Narrativa fantastica, una rilettura politica, sesta parte – Fabio Calabrese

Narrativa fantastica, una rilettura politica, sesta parte – Fabio Calabrese

A volte capita che una persona si porti dentro delle esigenze che non trovano uno sfogo preciso sebbene se ne senta fortemente il bisogno, poi a un tratto una serie di contingenze casuali indirizza quasi senza volerlo in una direzione precisa. Per lungo, lunghissimo tempo, mi sono trovato a vivere quelle che definirei due vite intellettuali nettamente separate, di scrittore e polemista (posso usare i termini di “intellettuale” e “ideologo”?) dell’Area e di autore di narrativa fantastica, provando quasi una sorta di sofferenza per questa scissione.

In realtà, diciamolo pure, questa scissione non è mai stata così netta, e un esempio in questo senso è stato indubbiamente rappresentato dal fatto che in vari momenti, sia su pubblicazioni e siti dedicati al fantastico nei suoi vari aspetti, sia sui siti di Area, a cominciare beninteso dalla nostra “Ereticamente”, varie volte sono intervenuto in difesa di autori fantastici messi sotto il mirino dalla “critica” di sinistra per il loro essere “politicamente scorretti”, con un florilegio di accuse che vanno dal razzismo al maschilismo, all’anti-progressismo e via dicendo, da George Orwell al grande Howard P. Lovecraft passando per Robert E. Howard, l’autore di Conan, e anche John R. R. Tolkien, l’autore del Signore degli anelli, ma su Tolkien occorre fare un discorso particolare, infatti quest’ultimo a mio parere, lungi dall’essere il maestro della Tradizione che taluni vorrebbero, è un personaggio contraddittorio se mai ve ne furono, in cui convivono un cattolicesimo ostentato e raro per un inglese, e un paganesimo di fondo che lo induce a far sì che i suoi eroi non porgano l’altra guancia al male, ma vi si oppongano con le armi in pugno.

Tutto ciò però è rimasto abbastanza episodico fino alla scorsa primavera, quando sulle pagine di “Ereticamente” è apparsa la recensione di Riccardo Rosati al libro di Riccardo Gallesi Le meraviglie dell’impossibile che riunisce una serie di saggi ad opera di Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, e costituisce una sorta di mappa del percorso intellettuale dei due studiosi romani. A questo punto, essendo io sia un “ideologo” (diciamo così) sia un autore e critico nel campo della letteratura fantastica con alle spalle decenni di attività, sarebbe stato alquanto strano che mi astenessi dal dire la mia su queste tematiche.

L’occasione per la stesura del secondo articolo di questa serie è stato il convegno “Magmatica” tenutosi a Linguaglossa (Catania) lo scorso luglio-agosto dove ero stato invitato nel ruolo di portavoce di “Ereticamente”, ed è in sostanza l’atto della mia conferenza a questo convegno.

Ora, io devo dire che il motivo per cui finora mi ero astenuto dall’affrontare queste tematiche in maniera sistematica, è proprio la presenza nel campo di due studiosi come De Turris e Fusco. I due critici romani, infatti appartengono (in realtà hanno dato vita) alla scuola detta neosimbolista, dedita a studiare la letteratura fantastica dal punto di vista della Tradizione (De Turris è anche il direttore del Centro Studi Julius Evola) ma con un approccio alquanto diverso dal mio; ad esempio, costoro difficilmente condividerebbero il giudizio alquanto severo che ho dato sul conto di Tolkien, ma parliamoci chiaro: ci confrontiamo con una cultura dominante di tutt’altro segno, che ha dalla sua un enorme potere mediatico, ha senso insistere sul poco che ci contrappone piuttosto che sul molto su cui conveniamo?

Una cosa che a questo punto è evidente, è che gran parte degli autori del fantastico si pongono su posizioni particolarmente invise a “democratici” e sinistri, vuoi perché spietati critici del mondo contemporaneo, vuoi perché nelle loro opere hanno tratteggiato un mondo a esso alternativo e/o dei valori alternativi a quelli oggi correnti: H. P. Lovecraft, Robert E. Howard, George Orwell, John Tolkien, Jorge Luis Borges, o, non nel ruolo di autore di narrativa ma in quello di attento ricercatore di antiche simbologie, Mircea Eliade.

Il discorso a questo punto mi pareva non potesse rimanere mutilo, e ho fatto seguire i tre articoli dedicati rispettivamente alla fantascienza e all’horror, all’utopia e alla distopia (utopia negativa), e all’ucronia (o storia alternativa), una suddivisione di argomenti che potrebbe sembrare strana a qualcuno, ma credo che ce ne siano pochi fra noi, fosse troppo legato alla suddivisione convenzionale fantascienza-fantasy-horror. Come? Due articoli dedicati alla fantasia eroica e solo mezzo, in coabitazione con l’horror dove c’è il grande, grandissimo esempio di H. P. Lovecraft, su cui però non mi sono soffermato troppo avendovi parlato di lui in due pezzi precedenti (H. P. Lovecraft e R. E. Howard e Politicamente scorretto) alla fantascienza?

Il motivo di questa asimmetria è facilmente intuibile. La fantascienza, proprio per la sua natura intrinseca che vede il fantastico strettamente collegato all’universo scientifico e tecnologico, è strettamente condizionata dall’ideologia progressista, al punto che uscirne risulta estremamente arduo. Chi riesce principalmente a discostarsi da quello a cui si fa troppo onore chiamandolo “mito” progressista e si dovrebbe piuttosto chiamare “leggenda” o “fiaba”, sono proprio gli autori e le opere che si inseriscono nei filoni che ho preferito trattare separatamente (quarta e quinta parte) dell’utopia e utopia negativa (distopia) e dell’ucronia o storia alternativa.

Ricordo che parecchi anni fa la trasmissione “SuperQuark” di Piero Angela mandò in onda un’intervista con lo scrittore ebreo-russo-americano Isaac Asimov in cui gli era affidato il compito di spiegare come a suo parere sarebbero vissuti i nostri discendenti di lì a cento, mille, diecimila anni. Ne ebbi un’impressione penosa. Se gli fosse stato chiesto di esporre la trama dei suoi romanzi del ciclo Foundation (Cronache della Galassia), il contenuto sarebbe stato accettabile, ma poiché gli era stato richiesto di esprimersi in veste di futurologo, era una totale assurdità ignorare gli evidenti limiti imposti allo sviluppo dall’esaurimento delle risorse energetiche e delle materie prime, degli scarti che il ciclo produzione-consumo riversa sull’ambiente sotto forma di inquinamento, dalla distruzione degli ecosistemi aggravata dalla pressione esercitata dalla sovrappopolazione sempre crescente, e continuare a ripetere come un disco rotto tutto lo sciocchezzaio ottimistico che andava di moda un secolo fa. Non male per un uomo che – con grande modestia – pretendeva di avere un quoziente d’intelligenza superiore a 150, mi fece l’impressione di un dinosauro sopravvissuto alla sua epoca.

L’idea progressista, occorre ricordarlo, è stata scientificamente “bocciata” già nel 1970 con la pubblicazione del saggio I limiti dello sviluppo a opera del Club di Roma, in base a un ragionamento semplice e ovvio: non ci può essere uno sviluppo illimitato in un sistema chiuso e con risorse limitate quale è il nostro pianeta. Certo, questo serio studio scientifico che falciava l’erba sotto i piedi alle utopie progressiste non poteva essere pubblicato in un momento peggiore, quando la società e la cultura italiane ed europee erano al culmine dell’intossicazione ideologica sessantottesca, e il sinistrume nostrano si accanì contro questo lavoro ora demonizzandolo ora ridicolizzandolo. L’immaginazione al potere, slogan di moda a quei tempi, assumeva precisamente il significato di sostituire una rappresentazione fittizia alla percezione della realtà, d’altra parte questo è un male di cui la sinistra è affetta ancora oggi.

Premesso tutto questo, la nostra tematica non è ancora esaurita, infatti, esistono figure e autori che rientrano nel fantastico in senso più lato, ma che ben difficilmente si potrebbero ricondurre alla tripartizione fantasy-fantascienza-horror, e l’esempio più chiaro che mi viene in mente a tal proposito è quello che è stato probabilmente il più importante autore sudamericano del XX secolo, lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, autore di un fantastico cerebrale ed estremamente raffinato dove non sono gli istinti che ci segnalano inquietanti presenze nelle zone buie, a essere protagonisti, ma la ragione stessa, che ci fa smarrire in un universo di paradossi e labirinti. En passant si possono ricordare alcune delle sue invenzioni più brillanti: L’Aleph, il punto in cui è possibile osservare la totalità dell’universo, e quello che è – si può dire – il suo opposto, Lo Zahir, un oggetto che, una volta contemplato, sostituisce la la sua visione alla percezione del mondo, La biblioteca di Babele, una biblioteca che contiene tutti i libri che è possibile stampare e che mai lo saranno, tutte le permutazioni possibili per un numero dato di pagine, delle lettere dell’alfabeto, una biblioteca che è nello stesso tempo un universo labirintico, Il libro di sabbia, dal numero di pagine infinito.

Un autore come Borges non poteva non rappresentare un unicum irripetibile, difatti non ha dato luogo a un genere o a una scuola, tranne per il suo discepolo e collaboratore Adolfo Bioy Casares, autore del bel romanzo L’invenzione di Morel.

Autore raffinato e di cultura profondamente europea, che si situa sul polo opposto a quel primitivismo che la sinistra predilige negli autori sudamericani (per tutti, l’enormemente sopravvalutato Gabriel Garcia Marquez), Borges non poteva non essere radicalmente inviso ai “compagni”, non ricevere lo stesso odio che costoro riservano a H. P. Lovecraft, Robert Howard, George Orwell (anche qui, il discorso su Tolkien è diverso, la sinistra è passata varie volte da atteggiamenti di totale ripulsa a tentativi di annetterlo. Si può ricordare ad esempio la favola che Tolkien, nato in Sudafrica da famiglia inglese, prima del rientro in patria della stessa, avrebbe partecipato a manifestazioni anti-apartheid, il che implicherebbe quanto meno una straordinaria precocità, dato che la famiglia rientrò in patria quando Tolkien aveva due anni).

 Borges non si è mai trattenuto dall’esprimere opinioni “politicamente scorrette”; ad esempio una sua frase famosa: “La California è l’ultima frontiera dell’impero romano, e tutto il resto è nulla”.

Certo, nell’attribuire l’appartenenza degli Stati Uniti al mondo e alla cultura europeo-occidentali (“l’impero romano”), Borges peccava di una buona dose di ingenuità, ma che tutto ciò che sta fuori da questo mondo e questa cultura sia pressoché nulla, è qualcosa che sottoscriveremmo volentieri proprio perché si tratta di un’affermazione “politicamente scorrettissima”.

E’ ben noto che le sue idee chiaramente “di destra” hanno impedito a quello che è probabilmente uno degli autori più importanti del XX secolo, di ricevere quel premio nobel di cui invece sono stati ritenuti degni Dario Fo, Barack Obama e Bob Dylan.

IL PRETESTO che Borges avrebbe sostenuto la dittatura militare argentina, che servì a rifiutargli il nobel, è stato confutato da un altro autore “scomodo” per la sinistra, Jean François Revel, che a tal proposito in La conoscenza inutile ha scritto:

“Il premio nobel per la letteratura venne rifiutato a Jorge Luis Boges con il pretesto che avrebbe sostenuto i generali argentini nel periodo 1974-1984, il che è una totale calunnia. La sinistra, in effetti, accusava Borges di non aver approvato il terrorismo che aveva precisamente provocato la dittatura dei generali argentini. Non è affatto la stessa cosa, ma bastò a fare di Borges uno scrittore “di destra”, quindi indegno del nobel. Ecco un bel campione, sia detto tra parentesi, della logica di sinistra: Se Borges avesse plaudito, senza correre il minimo rischio personale, al terrorismo, poi si fosse scagliato contro i generali firmando, da lussuosi alberghi europei, petizioni e articoli, avrebbe potuto ottenere il nobel”.

Come sempre, “sinistra” è sinonimo di “malafede”.

Non mancano altre testimonianze della “parentela” fra la nostra visione del mondo e la narrativa fantastica, ad esempio negli anni ’30 quando sia la fantascienza come genere narrativo sia l’ideazione di razzi che un domani avrebbero potuto portare l’uomo nello spazio, erano ancora in una fase pionieristica, un romanzo di fantascienza fu scritto da…(indovinate un po’!) Pierre Drieu La Rochelle. In esso, Defense de sortir (Proibito uscire), si immagina che l’inizio delle esplorazioni spaziali con il primo razzo che arriva sulla luna, provochi la spaccatura dell’opinione pubblica in due correnti, “altrove” e “quaggiù”, con la vittoria di questi ultimi e la proibizione di uscire dal nostro pianeta. Una metafora del potere della massa dei mediocri in grado di tarpare le ali ai sogni e alle aspirazioni degli uomini superiori.

In tempi molto più recenti ma ugualmente “non sospetti”, nel 1973, sempre in ambiente francese, un autore semi-sconosciuto, Jean Raspail, ha pubblicato un romanzo avveniristico recentemente ristampato in edizione italiana dalle Edizioni di AR, Il campo dei santi che si può ben definire profetico. In esso l’autore non solo immagina l’Europa invasa dalle masse di disperati del Terzo Mondo, ma ha previsto con esattezza davvero profetica l’atteggiamento di cedevolezza e di “apertura” verso i nuovi venuti della sinistra e delle Chiese, al punto da calpestare i diritti e negare la possibilità di sopravvivere alla popolazione nativa europea, come per l’appunto sta avvenendo oggi. Si arriva al punto che il papa (un papa che somiglia stranamente a Francesco) fa dono agli islamici di tutte le chiese d’Europa affinché le trasformino in moschee.

Raspail ci avverte:

“La spada che abbiamo lasciato cadere, costoro la raccoglieranno per impugnarla contro di noi”.

La foto che illustra questo articolo è stata scattata alla presentazione a Trieste de Il campo dei santi avvenuta lo scorso 10 dicembre. Al tavolo dei relatori siamo Silvia Valerio delle Edizioni di Ar e il sottoscritto.

A volte sembra che il dio delle coincidenze faccia davvero gli straordinari. Proprio mentre meditavo la preparazione di questo articolo, ho ricevuto una di quelle comunicazioni che si rivelano preziose per la stesura di questo genere di lavori, che mi ha permesso di prendere nota di un’altra connessione fra la letteratura fantastica e la nostra visione del mondo. Già anni fa “L’uomo libero”, la combattiva pubblicazione di Mario Consoli e Fabrizio Fiorini di cui tempo addietro ho recensito il n. 81, la monografia dedicata a Gianantonio Valli, anni fa aveva dedicato un numero, il n. 60 a Orwell e al concetto di psicoreato, cioè quelle idee che nella nomenclatura della tirannide orwelliana è proibito persino pensare.

“Lo psicoreato non comporta la morte, esso è la morte”.

Dietro la sua maschera finto-libertaria, la democrazia è una tirannide orwelliana. Basta sostituire alla parola “psicoreato” una locuzione come “negazione dell’olocausto” o “apologia del fascismo”, per rendersene immediatamente conto.  

 

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Categorie: Letteratura

Pubblicato da Fabio Calabrese il 27 febbraio 2017

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Davide Salvatore Chionna

    In effetti la figura di Tolkien è decisamente molto contraddittoria.
    Difficile scorgere qualsivoglia traccia di religione nelle pagine del Signore degli Anelli, ma nel Silmarillion, invece, l’autore sudafricano crea una vera e propria teogonia pagana a sostegno del mondo immaginario della Terra-di-Mezzo, parlando apertamente di Dei e di Forze del Bene che impugnano ben più di una volta la spada per contrastare il Male, rappresentato da Melkor-Morgoth.
    Si può quanto meno sospettare che Tolkien fosse un cattolico che malcelava a sé stesso i propri pensieri pagani.

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