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Intorno all’Onore… – Mario Michele Merlino

Intorno all’Onore… – Mario Michele Merlino

In più riprese mi sono definito anarco-fascista, precisando d’essere libertario nei diritti, fascista nei valori. E di ciò mi faccio vanto. L’ho dichiarato anche di recente, parlando a Ritorno a Camelot, davanti a un pubblico attento e partecipe di skins. Forse, però, si necessita di qualche rilettura ridefinizione aggiustamento. Robert Brasillach o Céline o l’Evola degli ‘anarchici di destra’, come lo erano i miei amici Mario Castellacci e Antonio Serventi detto il Cobra (figura di vagabondo di nobile di alcolizzato e di poeta), potevano dirsi tali senza timore di ingenerare ed equivoci e forzature e confusioni o di apparire esibizionisti. Io, al contrario, carnefice e vittima di questa tastiera mi trovo a condividere profili e blog indecenti e servili dove la volgarità di simboli, che dovrebbero esserci cari, la fa da padrona con linguaggi che lo stesso Pasolini in Ragazzi di vita avrebbe rifiutato. E ciò che più amareggia è che hanno successo come l’imbecille che si nascondeva in ciascuno di noi, secondo Ennio Flaiano…

Verso le otto di sera, in via Gatteschi, zona Nomentano, una Giulia verde attende. E’ il 17 gennaio 1967. In auto quattro rapinatori. Il loro obiettivo sono i fratelli Silvano e Gabriele Menegazzo, di anni 23 e 19, rappresentanti di gioielli che stanno rientrando a casa con le borse contenenti il campionario. Reagiscono. Sono giovani impulsivi forse tentano di estrarre una pistola. Dall’auto scende uno dei rapinatori spara e li ammazza entrambi. Dalla finestra i genitori dei due giovani assistono impotenti urlando la loro disperazione. ‘Assassini! Assassini!’. Vengono individuati dagli occhiali rotti sull’asfalto durante la breve colluttazione e saranno stanati dopo un conflitto a fuoco con i carabinieri, all’interno di un casale a Monte Mario. Ferito Leonardo Cimino, detto lo Smilzo, accusato d’essere stato l’autore materiale del duplice omicidio. Morirà in carcere dopo mesi di agonia.

Fin qui la cronaca scarna di un delitto che scosse l’opinione pubblica, incredula. La stessa polizia, nei primi giorni successivi, attribuì la responsabilità a banditi venuti da fuori, si disse di gangs milanesi. Il livello di ferocia della malavita romana fece un balzo in avanti, alla vigilia del ’68 e degli anni del terrorismo, stragi e P38, banda della Magliana inclusa… Un intreccio perverso tra criminalità comune ed esordi di brigatismo rosso e nero. Tra le sbarre e i chiavistelli di Regina Coeli si cominciò a respirare aria e parole e vagheggiamenti di una trama romanzesca scritta a quattro mani, con l’eco di rimandi ideologici e tutti gli ingredienti del noir d’autore.

Ho conosciuto in quei mesi, era l’ultimo anno e mezzo di detenzione trascorso nel reparto di chirurgia – privilegiato –, il detenuto infermiere che s’era preso cura di Leonardo Cimino. Mi confidava come, più volte, l’avesse sollecitato a dire che non era stato lui a premere il grilletto, ma, al contrario, un altro della banda (il tempo ha bruciato parte dei ricordi e ha reso incerta la memoria), che poi era scappato in Grecia portandosi l’intera refurtiva.

‘No. Devo lasciare un nome onorato ai miei figli’, la risposta.

Al di sopra del concetto di giustizia, privo del bene e del male, senza farne lode né trarne pretese giustificatorie o demoniache sentenze inquisitorie. Soltanto un ricordo, un tornare su episodi immagini frammenti, forse marginali, perché ognuno di noi si porta dentro tanta storia. E quel senso ostinato orgoglioso dell’Onore (e lo scrivo in maiuscolo pur se appartiene ad un mondo di riferimenti non miei). Domanda: se l’Onore è un valore – e i valori si esprimono nel loro essere così e non altrimenti con i medesimi caratteri delle idee platoniche e cioè essere veri e giusti e belli – può darsi un tipo o un genere più o meno positivo o un altro disdicevole? Se Leonardo Cimino, dopo l’8 di settembre, avesse indossato l’uniforme della Decima MAS sarebbe stato un secondo Attilio Bonvicini?

Di Attilio Bonvicini racconta Piero Operti in Pagine aperte. Da uomo prossimo alla resistenza, di stampo liberale e monarchico, ebbe occasione di conoscere questo giovane ufficiale del btg. Lupo nell’ospedale di Torino. E i giovanissimi marò che l’andavano a trovare, impazienti di recarsi al fronte e battersi contro gli anglo-americani ‘per riscattare colpe che furono commesse. Così vuole la Storia, e la parola redenzione non ha altro significato’ (parole di Attilio). Ed ancora: ‘… onore è sottrarre la propria condotta alla gravitazione dei fatti. Come la fede religiosa, è una realtà solo per chi lo sente: noi lo sentiamo e ad esso abbiamo consacrato la nostra vita’.

Un medesimo letto di ospedale, in attesa della fine ormai imminente, un sentire che si fa proprio, libero dalle suggestioni del mondo dai suoi richiami dai coinvolgimenti emotivi. Non fraintendetemi: conosco bene la differenza, le diversità, che sussistono tra la scelta di Attilio, già grande invalido sul fronte d’Albania e, dunque, legittimato a restarsene a casa, e Leonardo che avrebbe potuto – dovuto – darsi ad altra vita ad un lavoro agli affetti tranquilli della famiglia. Ma, nel mondo sconosciuto e profondo dell’animo, chi può separare dare valore o meno a quel sentimento che s’è eretto a giudice unico e severo della propria condotta? L’Onore – e insisto a scriverlo con la maiuscola… per entrambi.

E, poi, senza scomodare i noiosissimi filosofi, c’è un confine assoluto, ben marcato, filo spinato torrette di sorveglianza mitragliatrici puntate, tra libertà e necessità? Se abbiamo la morte quale meta alla stazione d’arrivo, e i binari e le soste e i paesaggi mutevoli e il cielo ora sereno ora grigio e gli occasionali compagni di viaggio sono il segno di ciò che è e non può essere diversamente. Eppure tante sono le banchine e un treno o un altro ci attende alla partenza…

Reminiscenze da studente prima, da professore poi. La lettera alla madre, Luisa di Savoia, di Francesco I, re di Francia, dopo essere stato fatto prigioniero durante la battaglia di Pavia il giorno 24 febbraio 1525. Celebre: ‘Tutto è perduto, fuorchè l’onore’. (Compiutamente, dalla riduzione in forma epigrammatica, la frase si legge: ‘Madame… di tutte le cose mi sono rimasti l’onore e la vita che è salva’). Se il senso dell’onore e la vita sono un tutt’uno, tanto bastano quando non entrano in conflitto fra loro. Se ciò accade, o l’onore o la vita. Attilio Bonvicini e Leonardo Cimino non si sono fatti interrogativo alcuno. Un’esistenza – o la morte – privata dell’Onore era a loro indegna d’essere messa sul conto. (Forse, in questo modo – l’unico – hanno risolto la frattura fra il principio di necessità e quello di libertà).

L’ho scritto e l’ho detto parlando di Goffredo Coppola. Vi fu un tempo eroico in cui gli uomini si fecero un tutt’uno tra la propria vita la sua condotta i valori informatori le idee da esprimere e difendere e per cui combattere e morire. Fu il tempo in cui gli uomini e gli dei coabitarono sulla terra (magari questi ultimi simili ad angeli caduti e volutamente fattisi carne ossa e sangue). Terribile disperata liberatoria rivelazione dell’uomo folle ‘Dio è morto!’ altro non è che la consapevolezza di come ognuno di noi porti in sé il divino e che in ognuno di noi questa sacralità si rende nulla (ecco il senso di quel nichilismo attivo – ‘uno schianto, non una lagna’).

Attilio muore nell’ospedale di Merano nel maggio del ’45, attorniato dai fratelli, un testimone appunto di quel tempo eroico in cui gli dei, chiamati alla battaglia, vanno ad immolarsi o uomini capaci di pensarsi ‘divinità mortali’. Il crepuscolo scende e si instaura, coltre mefitica, sui cieli d’Europa. Nietzsche scrive: ‘Dove ci sono sepolcri lì vi sono resurrezioni’. Illuso egli stesso, svelatore di maschere?

Leonardo muore tra le sbarre e i chiavistelli, guardie alla porta, le guardie a capo del letto, sordo ad ogni richiamo in ostinato mutismo, solo. Non è un eroe, non possiede bandiere alla cui ombra proteggersi, è soltanto un assassino, lasciato Girifalco, terra di Calabria, venuto a Roma a cercare la scorciatoia per ottenere facile denaro. Non chiede assoluzione, non la merita probabilmente…

In Attilio tutto è luminoso, quel richiamo esplicito nella divisa con lo scudetto della XMAS e il teschio con la rosa fra i denti; in Leonardo un bisbiglio parole smozzicate che non forano le barriere del mondo, dettate a testamento solo a se stesso. Eppure mi piace pensare che, per entrambi, la parola ‘Onore’ possa essere scolpita con la maiuscola. Legittimamente. E che, nei meandri degli inferi – il cielo s’è reso opaco e vuoto – risieda comunque e nonostante tutto il principio della riscossa…

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Categorie: ottosettembre, Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 11 settembre 2016

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. caro mario.
    userò questo suo scritto per rispondere a colleghi, parenti, eccetera che quando mi sentono parlare di onoro sorridono, sghignazzano, commentano le mie parole come i vaneggiamenti di un cretino.
    grazie.
    andrea

  2. mario michele merlino

    caro andrea, conosci il mio motto ‘faccia al sole e in culo al mondo’. grazie cmq.

  3. Carmelo

    Orribile pensare a due ragazzi uccisi sotto gli occhi dei genitori.

  4. mario michele merlino

    il mio non voleva essere – e non è – un elogio dell’assassino, ma una modesta e provocatoria riflessione sul concetto dell’onore, ovunque e comunque si manifesti…

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