EreticaMente intervista il prof. Maurizio Bettini – a cura di Luca Valentini

EreticaMente intervista il prof. Maurizio Bettini – a cura di Luca Valentini

Maurizio Bettini, classicista e scrittore, insegna Filologia Classica nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena, dove ha fondato il Centro «Antropologia e Mondo antico». Dal 1992 tiene regolarmente seminari presso il Department of Classics dell’Università della California (Berkeley). Cura la serie «Mythologica» presso Giulio Einaudi Editore e collabora con la pagina culturale de La Repubblica.

1)      Nell’ambito degli studi romanologici, il suo approccio antropologico rappresenta un’assoluta novità: a suo parere, quale apporto innovativo può addurre questa inedita prospettiva?

<< La novità non è proprio assoluta. In passato c’erano già stati studi che andavano in questa direzione: cito per tutti il commento ai Fasti di Ovidio di J. G. Frazer, e diversi lavori (soprattutto sulla religione romana) che sono andati nella sua direzione in Inghilterra. Il tipo di ricerca che abbiamo introdotto noi, al Centro AMA, usa ovviamente riferimenti antropologici più recenti rispetto a questi: il vantaggio lei mi chiede? Di far vedere i Romani in una luce differente, di mettere al centro dell’attenzione temi che non fanno parte del ventaglio di domande che di solito si rivolgono alla cultura romana: un rinnovato interesse per il mito a Roma, una più attenta considerazione per le forme della parentela, per quelle della metafora – intesa non come ornamento retorico, ma come strumento cognitivo – per il mondo animale, e così via >>.

2)      Nel suo testo “Elogio del Politeismo” ha evidenziato chiaramente il differente grado di tolleranza tra la religiosità arcaica e quella di origine abramitica: ritiene che la tolleranza in ambito sacrale e non solo debba essere una virtù per cui impegnarsi culturalmente?

<< Certo, direi che si tratta del primo e principale impegno che deve impegnarci culturalmente nella società contemporanea, di nuovo afflitta dallo spettro del conflitto di religione, che credevamo per sempre allontanato dai nostri orizzonti. Comprendere le ragioni dell’intolleranza, capirne i fondamenti, per smentirne in ogni momento le pretese e le false giustificazioni. Questa è davvero cultura, pensiero critico >>.

3)      Sempre nel medesimo testo, è posta un’interessante precisazione circa la natura del termine “politeismo”, quale neologismo di natura prettamente moderna: l’intolleranza religiosa può, pertanto, essere intesa come un “modus cogitandi” estendibile al di là di ogni appartenenza, anche nei confronti di quei movimenti spirituali che oggigiorno si propongono come continuatori dell’Antica Religione e che sono portatori di un forte settarismo?

<< Qualsiasi movimento religioso, se settario, è automaticamente intollerante. O meglio, lo sono tutti quelli che si pongono come esclusivi, che dichiarano: il nostro dio, i nostri culti, sono gli unici “veri”, tutti gli altri sono falsi. E’ questa la radice del male, l’esclusivismo >>.

4)      Nell’opera collettanea “Con i Romani”, da Lei curata e coordinata, è emersa una nuova prospettiva inerente la Romanità, non una civiltà egoicamente identitaria, ma una tradizione che da città è divenuta Orbs, Mondo, quale estensione imperiale e continuo del sacro Limes: Roma può aver realizzato nella storia la mitica Repubblica ideale prefigurata da Platone?

<< Nessuno è mai riuscito a realizzare la Repubblica di Platone – e forse dovremmo dire per fortuna, dato il carattere sostanzialmente totalitario che la caratterizzava -. Roma però è riuscita a mettere insieme un Impero che si fondava sull’assenza di conflitto religioso, favorendo anzi l’integrazione fra le divinità e soprattutto sulla forza del “diritto”: è questa la grande creazione dei Romani, il diritto. Certo esso non valeva per tutti, solo per i cittadini. Ma era già molto >>.

5)      In un altro suo testo “Dei e uomini nella Città”, tale prospettiva viene rafforzata sia nella concezione del diritto sia nell’interpretazione dell’aratro operante il Sulcus Primigenius a forma circolare e non quadrato: simbolicamente come cambia la prospettiva rispetto alle interpretazioni del passato?

<< Ho cercato di mettere in evidenza il senso di apertura, e insieme di interesse per la “mescolanza”, che pervade il mito di fondazione della Città. Si tratta di un mito che, mentre prefigura (imperialisticamente) la creazione non di una città, ma addirittura di un “mondo”, nello stesso tempo ne mette alla base uomini di provenienze diverse, che portano ciascuno una zolla di terra della proprio terra d’origine per mescolarla assieme alle alte nella fossa di fondazione. Un forte simbolo di integrazione e insieme un forte rifiuto del culto, assai pericoloso, per la “purezza” >>.

6)      Sempre nella medesima opera, in riferimento alla nascita di Minerva sancita nei Fasti di Ovidio, si esprime un concetto secondo cui è la comunità politica che forma e crea gli Dei e non i Numi la societas: è questo un motivo di assoluta diversità della Romanità rispetto alle culture italiche contigue, come, per esempio, quella degli Etruschi?

<< Di sicuro è un modello molto romano, in sintonia con l’alto concetto che i Romani ebbero della cittadinanza: la civitas, il civis, erano questi i modelli che li hanno guidati nella creazione della loro “civiltà”. Pensi che, ad esempio, secondo il diritto Romano si potevano addirittura istituire “eredi” certi dèi! Certi, non tutti …>>.

7)      La sua indagine ha, poi, posto l’attenzione anche sull’eroe fondativo, cioè il pio Enea, la cui mitistoria si dibatte tra interpretazioni di natura opportunistica e di politica imperiale (Carandini), oppure di natura identitaria come epico ritorno in patria nella stirpe dardanica o, ancora, come topos letterario, ripreso dalle opere omeriche, che esplicitano un preciso percorso esoterico: può sinteticamente fornirci il suo punto di vista?

<< I Romani avevano bisogno, come molti popoli antichi, di darsi un mito d’origine. Scelsero di darselo troiano per due motivi: da un lato perché questo poneva in relazione la loro origine con il più grande poema epico della classicità, l’Iliade. Avere almeno ‘un piede’ dentro l’Iliade, era importante, nobilitante; dall’altro, però, li liberava dalla necessità di cercare i propri antenati fra i Greci: un popolo a cui da un lato dovevano già troppo, dall’altro avevano anche sottomesso >>.

8)      In un’altra opera collettanea “Giuristi nati”, a cui ha prestato la sua collaborazione, è emersa tutta l’importanza della dimensione giuridica nella civiltà romana: ritiene che, in tale ambito, Sacro e Diritto possano aver svolto un ruolo simbiotico ed organico?

<< Certo, è difficile pensare le società antiche senza tener sempre conto del fatto che in esse la religione aveva un ruolo centrale. Non parlerei però di “sacro”, piuttosto di religione: intendendo con questa parola qualcosa di più laico, come culti, leggi, norme, feste, calendario, ludi … da ciò che normalmente si intende con “sacro”. In questa prospettiva diritto e religione a Roma si intrecciano, basta pensare che il sacerdozio non era una carriera a sé, ma un ruolo fra altri ruoli cittadini, di carattere politico >>.

9)      In tale ottica, anche per ciò che è stato scritto in un fascicolo del suo Dipartimento dell’Università di Siena sulle “parole di potenza”, può configurarsi, sia in ambito sacrale sia in ambito giuridico, una predisposizione magica del Romano, quale attitudine a modificare attivamente la realtà?

<< I Romani hanno sempre rifuggito dalla magia, fin dall’inizio. Tendevano a mettere il soprannaturale sotto il controllo dello stato, il più possibile: basta pensare al discredito di cui a Roma hanno sempre goduto vates et harioli, gli indovini >>.

10)  Infine, nel ringraziarla per la cortese disponibilità dimostrata nei nostri confronti, le chiediamo quali novità editoriali e di studio debbano aspettarsi i lettori di EreticaMente, che con tanta attenzione seguono le sue indagini antropologiche del mondo antico?

<< Un libro che verrà tra breve pubblicato da Einaudi, dal titolo “A che servono i Greci e i Romani? L’Italia  e la cultura umanistica”. Una riflessione sul nostro rapporto, oggi, con il mondo classico >>.

 

A cura di Luca Valentini

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Categorie: Intervista

Pubblicato da Luca Valentini il 4 febbraio 2017

Luca Valentini

Redazione di EreticaMente.net, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea: collaboratore di riviste come Elixir, Vie della Tradizione, Atrium, Fenix Rivista, Il Cervo Bianco, Pietas. Dirige le collane Arcana, rarità classiche ed ermetiche, ed Orfeo, narrativa e poetica esoterica, per la Casa Libraria Edit@ di Taranto. Partecipa a seminari di ricerca di livello nazionale ed europeo.

Commenti

  1. Primula Nera

    “Il grande racconto dei miti classici”di Maurizio Bettini è un libro splendido ; gli ho trovato un posto accanto a opere come “I Miti Greci” di Graves e “le Nozze di Cadmo e Armonia” di Calasso.
    Spero che l’Einaudi prima o poi ristampi i suoi studi su Narciso e sulle Sirene,in questo momento fuori catalogo.

  2. Antonio

    Tutto bene quel che dice il Bettini, sennonché a un certo punto sente il bisogno di riciclare un vecchio luogo comune, secondo il quale, i romani giunti all’apice della loro potenza, sentirono il bisogno di darsi dei natali e dei progenitori illustri e così si inventarono i loro miti delle origini; questa si che è una”credenza superstiziosa” che, anche se è stata messa in circolazione da qualche letterato antico, non vi era motivo di farne oro colato. In realtà è più vero l’opposto, se i romani poterono giungere dove sono giunti, è per ciò che è contenuto in senso cifrato e simbolico nei loro miti, a meno che si voglia sostenere che si tratti solo di circostanze fortuite e di burocratismo giuridico! Già Evola accostava lo sviluppo orizzontale dell’impero alla tensione verticale iniziale di tipo qualitativo, epico e anche spirituale, più questa è alta, più l’impero potrà estendersi e durare. Non a caso gli imperi crollano anche e soprattutto perché, giunti alla loro massima espansione, che coincide sempre con il “basso impero”, scambiano ciò che non è che un effetto per la causa della loro potenza, e si mettono a coltivare questa falsa causa, questo implica già un misconoscimento e un rinnegamento della vera causa, che così non è più in grado di sostenere e dare forza all’effetto, con la fatale implosione che ne segue.

    • Ilario

      “Un vecchio luogo comune”, che è stato documentato e provato anche da Carandini, il più importante archeologo italiano. Entrambi confermano, al contrario, non conoscendoli, il pensiero di Evola ma anche di Altheim, secondo cui Roma fu una civiltà assolutamente anti – mitica. La storia si commenta con le fonti, con gli studi dei grandi come Bettini e non con le complicate convinzioni di qualche ex -tradizionalista che ha serie difficoltà a far quadrare il cerchio dei propri ragionamenti.

      • Antonio

        Reazione smodata e quasi isterica a un banale commento. Non si capisce che cosa ha a che fare l’atteggiamento anti mitico dei romani con il fatto dei miti delle origini di Roma, e se tali miti siano stati inventati o si riferiscano a qualcosa di reale; gli archeologi che cosa pretendevano di trovare, tracce dell’esistenza del Dio Marte o di Rea Silvia? I miti sono simboli vitali e viventi, negare il valore del mito equivale a negare il valore del simbolo stesso. Caratteristica del simbolo è di rimandare a qualcosa di “altro”, di un “altro” superiore; qui noi abbiamo da una parte i razionalisti, i positivisti e i materialisti che negano l’esistenza di questo “altro” superiore, dall’altra c’è il neospiritualismo più o meno acquariano che rifiuta il rapporto gerarchico tra il simbolo e ciò a cui questo rimanda. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati. Facciamo un esempio. C’è una sostanza reale diffusa nell’aria e poi c’è la sigla identificatrice di tale sostanza scritta su di un pezzo di carta. Questa sigla è il simbolo di tale sostanza, questo simbolo ha valore ed ha senso perché dietro di esso c’è la sostanza reale, se questa non ci fosse, sarebbe un semplice scarabocchio privo di senso. Invece il neospiritualismo contemporaneo nega il rapporto gerarchico esistente tra il simbolo e la cosa “altra” a cui il simbolo rimanda, e sostiene invece che il simbolo di quella sostanza e la sostanza stessa sono la stessa e medesima cosa e son collegate tra loro da un rapporto interdipendente in modo tale, che ogni maneggio fatto sull’una si trasmette automaticamente anche all’altra. Una evidente assurdità.

  3. MAry

    Intervengo solo ora. Maurizio Bettini è uno studioso che non mi piace né scientificamente né per tutto ciò che sta facendo a livello propagandistico su input ministeriale: cerca di convincere i docenti di greco e latino a far lavorare sempre meno i ragazzi su testi originali e a trascinarli in discorsi di ‘antropologia del mondo antico’ che si traducono in vacuo chiacchiericcio su luoghi comuni rimasticati da qualche manuale o da internet oltreché per un clamoroso autolesionismo del curriculum classico, da sempre vanto della scuola italiana.
    Non so se faccia e dica le cose che fa e dice in giro per averne un compenso, per vendere i suoi libri o semplicemente per ‘dopo di me il diluvio’, atteggiamento tipico di molti docenti universitari maturi.
    Lo trovo una persona subdola e pericolosa, la cui opera divulgativa si traduce, di fatto, in una rimozione delle conoscenze più serie e profonde sulla classicità.
    Inviterei a rifuggire dagli insegnamenti di persone come queste.

  4. MAry

    Né Carandini né Bettini sono dei grandi.
    In tutto il librone di Carandini sulle origini di Roma non c’è neppure la consapevolezza che il mito di Ercole e Caco ha un notevolissimo e da tempo ben noto parallelismo indoeuropeo.

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