famiglie, spedisce sul lastrico i lavoratori (ma anche, spesso, i più abbienti), distrugge la natura rendendo invivibile la vita delle persone, in particolar modo delle infernali metropoli, gigantesche tombe di acciaio, vetro e cemento con le loro sordide propaggini periferiche che diventano ghetti e cumuli di degrado senza fine. L’inquinamento avvelena e lentamente uccide da un punto di vista materiale, mentre la globalizzazione con i suoi esosi standard di successo e di benessere (concetto, si capisce, fittizio e fallace) inaridisce l’anima e ammazza la dignità dell’uomo, triturato dalla società capitalista e materialista.

La gente cerca nei paradisi artificiali, negli specchietti per le allodole e nelle vite dissolute il malato conforto ad una vita liquida e informe, credendo che le vie di fuga dalla contemporaneità barbarica basata sul culto del dio danaro siano rappresentate dai cattivi maestri e dalle loro poco raccomandabili soluzioni: denaro, successo, effimera gloria di cartapesta costruita nei laboratori tossici dell’americanizzazione portano allo sterminio morale (e non solo) degli Italiani e degli Europei, svuotati di tutto ciò che è vitale per essere farciti di cianfrusaglie che si spacciano per surrogato della felicità.

La depressione nasce dalla disperazione, dall’infelicità e dall’insoddisfazione, da quel pessimismo cosmico che trae linfa dall’incapacità di elaborare il passato per guardare avanti e costruirsi un futuro migliore di quanto vissuto precedentemente, il che si tramuta in una perdita di interesse per la vita, in cui non v’è più nulla per cui valga la pena vivere e lottare, e l’epilogo può trasformarsi in tragedia. Ma questo terribile quadro è destinato a rimanere immutato sino a che non si comprenderà che la depressione si vince recuperando il senso più vero e genuino della vita che riguarda l’amore patrio, il culto identitario, la famiglia, il comunitarismo, la coscienza del territorio e la salvaguardia dell’ambiente che ci circonda.

L’alienazione e la spersonalizzazione dell’essere umano nascono dalla perdita totale del contatto con la dimensione più intima, e naturale, dell’uomo che passa per lo spirito di appartenenza, per l’amore del focolare domestico, per l’attaccamento alle proprie radici e dunque per il rispetto della natura, che ci garantisce un futuro sostenibile, sotto tutti i punti di vista, armonicamente inserito nel nostro habitat naturale, che è l’unica degna cornice che possa coronare la nostra realizzazione, soddisfazione e serenità.

Dopotutto, amici, di cosa abbiamo bisogno per essere felici, per stare bene e per sconfiggere quell’oscuro artiglio che tiene in pugno le vite di molte persone disorientate da un mondo tirannico e infame che avvelena e uccide la speranza degli individui, dei popoli? Di una casa, dell’amore di una compagna, o compagno, di vita, di una famiglia, di un lavoro che garantisca sussistenza, di un ambiente reso vivibile grazie al recupero di un codice etico e civico, e di immortali ideali che ci legano ai nostri avi e ci proiettano al contempo verso i posteri: il sangue, il suolo, lo spirito, il culto razionale delle nostre radici unito ad una spiritualità gentile che sgombri il campo dagli inganni monoteistici per gustare nuovamente i valori tradizionali plasmati dall’ethos indogermanico.

Non con i paradisi artificiali, non con l’effimero successo propinato dalla società dei consumi, non con le fallaci promesse dei falsi messia, non con vite bruciate dai bassi appetiti stimolati dalla demoniaca scatola “magica” chiamata televisione, non con le tossiche balle spacciate dai ciarlatani schiavi del sistema mondialista (che è la cagione principale dei nostri mali, spirituali e non) si vince il male oscuro della depressione, ma con la visione del mondo identitaria e tradizionalista che è agli antipodi del ciarpame suesposto, e questo perché identità e tradizione vengono nobilitate dalla propria adesione alla dimensione naturale dell’uomo, che riguarda la verità “assoluta” della Madre Terra, fecondata dalla solare filosofia di vita delle nostre comuni origini indoeuropee.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 14 maggio 2017

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

Commenti

  1. Alessandro Pavanel

    Che dire, Sizzi, se non che non sbagli un colpo? Complimenti per l’analisi, completa ma allo stesso tempo sintetica, della desolazione sottoculturale che ci affligge. Sono particolarmente d’accordo con te quando dici che quel che resta della nostra civiltà potrebbe essere salvato se eliminassimo quella fonte di “neurotossine” che è la televisione. Da essa infatti, se guardiamo bene, deriva la maggior parte del nefasto influsso che svuota i cervelli del necessario per riempirli del superfluo e del dannoso, convincendoli in qualche modo che sia quest’ultimo ad essere irrinunciabile, soprattutto se proviene da oltre oceano.
    Mi permetto di aggiungere che ciò che la televisione ha reso definitivo e cronico, cioé la perdita dei valori tradizionali e umani in favore del nulla, è stato iniziato ed è ancora sostenuto, per quanto riguarda noi occidentali, dal cristianesimo: il più duro colpo che abbiamo mai subito.

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