AQUILA IN AURO TERRIBILIS ∼ Tradizione ghibellina e tradizionalismi guelfi – (1^ parte) Piero Fenili

AQUILA IN AURO TERRIBILIS ∼ Tradizione ghibellina e tradizionalismi guelfi – (1^ parte) Piero Fenili

 

Sì. Egli dorme in una Cattedrale,

entro l’eterno porfido dell’arca…

Al morto grande imperador di Roma

dissero pace i vescovi di Cristo.

Di lui parlò ‘l rabbino al Dio d’Abramo,

a braccia spante volto all’Oriente.

Per lui, girando attorno al minareto,

le cinque volte il meuzzin cantò.

(Giovanni Pascoli)

Per una sorta di trasbordo ideologico, inavvertito dai molti, consapevole o, addirittura guidato da parte di pochi, si assiste in Italia ad una lenta ed impercettibile sostituzione del tradizionalismo alla Tradizione.

Si tratta di un curioso e multiforme fenomeno storico-culturale, nel quale entrano in giuoco varie componenti, che vanno dalla pigrizia intellettuale al risveglio di sopiti timori religiosi, ai condizionamenti emotivi, fino alla lucida determinazione, da par­te di alcuni, di “orientare” l’ondeggiante e confuso ambiente “tra­dizionale” in direzioni prescelte e ben individuate. In tal modo, in un arco di tempo relativamente ristretto, limitato, in pratica, agli anni settanta, si e venuta offuscando, in molti casi, la nitida consapevolezza dei lineamenti della Tradizione, ad esclusivo vantaggio di varie, forme di tradizionalismo.

Riveste quindi un carattere di particolare interesse ed attua­lità il richiamare, sia pure per sommi capi, i tratti fondamentali della Tradizione e quindi, alla stregua degli stessi, additare gli er­rori contenuti nelle più diffuse forme di tradizionalismo che si sono venute affacciando negli ultimi. tempi.

Al riguardo, occorre innanzitutto sottolineare, a scanso di equivoci, che la conoscenza della Tradizione, in Occidente, si identifica con la metafisica imperiale, classica e romana, superiore a qualsiasi particolare formulazione dogmatica religiosa, ed ap­partiene, di diritto, al Ghibellinismo, che di quella metafisica è la proiezione operante attraverso i secoli, culminata, nel Medioevo, nel programma spirituale e politico del grande Imperatore Fede­rico II, per quanto l’ambiente ed i tempi lo consentivano.

Il primo ed incrollabile fondamento sul quale poggia la Tradizione è rappresentato dalla dottrina dell’Unità principiale e metafisica delle singole forme storiche tradizionali. Esso consegue necessariamente dall’Unicità del Supremo Principio Divino Trascendente, dal quale tutte le manifestazioni iniziatiche, sacra­li e religiose, apparse nel corso del tempo, discendono come da una medesima origine.

La consapevolezza di tale Unità fu del tutto chiara ed evi­dente negli alti esponenti dell’intellettualità classica imperiale. Simmaco, ad esempio, affermò: « Contempliamo gli stessi astri, lo stesso cielo è a tutti comune, lo stesso mondo ci circonda: che importa se ciascuno ricerca la verità secondo il proprio discerni­mento? non è possibile giungere a sì alto segreto seguendo una sola via » (1).

Dalla dottrina dell’Unità principiale delle singole forme tra­dizionali discendono la tolleranza religiosa e la superconfessionalità insite nella concezione tradizionale dell’Impero. Esse sono chiaramente contenute nel c.d. Editto di Milano (313) degli Impe­ratori, d’Occidente e d’Oriente, Costantino e Licinio, i quali in esso affermarono di « dare cioé anche ai cristiani come a tutti li­bera possibilità di seguire ciascuno la religione che voglia, affin­ché tutto ciò che è divino nella sua sede celeste possa essere pla­cato e benigno verso di noi e tutti coloro che sono sotto il nostro potere. Abbiamo dunque ritenuto di dover prendere questa deci­sione con salutare e retta intenzione, che a nessuno si debba ne­gare questa possibilità, sia che uno abbia dato il suo animo alla religione dei cristiani sia a quella che egli ritiene per sé la più adatta, affinché la divinità somma, alla quale noi liberamente prestiamo ossequio, possa concederci in ogni cosa il favore e la benevolenza consueti » (2).

L’Impero, quindi, consacrato alla Somma Divinità comune a tutti gli uomini, come del resto è logico e naturale per una Autorità che è o può essere chiamata a reggere popoli di religione di­versa, deve essere, per principio, in certa misura, superconfessio­nale e tollerante, e non farsi coinvolgere in dispute o lotte reli­giose, per non venir meno al dovere supremo di garantire Pace e Giustizia ai popoli governati. Tale carattere dell’Impero si comu­nica altresì a qualsiasi Monarchia che intenda assicurarsi un fondamento tradizionale, e pertanto l’intolleranza religiosa è sem­pre sintomo sicuro dell’offuscamento del carattere tradizionale del Potere esercitato, e del suo assoggettamento a questa o quel­la particolare confessione religiosa.

Quanto sopra è stato lucidamente intuito da un autore tradizionale non privo di profondità, Frithjof Schuon, il quale, trattando della relazione tra Impero e Papato, così scrisse: « L’imperatore incarna, di fronte al papa, il potere temporale, ma vi è di più: rappresenta anche, per il fatto della sua origine precristiana e quindi celeste, un aspetto di universalità, mentre il papa si identifica per la sua funzione alla sola religione cristiana. I musulmani di Spagna furono perseguitati soltanto a partire dal momento in cui il clero era divenuto troppo potente in rapporto al potere temporale. Questo, che deriva dall’imperatore, rappresenta in questo caso l’universalità o il “realismo”, e pertanto la “tolleranza”; dunque, per forza di cose, un certo elemento di saggezza » (3).

Noi aggiungiamo che quel “certo elemento di saggezza” risiede appunto nella natura superconfessionale e quindi metafisica dell’Impero, carattere che consente, in Occidente, di individuarne i presupposti sacrali risalendo ad epoca precedente l’avvento del Cristianesimo, senza per questo porlo in antitesi con quest’ultimo, appartenendo metafisica e religione a due piani diversi.
Il riferimento di Schuon alla persecuzione dei musulmani di Spagna ci offre lo spunto per sottolineare che una retta concezione della Monarchia tradizionale (usiamo il termine Monarchia nel significato dantesco) comporta la sua astensione dall’interferire nelle dispute possibili fra le tre Religioni di ceppo mono­teista l’Ebraismo,: il Cristianesimo e l’Islam, cosi come, per quanto riguarda l’Europa in particolare, nelle divergenze e separazioni sorte all’interno dello stesso Cristianesimo. Si tratta di problemi tutt’affatto particolari e di difficile impostazione e risoluzione, di competenza delle singole autorità religiose, e la Monarchia tradizionale, prendendo partito per l’uno o l’altro dei contendenti, non farebbe altro che venir meno al suo carattere metafisico ed universale ed all’obbligo di assicurare a tutti la pace e la giustizia. Le guerre di religione che in passato insanguinarono l’Europa sono un esempio storico più che eloquente del terribile scotto che occorre pagare ogni qualvolta ci si allontani dai saldi principii della Tradizione. Basti dunque alla Monarchia tradizio­nale garantire il libero svolgersi, della vita religiosa dei popoli ed impedire che qualsiasi gruppo religioso possa prevaricare sugli altri.

Ma anche quando il Monarca si trovasse a regnare su di un popolo appartenente del. tutto o nella maggior parte ad un’unica confessione religiosa (ad es. il Cattolicesimo), egli dovrebbe, anche in tal caso, conservare un certo margine di superconfessionalità per potersi dire veramente tradizionale. Soccorre, a tal fine, la dottrina ghibellina per eccellenza, secondo la quale il Po­tere discende al Monarca direttamente da Dio e non per il trami­te dell’autorità religiosa (il Papato, nel caso del Cattolicesimo), secondo quanto dimostrato, una volta per tutte, da Dante Ali­ghieri, nel libro terzo del SUO trattato sulla Monarchia. In tal modo anche una Monarchia cattolica può mantenere, derivando direttamente la sua autorità da Dio e non dal Papato, un certo grado di superconfessionalità, in quanto, secondo una acuta espressione di Frithjof Schuon, “il Cristianesimo è divino, ma Dio non è cristiano” (4), o meglio, riteniamo noi, non è cristiano più di quanto sia induista, mussulmano, ecc.

Vero è, tuttavia, che i guelfi, facendo leva sulla dottrina, peraltro giusta (Giovanni, I, 1), che identifica il Verbo divino con il Cristo, pretenderebbero, per questa via, di estendere la giurisdizione spirituale del Cattolicesimo, e quindi del Papato, non solo alle Tradizioni extra-cristiane, bensì anche a quelle pre-cristiane! Essi però ignorano, o fingono di ignorare, che anche in altre Tradizioni viene rivendicata l’essenza superstorica, trascendente ed universale dei rispettivi fondatori. In tal modo, ad es., nell’Islam si sostiene che Maometto “era” prima ancora che Adamo fosse: « Egli (Mohamed) era Profeta (Verbo) quando Adamo era ancora tra l’acqua ed il fango » (5), mentre nel Buddhismo si af­ferma addirittura la trascendenza metafisica del Buddha nei con­fronti dello stesso Essere supremo (6). Donde l’incapacità dei guelfi ad attingere un punto di vista veramente metafisico ed uni­versale e la loro condanna a permanere in uno stato di perenne conflittualità, più o meno latente, con le altre Tradizioni, conflit­tualità in cui hanno sempre cercato di coinvolgere i Monarchi.

Soltanto al Ghibellinismo, al contrario, in virtù della sua natura superconfessionale, connessa alla metafisica classica del­l’Imperium, compete di operare la sintesi suprema, che salda organicamente le varie Tradizioni intorno alla Trascendenza del­l’Uno e permette di instaurare giusti rapporti tra le stesse.

Posto dunque il carattere metafisico, esoterico e superconfessionale della Tradizione ghibellina, occorre considerare breve­mente anche la posizione che essa assume nei confronti della Romanità, posizione che vale a distinguerla nel modo più netto e radicale dai vari tradizionalismi di stampo guelfo.

La posizione del ghibellinismo sulla decisiva questione si può riassumere nel modo che segue: la Romanità classica imperiale, che operò la sintesi della sacralità del mos maiorum italico con la sapienza ellenica, non si è affatto estinta con l’avvento del Cristianesimo, ma ha continuato a sussistere, ancorché in modo vir­tuale e non appariscente, conservando integri tutti i suoi diritti, le sue prerogative e le sue potestà. Questa verità, che è oggetto di dimostrazione storico-tradizionale nel contesto di studi avviati in altra sede, (7) è particolarmente riconoscibile nel magistero sa­piente di Dante Alighieri, il quale riannoda esplicitamente e di­chiaratamente il suo insegnamento sapienziale, sub specie inte­rioritatis ac veritatis, in termini di assoluta certezza esoterica, a quello di Virgilio, il grande Vate iniziato della Romanità augustea.

Lungo gli anelli dell’aurea catena Homeri si è perpetuata la Tradizione classica romana, secondo modalità sacrali che sfuggono necessariamente a quanti sono soltanto infarinati della fa­cile dottrinella pseudoiniziatica relativa alle trasmissioni carta­cee “regolari”, con tanto di timbri, bolli e certificati notarili e magari con l’accompagnamento di qualche suggestiva sceneggia­ta. Certamente costoro non possono nemmeno immaginare che la Fiamma, per propagarsi, non ha alcun bisogno della carta bol­lata. Valga per essi, dunque, il vecchio detto latino: “Sutor, ne supra crepidam!”,

Non intendiamo tuttavia insistere su di un tema tanto arduo e delicato. Diremo quindi, più semplicemente e pianamente, che grazie all’opera paziente ed indefessa di molti seguaci della Tradizione classica, il patrimonio conoscitivo di essa è giunto sino a noi, malgrado le menomazioni subite a causa di eventi storici catastrofici e dell’ostilità degli uomini, in condizioni di sufficiente completezza, tali da poterne ricavare la dottrina e la prassi dell’Imperium. Il seme si è conservato integro, e da esso può sem­pre germogliare un grande albero.

Tale dottrina impone, per motivi di geografia sacra ben conosciuti nell’Antichità e ripresi da Dante nel Medioevo, che sede del Monarca sia Roma e che egli estenda la sua potestà almeno al­l’Italia intera, senza dividere il suo potere con alcuno e tanto meno con il Papato.

Su tale punto occorre essere chiari, perché costituisce un elemento qualificante della dottrina tradizionale ghibellina: il legit­timo dominio sull’Urbe e sulla Saturnia Tellus spetta soltanto ad un Monarca romuleo, che si riconnetta cioé, nei modi che i tem­pi suggeriscono, al mos majorum italico, nel senso di porsi come continuatore cosciente di una Tradizione che affonda le sue radici nell’Italia arcaica, e di rappresentarla, pertanto, conforme allo spirito dei tempi, senza anacronistiche scenografie ma anche sen­za abdicazioni e rinunzie all’essenziale.

Questo non significa affatto neopaganesimo, sibbene soltanto rifiuto di qualsiasi abdicazione nei confronti della Tradizione classica e, a maggior ragione, rifiuto di considerarla estinta, così come invero la considerano estinta (con o senza imbalsamazione, a seconda dei casi) i vari tradizionalismi guelfi.

Il disconoscimento del perpetuarsi di una vitalità autonoma della Tradizione classica, infatti, è l’elemento di fondo che accomuna tutti i tradizionalismi guelfi, si tratti del guelfismo ispano-partenopeo di Francisco Elias de Tejada, o dello pseudo ghibelli­smo austriacante di Attilio Mordini, oppure del contro-rivoluziona­rismo limitato ed a senso unico di Plinio Correa de Oliveira. Di questi autori, peraltro, e di altri ancora, ci occuperemo specifica­mente nel prosieguo di questo articolo.

Ciò che invece vale subito sottolineare, è che il ghibellinismo non è in alcun modo ostile al Cristianesimo, già considerato religio licita dell’Impero, come si è visto, nel c.d. editto di Milano. Per il ghibellinismo, quindi, la religione di Cristo è degna oltre che, come è logico, di venerazione da parte dei credenti, anche del massimo rispetto da parte di coloro che credenti non sono.

Questo valga a distinguere il ghibellinismo da quelle forme attuali di neopaganesimo, che meglio potrebbe definirsi neobarbarismo, promotrici di dispute religiose che sono agli antipodi del­lo spirito di serena e profonda comprensione che fu la preroga­tiva della più alta Classicità.

Diremo di più: un Cattolicesimo inteso in senso dantesco, che non tronchi, cioé, il legame vivente con la Tradizione classica, traendo anzi da esso, senza timori, tutte le necessarie conseguenze, costituisce il modo naturale di svolgimento del ghibellinismo, dal Medioevo in poi, ed ha trovato, in epoca moderna, il suo più acuto interprete in Luigi Valli. Questo non impedisce, naturalmente, in virtù dei principii della superconfessionalità e della tolleranza, che si possa essere altrettanto ghibellini, facendo per­no, anziché su Dante, sul suo maestro, Virgilio, con tutte le im­plicazioni che tale scelta comporta, pur nel riconoscimento della assoluta tradizionalità del pensiero di Dante per l’epoca medioevale e successiva.

Riconosciuta pertanto la perfetta compatibilità del ghibellinismo con un cattolicesimo dantescamente inteso (8) (così come del resto, ad es., con l’islamismo), occorre sottolineare, a scanso di equivoci, che il ghibellinismo non transige nel condannare co­me antitradizionale il tramontato potere temporale dei Papi ed in genere ogni forma di assetto politico che in esso abbia trovato il proprio centro di gravità e la sua ragion d’essere.

Così, i ghibellini, a differenza dei guelfi, non attribuiscono alcuna patente di tradizionalità all’Italia dei sette Stati preunitari, vero relitto storico di un’antica sovversione guelfa.

Nel valutare storicamente ciò che rappresentò il tramontato potere temporale dei Papi, i ghibellini non possono sottrarsi ad alcune considerazioni gravi ed amare. Se infatti è del tutto iniquo, come fanno i “neopagani”, attribuire alla Figura redentrice ed avatarica del Cristo i caratteri e le colpe di quel mondo extra­europeo in cui ebbe ad incarnarsi, diverso è il giudizio che deve darsi quando una Tradizione esotica, accolta in Occidente, a Ro­ma, per il suo alto messaggio spirituale, si trasformò, come av­venne in passato, in strumento di tenace dominio temporale. Al­lora i ghibellini non possono tacere che il Papato affermò un po­tere temporale che pretendeva di giustificarsi in una tradizione venuta a Roma dalla Palestina. Ma la Palestina appartiene alla stessa area geografica e culturale in cui fiorì Tiro, la città che fu madre di Cartagine, la mortale nemica di Roma.

Narra Polibio (XXXVIII 21, 1) che Scipione Emiliano pianse sulle rovine di Cartagine, oppresso dal presentimento che un giorno anche la sua patria, Roma, avrebbe subito lo stesso destino. Il presentimento di Scipione si rivelò veritiero. Che altro avrebbe potuto egli fare, se non piangere, se avesse saputo che, per lunghissimi secoli, Roma ed il Lazio sarebbero caduti nel dominio politico di una Teocrazia per la quale il “popolo eletto” era quello dell’Antico Testamento, e non il Populus Romanus ?

Gherardo Donoratico (1-continua)

 

 

(1) Simmaco, Relat., 3,10, ín: I Saturnali di Macrobio Teodosio, a cu­ra di Nino Marinone, UTET, Torino 1977, pp. 13 e 14.

(2) in: Claude Lepelley, L’impero romano e il cristianesimo, Mursia, 1970, pp. 105 e 1%. (I corsivi sono nostri).

(3) Frithjof Schuon, L’uomo e la certezza, Boria, Torino 1967, p. 168.

(4) Frithjof Schuon, Dell’unità trascendente delle religioni, Laterza, Bari 1949, p. 41.

(5) Ibid., 151

(6) cfr: Julius Evola, La dottrina del risveglio – Saggio sull’ascesi buddhista, Laterza, Bari 1943, pp. 117-120. Sarebbe divertente, conside­rato che i Guelfi ascrivono alla massoneria tutto ciò che esula dagli oriz­zonti del loro dogmatismo confessionale, sapere come considerano la fi­gura del Buddha. Forse come un “33” di una Loggia di Rito Artico?

(7) cfr. di Renato. Del. Ponte: Sulla continuità della Tradizione sacra­le romana, in ARTHOS, nr. 21, gennaio-giugno 1980.

(8) Il ghibellinismo è invece incompatibile con un cattolicesimo rigi­damente e formalmente ancorato alla lettera del dogma. In tal senso ha avuto quindi perfettamente ragione Ezzelino, sul nr. zero di questa ri­vista (p. 27) a parlare di “cattolici ghibellini” come di una contraddizione in termini. Dal canto nostro, aggiungiamo, il cattolicesimo dantesco com­patibile con il ghibellinismo, cui ci riferiamo, più ancora che quello del trattato sulla Monarchia, è la dottrina nascosta “sotto il velame de li ver­si strani” investigata da Luigi Valli nel magistrale saggio Il segreto della Croce e dell’Aquila nella Divina Commedia, Bologna, 1922.

 

VISUALIZZA IL DOCUMENTO ORIGINALE

Pubblichiamo col consenso dell’autore e con l’aiuto dell’amico Massimo Chiapparini Sacchini le quattro parti del presente saggio uscito per la storica rivista Il Ghibellino (1979 – 1983).

Questa prima parte era compresa nel NUMERO 1 (luglio 1980 e.v.)

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Categorie: Tradizione

Pubblicato da Ereticamente il 18 ottobre 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Janus

    La Tradizione occidentale appartiene al ghibellinismo?!? Mai letta una definizione più ridicola data alla Tradizione, e vien da ridere se non ci fosse da piangere… L’autore, come spesso accade per tutti coloro che hanno fatto indigestione di dualismo evolomaniano e teorie pseudo-iniziatiche, è uno di coloro che crede che ci sia come una lotta fra un principio “Ghibellino” che si riferisce ad un dominio tradizionale della casta guerriera, ed un principio “Guelfo” facente riferimento al dominio della casta sacerdotale tanto odiata dai “titanici” presunti ghibellini,due definizioni che in realtà riguardano solamente aspetti mondani e politici di lotta duale non fra principi, che mai possono essere opposti se non nella visione profana, ma solo nella materialità di eventi contingenti di un determinato periodo che nulla hanno a che fare ne con la visione tradizionale ne con la Metafisica… Mettiamo subito in chiaro che la Tradizione non è di proprietà di nessuno ne di alcunchè altrimenti che del Creatore, essa è il deposito archetipale, rituale e sacro dell’Unita, è la Tradizione Primordiale, che poi secondo gli adattamenti necessari al tempo ed al luogo si manifesta in modi diversi e tutti legittimi, almeno nella loro completezza e comprensione ortodossa… Bene questo deposito chiamato Tradizione viene appunto trasmesso, in quanto la parola Tradizione non significa altro che questo e deriva dal verbo tradere (affidare,consegnare,impartire un insegnamento), e questo avviene secondo una “catena” iniziatica che non può essere interrotta, pena la dispersione ortodossa,iniziatica della relativa tradizione stessa(come è avvenuto per quanto riguarda la Tradizione romana e che sembrano in molti a non capire credendo che si possano resuscitare i morti…) Ora la domanda è, di chi è il compito di trasmettere la Tradizione? Il compito spetta alla casta sacerdotale, che nella gerarchia sociale si trova al primo gradino(in India i brahmani sono superiori per dignità sociale agli kshatriya come nella roma antica il rex era prima di tutto pontifex maximus) avendo il compito più importante per l’esistenza di una civiltà tradizionale,ed è essa che poi determina la legittimità o meno di un POTERE TEMPORALE rappresentato dalla casta guerriera, che non può essere che sottoposto alla legittima AUTORITA SPIRITUALE,come sempre è stato e sempre sarà in ogni ordine tradizionale che si rispetti…
    Ora è chiaro che se il Potere temporale si rivolta a tale stato di cose, avviene un rovesciamento, una sovversione che in gergo viene chiamata “luciferismo” o “titanismo”, che non è altro che la pretesa della casta guerriera di rendersi indipendente dalla casta sacerdotale, anzi di esserle in qualche modo superiore perchè legittimata a suo modo di vedere direttamente dal Cielo,cosa ovviamente assurda in quanto il deposito della conoscenza tradizionale non può che essere trasmesso e conservato in modo integro e completo solo da chi di dovere e cioè dall’Autorità Spirituale,che solo essa è designata dal Cielo a questo compito in virtù dell’iniziazione ad essa corrispondente…Questa assurda pretesa è la stessa che nell’articolo viene invocata come Tradizione vera, mentre il resto non sarebbe altro che tradizionalismo, ovviamente nella visione soggettiva dell’autore, che palesemente confonde il proprio tradizionalismo spurio e sincretista con la Tradizione vera ed universale che pretenderebbe di rappresentare senza evidentemente essere ricollegato ad alcuna Tradizione viva ed esistente,che non può di certo essere quella Romana o imperiale che lo ripetiamo, NON ESISTE IN ALCUN LUOGO ED IN NESSUNA FORMA E NON PUO ESSERE RESUSCITATA IN QUANTO IL SUO CORPO RITUALE; LA SUA ANIMA DOTTRINALE;ED IL SUO SPIRITO INIZIATICO SONO DISPERSI DA SECOLI… Ovviamente per dimostrare la propria tesi anti-tradizionale si tirano in ballo i soliti argomenti già a suo tempo smontati dal Guenon più e più volte: il ghibellinismo o presunto tale di Dante che assolutamente non corrisponde alla visione anti-papalina e para-massonica che ne hanno i vari neo-ghibellini di oggi,Federico II visto come campione di spirito ghibellino e la Roma antica vista come una specie di odierno mondo cosmopolita, globalizzato e multi-confessionale dove ognuno poteva esercitare il proprio credo senza disturbare in alcun modo la Traditio Romana, ebbene questa è esattamente l’immagine della Roma molle e devastata,malthusiana e effeminata contro cui lottava un Marco Catone e che ha avuto bisogno di una tradizione barbara, il cristianesimo, per essere reintegrata nello spirito tradizionale e conservare una tradizione vera fino a relativamente pochi anni fa… Quel poco che ancora rimaneva della vera Tradizione della Saturnia Tellus, è stata integrata all’interno della Religio Cristiana e perpetuata nei rituali e nei simboli delle corporazioni medievali e dei mestieri…
    La posizione dell’autore quindi si pone nella linea secondo cui “ai fini di una realizzazione iniziatica; nei riguardi della quale peraltro, a suo parere, un ricollegamento rituale non sarebbe affatto necessario, ed anzi il ritenerlo tale dipenderebbe soltanto da un punto di vista «burocratico»(il fatto di certificati o presunte carte a cui lì’autore si riferisce): peccato che, con la giustificazione di combattere la “burocrazia”, il nostro autore si metta così in aperta contraddizione contro i Maestri del Vêdânta , del Taoismo, dello Zen e dell’Esoterismo islamico; e del resto egli nega così anche un requisito fondamentale di vie assai meno elevate, dato che il ricollegamento rituale si ritrova pure come una condizione essenziale per l’efficacia dell’insegnamento trasmesso persino nelle forme di bassa magia!” Infine, in questo scritto dalle sospette influenze(per esempio appare chiarissima l’influenza di un Massimo Scaligero, seguace dell’anti-tradizione dell’antroposofia di Steiner), per concludere e non dilungarmi troppo,vale la pena di citare queste parole che furono un tempo rivolte al barone Evola (che ovviamente non cadeva nei grossolani errori che si manifestano in questo scritto o nelle idee degli evolomani suoi seguci) e che ora si adattano perfettamente come chiosa:” non pensiamo che sia il caso di soffermarci oltre sui diversi punti deboli e sulle diverse deviazioni esistenti nell’opera dell’autore, della quale non pretendiamo certamente di offrire un quadro completo, tanto più che il lettore intelligente a cui l’argomento interessasse non avrebbe troppa difficoltà a fare egli stesso un simile lavoro di analisi e di applicazione. Del resto, tutte le deviazioni e gli errori particolari, benché siano praticamente assai rilevanti, e benché riguardino anche la concezione stessa della Tradizione e della sua struttura, sono però rigorosamente secondari e subordinati al suaccennato difetto di comprensione e di adesione di fondo alla Verità metafisica che in tante forme si manifesta attraverso tutta l’opera di Evola, a dispetto di qualsiasi eventuale contraddittoria affermazione di principio tratta dalle dottrine tradizionali.Praticamente, anziché cercare di integrare se stesso nella Tradizione, Evola ha cercato, al contrario, di integrare la Tradizione nel proprio sistema di pensiero, trovando modo di alimentare così le proprie inclinazioni e quindi anche le proprie deviazioni individuali. Il fatto stesso che egli utilizzi elementi veramente tradizionali, inquadrati ed alterati in funzione della sua prospettiva, può provocare conseguenze particolarmente deleterie, neutralizzando sul nascere l’efficacia dell’aspirazione spirituale, specie in chi non sia insensibile al fascino di certe suggestioni, e portando a posizioni del tutto sterili, se non decisamente opposte a ciò che vi è di più fondamentale in ogni via tradizionale”. P.S. L’autore di questo articolo ad un certo punto arriva anche a denigrare il Cattolicesimo Ghibellino di un Attilio Mordini, questo è il “marchio” fondamentale che non solo delegittima questo scritto ma che fà capire la visione soggettiva e assolutamente anti-tradizionale dell’autore, in quanto non solo Mordini è stato un dignitosissimo rappresentate della Tradizione in ambito Cattolico, ma egli proprio attraverso i suoi scritti e la sua aderenza tradizionale ha espresso il vero senso del “ghibellinismo” che si situa in pieno nella “circoscrizione” e nell’ambito del cattolicesimo ROMANO e che nulla ha a che fare con un a certa corrente “romana-imperiale” dando a queste parole un significato assolutamente inesatto che squalifica il loro vero alto significato tradizionale, il presunto ghibellinismo espresso quindi dallo scritto è assolutamente inventato e fantasioso e molto pericoloso per coloro che vogliono avvicinarsi al mondo della Tradizione con una sincera sete di conoscenza ed aspirazione verso l’Assoluto…

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