Sul senso della storia a cura di Enrico Scotton

Sul senso della storia a cura di Enrico Scotton

Tutte le controversie della nostra epoca possono essere ridotte a una controversia fondamentale, ossia la questione del senso della storia” – inizio folgorante, che rimanda immediatamente allo Schmitt della “Teologia politica”: “Sovrano è chi decide dello stato d’eccezione”.

Quell’inizio, che si pone come cesura e ripartenza, lo dobbiamo al pensiero, oggi più che mai vivo e necessario, di Giorgio Locchi, e lo troviamo alla prima riga del primo saggio che compone il volume recentemente edito dalle mai troppo lodate Edizioni di Ar (Giorgio Locchi, Sul senso della storia, Edizioni di Ar. Padova 2016, collana “Le Consonanze”).

Pensiero vivo e necessario soprattutto oggi, e soprattutto per una Destra autenticamente radicale, rianimatrice delle origini e con esse del futuro – si legga il prologo di Giovanni Damiano al volume, e si mediti lo scritto, sempre di Damiano, compreso nel corollario (“Su Giorgio Locchi”, p. 94): “L’origine è sì un che di dato (altrimenti cadremmo nel post-moderno), ma, come già detto, non una volta per tutte, in quanto l’apertura storica in cui ac-cade l’evento fa sì che dell’origine si dia (si possa dare) sempre un nuovo inizio”.

Ora, il rinnovarsi dell’inizio, contro la pretesa della fine della storia ed il conseguente annullamento della libertà storica dell’uomo creatore, è ciò che sottende l’analisi filosofica di Locchi esemplarmente dimostrata dai due saggi compresi nel volume. Si sarebbe tentati di riandare con la mente alla teoria ciclica, già propria dei Greci, e opporla alla linearità dell’accadere storico umano che trova compimento e soluzione nell’uscita dalla storia verso l’oltremondano di matrice giudaico-cristiana – ma non sarebbe ancora abbastanza.

Un precedente notevole in tal senso resta Oswald Spengler, con “Il tramonto dell’Occidente” e forse, per certi versi ancor più embrionale, “Anni della decisione”, là dove nel prefigurare lo scontro tra popoli di colore e ciò che resta della razza bianca dei dominatori, compare l’intera teoria della storia universale giunta alla svolta di se stessa. Ecco, forse nell’immagine della svolta, che possiamo chiamare ripresa, inizio, origine, sorgente, apice, intravvediamo il nocciolo del pensiero locchiano sul senso della storia.

Ciò che nel suo libro essenziale, “Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista” egli aveva raffigurato come la spirale eternamente rinnovantesi del mito, ed esemplificato nella scelta originaria di Wotan che determinerà consapevolmente l’oscuramento degli Dei e il fuoco del nuovo inizio, qui, nei due saggi raccolti in volume, ci appare nella luce nietzscheana del super-uomo, la luce della riconquista del destino storico sorretto e amplificato dal mito.

Il pensiero locchiano della e sull’origine (che è inizio eternamente presente e gravido di futuro) considera il mito come forza agente e creatrice, e la volontà di potenza come impulso e decisione, ma c’è un terzo coautore, potente e impalpabile: il tempo. Quello che l’uomo creatore di storia e destino scopre nel mito attraverso la volontà di potenza è quanto il tempo gli ha consentito di riscoprire, erodendo il testo nella sua integrità per lasciargli frammenti. Il frammento è splendente e deserta metonimia di un’interezza perduta, e ad essa allude e per essa prova e fa provare nostalgia; il testo mancante e intero vive alla radice del testo presente frammentario, che a sua volta suona come eco di una scrittura e di una vissutezza esoterica perdute. Il super-uomo deve confrontarsi con un testo superstite e un contesto fantasma, che anelano a congiungersi in un miraggio di integrità.

Qualcosa, dunque, manca, è assente. E questa assenza va ascoltata, questa frammentarietà va amata come forma vivente dell’infinito poema storico dell’uomo europeo, senza cedere all’horror vacui che induce lo storico democratico, ansioso che la storia finisca, a ossessionanti acrobazie congetturali su lacune spesso incolmabili, e che tali vogliono restare. I frammenti sono la vera interezza di un testo misterioso. E sono anche oggetti sacri e viventi, al pari delle rovine sparse di Delfi e Corinto, o della Valle dei Re: i resti di una scrittura sacrale (e cos’altro è il mito?) ci parlano attraverso la loro integra natura di frammenti, occultando un mysterium nell’attimo stesso in cui lo disvelano.

Tutto questo vuol dire che “l’eterno ritorno dell’identico” è l’immagine di quella specifica temporalità per cui nella “storia” – che da questa temporalità è costituita – ogni “attimo” è inizio e ogni “luogo” è “centro” (“Sul senso della storia”, p. 33), in ogni momento l’essere ha inizio. Qui Nietzsche, Heidegger e Locchi convergono, il super-uomo scopre l’origine sempre presente del mito e ne fa volontà di potenza – vale la pena di riportare qui un brano dal “Nietzsche” di Martin Heidegger: “Per che cosa si lotti è, pensato e auspicato come fine con un contenuto particolare, sempre di importanza secondaria. Tutti i fini della lotta e le grida di battaglia sono sempre solo strumenti di lotta. Per che cosa si lotti è già deciso in anticipo: è la potenza stessa che non ha bisogno di fini. Essa è senza fini, così come l’insieme dell’ente è privo-di-valore. Questa mancanza-di-fini fa parte dell’essenza metafisica della potenza. Se mai qui si può parlare di un fine, questo “fine” è l’incondizionato dominio dell’uomo sulla terra. L’uomo di questo dominio è il super-uomo (Uber-mensch). Si suole spesso rimproverare a Nietzsche che la sua immagine del super-uomo sarebbe indeterminata, che la forma di questo uomo sarebbe inafferrabile. Si giunge a siffatti giudizi soltanto se non si capisce che l’essenza del super-uomo consiste nel “superare” l’uomo che si è avuto finora. Questi ha bisogno di ideali e auspicabilità, e li cerca “sopra” di sé. Il superuomo, invece, non ha più bisogno di questo “sopra” e “aldilà”, poiché vuole unicamente l’uomo stesso, e non in qualsiasi riguardo particolare, ma semplicemente come il signore dell’incondizionata attuazione della potenza con gli strumenti di potere di questa terra, resi praticabili nella loro completezza. Nell’essenza di questo essere uomo è insito che ogni fine dal contenuto particolare, ogni determinatezza di questo tipo, rimane inessenziale e sempre e soltanto mezzo occasionale. L’incondizionata determinatezza del pensiero nietzscheano del superuomo sta proprio nel fatto che Nietzsche ha riconosciuto, anche se non enunciato in tal modo, l’essenziale indeterminatezza della potenza incondizionata. La potenza incondizionata è il puro superpotenziarsi in quanto tale, l’incondizionato superare, essere sopra e saper comandare, la cosa unica e somma” (M. Heidegger, Nietzsche, Adelphi, Milano 1994, pp. 638/9). Il conflitto epocale, qui ed ora, poiché “qui” ed “ora” sono sempre, è la forma che il mito offre e impone alla volontà di potenza, come spada e corona, come dominio dell’essere e dell’esserci storico.

Divino è il mondo, nella sua radice. E la radice è Polemos.

Autore: Giorgio Locchi

Titolo: Sul senso della storia

Collana: Consonanze

Prezzo: 12,00€

Contiene gli scritti Sul senso della storia e Martin Heidegger e la rivoluzione conservatrice.

A cura di Giovanni Damiano.

Corollario con scritti di Valerio Benedetti, Giovanni Damiano, Adriano Scianca.

www.edizionidiar.it

info@libreriaar.com 0825.32239

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Categorie: Le Consonanze, Libreria

Pubblicato da Ereticamente il 9 marzo 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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