Il balletto dei trattati – Michele Rallo

Il balletto dei trattati – Michele Rallo

1915-18: il doppio gioco inglese trascina l’Italia nella Prima guerra mondiale

Abbiamo già avuto modo di accennare ai motivi che, nel 1915, spinsero l’Italia a partecipare alla Prima guerra mondiale.[1] Motivi che non erano certo d’indole ideale, ma piuttosto di natura pratica: difendere la nostra sicurezza, principalmente nei confronti di un’Austria che non faceva mistero di voler dominare i Balcani; ed ampliare nei limiti del possibile i nostri sparuti possedimenti coloniali, per reggere in qualche modo il confronto con le altre “grandi potenze”, tutte titolari di vasti imperi in Europa o negli altri continenti.

Né si creda che il nostro imperialismo fosse soltanto una indistinta pulsione all’espansione territoriale. Al contrario, la visione diplomatica italiana era frutto di una raffinata dottrina geostrategica, e le richieste formulate come contropartita per la partecipazione alla guerra (ed accolte da inglesi, francesi e, dopo qualche esitazione, anche dai russi) disegnavano uno scenario assolutamente logico, apparentemente non confliggente con le principali aspirazioni dei paesi dell’Intesa.

Vediamo di sintetizzare tale scenario. Innanzitutto, una più che legittima esigenza di sicurezza: e nei confronti dell’Austria, e nei confronti dei popoli slavi attestati sulla riva orientale dell’Adriatico. Per ottenere ciò, richiedevamo in primo luogo l’annessione degli ultimi possedimenti austriaci al di qua delle Alpi: il Trentino, l’Altoadige/Sudtirolo, il Friuli, la Venezia Giulia e l’Istria. A parte questa esigenza preliminare, le richieste italiane seguivano una linea volta al raggiungimento di un obiettivo complessivo di grande respiro: diventare la potenza egemone dell’area danubiano-balcanica, oltre a ricoprire un ruolo significativo nel Mediterraneo orientale. In altri termini, avremmo dovuto ereditare in qualche modo il ruolo dell’Austria nei rapporti con l’Ungheria, la Bulgaria, la Romania e con il mosaico balcanico (Grecia esclusa); ed avremmo dovuto anche rafforzare la presenza nel bacino orientale del Mediterraneo, facendo perno sul nostro possedimento nell’Egeo (l’arcipelago del Dodecanneso) per allargare il dominio alla dirimpettaia costa dell’Anatolia meridionale.

Così il Ministro degli Esteri britannico, sir Edward Grey, sintetizzava le ragioni dell’Italia: «Il desiderio dell’Italia di liberarsi una volta per sempre dalla insopportabile condizione d’infe­riorità nell’Adriatico, che le impone la configura­zione geografica delle sue coste di fronte all’Austria-Ungheria, è una delle ragioni principali che determinerebbe la sua entrata in guerra. Mantenendo la sua neutralità fino alla fine, l’Italia potrebbe ottenere la maggior parte degli altri suoi desiderata nazionali, senza dover affrontare i ri­schi inevitabili di una conquista con le armi. Combattere solo per sostituire nell’Adriatico la supremazia slava all’austriaca non sarebbe vantaggioso per l’Italia. Nell’opinione del Governo di Sua Maestà, l’Italia non si contenterà di alcuna sistemazione, che non le dia l’effettivo controllo dell’Adriatico, ed essa pensa che la ragione vera di questa domanda è che, se le isole e le coste della Dalmazia dovessero passare nelle mani di un’altra potenza e divenire basi di sottomarini, la costa ita­liana fra Brindisi e Venezia non potrebbe essere difesa.»[2]

Si giungeva così al cosiddetto Patto di Londra, che andavamo a stipulare il 26 aprile 1915 con l’Inghilterra, la Francia e la Russia. Il patto ci impegnava ad entrare in guerra al fianco dell’Intesa entro il termine massimo di un mese, riconoscendoci delle contropartite adeguate:

«Art. 4.- Nel trattato di pace, l’Italia otterrà il Trentino, il Tirolo cisalpino con la sua frontiera geografica naturale (la frontiera del Brennero); così come Trieste, le contee di Gorizia e Gradisca, tutta l’Istria fino al Quarnero compresa Volosca, le isole istriane di Cherso, di Lussin e le piccole isole di Plavnik, Unie, Canidole, Palazzuoli, San Pietro di Nembi, Asinello, Gruica, con gli isolotti vicini. […]

Art. 5.- Spetterà pure all’Italia la provincia della Dalmazia nei suoi limiti amministrativi attuali, comprendente al nord Lisarica e Tribanj, e giungendo a sud fino al fiume Narenta, con inoltre la penisola di Sabbioncello, e tutte le isole giacenti a nord e ad ovest della Dalmazia stessa, da Premuda, Selve, Ulbo, Maon, Pago e Puntadura al nord, fino al Meleda al sud, compresevi Sant’Andrea, Busi, Lissa, Lesina, Curzola, Cazza e Lagosta con gli isolotti vicini oltreché Pelagosa. […]

Art. 6.- Valona, con l’intera costa circondante la baia, con l’isola di Saseno e con territorio idoneo alla loro difesa, saranno devoluti all’Italia in piena sovranità (dalla Voiussa al nord e a oriente fino approssimativamente alla Chimara al sud). […]

Art. 9.- In generale, la Francia, la Gran Bre­tagna e la Russia riconoscono che l’Italia è interessata al mantenimento dell’equilibrio nel Mediterraneo, e che in caso di spartizione totale o parziale della Turchia asiatica essa dovrà ottenerne una giusta parte nella regione mediterranea attigua alla provincia di Adalia, ove l’Italia ha già acquisito diritti e interessi che hanno fatto oggetto di una convenzione italo-britannica. […]

Art. 13.- Nel caso in cui la Francia e la Gran Bretagna aumentassero le loro colonie africane a spese della Germania, queste due Potenze riconoscono all’Italia di poter reclamare qualche corrispondente equo compenso, e ciò specialmente nel regolamento a suo favore delle questioni di confine tra le sue colonie di Eritrea, Somalia e Libia, e le confinanti colonie inglesi e francesi.»[3]

In sintesi, a fronte della nostra partecipazione al conflitto, le potenze dell’Intesa ci riconoscevano: tutti i territori a sud dell’arco alpino, fino all’Istria, vaste zone della Dalmazia e dell’Albania, una “giusta parte” della Turchia, compensi minori in Africa; oltre naturalmente al pieno riconoscimento della “completa sovranità” sulle conquiste della guerra italo-turca (Libia e Dodecanneso).

Erano questi i presupposti della definitiva rottura dei rapporti che ancòra ci legavano all’Austria (e alla Germania) e del nostro ingresso nella prima guerra mondiale (24 maggio 1915).

Lasciavamo, così, la Triplice Alleanza e ci integravamo nella Triplice Intesa (che con noi diventava quadruplice). Ma neanche quello era un matrimonio d’amore: i francesi volevano esser loro a subentrare agli austriaci nell’egemonia dell’Europa Sud-orientale; e gli inglesi non sopportavano la nostra presenza nell’Egeo, a due passi dalla “loro” Cipro, né tantomeno in Libia, al confine con l’Egitto da essi “provvisoriamente” occupato. Ed ancora non erano entrati nel conflitto gli Stati Uniti d’America, che si sarebbero poi rivelati come il nostro peggior nemico.

Ma, procediamo con ordine. I primi dissapori affioravano già alla fine dello stesso 1915, quando la forte presenza italiana in Albania si scontrava con le aspirazioni della Grecia, che avrebbe voluto annettersi l’Albania meridionale. L’Inghilterra sosteneva la Grecia (in procinto di diventare la principale pedina britannica nel Mediterraneo Orientale), ma riusciva comunque a dissimulare il proprio malumore per l’attivismo italiano.

Viceversa, la Francia non si curava nemmeno di salvare le apparenze. Il primo affondo di Parigi contro Roma si registrava già all’inizio del 1916, quando i francesi prendevano a sabotare apertamente la politica adriatica dell’Italia, sostenendo invece il disegno espansionista della Serbia. Questa avrebbe voluto inglobare in un futuro Stato “jugoslavo” alcuni territori facenti parte della nostra area d’influenza: la parte settentrionale dell’Albania (lasciandone il sud alla Grecia) ed il piccolo regno del Montenegro, gravitante nell’orbita italiana dopo il matrimonio della principessa Elena con Vittorio Emanuele III; oltre – lo si sarebbe visto più tardi – a Venezia Giulia, Istria e Dalmazia.

Già a marzo i nostri cari alleati inglesi e francesi decidevano di spartire tra loro – e solo tra loro – il versante arabo dell’Impero Ottomano, ed il 26 aprile mettevano nero su bianco i dettagli dell’intesa: era il patto – segreto – che dal nome dei plenipotenziari sarà indicato come Accordo Sykes-Picot. Patto poi esteso alla Russia, cui era assegnata l’Armenia turca (al confine con l’Armenia russa) oltre a ricevere una promessa (bugiarda) sulla zona degli Stretti. Inutile dire che entrambi gli accordi erano tenuti rigorosamente celati all’Italia, cui – bontà loro – si stabiliva di attribuire successivamente una qualche compensazione.

Qualcosa però trapelava, provocando le ire del governo di Roma e dando luogo ad un clima diplomatico incandescente. Alla fine, i nostri cari alleati dovevano rassegnarsi ad intavolare trattative anche con noi. L’11 aprile 1917 – così – si apriva la conferenza di Saint Jean de Maurienne, che si concludeva quattro giorni appresso con un nuovo accordo. L’Italia riconosceva quanto già stabilito nelle precedenti intese anglo-franco-russe, ottenendo in cambio la conferma di quanto già promessole con il Patto di Londra, anche per quanto atteneva alla spartizione delle spoglie ottomane. Si ricordi l’articolo 9 del trattato che aveva determinato la nostra entrata in guerra: «in caso di spartizione totale o parziale della Turchia asiatica, essa [l’Italia] dovrà ottenerne una giusta parte nella regione mediterranea attigua alla provincia di Adalia…»

La regione di Adalia (o Antalya) era situata quasi di fronte all’arcipelago del Dodecanneso, e l’Italia vi aveva una “concessione” riconosciutale dal governo ottomano fin dal 1913.[4] Ma non era questa l’unica nostra spettanza, bensì l’intera Anatolia meridionale, un “quadrilatero” che – oltre ad Antalya – aveva altri tre vertici: le regioni (o vilayet) di Balikeshir, Smirne e Konya.

Naturalmente, tutti questi accordi erano presi nel presupposto che potesse realizzarsi il progetto complessivo britannico, che contemplava non soltanto la dissoluzione dell’Impero Ottomano, ma anche la polverizzazione del nucleo-base anatolico. Giacché, poi, a sparire sarà soltanto l’impero e non anche la nazione turca, gli italiani e i russi rimarranno a mani vuote, i francesi raccoglieranno qualche briciola in Siria, mentre gli inglesi otterranno il dominio incontrastato di quasi tutto il Medio Oriente: dalla Mesopotamia (Iraq) all’Ejiaz (Arabia Saudita), alla Transgiordania (Giordania), alla Palestina, all’Egitto (compresi il canale di Suez, il Sinai e il Sudan).

Ma c’era un altro punto oscuro. I britannici avevano segretamente promesso ai greci una parte di quanto avrebbe dovuto – in teoria – spettare all’Italia: la regione di Smirne, la parte più appetibile del nostro “quadrilatero”. Ciò era avvenuto con gli accordi Grey-Venizèlos del marzo 1915, un mese prima di quel Patto di Londra che aveva avuto proprio in sir Edward Grey il suo massimo e più convinto propugnatore. Vecchio vizietto britannico, quello di promettere la stessa cosa a soggetti diversi. Si pensi che – in quegli stessi frangenti – il governo di Sua Maestà Britannica prometteva la Palestina agli arabi (accordi McMahon-Hüsseyn del maggio 1916) e agli ebrei (dichiarazione Balfour del novembre 1917).

Ma la promessa di Smirne ad Atene (in contropartita dell’entrata in guerra della Grecia, avvenuta poi nel giugno 1917) aveva anche un’altra ragione. Londra voleva indirizzare verso l’Anatolia meridionale le aspirazioni elleniche, stornandole così da Costantinopoli e dagli Stretti: regione che non soltanto stava a cuore alla Russia zarista, ma che l’Inghilterra voleva in realtà acquisire per sé; come tenterà poi di fare attraverso la formula della occupazione internazionale.

Infine nell’ottobre 1918, a guerra appena terminata, il governo britannico dichiarava che, in considerazione dei mutamenti apportati allo scenario bellico dall’entrata in guerra degli USA e dal ritiro della Russia, non si riteneva più vincolato da alcun accordo precedentemente assunto con i suoi alleati. In un sol colpo venivano gettati alle ortiche tutti i trattati, i patti e gli accordi stipulati con le altre nazioni. Ivi compresi – naturalmente – quei trattati che avevano illuso l’Italia con il miraggio di fantastiche conquiste.

 

N O T E

[1] Si veda: Il salto della quaglia: dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa. Le alterne alleanze dell’Italia alla vigilia della Grande Guerra. Su “La Risacca” di novembre 2016.

[2] Enrico CAVIGLIA:  Il conflitto di Fiume.  Garzanti editore, Milano, 1948.

[3] Enrico CAVIGLIA:  Il conflitto di Fiume.  Cit.

[4] Si veda: La ferrovia Berlino-Baghdad e la concessione italiana di Antalya. Su “La Risacca” di ottobre 2016.

 

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Categorie: Rievocazioni

Pubblicato da Ereticamente il 11 febbraio 2017

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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