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Il Cristianesimo non è Tradizione − Fabio Calabrese

Il Cristianesimo non è Tradizione − Fabio Calabrese

Accanto agli aspetti contingenti della politica, è importante continuare a esplorare quello che è il nostro retaggio spirituale, e del resto basta consultare i post su internet per rendersi conto che il dibattito sull’argomento è sempre vivo e vivace.

Per capire se quella che è la religione più diffusa nel mondo cosiddetto occidentale e che, anche se oggi superata dall’islam, rimane la seconda a livello planetario, rientri nel pensiero tradizionale o sia compatibile con esso, è necessario capire cosa vuol dire tradizione.

“Tradizione” viene dal latino “tradere”, ossia “tramandare”; essa dovrebbe rappresentare il deposito di idee, visioni del mondo, concezioni trasmessoci dai nostri antenati, ma si vede subito che sorge un problema non certo secondario: da chi ci ha preceduti nell’esistenza, abbiamo ricevuto una quantità enorme di idee, concezioni, visioni del mondo spesso in conflitto fra di loro; è necessaria una SELEZIONE DELLE TRADIZIONI, e non è affatto detto che ciò che si presenta come maggioritario sia migliore o preferibile.

Per alcuni non c’è problema: la tradizione coinciderebbe con il cristianesimo cattolico, interpretato, bisogna dirlo, perlopiù come si presentava almeno una o due generazioni fa, come se la Chiesa cattolica nel frattempo non fosse cambiata, e non poco. Generalmente costoro sono quelli che non si sono schiodati di un millimetro dal primo imprinting ricevuto in famiglia, sono in genere le persone che si sono meno impegnate in una ricerca della verità, di minor spessore dialettico, con naturalmente qualche eccezione, ad esempio gli ex evoliani.

“Tradizione” dovrebbe significare in primo luogo il nostro retaggio di italici, di romani, di europei, di indoeuropei, e se capiamo questo, è chiaro che il cristianesimo è qualcosa di assolutamente estraneo.

Sebbene su questo punto che è di importanza fondamentale, i tradizionalisti cattolici si siano prodotti in maratone di arrampicata sugli specchi, cavilli e sofismi, un punto che non può assolutamente essere negato, è l’origine ebraica del cristianesimo.

Alcuni autori “nostri”, ad esempio Silvano Lorenzoni e Gianantonio Valli (“Origini del monoteismo e sue conseguenze in Europa”) hanno parlato del monoteismo come di un fenomeno patologico in campo religioso. Ciò che c’è di patologico, io penso, non è di per sé l’idea di un unico Dio. Penso che Lorenzoni e Valli non abbiano da obiettare nulla allo zoroastrismo o alla religione solare di Akhenaton se avesse dei cultori ancora oggi, ma il fatto che la triade dei monoteismi oggi esistenti (ebraismo, cristianesimo, islam) sia costituita da monoteismi ABRAMITICI, ossia discendenti da Abramo (prescindendo dal fatto se questo personaggio, come tutti quelli menzionati nella bibbia, sia storicamente esistito o meno).

Dall’ebraismo derivano sia il cristianesimo sia l’islam. Ora, basta leggere la bibbia senza paraocchi per capire come stanno le cose. In nessun punto dell’Antico Testamento si parla di “falsi dei”, ma si parla spesso di “dei stranieri”. Il dio biblico, in altre parole non è il Dio universale, ma il dio tribale degli ebrei. La sua successiva elevazione a Dio universale da parte dei cristiani, degli islamici, degli stessi ebrei a partire dall’Era Volgare, non è priva di conseguenze patologiche.

In primo luogo, gli ebrei si auto-elevano a “popolo eletto”, “scelto da Dio”. In secondo luogo, nel cristianesimo e nell’islam, come una sorta di compensazione del senso di inferiorità per non fare parte del “popolo eletto”, si innescano il fanatismo religioso, l’intolleranza, la smania di proselitismo.

La verità sulla cristianizzazione dell’impero romano, è che essa fu brutalmente imposta con la violenza dagli imperatori rinnegati Costantino e Teodosio, non con prediche o sermoni, ma col pugno di ferro.

Il cristianesimo pretende – si vanta – di essere, a differenza del paganesimo, una religione non mitica ma storica e, come giusta nemesi, è proprio sul terreno della storia che va incontro alle più brucianti sconfessioni.

In pratica, tranne qualche accenno elusivo da parte di autori classici e un esteso brano di Flavio Giuseppe, il cosiddetto “Testimonium flavianum”, che però è con ogni verosimiglianza un falso risalente a non prima del III secolo, l’unica testimonianza “storica” sulle origini del cristianesimo, è rappresentata dai vangeli. Questa è una circostanza di cui non si può non rimarcare la stranezza. Il I secolo dell’Era Volgare è un momento in cui la civiltà romana è allo zenit: vi sono letterati, storici, uomini di cultura, e le notizie viaggiano in ogni angolo dell’impero. Possibile che nessuno si sia accorto che in Palestina c’era un uomo eccezionale che faceva miracoli, trasformava l’acqua in vino, guariva i lebbrosi, addirittura resuscitava i morti? Forse non si sono accorti di nulla perché in realtà non stava avvenendo nulla di simile.

Ma le sorprese non finiscono qui. Il Cristo dei vangeli, sia o meno storico questo personaggio, non è quello che la Chiesa cattolica ci racconta. In almeno due occasioni nega di essere “il figlio di Dio” o Dio stesso, una è quando chiamato “Mio buon maestro”, risponde “Perché mi chiami buono? Solo Dio è buono”. L’altra è costituita dall’invocazione sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, che capiamo bene come espressione di un uomo atrocemente sofferente e deluso, ma che sulle labbra di un dio (di Dio) suonano alquanto schizofreniche.

Tralasciamo qui l’intrinseca assurdità dell’idea di Dio che ha bisogno di auto-immolarsi per poter perdonare l’umanità del peccato originale compiuto da un suo lontano antenato mangiando un frutto. Se Gesù Cristo non era, e non ha preteso di essere, il figlio di Dio, né d’altra parte di fondare una nuova religione distaccandosi dall’ebraismo, è chiaro che la sua missione messianica doveva essere ben più ristretta e più concreta, e con ogni verosimiglianza si inseriva nel messianismo insurrezionale anti-romano diffuso nella Palestina dell’epoca.

Dal punto di vista storico, le sorprese non mancano: ad esempio, forse non molti sanno che non disponiamo di alcun esemplare originale di vangelo risalente al I o II secolo dell’Era Volgare. In pratica non abbiamo nulla che non sia posteriore al concilio di Nicea, quando sotto l’egida di Costantino, cioè di un’autorità intesa a fissare una dottrina che tutti dovevano per forza credere, ma che ovviamente se ne infischiava della veridicità storica, i quattro vangeli furono fissati come “canonici” e con ogni probabilità manipolati e riscritti.

Il metodo di indagine suggerito dai ricercatori indipendenti che si sono accostati a questa problematica negli ultimi anni, lo scomparso Luigi Cascioli, David Donnini, Giancarlo Tranfo, è quello dei “residui testuali”, cioè della ricerca di quei passi evangelici che possono essere sfuggiti all’opera degli zelanti e devoti falsari di Nicea, che però non sarebbero riusciti a fare un lavoro troppo accurato, resi evidenti precisamente dal fatto di essere in contrasto con la dottrina elaborata da questi ultimi. Gli indizi che i “santi” censori e falsari di Nicea si sono lasciati sfuggire, non sono pochi, e riguardano soprattutto i fatti che portarono Gesù alla crocifissione. Si va dal suo “strano” invito a vendere il mantello per comprarsi una spada, alla singolare circostanza che il Getsemani, l’Orto degli Ulivi dove Cristo si trovava coi suoi discepoli prima di essere arrestato, si trova proprio a ridosso della torre Antonia dalla quale si controllava militarmente la città di Gerusalemme, all’episodio di Pietro che taglia con un colpo di spada un orecchio a un servo del Tempio, che è probabilmente quello che rimane, un residuo sfuggito alla censura, del resoconto di uno scontro di ben più vaste proporzioni, cosa confermata dal fatto che ad arrestare Cristo e i suoi viene mandata una coorte, un numero di uomini francamente esagerato se si fosse trattato di arrestare una dozzina di persone disarmate. Ricordiamo anche che Cristo, in greco “Christos” significa “unto”, e l’unzione per gli antichi ebrei era l’equivalente di un’incoronazione. Dodici apostoli, guarda caso, come le dodici tribù di Israele, di cui forse nel progetto messianico erano destinati a diventare i governatori.

Una serie di elementi che lascia supporre che ciò che portò Gesù sulla croce, fu in realtà una rivolta fallita, guidata da un uomo che non era il redentore universale, ma più prosaicamente aspirava a essere il messia che avrebbe redento gli ebrei dalla dominazione romana.

In maniera abbastanza ovvia, il fallimento di questo tentativo avrà avuto l’effetto di spostare i sogni di rivincita su un piano spirituale e ultramondano, oltre a trasformare l’ignominiosa fine del fondatore della setta in una gloriosa e divina auto-immolazione.

Un ulteriore passo verso il cristianesimo come lo conosciamo oggi, deve essere stato rappresentato da Saul di Tarso, “san Paolo”, appartenente allo strato degli ebrei fortemente ellenizzati, che ebbe l’idea di aprire ai “gentili”, ossia ai non-ebrei, idea che, facendo leva sui molti malcontenti che esisteva nell’impero, fece si che molto presto i gentili superassero gli ebrei nelle comunità cristiane. Molti considerano “san” Paolo il vero fondatore del cristianesimo. Ancora oltre nella direzione della creazione di una nuova religione, si andò con la guerra giudaica del 67-70. Anche in questo caso, il fallimento dell’insurrezione giudaica, portò le nascenti comunità cristiane a ripudiare il messianismo insurrezionale e a prendere la maggiore distanza possibile dall’ebraismo.

Così siamo in condizione di chiarire anche quello che in conseguenza della finzione nicena è diventato una sorta di mistero storico: perché mai i Romani, pragmatici e tolleranti in fatto di religione, avrebbero perseguitato il cristianesimo, anche se una storiografia di parte evita perlopiù di raccontare che una volta che il piede ebbe cambiato scarpa, una volta preso il potere, i cristiani ci misero tanto impegno nell’estirpare l’antica fede romana ed europea, nel perseguitare coloro che erano rimasti fedeli ai culti dei padri, che al confronto, le persecuzioni da loro subite in precedenza sono state delle vere quisquilie. In questa “santa” opera di evangelizzazione, i cristiani fecero anche un’invenzione stupenda, il primo campo di concentramento della storia, eretto a Skytopolis in Asia Minore.

Il motivo delle persecuzioni ci appare ora del tutto chiaro: questi gruppi di “innocui” e “pacifici” cristiani, che non erano affatto né innocui né pacifici, come dimostrò ad abbondanza l’atroce martirio inflitto alla sfortunata Ipazia, e che oggi trovano la maggior somiglianza concepibile nei fondamentalisti e terroristi islamici, formavano una sorta di coagulo di tutti i motivi di risentimento, di ostilità, di ribellione contro Roma, la cui società era ovviamente lontana dall’essere perfetta, raccogliendo schiavi, miserabili, meteci, anche se da ultimo le loro comunità finirono per comprendere gli stessi romani, anche delle classi superiori, attratti verso il cristianesimo da quella stessa passione per i culti esotici che in precedenza li aveva indotti a venerare l’asiatica Cibele, Iside e Mitra.

Se i Romani in fatto di religione erano pragmatici e tolleranti, non tolleravano però la ribellione politica, e in questi casi erano pronti ad agire con spietata determinazione. Potremmo anzi dire che la reazione alla diffusione del cristianesimo, sia stata da questo punto di vista relativamente tardiva e blanda.

Con tutto ciò, è probabile che fino al concilio di Nicea non esistesse UN cristianesimo, ma molti cristianesimi, con sfumature diverse anche dottrinali a seconda delle comunità. Molti cristianesimi, ciascuno col suo vangelo e con il suo credo.

La svolta arrivò con il concilio di Nicea, fortemente voluto, imposto e organizzato dall’imperatore Costantino. Per capire il suo significato, è però necessario capire quale fosse, quale era stata in precedenza la politica imperiale in fatto di religione. La società romana del tempo stava pagando lo scotto di essersi trasformata in una società multietnica e multiculturale; questo comportava un relativismo di tutti i valori e la perdita dell’unità religiosa. I predecessori di Costantino avevano già cercato di porre rimedio alla perdita dell’unità religiosa dell’impero, ad esempio Aureliano promuovendo il culto del Sole invitto, e Diocleziano quello della stessa figura imperiale. Non c’è da stupirsi che Costantino abbia pensato di utilizzare il cristianesimo allo stesso scopo. Cristiano, Costantino probabilmente non lo fu mai, sarebbe stato battezzato solo sul letto di morte, probabilmente quando non era più cosciente; per lui la religione era solo un instrumentum regni buono per il popolino. Quello di cui probabilmente non si avvide, era che, congiungendo un imponente impianto organizzativo al tipico fanatismo abramitico, si creava una forza di cui non ci si poteva servire, ma solo servirla, la religione non si prestava a essere un instrumentum regni, ma era lo stato che diventava un instrumentum ecclesiae.

Io credo tuttavia che la vicenda di Costantino dimostri in maniera lampante l’incompatibilità fra romanità e cristianesimo: la cristianizzazione dell’impero procedette di pari passo con la sua distruzione. Non vi è dubbio che i panni di imperatore romano non si attagliassero a Costantino; il suo proposito era quello di costruire una tirannide sacrale sul modello di quelle che avevano dominato per millenni in Oriente all’ombra delle piramidi e delle ziggurat, ma l’uomo occidentale, europeo, non è fatto per questo tipo di regime, ha troppo senso della propria dignità personale e amore per la libertà. Ecco quindi l’idea di dare vita a una realtà più ristretta, “bizantina” nella parte orientale dell’impero. Roma fu spogliata del suo ruolo di capitale e sostituita da Bisanzio sul Bosforo, che divenne Costantinopoli, “la città di Costantino”, e l’Occidente fu declassato a una fonte di risorse da sfruttare con tutti i mezzi, a cominciare da una fiscalità ultra-esosa che lo distrusse  economicamente. Quando nel 476, i barbari porranno fine al cadaverico impero d’Occidente, non faranno altro che completare l’opera di Costantino.

Torniamo però al concilio di Nicea. Esso fu voluto, organizzato e manovrato da Costantino allo scopo di imporre all’impero una religione unica. Si cominciò con le sistemazioni dottrinali, stabilendo ad esempio che i vangeli validi dovevano essere quattro, per analogia con i bracci della croce, coi punti cardinali, e via dicendo; tutti gli altri furono relegati al rango di apocrifi, cioè falsi, e conseguentemente distrutti, anche se i pochi superstiti di questa letteratura condannata giunti fino a noi, si sono rivelati istruttivi sul cristianesimo delle origini assai più di quelli canonici.

E’ interessante osservare che il concilio di Nicea riconfermò la tesi di Maria madre di Dio già emersa nel precedente concilio di Calcedonia, sebbene la madre di Gesù abbia pochissimo spazio nel vangeli, dando vita al fenomeno della mariolatria. All’origine di ciò fu un personaggio assai discutibile, Cirillo di Alessandria, il “santo” vescovo assassino che aveva architettato e messo in atto l’atroce martirio inflitto a Ipazia. Costui a Calcedonia si era dato un gran daffare per promuovere il culto di Maria “madre di Dio”, anche con ricchi donativi e offerte in denaro ai “padri conciliari”. Non dobbiamo stupircene: quest’uomo probabilmente compensava la sua misoginia con la venerazione per una figura femminile idealizzata che probabilmente accentuava il disprezzo per le donne reali, specialmente se costoro, come Ipazia, osavano pensare e occuparsi di filosofia. Tali erano gli uomini che hanno dato al cristianesimo cattolico il suo fondamento dottrinale!

Per volontà di Costantino, la nuova religione doveva essere “katoliché”, cioè universale, insomma andare bene, volenti o nolenti, per tutti i sudditi dell’impero, ed è a partire da Nicea, non prima, che si può cominciare a parlare di cattolicesimo, e poiché la maggioranza dei sudditi dell’impero era pagana, essa doveva di necessità incorporare qualche elemento di paganesimo. Con un processo di sincretismo (Giancarlo Tranfo ha parlato di “Sincresi di infiniti archetipi”), Gesù Cristo è stato apparentato ai molti redentori della tradizione soteriologica pagana, da Dioniso e Orfeo a Mitra; il ribelle ebreo diventava definitivamente “il redentore”.

Anche le festività cristiane sono feste pagane “ribattezzate”. Il natale è il “dies natalis solis invicti” fissato da Aureliano al 25 dicembre, il momento in cui dopo il solstizio, il sole “rinasce”, ricomincia la sua lenta salita vero lo zenit. In realtà, nessuno sa quando Gesù Cristo sia effettivamente nato, ma il particolare dei pastori che dormivano all’aperto, rende alquanto inverosimile che si trattasse della fine di dicembre. Stessa cosa per quanto riguarda la pasqua: essa si lega alla resurrezione di Cristo che coinciderebbe temporalmente con la pasqua ebraica, ma in realtà va a sovrapporsi a Ostara, l’antica festa europea della primavera, tanto è vero che essa continua a chiamarsi Ostern in tedesco ed Easter in inglese. La doppia celebrazione, dei santi e dei defunti dell’inizio di novembre? Ma è samain, il capodanno celtico!

Questi elementi di paganesimo sopravvissuti nel cristianesimo cattolico sarebbero sufficienti per considerare lo stesso una dottrina tradizionale? Ma fatemi il piacere, perché attaccarsi a una copia contraffatta quando è possibile risalire all’originale?

Quello uscito da Nicea, tuttavia, non era ancora il cattolicesimo come lo conosciamo oggi. La Chiesa era stata in sostanza creata dalla fusione costantiniana fra l’intollerante smania di proselitismo abramitica e lo spirito di organizzazione romano, ma mancava ancora un elemento: la centralità del vescovo di Roma.

A quei tempi, il cristianesimo era ancora la religione di una minoranza, a quanto pare, fino al 380, fino a Teodosio e all’editto di Tessalonica che ha imposto con la forza, diciamo pure con la violenza, il cristianesimo come religione di tutto l’impero, erano cristiani, in Oriente circa un terzo degli abitanti di esso, ma in Occidente la proporzione si dimezzava, scendeva a un sesto, ma soprattutto i cristiani di Roma erano ben poca cosa in confronto alle popolose diocesi d’oriente come Alessandria e Antiochia. Il vescovo di Roma crescerà d’importanza fino a diventare “il sommo pontefice” un paio di secoli più tardi, quando la disgregazione dell’impero d’occidente gli metterà fra le mani quello che nessun patriarca di Antiochia o di Alessandria aveva, una fetta non trascurabile di potere politico.

La circostanza che san Pietro sarebbe stato il primo papa/vescovo di Roma è con ogni probabilità falsa. Gli Atti degli Apostoli ci mostrano un Pietro/Cefa che, in contraddittorio con san Paolo, è nettamente ostile alla conversione dei “gentili”. E’ probabile che a Roma non ci sia mai nemmeno stato, che non si sia mosso da Gerusalemme. Le più antiche liste di vescovi romani cominciano con san Lino. Pietro è stato aggiunto in un secondo momento, il “principe degli apostoli” come legittimazione del potere acquisito in epoca molto più tarda dai vescovi romani.

Abbiamo visto che nella sua millenaria presenza in Europa, il cristianesimo è andato incontro a una certa europeizzazione, anche se non certo tale da considerarlo una dottrina tradizionale europea, ma per l’Italia il suo avvento è stato – e continua a essere – una vera disgrazia.

Quei Romani che la dissoluzione dell’impero causata dalla cristianizzazione costrinse a diventare, da dominatori del mondo allora conosciuto, “un volgo disperso che nome non ha”, come ebbe a scrivere Manzoni, altri non erano se non i nostri diretti antenati. La nascita di uno “stato della Chiesa” proprio nel centro della Penisola, con sede a Roma dove i papi si appollaiarono come avvoltoi sulla carcassa di un animale abbattuto, fu la causa diretta di quindici secoli di divisione, di assenza dello stato nazionale, di invasioni e dominazioni straniere, perché i papi furono sempre pronti a invocare il soccorso di nuovi invasori stranieri tutte le volte che il loro miserabile staterello era minacciato, da Carlo Magno a Napoleone III.

Fra tutte le invasioni straniere sollecitate dalla Chiesa, dai papi per difendere il loro potere temporale, quella che ebbe le conseguenze più tragiche per la nostra Italia, fu senza dubbio quella angioina del XIII secolo che pose fine alla dinastia sveva. Fino a quel momento, l’Italia meridionale era stata la parte più avanzata della Penisola. Mentre il nord politicamente frammentato si consumava nelle interminabili lotte comunali, prima i Normanni, poi gli Svevi, vi avevano costruito uno stato unitario ed efficiente con una decisa riduzione del particolarismo feudale, in maniera molto simile a quel che stava avvenendo nell’Inghilterra di Guglielmo il Conquistatore. Fu qui che nacquero le prime scuole europee di livello universitario, prima la scuola di medicina di Salerno, poi l’università di Napoli fondata da Federico II. Fu alla corte di Palermo che nacque la letteratura italiana in lingua “volgare”.

Tutto ciò fu spazzato via dall’invasione angioina voluta dalla Chiesa per porre fine alla dinastia Hohenstaufen. Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia assestò un colpo mortale all’economia del meridione, trapiantando nell’Italia meridionale un esteso e parassitario ceto nobiliare che non trovava più sufficiente spazio nella Francia impegnata nell’edificazione di uno stato nazionale, e affidando tutte le attività economiche nelle mani dei banchieri genovesi e pisani con cui si era indebitato per poter compiere l’impresa. Fu da quel momento che il nostro meridione cominciò a precipitare in un abisso di arretratezza dal quale non si può dire sia completamente uscito nemmeno oggi, a un secolo e mezzo dall’unità nazionale, e di questo dobbiamo ringraziare il papato e la Chiesa! D’altronde, le cicatrici lasciate da quindici secoli di divisione, sono profonde ed evidenti ancora oggi: l’unità nazionale, il senso di appartenenza a un unico popolo, quel sentimento civico che può essere creato solo dalla lunga convivenza in uno stato ordinato all’interno e rispettato all’estero, in Italia sono quanto mai deboli, labili, incerti, e continuano a prevalere separatismi e campanilismi di ogni tipo. In Italia il cattolicesimo è molto diffuso, è vero ma solo perché gli Italiani in genere non conoscono la loro storia.

Noi però potremmo anche prescindere da tutto ciò se il cristianesimo, almeno quello cattolico, fosse ancora com’era non, diciamo, ai tempi di Lepanto, ma fino a una settantina di anni fa.

Spesso mi è stato opposto l’esempio di persone “nostre” e leader “nostri” di chiara estrazione cattolica, da Leon Degrelle a Corneliu Codreanu, ma le persone che fanno questi confronti dimenticano volentieri che una cosa era il cattolicesimo a quei tempi, un’altra cosa è oggi a partire dal concilio vaticano II, e soprattutto attualmente sotto il pontificato di Bergoglio.

Un tempo, il cristianesimo/cattolicesimo, e per un tempo non breve, è stato la bandiera dell’Europa nella lotta contro l’islam, da Poitiers a Kossovo Polje, a Lepanto, ma quel tempo è finito, e oggi la Chiesa cattolica è la prima ad aprire la porta alla distruzione dell’Europa attraverso l’immigrazione/invasione extracomunitaria. Noi non dobbiamo avere più nessuna remora a contare le Chiese, a cominciare da quella cattolica, fra i nostri nemici.

Riassumendo: il cristianesimo è una dottrina di origine mediorientale, e non ha nulla a che fare con la tradizione europea, anzi, ha avuto un ruolo fondamentale nel portare questa tradizione (il cosiddetto paganesimo) sull’orlo dell’estinzione. Le sue pretese di essere una religione supportata da fatti storici sono del tutto fasulle e inconsistenti; esso origina piuttosto dallo spirito anti-romano e anti-europeo del ribellismo ebraico. Le istituzioni nelle quali il cristianesimo si è materialmente incarnato, le Chiese, soprattutto la Chiesa cattolica, si sono rivelate per l’Italia una piaga e una disgrazia, e oggi sono schierate per l’estinzione dell’uomo europeo, favorendo un’immigrazione extracomunitaria che è in realtà un’invasione.

Possiamo avere ancora dubbi?

 

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Categorie: Cristianesimo

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 agosto 2016

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Giancarlo

    E’ interessante osservare che il concilio di Nicea riconfermò la tesi di Maria madre di Dio già emersa nel precedente concilio di Calcedonia, sebbene la madre di Gesù abbia pochissimo spazio nel vangeli, dando vita al fenomeno della mariolatria. All’origine di ciò fu un personaggio assai discutibile, Cirillo di Alessandria, il “santo” vescovo assassino che aveva architettato e messo in atto l’atroce martirio inflitto a Ipazia. Costui a Calcedonia si era dato un gran daffare per promuovere il culto di Maria “madre di Dio”, anche con ricchi donativi e offerte in denaro ai “padri conciliari”.

    Sig. Calabrese cosa mi combina? Il concilio di Nicea venne celebrato nel 325 e fu il primo della cristianità, la “mariolatria” venne introdotta al concilio di Efeso 431, a Calcedonia 451 venne stabilità la natura di Cristo condannando il monofisismo. Ha fatto un po’ di confusione e questo non va bene.

  2. Giancarlo

    Riprendo l’intervento di prima confermando che sul resto sono totalmente d’accordo con quanto scritto nell’articolo soprattutto dove si conclude che la chiesa cattolica bergogliana ed il cristianesimo sono da considerarsi nostri nemici senza se e senza ma. Vorrei inoltre far presente che effettivamente il bergoglianesimo è veramente aderente al messaggio annunciato dal presunto Gesù Nazareno (mai esistito come lo presentano i vangeli, era, se esistito, un combattente messianico giudaico), un messaggio folle e anti umano (in natura chi mai può amare i propri nemici ed amare i propri carnefici? Lo spirito di autoconservazione muove tutto l’universo in senso opposto), per cui baloccarsi come fanno i cosiddetti cattolici tradizionalisti con le pippe mentali su un presunto cristianesimo tradizionale è semplicemente ridicolo: Bergoglio e la chiesa post conciliare sono cristianesimo originario e perciò nostro nemico.

  3. Quindi una tradizione forte, viva e virile si é fatta spazzare via da una decadente quale il Cristianesimo? Sia fisicamente che metafisicamente mi sembra impossibile. Inoltre, il Cristianesimo non ha soppiantato e contrapposto la Tradizione Romana antica se non in modo apparente ed illusorio infatti tutto quello che nell’antica dottrina era vero ma moribondo é stato rivificato dalla Nuova facendo mantenere a Roma il ruolo di Centro Spirituale dell’Occidente.

    • Paolo

      Concordo con Alessio: senza scendere in inutili polemiche, l’articolo di Calabrese mi sembra superficiale, sullo stile de “La storia criminale del Cristianesimo! di Deschner. La considerazione dei fatti storici non tiene conto del punto di vista metastorico che comporta l’idea di Tradizione.

  4. Giancarlo

    Che il mondo classico greco-romano fosse in profonda crisi penso che nessuno possa negarlo, il cristianesimo ha infatti vinto proprio in seguito a questa profondissima crisi, crisi spirituale accompagnata ad una crisi politica, sociale ed economica dell’intero bacino mediterraneo. Nessun complotto quindi, e qui concordo con Alessio, ma questo non vuol assolutamente dire che la Tradizione greco-romana si sia poi perpetuata nel cristianesimo europeo. Il cristianesimo proprio perché religione abramitica è in contrapposizione con la Tradizione greco-romana, questo non vuol chiaramente dire che bisogna buttare dalla finestra 2000 anni di civiltà europea anche cristiana. Fortuna vuole che però tutti i nodi stanno venendo al pettine ed il vero cristianesimo, figlio del folle ed antiumano messaggio del Nazareno (o di chi per lui), sta venendo alla luce grazie anche a Franceschiello Bergoglio.

  5. Marco66

    Buongiorno.
    Concordo sostanzialmente su tutte le considerazioni, ma volevo un chiarimento in merito alle radici cattoliche di Codreanu il quale mi pare fosse ortodosso
    Grazie

  6. Stanislao Salvi

    Buongiorno
    Una sola domanda: ma Codreanu non era ortodosso? Di quello che so praticava l’esicaismo.
    Cordiali saluti

  7. Carmelo

    La Chiesa sta subendo da circa cento anni una, parrebbe inevitabile, evoluzione-espansione. Perso terreno in Europa, attira i diseredati terzomondiali, ed è lì che fa proseliti. Per questo la predicazione e il magistero si adattano ai nuovi ‘clienti’ e i progetti eurasisti vengono abbandonati. Lo scisma Ratzinger vs Bergoglio va letto in questa chiave. Sembra ora difficile recuperare interlocutori europei. I giovani sono poco interessati e gli anziani si estinguono. Dal loro punto di vista è probabilmente conveniente terzomondializzarsi.

  8. Tomasus

    De Giorgio si rivolta nella tomba…

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