Le minoranze storiche d’Italia

Le minoranze storiche d’Italia

Avendo passato in rassegna, ormai un bel po’ di mesi fa, i precipui areali etno-culturali dell’Italia, che ricordo essere, a mio modesto parere, sei (Lombardia, Venethia, Etruria, Ausonia, Enotria e Sardegna), mi sembra giusto, anche se dopo del tempo, completare la precedente carrellata dando uno sguardo alle minoranze storiche, europee, presenti in Italia da svariati secoli, e parte dunque del tessuto etno-sociale italiano grazie anche alla loro presenza discreta, pacifica e onesta. Diciamo pure che sono le minoranze etniche a cui preferisco guardare, se proprio devo scegliere, perché genti europee radicate da lungo tempo nella nostra terra, pur non essendo italiane a tutti gli effetti.

Partendo da nordovest, dall’etno-regione lombarda (intesa, sempre, nel senso medievale del termine) possiamo incontrare le minoranze franco-provenzali di Val d’Aosta e Piemonte e quella provenzale del Piemonte; occorre ricordare come la Val d’Aosta sia un semplice brandello padano del Piemonte stesso e come quelle che sono persone ritenute “occitane” (di per sé un termine che vuol dire poco) cisalpine siano sovente dei Piemontesi influenzati dal provenzale. Un fenomeno similare si può osservare anche in quei territori transappenninici della Regione Liguria dove la lingua locale parlata, ufficialmente, è il ligure ma una qualità di ligure, per così dire, di transizione. L’Italia dovrebbe recuperare quei territori, oggi francesi, che le appartengono di diritto, seppur francesizzati nel tempo così come nel tempo è stata italianizzata la Val d’Aosta (comunque territorio cisalpino, ribadisco), vale a dire i brandelli alpini del bacino idrografico padano di Monginevro, Valle Stretta e Moncenisio; inoltre tutto il territorio nizzardo, che storicamente rientra nella sfera etno-culturale ligure (incluso il ridicolo Principato di Monaco), delimitata a ovest dal fiume Varo.

Sempre in territorio lombardo in senso allargato, e cioè nordoccidentale (oppure celto-ligure e gallo-italico), va segnalata la presenza della minoranza walser, montanari di lingua alemannica, a cavaliere tra l’attuale Val d’Aosta e la Regione Piemonte, ma anche nel Verbano-Cusio-Ossola e in Canton Ticino, che sarebbero aree etnicamente insubriche, da sempre. Non a caso l’Italia dovrebbe annettersi anche il Sempione, il Canton Ticino e la Mesolcina, la Val Bregaglia e la Val Poschiavo, tutti lembi territoriali cisalpini e lombardofoni. Ovviamente fanno parte dell’areale etno-culturale nordoccidentale anche la Liguria, la Lunigiana, l’Emilia e la Romagna, l’antico Ager Gallicus (Marche settentrionali), i territori appenninici a nord della linea Massa-Senigallia e il Trentino occidentale, di lingua lombarda.

Passando al settore nordorientale, all’ambito della Venethia storica (Triveneto), dobbiamo segnalare l’arcaico fossile ladino, il più antico occupante del cisalpino Alto Adige, di idioma reto-romanzo come i Romanci della Confederazione Elvetica (che potremmo spostare al di qua delle Alpi permettendo alla cospicua comunità germanofona altoatesina di prendere la via dei territori teutonici, qualora volesse) e naturalmente i Friulani. Nel mare veneto che circonda queste genti minoritarie annoveriamo anche le minoranze baiuvariche di Mocheni e Cimbri, presenti quest’ultimi tra Veneto e Trentino e nel Cansiglio, i Baiuvarici del Cadore e della Carnia e i parlanti sloveno della Slavia friulana. Gli alloglotti di Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia sono giunti in tempi medievali, rispetto agli indigeni “romanici” e stiamo pur sempre parlando di aree cisalpine, così come l’intero bacino dell’Isonzo, l’Istria, le isole del Quarnaro e Fiume, che sono terre italiche strappate dagli Slavi dopo il 1945. Per quanto al di fuori dello spazio geografico italiano, merita menzione anche la Dalmazia, così come le isolette di Pelagosa che invece vi rientrano. Oltretutto sono aree slavizzate solo in superficie e molto più mediterranee dei territori interni dei Balcani, propriamente illirico-slavi.

Scendendo lungo la Penisola, dopo aver segnalato che San Marino è ovviamente Romagna, che nei pressi del Monte Conero (Ancona) v’è una sacca gallo-italica “romagnola” (o per dirla meglio, gallo-marchigiana), e che lo Stato del Vaticano è Roma dunque Italia, ci imbattiamo nelle minoranze storiche del Meridione d’Italia, sacche sparse qua e là un po’ in tutte le attuali regioni ausoniche ed enotriche, fondamentalmente nate da diaspore balcaniche del Basso Medioevo in seguito all’occupazione ottomana delle terre al di là dell’Adriatico, oppure dall’immigrazione medievale di famiglie settentrionali in seguito alla chiamata dei regnanti svevo-normanni dell’estremo Sud, ma anche per questioni più delicate, relative a persecuzioni religiose.

Le comunità di Arbëreshë (Albanesi meridionali d’Italia, Tosc), formatesi in seguito all’immigrazione cagionata dalla conquista ottomana dell’Albania sono presenti in Abruzzo, nel Sannio (tra Molise e Foggiano e sul confine appenninico tra Avellinese e Capitanata), nella Lucania settentrionale e a cavaliere tra questa e la Calabria settentrionale e in diverse aree della Calabria medesima, infine troviamo un’isoletta albanese in Salento e due comunità arbëreshë nell’interno occidentale della Sicilia. Nel Molise possiamo anche trovare addirittura una minoranza croata, formatasi per gli stessi motivi delle comunità schipetare d’Italia.

L’estremo Sud è caratterizzato da due cospicue sacche ellenofone frutto della sovrapposizione tra il sostrato magnogreco dell’Enotria e quello medievale bizantino, che del resto ha lasciato traccia di sé anche lungo le coste emiliano-romagnole, sebbene non linguisticamente ma geneticamente. La prima sacca, detta grika, riguarda il Salento, mentre la seconda, detta grecanica, comprende una quindicina di località del Bruzio estremo (Reggio Calabria) e una località messinese.

Per quanto riguarda l’immigrazione settentrionale, si dovrà innanzitutto parlare delle colonie gallo-italiche di Lucania e Sicilia, con quelle della seconda così cospicue da indurre storici e linguisti a parlare di una vera e propria “Lombardia siciliana”, dove “Lombardia” acquisisce lo stesso significato storico medievale che le do io quando ne tratto; questi insediamenti nascono dalle politiche svevo-normanne mirate ad eliminare resistenze bizantine e arabe dall’estremo Sud con l’introduzione di genti latine scese al seguito di signori feudali germanici, come in Basilicata, oppure direttamente chiamate, come in Sicilia, dai sovrani svevo-normanni dell’isola, col preciso scopo di rimpolpare la Trinacria con l’elemento latino e cattolico-romano, oltretutto direttamente dal continente. Oggi i comuni siciliani in cui si può ancora registrare una consistente eredità lombarda (linguisticamente parlando) sono situati nelle province di Enna e di Messina, ma un tempo la presenza lombarda raggiungeva anche località palermitane, etnee e catanesi in genere, siracusane, nissene.

Possiamo trovare sacche di gallo-romanzo anche nel Foggiano (franco-provenzale) e una occitana nel Cosentino. Nel primo caso si tratterebbe o di perseguitati valdesi oppure di soldati scesi in Meridione con gli Angioini, nelle località di Celle e Faeto, mentre nel secondo caso si trattò sicuramente di perseguitati valdesi fuggiti a sud in cerca di migliori condizioni di vita, dove fondarono Guardia Piemontese (in passato Guardia Lombarda, per i motivi già illustrati). A proposito di Meridione, mi si consenta anche di rammentare come le isole maltesi non solo rientrino nello spazio geografico italiano ma siano pure caratterizzate da diversi coloni originari della Sicilia e del Mezzogiorno, tanto che il maltese (semitico alquanto latinizzato) presenta una ricchissima rassegna di vocaboli di origine siciliana o meridionale in genere.

Da ultimo, non certo per importanza, la situazione della Sardegna, che presenta una minoranza linguistica ligure/genovese (tabarchina) nell’arcipelago sudoccidentale del Sulcis, l’isola catalana, nel territorio di Alghero, recata dagli Aragonesi in epoca medievale, e le tre varietà di corso parlate nel nord dell’isola, vale a dire gallurese, sassarese e oltremontano. D’altro canto, il corso appartiene alla medesima famiglia linguistica del toscano (da cui la nostra lingua nazionale) a riprova dell’italianità della Corsica, un vero baluardo identitario antifrancese.

Sarebbe interessante esaminare se queste minoranze, che sono oggi innanzitutto linguistiche, lo siano tuttora in senso etnico, perché non è certo automatico che le due cose corrispondano, seppur sia innegabile che il legame etnico vi sia eccome, stando alla storia di queste comunità alloglotte. Quel che è sicuro è che appartengono alla storia del nostro Paese e che sinché la rispetteranno e rispetteranno l’Italia stessa sentendosi, a modo loro, parte leale di essa saranno ospiti graditi, ancorché ormai radicati da secoli e in un certo senso italiani, per quanto legati tenacemente (come è giusto che sia) alle proprie tradizioni. Dal canto mio, preferisco di gran lunga loro ad altre minoranze ben più recenti ma molto meno compatibili da un punto di vista etno-culturale, quantomeno perché espressione di quella diversità europea che, presa a piccole dosi, può anche rappresentare una ricchezza, a differenza degli esodi di massa allogeni che, per quanto possano riguardare per lo più poveri disgraziati, non sono altro che il frutto perverso delle sovversive strategie antinazionali del mondialismo.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 5 febbraio 2017

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

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