Silvano Lorenzoni: Itinerari d’oltretomba e altri cinque saggi sciolti

Silvano Lorenzoni: Itinerari d’oltretomba e altri cinque saggi sciolti

Recensione di Fabio Calabrese

Questo testo rappresenta l’ultima fatica editoriale di Silvano Lorenzoni, sei saggi che ripercorrono un po’ tutta la tematica del nostro autore e potrebbero costituire anche un’introduzione abbastanza agevole a chi il pensiero del nostro non ha avuto finora modo di conoscerlo.

Il titolo del primo di essi, che dà anche il nome all’antologia, non ci deve far pensare a un tono prevalentemente macabro o cimiteriale. Semplicemente, l’autore incomincia esponendoci la sua idea sul soprannaturale, l’aldilà, il post-mortem, che è poi la concezione di base che in definitiva influenza tutte le nostre scelte nel contingente, comprese quelle politiche.

Al riguardo, l’autore si rifà alla dottrina tradizionale indoeuropea che vede nell’uomo una tripartizione in corpo, anima e spirito, il primo destinato a cessare con la morte fisica, la seconda a disfarsi allo stesso modo dopo un periodo di esistenza larvale, il terzo è ciò che può sopravvivere a condizione che esso sia abbastanza “forte” per predisposizione ereditaria e perché la persona ne ha curato lo sviluppo in vita, una possibilità che può essere incrementata da un adeguato percorso iniziatico ma non è, in ogni caso, riservata a tutti.

L’aspetto più interessante di questo saggio è probabilmente il percorso che ha condotto l’autore a queste conclusioni. Si può cominciare con il notare il fatto che la psicologia ha dovuto sostanzialmente concludere il fallimento di quella che potremmo chiamare la visione materialistica e meccanica dell’uomo che vorrebbe ricondurre le facoltà psichiche al funzionamento di determinate aree cerebrali con l’eliminazione dei concetti di mente e psiche (equivalenti “laici” di anima e spirito), lo si desume bene da uno scritto di Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà che l’autore cita, Neuromania, dove si ammette che non c’è corrispondenza fra facoltà psichiche e attivazione di aree cerebrali:

“L’area più coinvolta con una determinata funzione mentale è determinata probabilisticamente” [inoltre] “la correlazione non è sempre casualità”.

Insomma si può concludere che, osserva Lorenzoni, “La psiche funziona usando il cervello come strumento”.

Sgombrato il campo dal materialismo di cui si pascono tuttora tanti uomini “di scienza”, occorre vedere cosa c’è sul tavolo quanto a concezioni di altra natura, e a questo riguardo occorre dire che l’uomo ben nato di genuina origine indoeuropea, per indole prima che sulla base di argomenti filosofici, riconoscerà l’estraneità a sé delle concezioni di tipo semitico, a cominciare dal cristianesimo. L’idea di un Dio onnipotente e onnisciente non è conciliabile con quella del libero arbitrio, della libertà umana, nonostante tutti gli artifici messi in atto dal cattolicesimo per evitare questa contraddizione, alla fine, la concezione calvinista della predestinazione è l’unica coerente con ciò. L’autore ricorda che una volta che ebbe a sollevare la questione con un sacerdote cattolico, non ne ebbe risposta migliore della raccomandazione di non pensarci.

Coerentemente con ciò, sono possibili due atteggiamenti, o il fatalismo islamico o la ricerca raccomandata da Calvino del successo in questo mondo come segno dell’appartenenza alla schiera dei presunti eletti, dei presunti predestinati alla salvezza, il che in pratica si traduce nell’adorazione del denaro. Qui Lorenzoni non lo ripete, ma in La figura mostruosa di Cristo aveva espresso il concetto che “Un calvinista è un ebreo in tutto fuorché nel nome”.

Scartato il materialismo ateistico, scartate in blocco le religioni abramitiche (ebraismo, cristianesimo, islam), scartati del pari per una profonda incompatibilità caratteriale ed esistenziale gli esotismi che inclinano verso culti non-europei, per esclusione rimane una sola via possibile, quella del paganesimo politeista di tradizione indoeuropea ripercorrendo gli insegnamenti di Evola e di Gunther.

Per comprendere appieno il secondo saggio, Spazio pietrificato, sarebbe bene aver letto il precedente libro di Lorenzoni Kantianità e ghiaccio cosmico che espone la cosmologia dell’autore e di cui questo testo può essere considerato una sorta di appendice. Ispirandosi alla Critica della Ragion Pura di Kant, Lorenzoni sostiene che spazio, tempo e causalità sono strettamente inerenti al nostro modo di percepire il mondo, sono le mura di quella che l’autore chiama la prigione kantiana in cui siamo rinchiusi noi e tutta la nostra esperienza (di veglia). Lo spazio così come lo conosciamo, lo spazio euclideo si estenderebbe attorno al nostro pianeta in una sfera il cui limite esterno dovrebbe coincidere approssimativamente con le fasce di radiazioni note come fasce di Van Allen. All’infuori di esso, lo spazio cambia qualitativamente. Per questo motivo, Lorenzoni ritiene che viaggi spaziali non possano avvenire, a cominciare dalle imprese lunari che non sarebbero mai avvenute ma sarebbero state dei falsi, delle bufale create a scopo propagandistico.

Sappiamo che Lorenzoni non è stato il solo a porre in dubbio il fatto che le imprese lunari siano mai avvenute ma che si sia trattato di una gigantesca sceneggiata. Io al riguardo non me la sentirei di avanzare sicurezze, tuttavia quello che si può certamente dire, è che la cosa non desterebbe più che tanto meraviglia, dato che tutta la visione del mondo americana si basa su grossolane falsificazioni, dal processo di Norimberga all’attentato delle Twin Towers, per non parlare della gigantesca rimozione psicanalitica riguardo allo sterminio delle popolazioni americane native (pellirosse) compiuto nel XIX secolo.

Con i due saggi successivi ci addentriamo in un terreno più decisamente politico. Il primo dei due, Il meticciato nelle Americhe, abbiamo avuto la concessione di pubblicarlo in anteprima su “Ereticamente”. Nelle Americhe vi sono stati due tipi di meticciato con caratteristiche diverse. Nell’America meridionale “latina” i coloni europei e poi i neri importati dall’Africa come schiavi, sono andati a mescolarsi alla popolazione nativa preesistente (“indios”); nell’America settentrionale, in quello che è andato a costituire il territorio degli Stati Uniti, i nativi sono stati sterminati in quello che è stato uno dei più vasti, atroci, prolungati genocidi che la storia abbia mai conosciuto, ma ciò non ha certo garantito una qualche omogeneità etnica alla pseudo-nazione formatasi nello spazio lasciato lasciato libero da questo massacro.

Bisogna ricordare che nel XIX secolo o prima emigrarono nelle Americhe soprattutto uomini. Negli USA i mercanti di schiavi (fra i quali c’era una notevole componente ebraica) fornivano ai pionieri come compagne schiave nere o mulatte. Questo ha fatto sì che tra gli statunitensi “anglosassoni” vi sia una componente nera tutt’altro che trascurabile anche al di fuori della minoranza afroamericana riconosciuta come tale.

Nella popolazione USA si possono riconoscere tre componenti: a) la classe dirigente ebreo-calvinista a forte presenza ebraica che ha il controllo dell’economia, dei media, dell’educazione. b) I “veri” anglosassoni in realtà fortemente negrizzati (“americhesi” li definisce Lorenzoni). c) Gli immigrati di origine europea recente che sono la sola classe veramente produttiva in tutti i campi: nell’industria, nella tecnologia, nella ricerca scientifica, anche e soprattutto perché se emigrati in età adulta dall’Europa, hanno potuto beneficiare di un sistema educativo che nonostante tutto rimane incomparabilmente superiore a quello statunitense. La progressiva perdita di competitività degli USA nei confronti dell’Europa, della Russia, del Giappone è la diretta conseguenza del notevole ridursi di quest’immigrazione. Oggi l’economia USA “tiene” ancora unicamente perché “produce” dollari che sono la moneta delle transazioni internazionali, e non altro.

A voler essere precisi, si potrebbe aggiungere anche una quarta componente oggi rappresentata dall’immigrazione dall’America meridionale e dal Terzo Mondo, che aggiungendosi alla minoranza nera sempre più prolifica della popolazione di origine europea, fa sì che gli USA siano sempre meno “bianchi”.

Gli USA oggi si possono sostanzialmente considerare una potenza negroide a guida ebraica. Lorenzoni fa anche notare, come, poiché le strutture logiche sottintese al linguaggio sono il riflesso diretto della psicologia, “l’americhese” somigli sempre meno alla lingua di Shakespeare ed assuma caratteristiche bantù.

Il quarto saggio ci parla del narcotraffico. Possiamo davvero credere che se vi fosse un reale interesse a sradicare questa piaga della società moderna, la cosa risulterebbe così difficile? La realtà è che il narcotraffico è strettamente connesso al sistema vigente, rappresenta la forma più subdola di controllo sociale, perché la persona che cerca la gratificazione del “paradiso artificiale” non avrà né la lucidità né la forza necessarie per ribellarsi, e nello stesso tempo deve essere illegale per attirare i potenziali ribelli con il fascino del proibito.

La realtà dei rapporti fra potere e narcotraffico si evince molto bene dalle vicende di due trafficanti che Lorenzoni ci racconta, quella del panamense Manuel Antonio Noriega (che fu anche dittatore di Panama) e quella del colombiano Pablo Escobar: entrambi sono stati lasciati liberi di agire indisturbati finché la loro attività si è limitata al narcotraffico, ed entrambi sono stati immediatamente stroncati quando, forti delle rispettive posizioni economiche, hanno cercato di ricoprire un ruolo politico nella vita dei rispettivi Paesi e di sganciarli dalla pressoché totale dipendenza dagli Stati Uniti.

Anche il quinto saggio si rifà alle tematiche affrontate in Kantianità e ghiaccio cosmico, in particolare in riferimento alla critica all’einsteinismo. Secondo il nostro, il difetto che mina alla base la teoria della relatività, è lo scambiare una serie di astrazioni matematiche per realtà fisiche, a prescindere dal fatto che lo stesso Einstein era un plagiario che ha fabbricato la sua teoria scopiazzando da questo e da quello.

Ora, il fatto di scambiare per realtà fantasticherie e astrazioni è un sintomo di quella malattia mentale conosciuta come autismo, e Lorenzoni ipotizza che Einstein fosse affetto da quella forma lieve di autismo che è la sindrome di Asperger.

Una cosa che mi ha fatto molto piacere in questo scritto, è che il nostro autore mi cita, riportando uno stralcio della recensione di Kantianità e ghiaccio cosmico che scrissi a suo tempo per “Ereticamente”.

Recentemente il prof. Calabrese ha fatto allo scrivente l’onore di pubblicare su internet una recensione del libro Kantianità e ghiaccio cosmico, fatto che da lo spunto per alcune puntualizzazioni su fatti peraltro già menzionati esplicitamente o implicitamente dallo scrivente. Fabio Calabrese scrive, con riferimento alla formula ‘magica’ e = M C al quadrato scopiazzata da Albert Einstein da Henry Poincaré:

“La velocità della luce [nel vuoto] è appunto una velocità. In quel punto dell’equazione dovrebbe esserci invece un numero puro, mentre il valore di una velocità dipende da i valori che assumiamo per spazio e tempo. Se misuriamo la velocità della luce in chilometri al secondo, abbiamo un valore spropositato, ma possiamo benissimo misurare la velocità della luce in anni luce all’anno. In questo caso, il valore di C è 1, che al quadrato rimane sempre 1. La bomba atomica non dovrebbe poter scoppiare …io [Fabio Calabrese] me ne sono accorto già quarant’anni fa, quando ero studente sui banchi del liceo, ma questo “il genio” Einstein non l’ha mai capito; era non solo un plagiario, ma un [pessimo] plagiario”.

Teoricamente, dal punto di vista della fisica stereotipa, questo problema può essere annullato esprimendo l’energia in apposite fantasiose unità. Ma esso non sarebbe risolto: Quando Herbert Dingle afferma che la massa viene ad essere energia espressa in unità 1/C al quadrato più piccole di e’ egli va incontro alla stessa problematica: 1/C al quadrato dovrebbe essere un numero puro, invece risulta espresso in (sec/km) andando incontro alle stesse difficoltà espresse da Fabio Calabrese”.

Al riguardo, siamo sinceri e chiari, non sono io che ho fatto a Silvano Lorenzoni l’onore di recensirlo, è lui, un uomo che è una delle poche teste davvero in grado di pensare della nostra epoca, che è anche senza titoli accademici (che poi non contano nulla) un Maestro, che ha fatto onore a me con questa citazione.

C’è da dire che l’osservazione che la formula e = M C al quadrato è un assurdo perché mette una velocità, C al quadrato dove dovrebbe esserci invece un numero puro, in realtà non richiede un particolare acume; è banale che una velocità o una grandezza spaziale o temporale non possono sostituire un numero puro: se io dico che un cubo di lato 2 ha un volume 8 volte maggiore di un cubo di lato 1, dico qualcosa che ha un significato, cosa che non si potrebbe dire se affermassi che il primo cubo è 8 minuti (o metri o chilometri orari) volte maggiore del secondo.

Come una tale banalità possa essere sfuggita a tutti tranne che al sottoscritto, non si spiega se non per il fatto che tutti coloro che si accostano alle tematiche della fisica relativistica sono ipnotizzati dal “mito”, dalla favola del presunto genio di Einstein in una maniera che ottunde qualsiasi senso critico, è un po’ la vecchia favola del re nudo.

L’ultimo di questi sei saggi si può dire che si ricollega alle tematiche del primo; infatti in esso l’autore avanza l’ipotesi che i problemi psichiatrici che affliggono i nostri contemporanei in misura sempre crescente, derivino da sconvolgimenti e vere e proprie infestazioni nella sfera animica.

Questo tipo di eventi non è secondo l’autore, una novità assoluta nella storia, un’analoga infestazione sarebbe avvenuta con la diffusione del cristianesimo, vera e propria infezione spirituale contro cui il mondo antico non aveva anticorpi (o anti-anime).

Andando a considerare le concezioni occultistiche-sovrannaturali diffuse nel mondo occidentale – “bianco” e presso i popoli non occidentali “selvaggi”, soprattutto dell’Africa e della Papuasia (ma anche degli afroamericani che non hanno mai reciso il legame con l’Africa nera, si pensi al Vudu haitiano e al Candomblé brasiliano) si nota che le concezioni riguardo all’occulto sono praticamente le stesse (il che sarebbe molto strano se si trattasse di pure fantasticherie) ma l’atteggiamento mentale è opposto: ciò da cui l’uomo occidentale perlopiù rifugge con orrore, è una normalità con cui convivere quotidianamente per neri africani, papuasi e altri “non bianchi”.

Questo soprannaturale si riconduce secondo l’autore a “residui animici” che formerebbero un mondo larvale e infettivo. Lorenzoni fa notare che nel mondo “occidentale” odierno i fautori di questo occultismo sono soprattutto anglosassoni, e con ogni probabilità non occorre insistere né sulla presenta di una componente “negroide” sempre più marcata negli USA, né sulla ormai completa subordinazione politica, culturale e mentale della Gran Bretagna alla sua antica colonia. E’ questa un’altra via attraverso cui oggi si attua la negrizzazione del mondo “occidentale” e del nostro continente.

Non è facile in questo caso tracciare un’osservazione sintetica e conclusiva di questo testo che tratta una serie di tematiche vaste ma non disparate che concerne, a vari livelli, un po’ tutta la nostra visione del mondo. Sinceramente, al termine di questo libro non se ne evince una dottrina conclusa, ma uno stimolo per ulteriori approfondimenti e riflessioni.

Silvano Lorenzoni: Itinerari d’oltretomba e altri cinque saggi sciolti

Libreria Primordia Editrice, Milano 2016

. 18,00

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Categorie: Filosofia, Libreria

Pubblicato da Fabio Calabrese il 13 febbraio 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Antonio

    La formula einsteiniana è certamente pressapochista, del resto, come tutte le altre formule dello scientismo moderno, che non precisano né specificano mai nulla, ma bisogna comunque capirne il senso. Il senso sta nel concetto di massa, la quale ha un peso, la massa è energia condensata o coagulata, quindi si vuole sapere quanta energia è coagulata, per esempio, in un grammo di peso. L’energia coagulata rimanda automaticamente allo spazio, quindi si vuole sapere che volume di spazio è servito per determinare quella coagulazione, perché se questa è tale, significa che una volta quell’energia era distesa nello spazio! Da qui il fenomeno constatato: la distruzione istantanea di una piccola quantità di materia-massa provoca un’abnorme liberazione di energia; è l’energia che si riprende il suo spazio! La velocità della luce è un semplice parametro fisso, che rimanda comunque a un’area, invece che a un volume.

  2. Fabio Calabrese

    Caro Antonio: in senso lato, lei ha ragione, ma bisogna dire 1. che la formula non funziona nel senso che porta a prevedere una liberazione di energia considerevolmente superiore a quella che effettivamente si libera (sia pure altissima) in un’esplosione nucleare (da 10 a 20 volte superiore); 2. che ha poco a che fare con la relatività, dove Einstein l’ha “incastrata”, infatti non è stata scoperta da Einstein, ma rubacchiata a Poincaré, e, come fa notare Lorenzoni, Einstein non era solo un plagiario, ma un pessimo plagiario. Insomma, quando si pretende che la bomba atomica avrebbe dimostrato la relatività, si dice la bestialità del secolo, almeno nel campo della fisica, perché altrove di bestialità che costituiscono la Weltanschauung della democrazia, non c’è proprio scarsezza.

  3. Antonio

    In effetti prendendo in considerazione le tre teorie scientifiche che vanno per la maggiore, la teoria della relatività, la teoria dei quanti e il principio di indeterminazione, si rimane stupiti dalla pochezza e dalla banalità del quesito di partenza e da ciò che costoro ne hanno tratto fuori, oltre che strumentalizzazione, ormai si è arrivati al caricamento mistico! In origine nella relatività si trattava di darsi spiegazione delle misure fatte in un sistema in movimento rispetto a un altro sistema in movimento; al “quanto” Planck ci è arrivato casualmente, poichè ricercava in realtà una semplificazione di calcoli molto complessi, mentre era più logico arrivarci per altra via, per esempio, facendo notare che la serie numerica esprime una quantità discontinua, e per quanto tra un numero e un altro numero ci metti tutta una serie di decimali, continuerà a permanere uno stacco. Il quanto elementare è ciò che impedisce alla quantità discontinua di diventare continua. Il principio di indeterminazione deriva dal fatto che misurando una particella, si interferisce con essa e così si potrà conoscere con esattezza una misura ma non l’altra; questo però non autorizzava a credere che per il fatto che io non possa sapere con precisione la posizione di quella particella, questa si ritenesse libera di girovagare qua e là per l’universo, o per il fatto che non possa misurare con precisione la sua velocità, essa si ritenga libera di variare la massa a piacimento o assumerne una infinita!

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