La storia dei Siculi fin dalle loro origini – Recensione di Fabio Calabrese

La storia dei Siculi fin dalle loro origini – Recensione di Fabio Calabrese

 

In senso lato, questo libro si inserisce in un filone di ricerche alle quali io stesso mi sono abbondantemente dedicato, cioè la ricerca delle nostre origini al di fuori di quel che ci racconta una “scienza” antropologica e storica accademica e ufficiale di cui abbiamo tutti i motivi per sospettare la parzialità e l’inattendibilità, anche se in questo testo più che dell’origine degli europei o degli italiani, si parla dell’origine di un preciso segmento di essi, ossia i siciliani o almeno la loro componente antica più nota, i Siculi.

Come si evince anche dalla prefazione di Antonello Frattagli, Claudio D’Angelo è un ricercatore indipendente, un siciliano che per motivi professionali vive fuori dalla sua isola e ha conservato per essa una sviscerata passione.

L’autore presenta in questo libro un’interessante ipotesi sugli antichi Siculi, partendo dal presupposto che il loro effettivo ruolo storico sia stato minimizzato dagli storici greci e romani per motivi di campanilismo etnico.

I Siculi, ci dice Claudio D’Angelo, erano un popolo di stirpe indoeuropea, e fin qui non ci dice nulla che non sia tranquillamente ammesso anche dalla storiografia e dall’archeologia ortodosse. Quel che queste ultime però ignorano secondo l’autore, è l’ampiezza degli insediamenti, delle culture, delle popolazioni derivate cui i Siculi avrebbero dato origine prima di stabilirsi in Sicilia e restringersi a una dimensione regionale.

Il caso è in certo modo analogo a quello dei Veneti. Come si ricorderà noi troviamo tracce di antiche popolazioni “venete” in svariate parti d’Europa, in particolare, oltre che nel nord-est italiano, stando alle narrazioni degli autori classici e alle indicazioni fornite dalla toponomastica, nel nord di quella che è oggi la costa atlantica della Francia, e nell’Europa orientale. Recentemente il professor Vitord Hensel dell’Accademia delle Scienze polacca ha avanzato l’ipotesi che i Veneti debbano identificarsi con una delle più vaste culture materiali di epoca preistorica diffusa in gran parte dell’Europa centrale e nota agli archeologi come cultura dei campi di urne. Se ricordate, ve ne avevo parlato nella trentesima parte di Una Ahnenerbe casalinga. Ora, il caso dei Siculi sembra essere in qualche modo analogo.

Bisogna anche dire che una volta accertato o perlomeno accettato che gli antichi Siculi fossero un popolo di stirpe indoeuropea, ci troviamo con più domande che risposte, dal momento che l’origine degli stessi Indoeuropei è una questione ancora sub iudice.

Al riguardo, l’autore si pone in una posizione per così dire intermedia fra le ipotesi che sostengono l’origine degli indoeuropei nelle steppe eurasiatiche e quanti optano invece per una provenienza mediorientale, identificandone uno dei più antichi siti, quella che egli definisce una proto-città che sarebbe sorta attorno al 7000 avanti Cristo, a Mehgarh tra India e Pakistan. Un millennio più tardi una cultura estremamente simile, frutto di una migrazione, sarebbe sorta a Jeitun nell’attuale Turkmenistan. Questa migrazione non solo non avrebbe comportato l’abbandono del sito di Mehgarh, ma tra i due siti, nonostante la distanza, sarebbero rimasti contatti e scambi commerciali, infatti a partire da quell’epoca compaiono nella tombe di Mehgarh monili di turchesi provenienti dal territorio turkmeno.

La cultura di queste popolazioni sarebbe stata basata sull’agricoltura e la pastorizia e vi compare la produzione di oggetti di metallo, in particolare di rame; si sarebbe inoltre trattato di una cultura matriarcale, come fanno pensare i ritrovamenti di un gran numero di statuette femminili, e che praticava la sepoltura dei defunti in luogo dell’incinerazione maggiormente diffusa fra le popolazioni indiane.

Dalla zona di Jeitun (che si trova a nord del Caucaso, tra il Caspio e il Mar Nero), questa popolazione avrebbe facilmente raggiunto le sponde di quest’ultimo che allora sarebbe stato un lago di acqua dolce.

Questa, se ricordate, è una vicenda che non ci è sconosciuta. Varie volte mi è capitato di citare al riguardo il testo di Ian Wilson I pilastri di Atlantide. Quello che è oggi il Mar Nero sarebbe stato in origine un lago di acqua dolce di dimensioni nettamente più contenute. A quella che oggi è una profondità di ben 150 metri a dodici chilometri dall’attuale costa turca, sarebbe stata individuata l’antica linea di costa, nonché manufatti e resti di antichissime costruzioni.

Gli eventi di cui stiamo parlando si situano alla fine dell’età glaciale, e il ritiro dei ghiacciai avrebbe portato all’innalzamento progressivo delle acque dei mari. Attorno al 5600 avanti Cristo, il Mediterraneo avrebbe sormontato l’antica diga naturale che lo separava dalle acque dolci del lago, provocando una gigantesca inondazione. Il ricordo deformato di quest’evento è probabilmente all’origine sia della narrazione biblica del diluvio, sia del mito di Atlantide.

Le popolazioni che abitavano le rive del lago furono costrette a una precipitosa fuga, abbandonando quella che fin allora era stata una terra rigogliosa e fertile. D’Angelo ipotizza che dal nome che costoro davano alla regione, Adana, sarebbe derivato il nostro “eden”, l’idea stessa del paradiso perduto.

I superstiti della catastrofe pontica si irradiarono in tutte le direzioni; infatti gli archeologi ci dicono che attorno al 5500 avanti Cristo abbiamo il sorgere improvviso di tutta una serie di nuove culture, sia sulla sponda anatolica sia su quella europea del Mar Nero.

Quella che secondo l’autore è con ogni probabilità la cultura per noi più interessante fra di esse, quella da cui i superstiti dell’antico eden pontico si sarebbero irradiati per diventare gli antenati dei popoli indoeuropei, è quella nota agli archeologi come cultura di Cucuteni, estesa sul lato occidentale del Mar Nero in un’area che si estende dalla Bulgaria alla Romania, a parte dell’Ucraina attuali.

Per irradiamento da questa cultura proto-indoeuropea verso occidente, si sarebbero formate le culture dei Celti e dei Siculi. Questi ultimi erano molto lontani dall’essere insediati nella Sicilia attuale. D’Angelo riporta:

“In Transilvania orientale vive tutt’oggi un popolo denominato Siculi (Szekely in rumeno e Sicui in ungherese), esso è concentrato in un’area posta a confine tra l’Ungheria e la Romania chiamata “Terra dei Siculi” (…).

Anche un’antica mappa, redatta sul finire del XVII° secolo da Luigi Ferdinando Marsili (che tuttora si trova nella biblioteca Universitaria di Bologna) riporta, sulla riva sinistra del Danubio, vicino alla Valacchia, un’area indicata come “Siculia”.

Vi sono elementi archeologici che evidenzierebbero che non si tratterebbe di una semplice coincidenza di nomi; ad esempio un piatto appartenente alla cultura cucutena dove troviamo raffigurato il triscele o triskell, la triplice spirale che ancora oggi è il simbolo della Sicilia (nella forma a tre gambe come nella bandiera dell’isola di Man) e dei Celti. La bandiera degli Szekely raffigura un sole munito di volto affiancato a destra da un quarto di luna calante, cioè con le corna rivolte verso il sole stesso, a fare dei due astri quasi una figura unica. Lo stesso simbolo è ancora oggi diffusissimo ed estremamente popolare nella cultura siciliana.

Il percorso che doveva portare questi antichi Siculi fino alla Sicilia è lungo e intricato, ma occorre dire che, sempre seguendo l’ipotesi di Claudio D’Angelo, prima ancora che esso iniziasse, prima che i Celti, i Siculi e altri popoli indoeuropei si staccassero dalla cultura cucutena, essa subì un’importante trasformazione.

Attorno al quarto millennio avanti Cristo, le popolazioni altaiche dell’Eurasia avrebbero inventato la monta del cavallo, trasformandosi da pastori in temibili cavalieri, e le ricorrenti siccità li avrebbero spinti a invadere le rigogliose terre occidentali. La necessità di difendersi dalle scorrerie di queste genti nomadi delle steppe avrebbe indotto una profonda trasformazione nella società cucutena proto-indoeuropea, che si sarebbe trasformata da matriarcale in patriarcale, perché l’uomo nel ruolo di guerriero, di difensore della comunità, vi crebbe notevolmente d’importanza.

In questo periodo cambia la tipologia delle abitazioni che sono fortificate e costruite in luoghi elevati, e sono denominate dagli archeologi “piccole fortezze”.

E’ inoltre a quest’epoca e a questa cultura che risalgono le tavolette di Tartaria che sarebbero il più antico esempio di scrittura conosciuto al mondo.

La pressione di nuove popolazioni fra cui i Cimmeri, costrinse i proto-Siculi a spostarsi più a ovest nel periodo temporale che va dal 3000 al 2200 avanti Cristo, nell’area illirica fin sulle sponde dell’Adriatico, dove avrebbero dato luogo alla cultura Vucedol. In questo periodo, per difendersi dai nemici, essi avrebbero posto mano alla costruzione delle prime mura megalitiche a protezione dei loro insediamenti.

Secondo D’Angelo, Siculi e Illiri erano in realtà lo stesso popolo. Un gruppo di Siculi-Illiri erano anche i Liburni, abilissimi marinai e pirati della costa dalmata, che preclusero l’alto Adriatico ai Greci e diedero parecchio filo da torcere ai Romani quando questi cercarono di sottometterli. Quando i Romani dovettero affrontare sul mare Cartagine, copiarono il modello di nave dei Liburni, e “liburna” assunse il significato generico di nave.

Dalle coste orientali dell’Adriatico, i Siculi si sarebbero spinti nella nostra Penisola attorno al millesettecento avanti Cristo, dando luogo a quella che gli archeologi chiamano cultura appenninica, caratterizzata tra l’altro dall’usanza funebre detta “inumazione a grotticelle”; i defunti erano sepolti in posizione fetale in una camera funeraria scavata in modo da ricordare l’utero materno. Tipo di sepoltura che probabilmente esprime l’idea della rinascita e della ciclicità dell’esistenza.

Costoro avrebbero trovato ben scarsa resistenza in un’Italia ancora popolata da radi cacciatori-raccoglitori di stirpe mediterranea, e avrebbero assoggettato gran parte dell’Italia centrale e meridionale, non ancora però l’isola cui erano destinati a dare il nome. Qui si sarebbero mescolati con gli autoctoni di stirpe mediterranea e frammentati in varie popolazioni fra cui Sabini, Aurunci, Ausoni, Sanniti e molte altre.

Secondo l’autore, sempre ai Siculi si deve la costruzione di imponenti mura megalitiche di alcune città dell’Italia centro-meridionale, note come mura ciclopiche: Alatri, Arpino, Ferentino, Anagni, Atina, Parco di Roccamonfina, Amelia (dove la cinta muraria romana è sopraedificata a più antiche mura megalitiche), Roca Vecchia nel Salento, Sessa Aurunca.

Questa tipologia di fortificazioni ideata dai Siculi-Illiri nei Balcani, certamente dispendiosa, dovette essere presto abbandonata perché in Italia non c’erano popoli che potessero allora minacciare seriamente gli insediamenti siculi, e in età romana le relative tecniche costruttive erano state del tutto dimenticate.

Una ricerca dell’Università di Tolosa sugli antichi pollini ha dimostrato che verso il 1250 a. C. l’area mediterranea fu colpita da una gravissima siccità che ebbe l’effetto di sconvolgere gli equilibri della regione, perché molte popolazioni pressate dalla carestia si riversarono su quelle meno colpite aggredendole. E’ a quest’epoca che scompaiono il regno miceneo e l’impero ittita e l’Egitto si deve difendere dalle aggressioni dei “Popoli del mare”. Tra questi troviamo anche i Shekelesh, che l’autore identifica coi Siculi.

Tuttavia, questo non deve aver arrestato la decadenza del regno siculo. Scacciati dal Lazio nel XI secolo avanti Cristo, i Siculi si sarebbero dovuti rifugiare in Sicilia.

Riguardo all’origine degli Etruschi, D’Angelo condivide almeno in parte la tesi di Erodoto che sosteneva fossero originari dall’Asia Minore, tesi smentita dalle odierne ricerche sul DNA che non hanno riscontrato nessuna parentela tra il patrimonio genetico etrusco e quelli anatolici. La loro cultura sarebbe invece un’evoluzione di quella villanoviana, a sua volta derivata da quella delle Terramare della Valle Padana. I Latini sono variamente indicati come “prischi Latini” o anche “Aborigeni”, il che suggerisce che secondo il pensiero dell’autore sarebbero stati discendenti delle popolazioni mediterranee che abitavano la Penisola prima dell’arrivo dei Siculi.

Il termine “Siculi” deriverebbe da “sica”, falce (ma anche pugnale, da cui “sicario”), ma sempre nel senso di falce abbiamo “sickle” in inglese, gallese, armeno, georgiano. Essi sarebbero dunque stati “il popolo della falce”, usata in agricoltura, e che avrebbe diffuso la pratica agricola in Italia e nel bacino mediterraneo, ma che, immanicata su di una lunga asta, poteva diventare un’arma da guerra temibile. I Greci si riferiscono a loro anche come “Pelasgi”. Questo era anche il nome che costoro davano alle genti che avevano abitato la Penisola ellenica prima del loro arrivo, e a varie  popolazioni tra le quali non sembrano esservi stati rapporti. Il mistero si chiarisce considerando la radice di questa parola, che verrebbe da “pellig”, alto mare (analoga a “pelago” in italiano), avrebbe dunque in realtà il significato di “popoli al di là del mare” o più genericamente “stranieri”, “non greci”.

Non ci sono molte testimonianze sulla lingua dei Siculi a eccezione delle tracce lasciate nel siciliano odierno. D’Angelo ritiene che la lingua dei Siculi fosse strettamente affine al proto-indoeuropeo. Il sanscrito non è in assoluto la lingua indoeuropea più antica, ma è la più antica di cui abbiamo una testimonianza scritta. D’Angelo ritiene di individuare circa duecento termini siciliani che presenterebbero una forte somiglianza con il sanscrito, e sarebbero un residuo dell’antica lingua dei Siculi, fra questi “Trinacria”, il nome che i Siculi diedero all’isola, che sarebbe riconducibile a un etimo che in sanscrito significherebbe “bosco”, “giardino”, “terra verde”.

Questo libro dovrebbe procurare una grande soddisfazione ai lettori siciliani che possono sentirsi gli eredi di un grande popolo, ma questo è vero fino a un certo punto: Quando i Siculi arrivarono nell’isola, essa era già abitata da popolazioni di ceppo mediterraneo, Elimi e Sicani: D’Angelo precisa che i Siculi erano una popolazione di ceppo indoeuropeo affine ai Celti, di taglia longilinea, di pelle chiara e capelli biondi, e non sembrano aver lasciato nei Siciliani di oggi, dove prevalgono nettamente le caratteristiche mediterranee, un’impronta genetica molto forte, ma è anche vero che spesso si trovano fra i siciliani alta statura e colorito chiaro in una misura che ad esempio la presenza dei Normanni in età medioevale non sarebbe sufficiente a giustificare.

Un altro aspetto del libro che lascia perplessi, è che in alcuni punti appare una ricostruzione storica fantasiosa, ad esempio le liste dei re siculi, le genealogie ricostruite sulla base di eponimi come Italo, Siculo, Dardano e via dicendo, o sulla base di riferimenti spesso ambigui e contraddittori degli autori classici che scrivevano a secoli di distanza dagli eventi narrati.

Sull’altro piatto della bilancia, va però messo il fatto che questo libro, oltre a presentare un’ipotesi interessante su capitoli poco noti della nostra storia, ma mette non solo la Sicilia, ma anche l’Italia e l’Europa al centro della civiltà antica, anch’essa, come molte tematiche che io stesso ho sviluppato su queste pagine, in contrasto con la tendenza prevalente nella storiografia “ortodossa” a privilegiare il Medio Oriente.

 

Claudio D’Angelocopertina_La_storia_dei_Siculi_di_Claudio_D_Angelo-rid

La storia dei Siculi fin dalle loro origini

Edizioni Drepanum, Trapani 2013

€. 14,00

 

 

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Categorie: Libreria, Recensione

Pubblicato da Fabio Calabrese il 6 settembre 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Mimmo

    Scusami, se le corna della luna sono rivolte verso il sole la luna è crescente, infatti i marinai chiamano la luna bugiarda perché se forma la C che è l’iniziale di crescere non cresce ed è all’ultimo quarto, quando invece, come in questo caso, forma la D non decresce, anzi va a riempirsi poiché è al primo quarto.

  2. Jazeera1973

    Sono siciliana, mi occupo di preistoria e protostoria della mia isola da molti anni, i fatti sono chiari: la Sicilia di età preclassica ospitava una civiltà florida, tecnicamente avanzata, socialmente e culturalmente altrettanto, con una sua fisionomia peculiare e perfettamente definita già fin dal Neolitico, ma purtroppo del tutto (volutamente ?) ignorata dal mondo accademico e dai manuali scolastici.
    Purtroppo tuttavia il volume di Claudio D’Angelo mi ha lasciata assai delusa.
    O, perlomeno, se ne condivido la seconda parte (ossia la presenza dei Siculi nell’area balcanico-traco-pontica del III millennio e nella penisola italica del II), la prima parte davvero non ha né capo né coda. Mi dispiace dirlo ma è così.
    Rifererirsi ai tempi di Mergarh è davvero fuori luogo !
    Parlare di lingue e popoli indoeuropei nel VI millennio a.C. in quell’area, quando ethnos e lingua protoindoeuropea per ovvi motivi non possono essere retrodatati oltre il IV millennio a.C. (e il periodo di massima fioritura della civiltà Mergarh risale ad almeno due millenni prima) è davvero fiabesco, tantopiù che l’autore non fornisce alcuna prova che leghi i Siculi noti alla facies pakistana neolitica.
    Tantomeno riscontriamo legami con la cultura di Jeitun.
    E’ inappropriato pure identificare i Siculi con Cucuteni, cultura preindoeuropea che non ha nulla a che spartire con un popolo di allevatori-guerrieri indoeuropei, organizzati in società patrilineari a modello “chiefdom” quali erano i Siculi, che invece, molto verisimilmente sono proprio da individuare accanto ai “Cimmeri” che provocarono la caduta dell’antica società matrifocale danubiana.
    Di lì, probabilmente, i Siculi s’immisero nel traffico dei Popoli del Mare che li portò fino all’Egeo e in Italia e poi all’Egitto.
    Naturalmente non propenderei per identificare solo con essi i Pelasgi… termine che molto più verisimilmente indicava l’insieme dei Popoli del Mare.
    Insomma: le caratteristiche di matrifocalità e l’acquisizione dell’agricoltura i Siculi (il cui etnonimo temo non abbia a che fare con “sickle”) le assorbono dai Sicani e comunque dal sostrato indigeno paleomediterraneo che trovarono in Sicilia ben tardi, dopo la loro discesa nella mia isola, e non prima: i reperti archeologici parlano chiaro.
    Un libro con buone intenzioni quello di Claudio D’Angelo, ma che purtroppo perde di vista l’obiettivo probabilmente perché inseguendo i suoi, i nostri Siculi, segue un po’ il filo della sua immaginazione, specie nella prima parte, senza fermarsi ad analizzare bene il contesto e le testimonianze fisiche lasciate da questo popolo paragonandole alla complessa situazione storica che dal Neolitico si sviluppa nell’Età del Bronzo e poi nell’Età del Ferro.
    Un libro che consiglio di leggere solo se si è ben addentro alla materia e se il senso critico è spiccato.

  3. Ernesto Roli

    Condivido in pieno quanto affermato da Jazeera 1973. La sua critica è altamente professionale, basata su dati scientifici, storici, archeologici e linguistici. Complimenti.
    Ernesto

  4. Jazeera1973

    Grazie Ernesto.
    Mi occupo di preistoria e protostoria della Sicilia da oltre 15 anni, le mie ricerche si svolgono in ambito multidisciplinare – archeologia, antropologia, mitologie comparate, linguistica, storia delle religioni, genetica… l’unico modo per avere delle certezze nei confronti di epoche delle quali non esistono testimonianze scritte (o sono poche e ambigue), senza fraintendimenti.
    Grazie ancora per il bellissimo complimento.

  5. Ernesto

    Carissima Jazeera 1973

    il mio è stato un doveroso riconoscimento per la sua competenza nella materia in questione, che le rinnovo.
    Colgo comunque l’occasione per riparare ad un mancanza da me commessa nel mio precedente scritto. Voglio ringraziare non solo lei per le le sue precisazioni, ma anche Fabio Calabrese che con la sua magistrale recensione ci ha permesso di conoscere l’opera e il pensiero di Claudio D’Angelo, autore dello studio sulla Storia del popolo dei Siculi. Studio che per quanto discutibile rappresenta un poderoso impegno per l’autore.
    Di nuovo un grazie a tutti.
    Ernesto

  6. Claudio Fogazza

    il DNA dei Siculi è quello dei Liguri popolo della foce del Guadalquivir detti uomini del mare dell’antica Atlantide (sa< Siviglia a Lisbona) DNA presente in tutta l'europa occidentale (francia, Toscana, Sardegna, Calabria, Sicilia, Malta , Magreb, Ittiti, fenici)
    l'Impero di Atlantide finì con l'innalzamento dei mari dopo l'ultima era glaciale, le loro città sono a 100 metri sotto il livello del mare
    http://tanogabo.com/appunti-su-atlantide/

  7. antonio

    nn da esperto ma da dilettante curioso…mi son fatto l idea.che i sicani e i siculi fossero lo stesso popolo…in due momenti diversi della loro evoluzione. I siculi che scesero in Sicilia.intorno al 1000 a.c.trovarono la loro stessa stirpe arrivata precedentemente.l iscrizione di centuripe ci da 1 lingua sicula gia’ vicina al latino arcaico.

  8. Claudio

    Jazeera 1973 – Ciao carissima amica, accetto di buon grado le tue critiche propositive e costruttive, che però penso andrebbero discusse prima di emettere sentenze.
    E’ molto professionale la tua analisi, lo penso sinceramente, ma non tiene conto dei riferimenti che mi portano ad indicare il territorio di Mehrgarh come originario territorio della civiltà dalla quale successivamente nacquero i Siculi.
    Quello che mi porta a credere in questa ipotesi, sono le varie espressioni culturali che ritroviamo nei Siculi, nonché la lingua, che oggi sappiamo essere stata il Sanscrito arcaico, e che il territorio dove si manifestò questa lingua è proprio Mehrgarh.
    Per quanto riguarda i matriarcali Cucuteni/Tripyllia, proprio grazie a ricercatori come Marija Gimbutas sappiamo che proprio in quel territorio, verosimilmente aggrediti dai popoli guerrieri a cavallo dell’Altai, modificarono il loro status, da popoli pacifici matriarcali a popoli guerrieri patriarcali, visibile nel cambiamento delle figurine in terracotta dove emerge il fallo, tipica espressione patriarcale.
    Sui Cimmeri non penso che ci sia tanto da parlare, comparvero in quel territorio non prima dell’età del ferro, quasi 3000 anni dopo.
    Sarei lieto di scambiare le mie prospettive con te… mi trovi su fb

  9. Antonio, è affascinante ma impossibile che si tratta dello sress9 popolo perchè esprimevano due diverse espressioni culturali… i Sicani erano matriarcali, pacifici, commercianti e abilissimi navigatori, i Siculi erano imbattibili guerrieri patriarcali a cavallo.

  10. Jazeera1973

    Claudio, sai bene che non emetto sentenze a vanvera, tutte le mie critiche sono più che meditate e provengono da anni di studio nel settore ma, per quanto tu dichiari di desiderare il dialogo, invece lo fuggi a gambe levate non appena t’arriva un’affermazione che non ti piace, tant’è che prima mi hai rimossa e poi bloccata su Facebook (alla faccia delle carinerie ! Cos’è ? Temi che le mie critiche ti facciano vendere qualche copia in meno del tuo libro ?).
    Comunque sia, ti ho già ribadito come e perché l’impostazione della prima parte del volume… è completamente campata in aria.

    Non puoi assolutamente stabilire un rapporto tra due popoli, lontanissimi nello spazio e nel tempo, solo perché hanno un centinaio di parole in comune ! Le parole viaggiano, si sa, e l’italiano ormai contempla migliaia di termini inglesi.
    Ci vogliono ben altre corrispondenze per trovare il famoso punto d’aggancio. C’est… la scienza, baby !

    Veniamo alla tua storia.
    Mehrgahr fiorisce ai margini della valle dell’Indo intorno al VII-VI millennio a.C.: data questa cronologia, come diamine puoi dichiarare che in quel luogo, a quel tempo, si parlasse una lingua indoeuropea, e per giunta nota – ossia il Sanscrito ?!?
    Nel VII millennio a.C. il protoindoeuropeo indistinto probabilmente neanche esisteva nel mondo, o tutt’al più era la lingua di una piccola comunità di pastori insediati nelle steppe pontiche… a miglia e miglia di distanza dalla valle dell’Indo !!

    La lingua di Mehrgarh non la conosce nessuno e nessuno la conoscerà, giacché non è scritta. Forse era di tipo dravidico, come l’attuale Tamil… ma tutto tranne che indoeuropea !
    Il tuo Sanscrito, se proprio vogliamo fare i generosi, non può oltrepassare la soglia del III millennio (e ci sono già 2000 anni di differenza) da quando appare come lingua parlata e poi scritta. Inoltre del Sanscrito conosciamo la provenienza che sono, nuovamente, le steppe eurasiatiche, patria delle lingue indoeuropee, e quindi la valle dell’Indo è tutt’un’altra storia…

    Già che il dato linguistico non è mai sufficiente, se passiamo al dato culturale – i Siculi, pastori e allevatori molto più che agricoltori (divennero contadini proprio quando si stabilirono in Sicilia !) non hanno nulla in comune con la gente pre-vedica della valle dell’Indo, né con le culture neolitiche danubiane del tipo Cucuteni.
    L’unica relazione possibile che mi sovviene tra Siculi e Cucuteni è proprio l’eventualità che i Siculi appartenessero al gruppo di tribù indoeuropee che distrussero questa civiltà neolitica, causando una trasformazione dell’economia locale in senso nomadico o seminomadico e comunque pastorale, com’è attestato dalla stratigrafia dell’area.

    Ho letto il tuo libro e, se trovo proponibile la seconda parte (quella che discute la presenza sicula nella penisola italica ok) la prima parte è, onestamente, da cancellare e rifare daccapo.

    Non venire a dirmi poi che Mehrgarh è “come i Siculi” perché i defunti venivano inumati in tombe a fossa ! Tombe a fossa come quelle si trovano in mezzo mondo, e comunque si associano a popoli agricoltori non indoeuropei, che deponevano i morti in posizione fetale – abitudine che i Siculi acquisirono solo in Sicilia dai Sicani – mentre nella penisola italica essi cremavano, da bravi indoeuropei, o al massimo inumavano i trapassati supini, sempre da bravi indoeuropei.

    Insomma: un libro così impegnativo non si scrive alla leggera. Bisogna conoscere il metodo scientifico, e analizzare tutte le informazioni che scopriamo.
    Altrimenti prendiamo certe cantonate…

  11. Chi scrive e pubblica, merita sempre adeguata attenzione . Ho avuto modo di scorrere alcune pagine del suo testo rese fruibili da un sito trapanese. Fermo restando che si può trarre ispirazione per un’opera in prosa, quando ci si cimenta ad evocare fatti storici e popoli, religioni, culture e così via, se si volesse dare un valido contributo ai lettori ed essere anche credibile, occorrerebe dotare il testo di una bibliografia minima, Attrezzo che nel caso attuale è assente. E’ ovvio che in mancanza di fonti, l’autore fa esclusivamente ricorso alla fantasia. Pertanto considero l’opera come un libero racconto piuttosto che un serbatoio di storia. Quindi è banale

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