Terre perdute – Franca Poli

Terre perdute – Franca Poli

Ascolta in silenzio la voce delle onde, ti porterà sicura verità profonde
Perché in Istria non ti sembri strano: anche le pietre parlano italiano
(Di là dall’acqua – Compagnia dell’anello)

Sessant’anni, l’arco della vita adulta di un uomo, tanto ci è voluto perchè il nostro Paese con il ”Giorno del Ricordo” iniziasse a parlare, a far conoscere la tragedia italiana che si è compiuta ai danni del popolo giuliano-dalmata. Si tratta di centinaia di migliaia di persone che sono fuggite dalla Venezia Giulia e dalle province di Pola, Fiume e Zara. Hanno abbandonato forzatamente la loro terra natia in uno spaventoso esodo, per non soccombere alla ferocia degli slavi di Tito che stavano sopprimendo gli Italiani in quanto tali. Una stima molto prudente conta siano oltre 12.000 le persone scaraventate nelle foibe.

Le foibe sono un fenomeno naturale dell’altipiano carsico, voragini rocciose, creatisi nei secoli con l’erosione dei corsi d’acqua sotterranei. Possono raggiungere profondità di oltre 200 metri e perdersi in infiniti cunicoli nelle viscere della terra. Dentro questi profondi baratri furono gettati, anche vivi, i nostri compatrioti, colpevoli soltanto di essere italiani. Tale tragedia per motivi politici è stata taciuta, negata e continua a esserlo ancora oggi se non altro nel numero di chi ha perso la vita in maniera così orrenda e crudele. Si tende a minimizzare e si nega si sia trattato di vera e propria “pulizia etnica”, ma la storia non si può sempre nascondere, prima o poi la verità viene a galla, nel 1994, per interessamento del Presidente dell’Associazione Fiumano Dalmata, Guido Cace, furono scoperte alcune pizze cinematografiche inedite da cui fu realizzato il primo documentario shock dal titolo “Foibe: martiri dimenticati”.

La Germania alla fine della seconda guerra mondiale fu divisa in due parti, una occidentale sotto l’egemonia degli Stati Uniti e una orientale invece che finì sotto il regime comunista sovietico. Berlino, la capitale del Reich, ridotta a un cumulo di macerie, venne divisa in quattro settori: inglese, americano, russo e francese. Pochi anni dopo per evitare che i tedeschi fuggissero dai territori dell’Est venne addirittura eretto un muro di cemento invalicabile da dove, giorno e notte, le sentinelle comuniste montavano la guardia sparando a vista a chi tentasse di avvicinarsi.

All’Italia toccò in sorte, per aver perso la guerra, di vedersi strappare alcune parti del territorio nazionale. Sul finire del conflitto l’armata jugoslava aveva occupato il territorio della Venezia Giulia, centri importanti a maggioranza italiana come Zara, Fiume, Pola e Trieste. Province che furono travolte dai reparti del maresciallo Tito e in quel periodo, per giorni e giorni, si calcola che non meno di 25.000 persone fra cittadini e appartenenti all’esercito italiano, vennero deportate nei campi di concentramento allestiti all’uopo, lungo la penisola balcanica fino ai confini con Grecia e Albania. Non tutti i deportati giunsero a destinazione, una parte morì di stenti durante la marcia, e una parte morì atrocemente nelle foibe.

Nelle vicinanze di Fiume, a pochi passi dal mare, esisteva la foiba della Bezdanka, situata nei pressi di un accampamento militare. In seguito a dettagliate testimonianze, scritte e orali, soltanto nel 2001 venne individuata la località e scoperto “il mattatoio” che era servito per far sparire nel nulla migliaia di italiani fiumani, che erano d’ostacolo a Tito intenzionato a portare i confini della sua nuova Jugoslavia fino al Tagliamento. Fuggire dalle città italiane durante i primi giorni di occupazione, significava mettere a repentaglio la propria vita, gli slavi non avevano eretto muri, ma sparavano a vista contro chi tentava la fuga.

Dopo la furia omicida dei primi tempi, chi si era nascosto, salvato, fuggì abbandonando tutto, beni, averi e la propria casa. Senza soldi, senza pane e senza futuro cercarono, inascoltati, di testimoniare al mondo il sacrificio sofferto a causa del liberticida regime comunista. Tra il 1945 e il 1950 furono oltre trecentocinquantamila gli esuli istriano dalmati. Di questi circa 80.000 si insediarono a Trieste e nel Friuli, gli altri in diverse regioni del Nord, notevole però fu anche il numero degli esuli che decisero di abbandonare del tutto l’Italia, si conta che in 70.000 si imbarcarono per destinazioni diverse: Canada, Sud America, Australia.

Tito alla sua morte nel 1980, aveva lasciato una nazione federativa e comunista, ma talmente divisa che Serbi, Croati e Sloveni scatenarono una guerra per tracciare nuovi confini e ritrovare la loro indipendenza etnica e territoriale, gli Italiani non poterono far valere le loro ragioni, perché erano stati sterminati o alla meno peggio allontanati.

Nel 1989 quando i giovani tedeschi abbatterono il muro di Berlino, cominciò a essere chiaro a tutti cosa avesse rappresentato l’ideologia cieca e oppressiva del comunismo nei territori occupati in mezza Europa.

Da qui l’imperativo categorico di non dimenticare e di far conoscere la tragedia dei morti ammazzati nelle terre del comunismo titino. È una storia amara che a differenza di altre tragedie umanitarie, non è stata sufficientemente raccontata. Bisogna insistere, parlarne, portare testimonianze, farne materia di studio, affinché diventi parte del bagaglio culturale con il quale i popoli liberi dichiarano di voler vivere.

Nell’onorare chi morì, una parentesi va aperta per ricordare l’odissea di chi è sopravvissuto: i profughi che conobbero l’onta di sentirsi stranieri nella loro terra.

A partire dal maggio del 1945 iniziò l’esodo massiccio, spontaneo e disorganizzato, che si intensificò dopo il 10 febbraio 1947, alla firma del trattato di pace di Parigi, che prevedeva la definitiva assegnazione dell’Istria alla Jugoslavia. Il popolo giuliano dalmata in fuga, ridotto in miseria, abbandonato a se stesso, fu malamente sistemato in caserme dismesse, o in siti industriali obsoleti, 130 strutture in tutto il territorio nazionale. Dove condussero per almeno un decennio, ignorati e a malapena tollerati, una vita misera, in promiscuità, in gravi ristrettezze non solo economiche, ma anche sanitarie, una sorta di discriminante ghettizzazione, di assoluto precariato in ambito lavorativo e furono privati di elementari diritti sociali ed umani.

Chi emigrava non poteva portare con sé né denaro, né beni mobili (con un accordo del 1954 gli immobili “abbandonati” vennero considerati parte delle riparazioni di guerra che l’Italia doveva alla Jugoslavia). La Jugoslavia non riconosceva loro l’appartenenza e chi non rientrava in Italia rischiava di restare senza cittadinanza alcuna.
In riferimento a questo il docente universitario Raoul Pupo scrive che per garantire l’accettazione del gruppo minoritario da parte del regime di Tito occorreva essere

«fautori dell’appartenenza statuale alla Jugoslavia, di obbedienza comunista, eventualmente di ascendenza slava e comunque nemici dichiarati dell’Italia demonizzata in quanto fascista e imperialista»

il professore aggiunge:

«il punto è che in Istria un gruppo nazionale italiano che rispondesse a tali requisiti semplicemente non esisteva.»

Non bastò dover abbandonare il proprio paese e ogni avere, dopo tante tribolazioni gli esuli in Italia, furono accolti dai comunisti con violente manifestazioni contrarie. Allo sbarco a Venezia e ad Ancona, ricevettero insulti, fischi e sputi e a tutti furono prese le impronte digitali. A La Spezia, città dove fu allestito un campo profughi, un dirigente della Camera del lavoro genovese durante la campagna elettorale dell’aprile 1948 arrivò ad affermare: “in Sicilia hanno il bandito Giuliano, noi qui abbiamo i banditi giuliani”.

Alla stazione di Bologna, vergogna nazionale in questo episodio, venne boicottato un posto di ristoro offerto dall’ Opera Pontificia, per il convoglio degli esuli. Il latte destinato ai bambini fu rovesciato a terra e il treno preso di mira da una sassaiola, impedendo così che si potesse fermare. Ovunque andassero erano preceduti da una campagna diffamatoria che li voleva “fascisti” che avevano rifiutato il paradiso offerto da Tito.

L’Unità il 30 novembre 1946, in un articolo a firma Piero Montagnani scriveva al riguardo:

“Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi. Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l’ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d’origine perchè temono d’incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali”.

Addebiti crudeli e peraltro assolutamente non rispondenti al vero in quanto tutti i crimini attribuiti ai fascisti che si erano verificati durante la guerra, dal 1941 al 1945, erano prevalentemente addebitabili alla guerra civile tra Ustacia croati, Cetnizi serbi e partigiani di Tito o alla lotta partigiana contro i tedeschi.

Nel 2007 l’amministrazione cittadina, essendo stata Bologna più volte additata e messa alla gogna, pensò bene di offrire una giustificazione apponendo, in stazione, una targa che suscitò non poche polemiche e risentimenti, a causa di un testo che, a mio avviso, è colpevole quanto e più dell’atto stesso compiuto in quei terribili giorni:

”Nel corso del 1947 da questa stazione passarono i convogli che portavano Esuli Istriani, Fiumani, Dalmati: italiani costretti ad abbandonare le loro case dalla violenza del regime nazional comunista Jugoslavo ed a pagare, vittime innocenti, il peso e le conseguenze della guerra di aggressione intrapresa dal fascismo. Bologna seppe passare rapidamente ad un atteggiamento di iniziale incomprensione ad un’accoglienza che è nelle sue tradizioni, facendo suoi cittadini molti di quegli Esuli. Oggi vuole ricordare quei momenti drammatici della storia nazionale. Bologna 1947-2007.”.

Per oltre mezzo secolo l’opinione pubblica, accecata, deviata, ottusamente informata dalla vulgata ufficiale, dalla storiografia di regime, ha ignorato l’uccisione in massa di migliaia di Italiani perpetrata con crudele lucidità dai comunisti titini per indurre gli altri Italiani ad abbandonare le terre degli avi. La censura per anni e anni ha liquidato la questione giuliano dalmata con slogan di propaganda secondo i quali i “pochi” morti altro non erano che malfattori fascisti colpiti dalla giustizia popolare e i profughi “dei criminali” sfuggiti a una giusta punizione.

Dopo la caduta del regime jugoslavo si aprirono gli archivi e uscirono finalmente i documenti che smontavano la menzognera propaganda comunista. La perseveranza però è una dote di cui non mancano i “compagni” di casa nostra e i negazionisti di prima divennero così minimalisti e giustificazionisti. Vergogna su vergogna.

In realtà i documenti storici parlano chiaro e si evince che la forzata privazione dei caratteri nazionali degli Italiani nelle terre di Tito, fu realtà inconfutabile. La presenza italiana risale a centinaia d’anni avanti Cristo, prima ancora che Giulio Cesare decretasse per l’Istria “romana cittadinanza”. Anche Dante Alighieri riconobbe nella provincia di Fiume i confini dell’Italia “Sì come a Pola presso del Carnaro /ch’Italia chiude e i suoi termini bagna” (Inferno versi 113/114)

La lingua italiana era stata egemone per secoli, riconosciuta fin dai tempi dell’imperatore Napoleone che aveva incluso infatti la Dalmazia nel regno d’Italia. Lingua che restò anche in seguito parlata dalla maggioranza dei dalmati, mai sostituita dal tedesco dell’Impero austroungarico e dagli idiomi serbo-croati.

Altri esodi dalla penisola erano avvenuti in precedenza, ma quello del secondo dopoguerra supera tutti per le modalità e la crudeltà con cui furono trattati gli Italiani, modalità che ricordano le mattanze delle popolazioni illirico-romane da parte degli àvari, degli slavi o dei turchi. Con il terrore delle foibe i comunisti jugoslavi spinsero i nostri connazionali all’esodo. Si pensi che Zara, piccola Dresda dell’Adriatico, devastata dal bombardamento anglo-americano, richiesto da Tito, alla fine della guerra fu abbandonata dal 90% degli Italiani che l’avevano abitata e resa ricca.

Il “Giorno del Ricordo” voluto, con colpevole ritardo, da una Legge del 2004 dovrebbe essere un momento di riflessione che accomuni tutti gli Italiani che hanno subito la tragedia agli altri Italiani inconsapevoli e manipolati. Dovrebbe essere una tardiva compensazione per i troppi che non hanno avuto una degna sepoltura sulla quale parenti e amici potessero piangere e deporre un fiore. Dico dovrebbe essere, perché ancora oggi così non è: è di questi giorni la notizia che alla cerimonia commemorativa dei 70 anni, alla Foiba di Basovissa non sarà presente il Capo dello Stato preso da un improrogabile e imprescindibile impegno precedente a un simposio in Madrid sull’innovazione dell’economia circolare”, Mattarella dunque è recidivo perché a tale incontro mancò anche lo scorso anno. Il facente veci, presidente del Senato Grasso, ha fatto sapere che anche lui, per impegni istituzionali, non potrà partecipare, ma che non mancherà alla cerimonia che si terrà presso la Camera dei deputati a Roma.

La colpevole assenza delle più alte cariche dello Stato, è ovvio abbia suscitato profonda rabbia e delusione nei sopravvissuti e negli esuli. Amare le parole del presidente degli istriani Massimiliano Lacota: “Prendiamo atto con molto rammarico e dispiacere che le massime cariche dello stato non siano presenti a Basovizza. Capisco tutto, ma sono passati 24 anni dall’ultimo presidente che si è recato sulla foiba… Dopo 70 anni continuiamo a venire considerati figli di un Dio minore. Quando il Quirinale ci ha risposto in modo gentile, ma fermo, che il presidente sarebbe stato all’estero per il giorno del ricordo come esuli abbiamo chiesto almeno un incontro con una delegazione al Colle attorno al 10 febbraio. Non ci è arrivata ancora risposta”.
Non essendoci parole da aggiungere concludo raccontando due emblematiche storie:

Giuseppe Cernecca, un semplice impiegato comunale amato e stimato dalla popolazione a Gimino d’Istria, venne arrestato e, dopo un processo farsa, torturato dai miliziani comunisti italiani e slavi. Lapidato con le pietre che gli avevano fatto portare sulle spalle attraversando il paese, venne infine decapitato e la sua testa servì per una macabra partita di pallone.

Angelo Adam, comunista, deportato dai tedeschi a Dachau nel 1943, era ritornato nella sua terra a Fiume, pensando che ormai la libertà fosse stata conquistata. Si impegnò tra i lavoratori, nelle elezioni sindacali e cercò il contatto diretto con il vertice del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia. I tedeschi lo avevano deportato perchè ebreo e antifascista, i titini lo presero perché italiano e autonomista. Da questi però non riuscì a salvarsi, sparì nel nulla di una voragine insieme al fratello, alla moglie Ernesta Stefancich e quando poco tempo dopo la figlia Zulema andò a chiedere notizie dei genitori, sparì anche lei.

Mette paura avvicinarsi a una foiba, guardare dentro quel buco nero, si rende necessario prendere un profondo respiro e fare qualche passo indietro, mentre alla mente si figura la scena della fila di prigionieri pronti al massacro. Legati l’un l’altro da un fil di ferro, il primo coi piedi sull’orlo del baratro, un colpo di fucile e lui cade nell’abisso trascinando tutti gli altri ancora vivi nelle viscere della terra. Morivano sbattendo la testa sugli spuntoni rocciosi del canalone, o annegati, alcuni feriti restavano vivi per qualche giorno fra la montagna di cadaveri. Questi i racconti dei pochi, pochissimi sopravvissuti.

Sì, mette paura avvicinarsi ad una foiba, ma bisogna farlo per non dimenticare l’orrore che rappresentano, per regolare i conti con verità e giustizia e per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle molteplici questioni irrisolte come la restituzione dei beni confiscati agli Italiani, la tutela delle minoranze rimaste nei territori della ex Jugoslavia, l’abolizione di molte restrizioni a esse ancora applicate.

Continuiamo ad essere il paese che si interessa dei profughi di tutto il mondo ma non si occupa degli Italiani che vivono all’estero, testimoniale mancanza di orgoglio e dignità nazionale.

“In fondo, un pezzo d’Italia era scomparso, come se si fosse inabissato nel mare, ma di questo gli Italiani (anche quelli che, sempre più numerosi, avevano preso a frequentare le coste e le città dell’Istria divenuta Jugoslava) sembravano assolutamente inconsapevoli”

(da Il lungo esodo di Raoul Pupo 2005)

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Categorie: Speciale Foibe

Pubblicato da Franca Poli il 10 febbraio 2017

Franca Poli

Franca Poli, appassionata di storia recente, consulente del lavoro ma scrittrice e poetessa per divertimento. Scrivo, per passione da quando appena ne fui in grado pensai di vergare a grandi lettere il mio nome sui muri della camera da pranzo. Ecco scrivo da sempre e con lo stesso successo di allora.

Commenti

  1. SEPP

    La sfortuna e’ stata quella di essere nati
    cittadini della penisola italica.
    Non erano gli stranieri ad essere crudeli
    ma coloro che noi chiamiamo connazionali.
    Oggi accade la stessa cosa, il disprezzo
    che aleggia nell’aria a cusa di questa
    immigrazione forzata, costoro sono
    nemici dei proprii simiili.
    Il guaio e’ che poi in queste tragedie,
    le vittime quando smettono i patti
    del martire assumono quello dell’ inquisitore,
    parte il processo a coloro che sono rimasti
    ma che non hanno mai avuto parte in questa
    tragedia. Mi raccomando, esuli, quando farete
    i conti con chi vi ha umiliato ricordatevi
    che la massa non era presente, presenti erano
    solo i vostri carnefici.

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