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Sovvertire il KalyYuga: da Wagner a Giorgio Locchi – Ans Anselmo – Polemos

Sovvertire il KalyYuga: da Wagner a Giorgio Locchi – Ans Anselmo – Polemos

Premessa

Nel linguaggio e nell’immaginario comune di un certo pensiero non conforme il KalyYuga e la decadenza sono ormai entrati a pieno diritto come leitmotiv, peraltro spesso abusato o utilizzato come alibi per abbandonarsiall’inazione. Non sempre a questo utilizzo intensivo/estensivo corrisponde infatti un interrogarsi consapevole sulle prospettive dell’epoca attuale come “interregno” e soprattutto sulla ricerca di quello che definiremmo – insieme ad altri prima di noi – un nuovo inizio, una irruzione traumatica ma salvifica di un nuovo principio nel presente avviato verso la fine della storia e dell’Europa. Nel linguaggio della programmazione neurolinguistica e delle tecniche di comunicazione si parla di reframing: ovvero la ricontestualizzazione di un concetto è in grado di conferire un nuovo significato, persino opposto a quello comunemente inteso.

In questo senso quindi, contrariamente alla vulgata di certo tradizionalismo che si chiude nella torre eburnea dell’inazione, nella prospettiva che vogliamo proporre quale argomento di dibattito la fine di un ciclo non è il momento dell’inazione, ma lo schiudersi di nuove possibilità di azione. È il momento della massima libertà coincidente con la perdita di ogni ancoraggio:«È solo dopo che abbiamo perso tutto che siamo liberi di fare qualunque cosa».(cit.Fight Club) È, tra le tante, una delle possibili letture della morte di Dio nietzschiana, in cui uomini differenziati possono cavalcare la Tigre della decadenza, come rilevato magistralmente dall’opera di Julius Evola. In questo senso, così si esprime Giorgio Locchi nel saggio Wagner, Nietzsche e il mito  sovrumanista (pag. 178-179):

«Il Wotan del “crepuscolo degli Dèi” è il dio dei nostri tempi, il dio che in altro senso e da un altro punto di vista Nietzsche dirà morto: ritiratosi da gran tempo della grande saladel Walhalla immobile, muto come in sospensione di vita egli attende che il libero eroe provochi quella fine degli dei e del mondo che egli stesso, Wotan, ha voluto, perché è la condizione d’una rigenerazione del mondo e della storia (così come Nietzsche parafrasando questa visione wotanica auspicherà per l’Europa un’ultima catastrofica decadenza affinché essa possa rinascere dominatrice del mondoe cioè dal caos nasca una nuova stella)».

 

Un incontro più volte rimandato sul filo della decadenza europea

Da alcuni anni eravamo consci dell’influenza esercitata da Giorgio Locchi sulla formazione di uno degli autori a noi più cari, G. Faye, poliedrico ed esplosivo personaggio della “nouvelle droite” francese, noto soprattutto per il suo Archeofuturismo. Proprio facendo nostre le analisi di G. Faye, così come di Piero San Giorgio e prima di loro di O. Spengler (e in particolare del suo Anni decisivi o Anni della decisione) non possiamo che rilevare come il mondo europeo vada incontro al radicalizzarsi dell’attuale crisi socio economica in una potenziale prossima catastrofe. Se anche le condizioni non dovessero diventare concretamente “apocalittiche” si potrà comunque assistere ad una terzomondizzazione dell’Europa intera non differente da quella prospettata da diverse e acute analisi non allineate al pensiero unico imperante.

Con un ceto medio corroso e ormai inesistente, con periferie cittadine in mano a gang criminali spesso allogene, con un’ampia massa di persone che “nulla hanno da perdere” e che anelano soltanto alla ricchezza più banale e consumista, l’Europa diventerebbe quella delle rivolte londinesi, parigine, svedesi o ancora più banalmente vedrebbe quotidianizzarsi l’assalto di masse zombificate di consumatori inferociti, come nel caso dei Black Friday, in cui l’azzuffarsi per un televisore è la norma. Anche se di fatto non si ha il tempo di usarlo o se non si hanno i soldi per mangiare o mandare i figli a scuola. Poco importa. Gli immigrati che bruciavano le auto in Svezia godevano di uno dei più etnomasochisti welfare del mondo, eppure anelavano comunque agli oggetti che fanno status: l’Iphone, l’Ipad e così via.

Non c’è limite a quello che la natura umana può porre in essere quando viene bombardata ogni istante da stimoli al consumo, alla competizione, al sopruso, all’arricchimento. In questo senso ha colto nel segno Piero San Giorgio nel suo Sopravvivere al collasso economico. Ragazzini cresciuti negli agi e viziati, incapaci di sopportare le asprezze della vita senza comfort, atomizzati e privi di morale, nel momento in cui perderanno una pur minima parte delle loro comodità finiranno per vendere o ammazzare anche la madre in cambio di beni di consumo che possano, anche solo per un effimero istante, conferire l’idea di uno status quo raggiunto tramite il consumo.

Sensibili dunque, nella visione conflittuale di Polemos così come nelle nostre attitudini personali, alle prospettive distopiche prospettate da Faye, abbiamo finalmente approcciato la conoscenza diretta di Locchi prima tramite il suo Wagner, Nietzsche e il mito  sovrumanista, saggio che parte da una profonda analisi musicale che non scorda di confrontarsi e intrecciarsi continuamente con l’alta filosofia.

D’altro canto alcuni dettagli biografici ci legano all’esperienza musicale ormai da alcuni decenni e la conoscenza di Wagner come musicista ci ha, paradossalmente, influenzato in più di una occasione, seppure nel campo della musica estrema contemporanea, fatte ovviamente le debite proporzioni. Le strutture compositive e i temi dei leitmotiv – o come lo definiva Wagner stesso Grundthemacome ci fa notare un amico musicologo – unite alla grandiosità e alla tragicità delle emozioni suscitate, ha rappresentato negli anni della nostra formazione musicale un importante sprone allo studio e all’applicazione di forme destrutturate in contesto musicale estremo e contemporaneo, quindi con un approccio se vogliamo “archeofuturista”: segnando una reinvenzione mitica nel contesto di strumenti musicali contemporanei o futuristTornando all’opera di Locchi abbiamo avuto modo di studiare anche il recente volume edito dalle Edizioni di ArSul senso della storia, impreziosito peraltro da tre saggi conclusivi a mo’ di “corollario”. Risalta soprattutto quello di Adriano Scianca intitolato Il partito dell’essere al quale faremo riferimento successivamente.

La tendenza egalitarista

Sulla scorta di Wagner, Nietzsche e Heidegger, Locchi parla a più riprese di una tendenza oggi dominante – e che oggigiorno risulta assolutamente trionfante e a tratti totalitaria, potendo disporre di mezzi di comunicazione di massa, cattedre accademiche, sistemi di potere, praticamente di tutti i mezzi possibili per imporre un linguaggio, sostituire un immaginario e quindi instaurare una quasi completa dittatura del politicamente corretto–quella “egalitarista”, la quale potrebbe essere inquadrata in quel decorso ideale così sintetizzato da Lukacs :

«…tendenze che da tempi immemorabili sono state e sono le forze attive dell’evoluzione dell’umanità: come l’egalitarismo, che prende inizio con gli Stoici e la primitiva dottrina cristiana dell’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio, che si innalza con la grande rivoluzione francese e l’affermazione di una sia pur formale uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge».(G. Locchi – Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista, pag. 47) Tratteggiando tale tendenza egalitaristaLukacs fornisce una implicita conferma della visione della storia come decadenza operata da Nietzsche. Tendenza che continua ovviamente con il marxismo e la sua interpretazione più bieca, che porta alla teorizzazione di un comunismo primitivo edenico, successivamente soppiantato, come in una sorta di peccato originale, dall’instaurazione delle differenze sociali e del capitalismo, alle quali si oppone il movimento comunista che finalmente instaurerà una società senza classi.

Locchi infatti rileva nell’annuncio della abolizione delle classi come attesa messianica di un mondo finalmente restituito all’uguaglianza edenica il fine ultimo di questa tendenza egalitarista. La definisce a più riprese fine della storia. Ironia della sorte oggi noi conosciamo questa espressione come la tesi principale di Fukuyama, pubblicata nel 1992, anno della morte di Locchi stesso. Oggi noi abbiamo anche il privilegio, se così si può dire, di conoscere la fine della storia non solo come progetto egalitarista da un punto di vista sociale ed economico, ma ancora di più dal punto di vista delle identità, autentiche nemiche assolute del sistema di consumo contemporaneo. La fine della storia è ormai sempre di più coincidente con la fine di ogni identità nazionale, etnica, linguistica in una melma monorazziale dominata dal consumismo.

Potremmo persino proporre un parallelo tra le varie forme di “senso della storia” della tendenza egalitarista. Da un punto di vista cristiano all’eden del paradiso terrestre segue il peccato originale e la cacciata di Adamo ed Eva con il conseguente inizio della storia umanamente intesa. Dopo lo svolgersi doloroso della storia l’arrivo dell’armageddon e del giudizio divino decretano la fine della storia. Questo schema “pseudo storico” cristiano viene tradotto marxianamente nel “comunismo primitivo”, nella cacciata dall’eden a causa del “capitalismo” e “dell’alienazione”, alla quale succede infine «l’abolizione delle classi e fine della storia». In questi anni, inoltre, ad una società senza distinzioni di classe si è andato affiancando nell’immaginario forzatamente inculcato dall’establishmentun futuro senza più distinzioni di razza.

Oggi infatti questo presunto senso della storia proprio alla tendenza egalitarista vieneriletto alla luce della necessità da parte del sistema consumista globale di abolire le differenze fisiche, culturali ed etniche dei popoli per rendere gli individui perfettamente intercambiabili e così finalmente perfetti consumatori. Esattamente come il potere sistemico culturale ha decretato l’inesistenza delle razze da un punto di vista scientifico o pseudo tale (deriveremmo, dicono, tutti dallo stesso ominide africano) al quale succede malauguratamente una differenziazione derivante esclusivamente dal clima o da fattori secondari e comunque non qualitativamente intesi (così da poter definire tutte le forme di civiltà come egualmente degne di attenzione), così infine grazie alla società globale e globalizzata si tornerà ad una indifferenziazione razziale completa tramite quella che Pierre Krebs chiama panmixia, cioè attraverso il meticciato e la distruzione di ogni identità, in primis di quella Europa, considerata probabilmente la più pericolosa.Si conferma così,seppur paradossalmente,il ruolo guida del vecchio continente a capo di un potenziale mito alternativo, quello appunto sovrumanista, che l’Europa potrebbe portare in sé come potenzialità sempre agente, anche nel momento più buio della propria crisi e decadenza.

Così si esprime Adriano Scianca nel suo già citato corollario:«Il partito dell’Essere che tende alla rigenerazione della storia e che passa, necessariamente, per una “grande decisione concernente l’Europa”. È qui e non altrove che persino nell’era dell’irrilevanza politica europea che si trova l’unica possibilità di un nuovo inizio storico. Sotto, sopra, accanto alle sempre nuove velleità suicide degli europei del terzo millennio, vibra ancora la risonanza di un’origine, intrisa di destino come l’incipit di un dramma wagneriano. La posta in gioco è niente di meno che la riappropriazione di un’esistenza storica, oppure “l’abbuiarsi del mondo, la fuga degli Dèi, la distruzione della terra, la riduzione dell’uomo a massa, il sospetto gravido d’odio contro tutto ciò che è creativo e libero” (citazioni tra virgolette da Heidegger, Introduzione alla metafisica)».(Adriano Scianca, Il partito dell’essere, corollario a Giorgio Locchi, Sul senso della Storia)

A titolo di aneddoto ci venga data la possibilità di menzionare che, unendo musica e prospettive aurorali, nel 2014 abbiamo realizzato, per il disco Torri del Silenzio un brano dal titolo Vibrazione originaria del tremendo che sembra anticipare quella espressione molto potente pocanzi citata di Scianca: «vibra ancora la risonanza di un’origine». Evidentemente nel nostro piccolo ci siamo anche noi fatti ricettori sincronici di uno Zeitgeist sempre attivo.

Una deviazione verso Providence

La particolare cesura epocale che stiamo vivendo si connota inoltre per significati tragici, da Crepuscolo degli Dèi, per rimanere attinenti all’atmosfera wagneriana. Grazie all’intuizione di un nostro contatto sulla rete abbiamo riscoperto l’inquietudine apocalittica che Nyarlathotep, racconto di H.P. Lovecraft, è in grado di suscitare nel lettore. A rileggerlo oggi stupisce ancora di più per la sinistra preveggenza nel descrivere il caos strisciante degli agglomerati urbani sull’orlo del disordine, così vicini a quelli in cui trascorriamo le nostre vite. Le inquietudini sociali, le alterazioni climatiche comeil surriscaldamento globale, le guerre civili e i sanguinosi attentati, il crimine, la sopraffazione della vita delle nostre città vengono così preconizzate con distopica precisione dal solitario di Providence.

«Non ricordo quando tutto ebbe inizio, forse mesi fa. La tensione era al massimo, spaventosa: a un periodo di sconvolgimenti politici e sociali si aggiungeva la strana, indefinibile sensazione d’un orrendo pericolo fisico. Un pericolo enorme, che gravava su tutto, come lo si può concepire negli incubi più angosciosi. Ricordo che la gente andava in giro con facce pallide e preoccupate, bisbigliando avvertimenti o profezie che nessuno osava poi ripetere consapevolmente o soltanto ammettere di aver udito. La terra era oppressa da un mostruoso senso di colpa e dagli abissi fra le stelle soffiavano gelide correnti che facevano rabbrividire gli uomini nei luoghi bui e solitari. Il corso delle stagioni aveva subito un’alterazione catastrofica: il tepore dell’autunno indugiava ad andarsene e sentivamo che il mondo, forse l’universo, si era sottratto al controllo degli dèi o delle forze conosciute ed era passato sotto il dominio di entità inimmaginabili».. «Fu in un simile momento che, in Egitto, fece la sua comparsa Nyarlathotep. Nessuno sapeva chi fosse, ma apparteneva all’antica stirpe e aveva i lineamenti di un faraone. I fellah s’inginocchiavano al suo passaggio senza sapere perché; diceva di essere uscito dal buio di ventisette secoli e di aver udito messaggi che non venivano dal nostro pianeta. Olivastro, snello e sinistro, Nyarlathotep venne nei paesi sviluppati…».

La mente corre alla figura più inquietante e autenticamente perversa che si aggira per il vecchio continente: l’attuale pontefice. Autore di quello che pare l’ultimo e definitivo decadere della religione venuta a predominare in occidente lungo il piano inclinato di un sempre più forte e frenetico egualitarismo, certo insito nella dottrina desertica sin dall’inizio, ma mai così fortemente lanciato verso l’incendio collettivo e la distruzione della residua identità europea sotto il segno dell’etnomasochismo e della secolarizzazione del messaggio cristiano, ormai deformato ad accompagnatore eunuco del buonismo radical chic. «Dove arrivava Nyarlathotep era la fine della tranquillità e di notte risuonavano grida da incubo».p-2

«Nell’autunno sempre più caldo mi spinsi nella notte tra la folla che andava a vedere Nyarlathotep; mi spinsi nella notte soffocante e salii scalinate interminabili, entrando nella sala stipata di gente. Sullo schermo vidi esseri incappucciati che si aggiravano tra cumuli di rovine, volti maligni e gialli che sbirciavano dietro monumenti caduti; vidi il mondo lottare contro la tenebra, contro il flagello della distruzione che si abbatteva dallo spazio esterno. Lo vidi girare sempre più veloce, impazzito, sfrenato…».

Impossibile non rilevare l’inquietante somiglianza tra quei volti giallognoli e incappucciati e le milizie che insanguinano il medio oriente e portano la devastazione tra le rovine millenarie della Siria. Il fanatismo di fedi desertiche, ultima manifestazione di quello spirito che Nietzsche prima e Heidegger poi additano come scaturigine della decadenza che grava sulla cultura e ancora di più sullo spirito europeo. «Camminando notammo che la pavimentazione era sbrecciata e solo una traccia di metallo arrugginito indicava il vecchio percorso del tram. Un poco più avanti un tram si era rovesciato su un fianco, malconcio e senza vetri. Guardando verso l’orizzonte non si scorgeva il terzo grattacielo vicino al fiume e notammo che la sagoma del secondo era spezzata verso la cima».

Persino l’indicazione di queste che paiono le Torri Gemelle durante gli attentati – fatti in casa dal sistema dominante proprio per scatenare un caos controllato – conferisce a questo racconto il sapore di un sogno, come spesso accade per i racconti del solitario di Providence, dal sapore sincronico e profetico.

 

La tendenza sovrumanista: il tempo sferico, l’origine e il nuovo inizio

«Ho visto nel deserto la giovane Sfinge appena scolpita. Non c’è nulla di antico sotto il sole. Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno». J.L. Borges Ma che cosa oppone a tutto ciò l’opposta tendenza, quella sovrumanista? «La tendenza in fase di autocrareazione mitica non elabora il suo mito che per definizione è fondato e creato nella sua compiutezza fin dal suo primo manifestarsi; ma il mito (e con esso la tendenza che lo esprime) non deve cessare di autocrearsi, di ripetere il mito. La tendenza nuova è sempre “nascente”, estremamente fragile nel suo confronto con l’opposta vecchia tendenza; dominante sicchéad ogni colpo ricevuto rischia di estinguersi e proprio per questo deve atoricrearsi (ciò che sul concreto piano socialevuole dire che la sua esistenza resta sempre affidata a pochissimi fedeli fino al giorno – possibile ma non necessario -in cui riuscirà ad esplodere socialmente e ad affermare la propria dominazione così annullando allora l’altra tendenza che eventualmente potrebbe tutt’alpiù trasformarsi in residuo pre epocale».(G. Locchi – Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista, pag. 181)

Per Locchi la concezione del tempo propria a questa tendenza mitica non è più lineare (lineare o ciclica) ma sferica, tridimensionale, fatta dalla compresenza di passato, presente e futuro. In tal senso è sempre possibile l’irruzione dell’origine nel contesto umano per decretare la sovversione della fine della storia. «D’altra parte, l’origine è sì un che di dato (altrimenti cadremmo nel post-moderno), ma, come già detto, non una volta per tutte, in quanto l’apertura storica in cui ac-cade l’evento fa sì che dell’origine si dia (si possa dare) sempre un nuovo inizio, cioè qualcosa appunto di storicamente condizionato.

Proprio perché eventuale l’origine può conoscere l’abbuiamento, l’eclissi momentanea o persino il definitivo tramonto. »(G. Damiano, Su Giorgio Locchi, Ed. di Ar). Per Locchi inoltre l’origine non è da porsi in un passato preistorico, metafisico e fuori dalla storia. L’origine è l’aurora delle civiltà indoeuropee, nella loro apparente frammentarietà che converge però in quella unità trifunzionale scoperta da Dumezil e dalla sua corrente di studi comparativistici. Locchi analizza profondamente come il tema dell’origine sia in Wagner quello del passato germanico, anche se in realtà la rilettura delle origini germaniche, operata dal grande musicista, corrisponde in parte ad una rilettura estendibile a tutta la famiglia dei popoli e delle culture indoeuropee.

«Wagner […] vuole rigenerare con l’opera d’arte totale tutte le potenze originali: il Rein-Menschliches del Mito,il carmen del verbo nascente e della tragedia greca; e propone – al di là della decadenza e del declino – la pienezza esaltante d’un nuovo inizio,nella coscienza tragica che una volta di più ciò comporterà ad ogni istante, conquiste e sconfitte, lutti e gioie, vita e morte.[…] Di fatto già la sola rappresentazione di questa idea costituisce l’inizio possibile d’un nuovo eonedi storia e la distruzione possibile del progresso verso l’Omega egalitaristico».(G. Locchi – Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista, pag. 151).«In Barbarossa Wagner vede l’ultimo grande Wibelungo che tentò di riunificare l’aspetto politico e l’aspetto religioso della sovranità indoeuropea e di restituire così al mito germanico tutto il suo significato».(G. Locchi – Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista, pag. 171)

Le immagini guida e la sfida del linguaggio

Descrivere l’irrompere del nuovo mito sovrumanistae/o del nuovo inizio se vogliamo, incontra una difficoltà di non poco conto in campo linguistico. Si impone quindi una sfida che connoti il linguaggio di questa tendenza, un linguaggio in grado di incarnare ed esprimere pienamente le sopra citate immagini guida sovrumaniste.

Proprio quell’origine che Locchi pone all’alba del mondo indoeuropeo si esprime mediante delle visioni. Pensiamo alla nota radice indoeuropea soggiacente gli inni del Rg-Veda, visioni dei rshiche al culmine della loro estatica ascesa erano in grado di vedere appunto. Così come dall’altro capo del mondo indoeuropeo si colloca la Profezia della Veggente, grandiosa visione dell’inizio e della fine catastrofica del mondo spirituale norreno. Non a caso sia la Voluspa che il Rg Veda affrontano il tema dell’origine cosmologica del mondo ad opera degli Dèi. Non è un caso quindi che il mito, così oscuro e difficile da descrivere così come già Armin Mohler rilevava, venga indicato da Locchi soprattutto con termini quali Einsichtinteso come uno sguardo penetrante che porta saggezza e conoscenza, come giustamente fanno rilevare i curatori de Il senso della Storia. Come direbbe il Rutilio Namaziano della versione cinematografica di De Redituesprimendo un concetto analogo«che ci crediamo o no questi Dèi ci hanno lasciato nell’incertezza con la fatica di scegliere di volta in volta uno o due colori di un arcobaleno troppo grande che solo in qualche istante riusciamo a cogliere per intero».

D’altro canto però come immaginare di diffondere e palesare il mito, al di fuori di una ristretta cerchia di specialisti che se tagliati fuori dalla realtà diventerebbero un mero circolo di cultisti ininfluenti nella possibilità di dare vita ad un reale nuovo inizio, se non tramite una sua traduzione in un linguaggio di un qualche tipo? Il nuovo mito, come l’Essere di Heidegger«è quindi, qualcosa che in modo irriflesso ognuno di noi percepisce ma che quasi nessuno comprende nella sua verità». È qui che Locchi in modo assolutamente geniale riconsidera il percorso artistico di Wagner esplicitandone il geniale tentativo di sintesi esoterica ed essoterica e riproponendola come strumento strategico di esplicazione e diffusione del nuovo mito.

«Quella teatralità demagogica che Nietzsche rimproverava al dramma wagneriano si è rivelata positivamente produttiva, nella misura in cui ha permesso al mito di estendere il proprio campo anche là dove il suo significato più profondo non poteva essere ancora immediatamente percepito. La teatralità wagneriana (che in realtà esiste solo in virtù di una lettura superficiale del dramma) altro non è che la dimensione essoterica del mito, l’accentuazione intenzionale di ciò che è accessibile alla massa. Questa qualità subalterna dell’opera è del resto anch’essa conforme alla logica del mito sovrumanista: là dove non c’è uguaglianza né della sensibilità né delle intelligenze, una informazione che voglia essere comunitaria ed anzi costitutiva di comunità deve poter agire a tutti i livelli di comunicazione e dotarsi di un linguaggio pluridimensionale.

Creato all’alba dell’epoca delle masse il dramma wagneriano è KunstwerkderZukunft, opera d’arte dell’avvenire: e fra tante altre cose è anche grazie alla pluralità gerarchica della sua informazione al tempo stesso propagandistica e iniziatica. La propaganda che troppi ostentatamente fingono di condannare e sprezzare, altro non è in effetti che il solo mezzo adeguato per toccare le masse e informarle nella più ampia misura possibile. Del resto nessuno – è facile constatarlo – si priva di far ad essa ricorso, in tutti i campi delle relazioni sociali. Il male delle nostre società, per quanto concerne l’informazione, non risiede nel ricorso alla propaganda, bensì nella unidimensionalità del discorso sociale che è divenuto unicamente propaganda, senza uno strato interno veicolante una informazione più profonda, cosicché la propaganda è divenuta a poco a poco, e per tutti, la sola informazione. Nel campo dell’arte questo impoverimento ha condotto sia ai miserabili prodotti destinati al corrente consumo di massa sia agli sterili esercizi di tecnici che rappresentano a sé stessi un loro inutile saper fare. Anche da questo punto di vista, l’opera artistica di Wagner costituisce, con la sua pluridimensionalità informativa l’esempio di ciò cui dovrebbe tendere l’opera d’arte nel nostro tempo».(G. Locchi – Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista, pag. 208)

 

Un nuovo inizio per una nuova élite

Come in un certo senso descrive bene la nuova ondata di film sulle apocalissi zombie, il senso di appartenenza etnico e anche umano, ormai completamente minato da questa società di atomi sempre più indifferenziati e paradossalmente ammucchiati in quella che Caraco ha giustamente chiamato “massa di perdizione”, andrà incontro ad un paradossale e inaspettato reframing. Il mondo si sta già configurando secondo una cesura esistenziale, culturale e spirituale. Occorre rilevare come oltre agli zombificati dai media, dalle mode politicamente corrette, dai meme e dal consumismo si profilano soprattutto gli zombificati dall’ideologia del lavoro a tutti i costi: perenne, ventiquattrore al giorno, fine settimana compreso.

Chi trova la porta dell’azienda o dell’ufficio chiuso per ferie cerca rifugio in attività pseudo lavorative, ossessive e certamente compulsive, come il giardinaggio continuo o la devastazione dell’ambiente costante a mezzo di ruspe, cementificazione e quant’altro. Pur di non rimanere in ascolto del fondo di sé stesso lo zombificato dall’ideologia nefasta del lavoro ha bisogna di stordirsi con attività narcotiche, rumorose, ecc. Incapaci di fruire di qualsiasi cultura, di ammirare la bellezza del mondo, di godere del silenzio: ecco come ci appare l’uomo contemporaneo che si incontra ogni giorno. I top manager, a parte poche eccezioni, venerano il tagliaerba e il decespugliatore. E quando rientrano in casa vogliono un televisore in ogni stanza. Detestano gli immigrati, ma temono di perdere la loro accettabilità sociale esternandolo.  È un problema di status: il non adeguarsi al politicamente corretto implica l’esclusione sociale. Da una parte una massa zombificata di consumatori acefali, schiavi dei mass media e delle loro fandonie meno verosimili, dall’altra una esigua minoranza di persone che ha capito che qualcosa non va.

Ma che non è ancora diventata élite. E che deve porsi l’obiettivo di rileggere la presente “cesura epocale”. Ripetiamolo: il KalyYuga, la fine di un ciclo non è il momento dell’inazione, ma lo schiudersi di nuove possibilità di azione.Ovvero la possibilità di porsi come guide, come ponti, come avanguardie. Preparare in noi le condizioni necessarie al superamento della catastrofe. Secondo l’enantiodromia Junghiana, quando una tendenza psichica unilaterale si fa sempre più forte e schiacciante, naturalmente si sviluppa una reazione inconscia che fa prendere al principio opposto il sopravvento. Così alle istanze eccessivamente tolleranti e politicamente corrette potrebbe seguire paradossalmente lo sviluppo sotterraneo di tendenze agonali, aristocratiche e “spartane”, che man mano acquisiscono sempre maggiore energia inconscia sino a prevaricare e determinare una situazione esplosiva. È quello che Jung aveva da tempo indicato come riemergere dell’archetipo Wotanico, del furore estatico delle mannerbunde, liberate dai vincoli soltanto umani tramite l’eccitazione delle schiere selvagge.

«Il Dio nascosto che ispira la musica di Bach non è il Geova della Bibbia, è – trasceso – il Dio di un altro tempo, di un’altra storia: […] il vero Dio padre, il dio monocolo della Caccia Selvaggia, del Valhalla restituito da una incosciente nostalgia». (G. Locchi – Wagner Nietzsche e il mito sovrumanista, pag. 103) Queste non sono ideologie, sono realtà viventi nell’inconscio di tutti noi che leggiamo queste righe, sono le idee senza parole di O. Spengler. Se al nostro mondo post moderno mancano tra le altre cose la forza, il senso di appartenenza, lo spirito, non sarà forse il realizzarsi di una catastrofe a rigenerarli, per reazione inaspettata? E non è forse pienamente nel ruolo di una avanguardia quello di prevedere le condizioni post catastrofe arrivando preparata e in grado di preparare l‘irruzione del nuovo inizio?

 

Ans Anselmo – Polemos

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 29 dicembre 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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