Il culto di Cibele a Roma – Stefano Mayorca©

Il culto di Cibele a Roma – Stefano Mayorca©

Il culto di Cibele venne introdotto intorno al 204 a.C., quando re Attalo di Pergamo donò a Roma (o forse fu persuaso a farlo), la pietra nera di Pessinunte, un grande meteorite, una immagine simbolica della dea che fu collocata sul Palatino. Nota quale divinità montana, come testimoniano alcuni suoi epiteti legati ai nomi di diversi monti, Berecinzia, Dindèmene e Idea, divenne celebre a Roma con l’appellativo di Magna Mater, la Grande Madre, la divinità primigenia universale. Il suo santuario, edificato sulla sommità del Palatino, era indicato con il nome di Magna Mater Deum Idaea. I sacerdoti di Cibele erano detti Galli e Coribanti, ma anche Arcigalli (sacerdoti questi ultimi devoti ad Attis). I riti magico–cultuali in onore della dea del monte Ida (Deum Iadea), erano contraddistinti da azioni cruente e sanguinarie; per tale motivo Cibele era anche denominata dea sanguinaria.

Vediamo in pratica in cosa consistevano questi riti, che si tenevano in un luogo sacro ed esoterico per eccellenza, il Collis Palatinus, dove il confine tra Cielo e Terra cessava creando una fusione con il Tutto. Il profumo dell’incenso si diffondeva nell’aria, mentre il suono fragoroso dei cembali, dei flauti, dei timpani, dei dischi metallici e dei rombi accompagnavano il culto orgiastico – da orgiaismo, celebrazione di qualunque azione sacra misterica, come i misteri dionisiaci, nei quali l’azione sacra sconfinava nel parossismo – nel corso del quale i sacerdoti, giunti nel momento di maggiore esaltazione, si infliggevano profonde ferite e in alcuni casi si autoeviravano. Nonostante Cibele non fosse ritenuta una divinità straniera, dal suo sacerdozio venivano esclusi i cittadini romani e le cerimonie a lei dedicate, a parte la levatura pubblica del suo simulacro, erano assolutamente segrete e private. Le uniche feste aperte al popolo in onore della dea, erano i ludi Megalenses.

Anche il dio Attis era soggetto a celebrazioni in suo onore, officiate da sacerdoti–iniziati venuti dall’Oriente che si esprimevano in una lingua incomprensibile per i Romani. L’inizio dei festeggiamenti veniva chiamato Canna intrat (la canna entra), presieduta dai Cannophori e gli Arcigalli, gli eunuchi che avevano raggiunto un elevato grado di purezza interiore. I Cannophori sventolavano lunghe canne, allo scopo di ricordare il dio che era stato abbandonato neonato tra le canne che crescevano lungo le rive del fiume Sangario (da notare le analogie tra Attis, il Mosè biblico e i gemelli Romolo e Remo). La sacra cerimonia proseguiva ricordando l’amore tra Attis e la dea Cibele. Il suono di timpani e tamburi si faceva sempre più forte e alla fine il rito prevedeva il sacrificio di un toro, simbolo di fecondità, come si evince anche dal culto di Mitra, altra divinità orientale rappresentata nell’atto di trafiggere un toro. Cibele stessa ne aveva sacrificato uno, allo scopo di fabbricare con la sua pelle il primo timpano (strumento a percussione che produce un suono determinato, costituito da una membrana tesa in una cassa di risonanza chiusa inferiormente). Verso sera il corteo si incamminava in direzione del santuario della dea dove si teneva il rito magico dell’Arbor intrat, l’albero che entra, officiato questa volta dai Dendrophoroi, i sacerdoti preposti a portare l’albero sacro. Entrati nel recinto consacrato, i Dendrophoroi tagliavano un pino, il simulacro fallico che alludeva all’evirazione e morte di Attis. L’albero, avvolto in bende di lino e ornato da viole profumate e seguito dalla statua di Attis, veniva portato poi verso il luogo dove in una fossa molto profonda sarebbe stato calato, simboleggiando in tal modo il corpo privo di vita del dio. Il giorno seguente i sacerdoti si autinfliggevano punizioni corporali, si flagellavano e sanguinavano copiosamente a causa della lacerazione delle carni. Nonostante il recente divieto imposto dal Senato di Roma, qualcuno si evirava al fine di avvicinarsi interiormente alla dea Cibele (fu proprio lei dopo essere stata tradita da Attis, ad evirarlo mortalmente). Al di là dell’aspetto cruento Cibele era dispensatrice d’amore e protezione, fertilità e solidarietà. . Il velo del tempo, soglia antica di vecchi miti e di Dèi, sta calando di nuovo celando agli occhi profani, impreparati a comprendere, l’ermetico mondo che nei secoli fu fecondo, germe di sapienza che mai verrà disseccato, fino a che la fiamma viva della Conoscenza arderà copiosa sul buio dell’ignoranza e della corrente volgare.

-Stefano Mayorca – Riproduzione Riservata

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Categorie: Ermetismo, Tradizione, Tradizione Romana

Pubblicato da Ereticamente il 17 maggio 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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