EreticaMente intervista il prof. Marcello De Martino – a cura di Luca Valentini

EreticaMente intervista il prof. Marcello De Martino – a cura di Luca Valentini

Biografia dell’autore

Marcello De Martino, PhD è linguista, filologo e storico dell’antichità. Già docente in università straniere (State University of New York at Buffalo, USA; Institute of Asian Studies of Madras, India; University of Pennsylvania, USA), è membro dell’American Academy of Religion ed è stato socio della Società Italiana di Storia delle Religioni. Ha al suo attivo numerosi saggi innovativi sulle diverse teorie linguistiche del pensiero grammaticale antico occidentale (latino e greco) e orientale (sanscrito e tamil); ha scritto una biografia dello storico delle religioni rumeno Mircea Eliade (Roma 2008), una monografia sull’identità segreta della divinità tutelare di Roma (Roma 2011), Arcana verba I (Roma 2013) e Arcana verba II (Bari 2015).

  • Nel corso dei suoi studi e delle numerose pubblicazioni ha investigato largamente il mondo della religiosità romana: quale il livello, a suo parere, delle nuove ricerche? Verso quale visione dell’Urbe sono dirette?

Purtroppo devo dire che la grande stagione degli studi storico-religiosi in Italia si è conclusa per quanto riguarda il mondo di Roma e ciò è particolarmente vero per il periodo arcaico: le giovani menti si concentrano de-5a studiare il periodo tardo antico, mentre in generale le ricerche sul periodo delle origini languono. Invero, lamento anche una certa superficialità nel condurre questo tipo di indagini; ho trovato giovani sponsorizzati dai loro Mentori accademici, magnificati da costoro come menti rivoluzionarie nel loro campo, i quali non conoscono il greco (vengono dal liceo scientifico!) e non hanno alcuna preparazione filologica e/o glottologica: le conseguenze di queste lacune sono, in sede ermeneutica, svarioni e travisamenti anche assai notevoli. Credevo che questo andazzo fosse specifico di una certa congerie accademica degli Stati Uniti, paese che conosco bene, ma purtroppo questa è l’esperienza diuturna che ormai mi trovo ad avere anche in Italia; a tal riguardo, noto che l’arroganza corre pari con l’ignoranza: molto spesso un copia e incolla da Wikipedia è utilizzato come valido sostituto di una seria ricerca delle fonti documentali. Vi sono fortunatamente felici eccezioni, anche tra i professori affermati (come la mia amica Claudia Santi), ma in genere si rileva la ripetizione a oltranza di vieti temi à la mode e il ripiegamento sulla storiografia che mette al posto degli autori classici taluni studiosi moderni i cui scritti sono considerati al pari di quelli di Cicerone o di Platone. Io penso che per avere un progresso in questo campo di ricerca sia necessario tornare all’antico, sarebbe a dire studiare le lingue antiche e ritornare all’analisi diretta delle fonti classiche: non c’è altra via per una vera scienza storica. Comunque, l’aspetto più deleterio per gli studi di antichistica, specie per quelli sulla romanità, è quando il nostrano luminare di turno appronta teorie proclamate come innovative che in realtà si basano su un vuoto fattuale solo pour épater le bourgeois e per aumentare la propria fama (e le vendite dei propri pamphlet): questo habitus fa scadere le discipline riguardanti la classicità, l’archeologia in primis, a livello di conversazioni da salotto o “da tinello”. Eppure ci sarebbe ancora tanto da dire su Roma, soprattutto sulle radici indoeuropee della sua religione, un campo di studi ancora per la maggior parte inesplorato che ha avuto in Dumézil il suo iniziatore e che cerco di promuovere concentrando le mie ricerche proprio su questo retaggio avito; è per tale motivo che ho voluto intraprendere una sorta di “mission impossible”: quella di ricreare attraverso una serie editoriale da me diretta un ambiente nazionale e internazionale di studi di altissimo livello che volga la propria attenzione verso le forme religiose del mondo classico in particolare e di quello indoeuropeo in generale, dove un luogo privilegiato di analisi sia quello dell’Urbs del periodo protostorico e preistorico.

  • Nel suo testo sulla divinità tutelare di Roma ha espresso delle perplessità circa tutto un ambiente tradizionalista che si è approcciato nel corso dei decenni alle stesse tematiche da lei approfondite: quali i motivi di tale perplessità?

Ho rilevato che i tradizionalisti romani hanno assunto un atteggiamento verso la religione romana che, a mio avviso, è quanto di peggio ci possa essere per avvicinarsi ad essa. Mi spiego: le religioni classiche sono ormai un patrimonio culturale dell’umanità su cui è doveroso condurre ricerche scientifiche, ma sempre considerando che esse appartengono al passato; è logicamente impossibile far rivivere il paganesimo greco-latino nel 2016 d.C., pertanto chi pensa di capirlo meglio perché crede negli antichi dèi vive una pia illusione e ciò per un semplice motivo: abbiamo perso di queste religioni il 90% del relativo pensiero teologico il quale ha seguito la sventurata sorte di moltissime opere letterarie e filosofiche dell’antichità. Per fare un esempio, solo il capo della Chiesa cattolica oggi può essere proclamato a buon diritto Pontifex maximus, chiunque altro si qualificasse come tale si coprirebbe di ridicolo; il mio parere è che i tradizionalisti romani finiscano con l’essere una copia italiana dei seguaci della Wicca inglese di Gerald Gardnede-3r, una nuova religione con relativi paraphernalia ritualistici che si è tentato di nobilitare attribuendo ad essa una continuità con l’antico paganesimo europeo di gimbutasiana memoria, insomma una “Tradizione” in realtà assolutamente inesistente. Un caso di specie di casa nostra che mi stupisce sempre è quando si millanta una successione “pitagorica” relativamente a personaggi contemporanei come il docente liceale di matematica Arturo Reghini il quale sarebbe stato “iniziato” (!?) dal musicista Amedeo Rocco Armentano (celebre la sua composizione Pensando a Napoli del 1927): non mi sembra davvero che si possa considerare questo un esempio di discepolato come quello di un Filolao o lato sensu di un Aristosseno nei confronti dello stesso Pitagora, i quali sono tutti teorici geniali della matematica e/o della musica (si confronti Erich Frank, Platon und die sogenannten Pythagoreer. Ein Kapitel aus der Geschichte des griechischen Geistes, Halle-Saale 1923, pp. 150-161 e 263-335), e quindi appare chiaro che la presunta “catena iniziatica” pitagorica di cui i summenzionati tradizionalisti sarebbero stati gli ultimi rappresentanti è del tutto inventata (si veda a questo proposito il saggio illuminante di Eric Hobsbawm, Hugh Trevor-Roper, Prys Morgan, David Cannadine, Bernard S. Cohen e Terence Ranger The Invention of Tradition del 1983). Ma se l’opera di (ri)creazione ex nihilo si fermasse solo a questo, potrei anche accettarlo: ognuno crede a quello che vuole – basti pensare che in Inghilterra è assai diffusa la religione dei Jedi! Il problema sorge quando i tradizionalisti romani, in forza della loro fede (neo)pagana, presumono di comprendere la religione romana meglio degli accademici; la loro tattica è scaltra: per accreditarsi come esperti del settore scelgono degli archeologi di fama che apparentemente danno ragione alle loro teorie, come oggi Andrea Carandini e ieri Giacomo Boni, mentre è semmai proprio questo idem sentire, questa collusione malsana a livello ideologico che fa squalificare i lavori di questi ultimi, come giustamente ha rilevato Carmine Ampolo in un suo articolo apparso qualche anno fa (Il problema delle origini di Roma rivisitato: concordismo, ipertradizionalismo acritico, contesti. I, in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa” Classe di Lettere e Filosofia, serie 5, 2013, 5/1, pp. 280-281, citato in Arcana verba II alla n. 69 di p. 409). Noto peraltro che anche l’amico Enrico Montanari, che condivide con me la passione per Mircea Eliade e Georges Dumézil, ultimamente si è avvicinato molto a posizioni tradizionaliste più intransigenti, forse dovute a una recente maggiore frequentazione con ambienti di riferimento di questa ideologia. Per quanto mi riguarda, nella III Appendice al mio saggio sull’identità segreta della divinità tutelare di Roma (edito nel 2011 per i tipi della Settimo Sigillo) ho voluto evidenziare la distanza che intercorre tra un metodo scientifico propriamente detto che può dare buoni risultati nel momento euristico e le elucubrazioni basate su procedimenti “logici” che appaiono assai simili a quelli utilizzati nelle interpretazioni cabalistiche: dato che mi avventuravo in un terreno battuto o da accademici scettici o da individui che nulla hanno a che fare con discipline come la filologia, la glottologia e la storia delle religioni, ho voluto rimarcare con forza come anche in una questione storica che sembra un locus desperatus si possano conseguire delle mete insperate in sede ermeneutica senza strologare o lasciarsi andare a vaniloqui.

  • Nei suoi due volumi di Arcana Verba, oltre alla diatriba tra Brelich e Dumézil, la figura della dea Fortuna ha assunto una centralità nell’intero panorama religioso romano: ciò implica un cambiamento di prospettiva. Ce ne può accennare brevemente?

La mia formazione è essenzialmente quella di un glottologo indoeuropeista e i miei campi di studi d’elezione sono rappresentati dal mondo classico e da quello indiano. In definitiva, ho avuto un’evoluzione intellettuale simile a quella di Dumézil, di cui mi considero un allievo critico: sono partito dalla linguistica comparata per approdare alla mitologia comparata. Sinceramente non so bene come io sia arrivato a questo cambio di interessi scientifici: credo che molto sia dovuto al mio penchant per l’esoterismo, un settore di studi che curo da quano ero adolescente. Ad un certo punto mi son trovato a ragionare più sui teonimi che sulla morfologia o sulla fonologia delle lingue classiche (i miei articoli, pubblicati per la maggior parte su “Indogermanische Forschungen”, sono sui grammatici latini, infatti); alla fine, visto che la ricerca sulla mitologia comparata era divenuta asfittica e rischiava di estinguersi, ho sentito il dovere morale di dare una testimonianza in favore di questa disciplina a torto ritenuta un relitto di altra temperie accademica o un passatempo per sussiegosi eruditi d’antan. Il primo stadio fu quello di individuare l’identità ineffabile del Genius urbis Romae in Fortuna Barbata/Venus Calva, una divinità androgina: capii che l’ambiguità di genere sessuale rifletteva una caratteristica che doveva essere “primordiale”, cioè indoeuropea; fu quindi ovvio per me assumermi poi il compito di cercare le origini della stessa dea Fortuna che, di conseguenza, doveva avere anch’essa un’ascendenza indoeuropea. Diciamo che ho seguito le tracce di Georges Dumézil e di Angelo Brelich e l’analisi della loro querelle mi ha aiutato a superare le aporie presenti nelle ipotesi proposte da entrambi gli studiosi sulla questione dell’epiclesi Fortuna Primigenia, al contempo filia e mater di Iuppiter; da questa fruttuosa analisi metodologica è nato un nuovo paradigma, che a ben vedere è assai antico: il modo di approcciarmi alla mitologia comparata si ispira a quello di Friedrich Max Müller, più legato al dato linguistico di quanto non facesse Dumézil, ma corretto con le istanze procedurali proprie della linguistica strutturale di Ferdinand de Saussure e di quella funzionale di André Martinet e Nikolaj Trubeckoj; il concetto di tratto “emico” di Claude Lévi-Strauss, che egli aveva ripreso dalla fonologia binaristica jakobsoniana, mi fornisce delle opportunità euristiche ad altri precluse, e a ben vedere questo era anche il metodo del primo Brelich del Die geheime Schutzgottheit von Rom del 1949, come ho evidenziato in Arcana verba I: insomma, non ho fatto altro che immettere nella metodologia d’indagine storico-comparativa la prassi funzionalistica del Circolo linguistico o Scuola di Praga, di cui faccio parte. Il risultato di tutto ciò è stato la scoperta della genuina cifra indoeuropea di Fortuna, ultima rappresentante storica di una dea della Sorte del periodo preistorico comune la quale era allo stesso livello di potestà sovrana del dio del Fulmine da cui sarebbero derivati gli storici Iuppiter, Zeus patēr, Dyauṣ Pitā, Týr, ecc. Questa scoperta mi ha indotto a vedere la religione indoeuropea sotto una prospettiva completamente nuova: il pantheon originario, che prima era, per così dire, “maschilista”, si è mostrato pieno di dee potenti che attorniavano il dio sovrano; oltre alla dea della Sorte, vi sarebbe stata la dea della Notte ovvero delle “angustie” della luce, quella che a Roma è Diva Angerona e in India Ahasas Pati, e poi altre due divinità femminili, ossia la dea dell’Aurora, che corrisponde alla romana Mater Matuta e alla vedica Uṣas, e la dea del Focolare, la figura antecedente comune a Vesta e ad Hestia: questi ultimi numi chiudono quel “circolo sororale” intuito da Dumézil ma che per qualche ragione egli non volle indagare a fondo, e mi piace pensare che il Maestro avesse voluto passare il testimone a uno studioso audace (una qualità gradita a Fortuna) che volesse continuare questo discorso interrotto sulla ricostruzione della struttura religiosa del mondo indoeuropeo. Alla fine, anche se un po’ controvoglia, ho accettato la sfida e ho chiuso io il cerchio indagando anche sulla dea indoeuropea del Focolare, l’argomento del mio prossimo saggio: d’altronde, pure Brelich pubblicò un libro su Vesta nello stesso anno in cui uscì quello suo sulla divinità tutelare di Roma, due opere che costituivano in origine un solo trattato, suddiviso solo per motivi editoriali.

  • Reputiamo che il titolo dato agli ultimi suoi due volumi non siano casuali: oltre all’aspetto puramente giuridico e formalistico, nell’ambito della Tradizione di Roma, ritiene esserci stata una dimensione di natura iniziatica?

Il motivo per cui ho scelto Arcana verba come titolo per i miei ultimi due volumi pubblicati è molto semplice: con questo sintagma nominale intendevo riferirmi idealmente alle parole che provenivano dalle sortes custodite nell’arca riposta nel fondo del pozzo asciutto del Santuario della Fortuna Primigenia di Praeneste, l’odierna Palestrina: da questo scrigno ricavato dal legno dell’albero di ulivo sorto in quel luogo venivano tratti da un puer alcuni di questi tasselli di quercia su cui erano inscritte delle “lettere antiche”, cioè dei segni pseudoalfabetici ad alto valore evocativo, le quali venivano interpretate nel loro complesso come dei verba scritti per il responso oracolare, interpretati in modo congruo dall’ermeneuta. Essendo un linguista, ho ripetuto il senso etimologico dell’aggettivo “arcano”, che è un derivato appunto del termine arca; ma poi nella realizzazione del titolo ha giocato molto nella mia mente il mio bagaglio culturale sulla romanità: mi piaceva rifarmi al titolo della monumentale opera in quattro poderosi volumi di Pietro De Francisci Arcana imperii pubblicata alla fine degli anni ’40 dello scorso secolo in cui si parlava di dee madri pregiuridiche, nelle quali si può ben riconoscere anche la “primigenia” Fortuna. Per quanto riguarda, invece, l’eventuale presenza di un aspetto iniziatico all’interno della cultualità romana, ciò mi sembra alquanto probabile, quantunque la mia sia una supposizione difficile da provare, data la mancanza di attestazioni dirette, documentali e monumentali: basti pensare al nome segreto del Genius urbis Romae, conosciuto sicuramente da pochi de-1addetti ai lavori, o alla reale identità dei Penates “troiani” (diversi da quelli publici che avevano un tempietto sulla Velia) le cui rappresentazioni erano custodite nel penus dell’aedes Vestae, dei quali ho parlato in una lunga digressione su Varrone nel mio libro sull’identità del numen tutelare di Roma; anche su quanti e quali fossero i pignora imperii si sa ben poco, essendo menzionati cursoriamente da un erudito d’epoca tarda come Servio Onorato. A mio avviso, vi era sicuramente una “teologia” romana destinata a pochi eletti, ma quali fossero i modi di trasmissione di questa sapienza sacra non è dato sapere: sicuramente non esistono tracce di un originario culto romano che potremmo definire “misterico”, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze, essendo queste forme di religiosità assolutamente allogene, come il mithraismo. Bisogna poi accordarsi bene su un fatto: a che cosa o a chi ci si riferisce con il termine “iniziatico”? Se infatti con questo aggettivo rimandiamo alle allusioni farneticanti di uno Jean Pârvulescu, il quale alle pp. 20-31 del suo romanzo-“journal gnostique” (!) Le gué des louves descrive la sua visita a un presunto “Centro Polare” posto nel sottosuolo romano presso Piazza Vittorio, la cui esistenza gli sarebbe stata rivelata da Julius Evola nel 1968 (quello stesso dalla “missione occulta” (!) descritto alle pp. 363-400 de Le Retour des Grands Temps del medesimo autore) e nel quale si sarebbero mantenuti i segreti della tradizione sacrale romana antica, della Roma Principia (?); oppure se consideriamo degli “iniziati” i primogeniti di alcune famiglie patrizie romane, i quali, secondo le pure congetture di Marco Baistrocchi in Arcana urbis costruite su “convergenti indicazioni” basate sul nulla, avrebbero preso in consegna i pignora imperii preservandoli dalla furia iconoclasta antipagana del dilagante cristianesimo degli inizi, simulacri che sarebbero ancor oggi (!) conservati da alcune delle più antiche famiglie romane e che sarebbero stati portati all’estero da un non ben definito nobile romano (l’islamista Leone Caetani-“N.R. Ottaviano”? In realtà i pignora imperii furono portati da Costantino dal penus dell’aedes Vestae di Roma a Costantinopoli, si veda Clifford Ando, The Matter of the Gods. Religion and the Roman Empire 2009, pp. 188-189 e 194-195), orbene, credo che tale tradizione iniziatica sia degna più delle attenzioni della trasmissione televisiva Voyager, essendo veramente “ai confini della conoscenza” – e della decenza intellettuale! –, che di quelle dei seri studiosi del mondo romano antico, poiché le “dimensioni di natura iniziatica” summenzionate sono tutte assurdità destituite di ogni fondamento logico e fattuale, non essendoci (rectius: non potendo esserci) prove documentali e materiali a favore. Comunque, va detto che l’ambiente dei tradizionalisti romani è assai variegato al suo interno, dove coesistono persone animate dal più cieco fideismo insieme a individui molto più ragionevoli e realmente interessati alle risultanze che la scienza storico-religiosa può offrire: io con i miei scritti mi rivolgo a questi ultimi e mi disinteresso dei primi, posto che a nulla vale rivolgere ad essi la mia voce, come pure quella di colleghi accademici ben più titolati di me a parlare di questioni attinenti alla romanità.

  • Ha intenzione ancora di rivolgere il suo interesse sull’esoterismo o questo settore di studi fa parte ormai del suo passato?

No, non credo che il mio interesse per l’esoterismo si spegnerà mai. Anche ora che sono molto coinvolto con le ricerche di storia delle religioni dei popoli indoeuropei continuo le mie ricerche su alcuni temi nel campo dell’esoterismo che mi stanno particolarmente a cuore. V’è un argomento in particolare su cui ho speso molti anni di studio e d’indagine, che sarebbe quello dell’origine del mito moderno di Agarttha. Credo di aver risolto l’enigma in via definitiva poiché ho potuto visionare documenti inediti che mi hanno dato accesso al lascito sapienziale di Saint’Yves d’Alveydre e del suo Mentore “agartthiano” Hardjji Scharipf Bagwandass; ho letto e compreso dei testi scritti in lingue orientali inaccessibili ai più (sono riuscito anche a decifrare il vattan, la lingua di Agarttha!) e ho condotto ricerche approfondite su questi personaggi riuscendo alla fine a ricostruire in parte la loro storia personale. Altre figure minori hanno giocato un ruolo in tale enorme comedy of errors, come Gérard Encausse alias Papus e i Martinisti, nonché René Guénon e Arturo Reghini, ma un protagonista di questa storia si è rivelato infine Ferdynand Antoni Ossendowski, riguardo al quale ho attuato una comparazione sulle differenti versioni del suo best-seller Bestie, uomini, dèi che comprendono l’edizione inglese, poi le due versioni polacche che rappresentano il testo originale (su cui ho condotto un’approfondita analisi ecdotica), la traduzione francese, quindi le due versioni italiane (di cui una prefata da Evola) e infine la traduzione tedesca: questa indagine a 360° su tutti i campi possibili correlati alla narrazione ossendowskiana – ossia l’aspetto letterario, quello storico-religioso, quello politico e anche quello geografico – ha finalmente messo in luce le vere origini del mito di Agarttha (o Agharti, come scriveva lo scrittore polacco) ed è stato un favoloso viaggio introspettivo all’interno di una certa temperie sociale dell’occultismo fin de siècle che mi ha totalmente affascinato e che mi attrae tuttora, partendo da Parigi per finire al lago Nogan Kul passando per San Pietroburgo. Avevo iniziato a scrivere un libro sull’argomento, ma dopo un paio di centinaia di pagine ho dovuto desistere perché mi sono reso conto che non si sarebbe potuto trovare, soprattutto in questo difficile frangente economico, nessun editore disposto a pubblicare un volume di notevole spessore che non avrebbe incontrato il favore del grande pubblico essendovi trattate materie ostiche ai più, anche qualora fossero stati narrati luoghi e situazioni tali da poter accendere la fantasia del lettore, come le lande misteriose della Mongolia (che ho visitato) o il contesto geopolitico dell’Eurasia prebellica; ovviamente, le cose cambierebbero se scrivessi in modo tale da realizzare un’opera narrativa à la Dan Brown, ma ciò mi è impossibile per deontologia professionale. Invero, della pubblicazione alla fine m’importa ben poco: studiando questo mito moderno ho avuto la sensazione di vivere in quegli ambienti esoterici che animavano la cultura underground parigina a cavaliere tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, quasi di incontrare quegli uomini straordinari, per parafrasare il titolo dell’autobiografia di Georges Ivanovič Gurdjieff; probabilmente ci sarà in futuro qualcuno con le mie competenze che scoprirà e divulgherà ciò che ho letto e compreso, altrimenti la verità su Agarttha rimarrà ignota: non sarà una gran perdita per l’umanità, di questo sono assolutamente certo.

  • Sempre nell’ambito di una presunta Sapienza insita nella religiosità romana, in un colloquio privato ci fece cenno di una scoperta presso la fonte di Anna Perenna e di alcune novità inerenti il Palladium che si conservava segretamente dentro l’aedes di Vesta: può accennarci qualcosa?

Nel 1999 durante gli scavi per un parcheggio interrato nel quartiere romano dei Parioli venne ritrovata la fontana di Anna Perenna: in questo sito, supervisionato dall’archeologa Marina Piranomonte della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, sono state rinvenute, oltre a 22 tabellae defixiones, 14 contenitori in piombo sigillati che contenevano delle iscrizioni e delle figurine antropomorfe funzionalmente in tutto omologhe a bambole vudù. Dopo dieci anni dal ritrovamento, e precisamente il 3 febbraio del 2009, si è organizzata una giornata di studi all’Università di Roma dal titolo La fattura scritta. Tecnica grafica e rituali magici nel mondo antico onde fare il punto della situazione e gli atti del convegno sono stati pubblicati in un numero speciale della rivista romana “Studi e materiali di Storia delle Religioni” (il vol. 76/1 del 2010), in cui spiccano i contributi della stessa Piranomonte e di Christopher Faraone dell’Università di Chicago. Questa scoperta ha testimoniato la presenza di rituali di “magia nera” che fino a quel momento si credevano assenti nell’Urbs: insomma, una vera rivoluzione nella visione che si aveva del mondo magico-religioso romano, un fatto che ci insegna come sulla sfera sacrale e religiosa romana ci sia ancora molto da scoprire. Per quanto riguarda il Palladio, me ne sono occupato io stesso nel libro che sto finendo di scrivere: posso solo dire di aver collocato la statuetta lignea entro il suo proprio milieu sacrale mettendola in quella che credo essere la giusta prospettiva ermeneutica, posto che abbia davvero riconosciuto questo importante oggetto per quello che era; per tutti i dettagli del caso, i lettori di EreticaMente dovranno però attendere la pubblicazione del mio saggio: non vorrei creare delle aspettative eccessive, ma sono convinto che essi troveranno assai sorprendente il capitolo dedicato al Palladio, che è l’ultimo – fulmen in cauda!

  • In merito all’ambito delle radici della civiltà romana, quale crede sia stato il vero apporto delle genti italiche e del mondo etrusco? È concorde con docenti a lei cari come Enrico Montanari o Mario Torelli che Roma non sia stata una semplice emanazione etrusca?

Tutta la mia produzione scientifica nel campo storico-religioso è tesa a dimostrare come le genti indoeuropee stanziatesi nel Lazio e dalle quali sarebbe nato il popolo di Roma avessero mantenuto pressoché inalterate nella loro essenza e struttura delle tradizioni cultuali e rituali che erano il retaggio del sistema di credenze del periodo indoeuropeo comune: per fare un esempio emblematico, nel mio ultimo libro dimostrerò come il rituale di fondazione di Romolo, che Plutarco in Romulus XI, 1, 1-5, 5 attribuiva a non ben definiti “sapienti” etruschi, in realtà è di schietta origine indoeuropea; pertanto, sicuramente vi sono stati dei fenomeni di sincretismo con fedi allogene (soprattutto con la religione greca nel periodo storico), ma il fondo originario è rimasto preponderante. Che l’apporto etrusco sulla religione e in genere sulla cultura romana sia stato limitato viene confermato dal dato linguistico; infatti le parole di origine etrusca nel lessico latino sono relativamente poche, soprattutto se rapportate a quelle di derivazione indoeuropde-2ea: peraltro, in certi settori specifici, come nel mondo del teatro e della musica o nella religione, l’etrusco ha svolto talora solo la funzione di mediazione per termini di origine greca, come il lat. persona dall’etr. phersu che a sua volta deriva dal gr. prosopon o il lat. triumpus in cui l’assordimento della consonante bilabiale della parola gr. thriambos rivela il tramite etrusco; insomma, la lingua dei Tirreni era parlata a Roma dalle classi colte, che quindi erano minoritarie rispetto alla popolazione, e di conseguenza dobbiamo pensare che in quest’ultima il tratto culturale propriamente latino fosse prevalente, essendo la lingua un veicolo privilegiato per la trasmissione di concetti e credenze. Il dato “mitistorico” rivela invece che l’eredità ideologica indoeuropea era assolutamente rilevante presso i Romani: la guerra tra questi e i Sabini è analoga tra quella tra Æsir e Vanir della mitologia norrena, come ben ha sottolineato Dumézil, e anche la figura di re come Servio Tullio, ossia l’etrusco Macstarna secondo l’imperatore “etruscologo” Claudio, è caratterizzata da tratti “emici” di indubbia natura indoeuropea, come dimostrerò nel mio ultimo libro. Si deve tenere sempre in conto che i presso Romani, soprattutto tra gli eruditi, si era diffusa la communis opinio che tutto ciò che fosse antico e aborigeno dovesse essere etrusco d’origine, come ben ha evidenziato in un suo pregevole saggio Ilaria Ramelli (Cultura e religione etrusca nel mondo romano: la cultura etrusca dalla fine dell’indipendenza, Alessandria 2003), un’inveterata convinzione, questa, il cui sostenitore più autorevole è rappresentato da Dionigi di Alicarnasso, il quale, convinto che gli Etruschi fossero autoctoni, si opponeva a quanto raccontava nelle sue Historiai Erodoto, secondo cui l’origine di questa popolazione sarebbe stata lidia, un’ipotesi che oggi viene confermata dai test genetici e dalla scoperta del lemnio, un idioma epicorico parlato a Lemno, un’isola situata a pochi chilometri dalla penisola anatolica, il quale rappresenta l’unica lingua rapportabile all’etrusco. Concordo, dunque, pienamente con gli amici accademici che lei mi cita: Roma non è solo un portato del mondo etrusco, ma il mélange ben riuscito di tradizioni culturali diverse, dove però il retaggio indoeuropeo è quello più pervasivo e caratterizzante.

  • In una recente recensione al testo di Enrico Montanari abbiamo fatto largamente riferimento alla figura di Mircea Eliade, su cui Lei ha scritto un corposo testo per le Edizioni Settimo Sigillo, Mircea Eliade esoterico: come ha giudicato il progressivo allontanamento dello storico delle religioni rumeno dal mondo esoterico e tradizionalista?

Il progressivo allontanamento di Eliade dal mondo esoterico e tradizionalista, come lei dice, semplicemente non c’è mai stato! Il mio libro da lei ricordato ha avuto come unico scopo quello di dimostrare come lo storico delle religioni rumeno ad un certo punto della sua vita abbia deciso per quieto vivere di assumere un habitus più consono alla mentalità mainstream dell’accademia internazionale, la quale è notoriamente improntata all’ideologia positivista e materialista (di sinistra). Eliade non poteva ricusare le proprie credenze proprio perché egli aveva avuto delle esperienze che gli avevano fornito la prova certa della realtà del “sacro”: adottò, quindi, un mezzo che si rivelava perfettamente adatto per parlare di realtà metafisiche, ossia quello di scrivere romanzi autobiografici, come Notti a Serampore, dove i fenomeni soprannaturali erano posti sub specie litterarum, così che il lettore fosse indotto a credere che per tali situazioni inverosimili si trattasse del parto della mente fantasiosa dell’autore e non che riflettessero momenti reali di vita vissuta. In definitiva, era una sorta di suo personale “camuffamento del sacro”, un filtro verbale per parlare a persone che avevano orecchie per intendere: per il resto, Eliade fu solo un po’ più prudente nel citare autori scomodi per il suo entourage accademico (e politico) dell’epoca, sarebbe a dire René Guénon e soprattutto Julius Evola, ma ciò nonostante egli continuò a leggere con interesse il Barone nonché ad incontrarlo, e la sua fede nella “fisica seconda”, come il suo Mentore Georges Dumézil chiamava il paranormale, non venne mai meno; anzi, il 27 luglio del 1941 lo studioso rumeno fece le seguenti affermazioni nel diario che teneva per la sua novella Viață Nouă [Vita Nova]: “Tuliu [personaggio ispirato a Julius Evola] dirà ciò che – per varie ragioni su cui non è luogo di insistere qui – io non ho mai avuto il coraggio di confessare pubblicamente. Solo talvolta, raramente, ho confessato a pochi amici le mie credenze “tradizionaliste” (per usare un termine di René Guénon)”. Quindi, è legittimo supporre che questo atteggiamento dissimulatorio rispetto alle proprie personali convinzioni fosse usuale per Eliade e non vi è alcuna prova che non sia stato così per il resto della sua vita; chi non vuol credere a questa diuturna “fede tradizionalista” di Eliade, come il mio amico Enrico Montanari, è perché si prefigge di salvare lo storico delle religioni rumeno dall’eventuale accusa denigratoria lanciata in sede accademica di essere questi un sorta di “mago”, una specie di yogin, in definitiva un esoterista prestato alla storia delle religioni ovvero un dilettante della disciplina il cui modo di approcciarsi al “sacro” sarebbe stato ascientifico e quindi non credibile nelle risultanze delle sue analisi delle fenomenologie religiose, cioè della ierofania. Ma Eliade non ha bisogno di essere salvato da nessuno e la sua produzione scintifica è lì a dimostrare che la sua credibilità scientifica è al di sopra di ogni sospetto: chi crede a un vecchio Eliade disilluso dai dettami della Tradizione mostra che il “filtro verbale” di Eliade, ossia quello di parlare per enigmi, riesce bene nella sua funzione per la maggior parte dei casi; il sottoscritto, però, non casca in questa trappola, e ciò anche per un motivo molto semplice: la mia aventure humaine è molto simile a quella di Eliade (a parte l’esperienza bellica, ovviamente) e anch’io adotto talora nei miei scritti un modulo comunicativo a doppio livello.

  • Abbiamo visto con piacere le belle foto della sua recente permanenza in Oriente: da linguista, da studioso, ma anche da semplice visitatore, che confronti sulla vita e sul Sacro ha potuto constatare tra Oriente ed Occidente?

Come Eliade amo l’India “eterna”, non quella reale, che adesso è molto occidentalizzata; tuttavia, si possono trovare dei luoghi in cui vige ancora una visione del mondo più legata alle tradizioni avite. Sono rimasto molti mesi nel subcontinente indiano per portare avanti le mie ricerche in loco e ho visitato la penisola a cominciare dalle città meridionali del Tamiḻ Nāḍu, come Chennay (University of Madras) e Madurai (Madurai Kamaraj University), per finire a Calcutta (Kolkata University), a Vārāṇasī (Banaras Hindu University), a Delhi (Jawaharlal Nehru University) e a Śimlā (Indian Institute of Advanced Study); ho constatato che vi è una grande sensibilità popolare al sacro, laddove le classi colte, cioè quelle appartenenti al corpo accademico, mostrano quasi un’idiosincrasia verso la religione indù e anche per le loro tradizioni letterarie: per esempio, alla Jawaharlal Nehru University, dove sono rimasto ospite a lungo, hanno chiesto a me occidentale di insegnare vedico! Al contrario, in Nepal tutti i ceti sociali sono attaccati alle loro tradizioni: a Katmandu, per esempio, nei pressi del quartiere tibetano di Boudha, ho avuto la possibilità di visitare un laboratorio “alchemico” che opera secondo i principi dell’antica medicina ayurvedica. In Tibet, con il Buddhismo del Gelugpa e le tracce residuali della religione Bön, la sensazione del sacro è fortissima: se il centro di Lhasa ha assunto ormai l’aspetto di un distretto urbano occidentale, Shigatse, con il suo monastero di Tashilhunpo (sede del Panchen Lama), mantiene ancora molto del suo aspetto di un secolo fa, quando Alexandra David-Néel visitò la città nel 1916. L’Oriente ormai è a un guado, a metà tra evo anico e tempi moderni, un fatto di cui ho preso coscienza soprattutto questa scorsa estate in Birmania: ma comunque vada, c’è sempre il sentimento religioso delle genti locali, le quali imperterrite cavalcheranno ancora per molto tempo la tigre della modernità dissacrante.

  • I lettori di EreticaMente sappiamo con certezza seguono con vero interesse i suoi studi e le sue pubblicazioni: cosa “bolle in pentola” per il prossimo futuro? La ringraziamo vivamente per la cortese disponibilità concessa alla nostra Redazione.

Come ho accennato precedentemente, sto finendo di scrivere un poderoso saggio sul culto del fuoco presso i popoli indoeuropei antichi: la mia intenzione è quella di ricostruire la struttura di una sfera teologica relativa al Fuoco sacro; come già ho spiegato, concludo la mia indagine sulle divinità femminili indoeuropee ripercorrendo la via di ricerca che batté Brelich, ma con un approccio analitico spiccatamente duméziliano. Il mondo di Vesta e delle vestali è stato posto sotto la lente investigativa del metodo storico-comparativo, confrontando le ritualità romane connesse alla sfera teologica e sacrale “vestalica” con altre simili esistenti nell’ambito religioso indiano, celtico, slavo e baltico: dal mio studio emerge una religiosità primordiale verso l’elemento igneo assai sui generis, con caratterde-4istiche che la distinguono da altre forme cultuali relative al fuoco presenti nelle diverse popolazioni mondiali, antiche e moderne; ne esce così una religione cosmica con peculiari tratti “emici” che si ritrovano soprattutto nel milieu sacrale romano. Ho poi in cantiere uno studio sul background primordiale dei Lupercalia: anche in questo caso ho trovato delle forme mitologiche in etnie indoeuropee che finalmente spiegano molti punti oscuri presenti nel complesso ritualistico di questa antichissima festività romana. Il mio libro uscirà nella collana di saggi che ho l’onore e l’onere di dirigere per la benemerita casa editrice luganese Agorà & Co. dell’amico dott. Antonio Scollo, uomo di cultura e amante della cultura, classica in particolare (rara avis, soprattutto nel mondo dell’editoria nostrana!): il nome di questa nuova serie editoriale è Speaking Souls-Animæ Loquentes. Il mio progetto è quello di riunire degli amici e/o Maestri che mi affianchino nella mia azione di katechon, per così dire, ovvero di oppositore alla canea modernista che mal sopporta di veder vivi e vegeti gli studi storico-comparativi in campo linguistico e religioso; nel comitato scientifico compaiono l’amico e Maestro di etruscologia Mario Torelli e il grande archeologo di Roma Filippo Coarelli dell’Università di Perugia, la sodale di studi Claudia Santi, storica della religione romana della Seconda Università di Napoli, poi Gregory Nagy, grecista dell’Harvard University, Michael L. Weiss, esperto di lingue italiche della Cornell University, Nick J. Allen, studioso del mondo religioso indoeuropeo dell’University of Oxford, Christopher J. Smith, professore alla University of St. Andrews e attuale direttore della British School di Roma, quindi l’amico Dominique Briquel dell’Université Paris-Sorbonne e John Scheid del Collège de France, entrambi insigni studiosi della romanità e che operano nel solco del magistero duméziliano; purtroppo è venuto a mancare recentemente il carissimo Aldo Luigi Prosdocimi, il quale, memore della nostra frequentazione come Maestro e allievo all’Università di Padova, aveva accettato di onorarmi entrando a far parte del comitato scientifico. Il primo libro della collana di studi è quello della professoressa Santi sul culto di Castor a Roma: l’autrice ha restituito un meraviglioso mosaico sacrale mettendo tutte le tessere che come membra disiecta non erano state collocate nel loro giusto posto dagli studiosi che precedentemente si erano occupati di tale argomento; presenteremo il libro e la collana medesima il 20 febbraio prossimo nella prestigiosa sede romana della British School e in quell’occasione annunceremo il workshop che si terrà ad ottobre 2017 all’Accademia Belgica di Roma, dove raduneremo tutti i componenti del comitato scientifico per una giornata di studi sui temi di interesse della serie editoriale che dirigerò, ossia l’antropologia, la linguistica e la storia delle religioni: contestualmente, presenterò il mio libro sul culto indoeuropeo del fuoco. Nutriamo grandi ambizioni rispetto a questo coraggioso progetto culturale e scientifico e ci prefiggiamo come meta da raggiungere quella di portare avanti gli studi di Georges Dumézil, di Mircea Eliade, di Claude Lévi-Strauss e di André Martinet, che consideriamo nostri padri nobili indicando al contempo Friedrich Max Müller e James George Frazer quali nostri numi tutelari: tutti i lettori di EreticaMente sono invitati ad assistere a questi incontri, che l’amore per l’Urbs ci ispira a realizzare.

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Categorie: Intervista

Pubblicato da Luca Valentini il 6 dicembre 2016

Luca Valentini

Redazione di EreticaMente.net, cultore di filosofia antica, di dottrina ermetico-alchimica e di misteriosofia arcaica e mediterranea: collaboratore di riviste come Elixir, Vie della Tradizione, Atrium, Fenix Rivista, Il Cervo Bianco, Pietas. Dirige le collane Arcana, rarità classiche ed ermetiche, ed Orfeo, narrativa e poetica esoterica, per la Casa Libraria Edit@ di Taranto. Partecipa a seminari di ricerca di livello nazionale ed europeo.

Commenti

  1. Cristian Guzzo

    Complimenti al Prof. De Martino, per l’analisi lucida sulla romanità sacra, improntata sul rispetto dei più rigorosi criteri ermeneutici. I suoi studi arricchiscono la conoscenza di un mondo affascinante ed ancora misterioso, riportando l’asse della ricerca sui binari di quella filologia, tanto vituperata dal settarismo romanopata/fantasmagorico/latomista.

  2. vittorio fincati

    Complimenti. Cospicue le critiche ai tradizionalisti romani e pitagorici. Ci voleva.

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