Una bandiera nazionale che si fa manifesto

Una bandiera nazionale che si fa manifesto

L’attuale tricolore italiano, bandiera più dello stato italiano che del suo Popolo, ci appare come un vessillo quasi anonimo ricalcato sul più famoso tricolore francese, emblema giacobino e rivoluzionario ma certamente un po’ troppo artificiale.

Il nostro tricolore ha assunto nel tempo una foggia alquanto francesizzante ma, come sappiamo, non nasce come oggi lo vediamo: in origine era un’insegna piuttosto quadrata, con tre strisce orizzontali a formare il tricolore, con il rosso sopra e il verde sotto, e con un simbolo nel mezzo, sulla fascia bianca (per essere precisi un turcasso contenente quattro frecce, a simboleggiare l’unione delle quattro città cispadane di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio di Lombardia). Tale bandiera risale al biennio 1796-’97, prima dunque che nascesse il similare vessillo ungherese (1848), e per quanto possa essere stata influenzata dal tricolore francese recato in Italia dal Bonaparte ha un suo aspetto originale e peculiare che in un certo senso andrebbe ripreso.

Nell’intenzione dei suoi creatori, quello che era il tricolore cispadano presentava un cromatismo tripartito simboleggiante il rosso e il bianco degli scudi crociati padani (in particolar modo delle note croci di San Giorgio, stemmi di città come Milano, Bologna, Genova e la stessa Reggio, ove il tricolore nacque) con l’aggiunta del verde che era il colore delle divise della Legione Lombarda, nonché prima di questo, colore ghibellino caro alla Milano viscontea. Anche in accoppiata col rosso, tale colore si associa facilmente ai ghibellini e il bianco torna sia nelle croci guelfe che in quelle giovannee di origine imperiale. Nessuno nega che vi sia stato un condizionamento francese, ma liquidare sbrigativamente la storia della bandiera nazionale come plagio di quella transalpina è riduttivo e disonesto. Che poi, mi si lasci dire, Napoleone B(u)onaparte a ben vedere era un Italiano di Corsica con origini toscane, e nel drappo del suo Regno d’Italia campeggiava una bella aquila legionaria “sgraffignata” all’antica Roma, nondimeno simbolo maestoso di un’Italia che tutti vorremmo.

Successivamente il nostro tricolore assunse la foggia francesizzante che conosciamo, e che prima di giungere a noi nella sua versione spoglia e anonima presentava sulla banda centrale bianca lo scudo sabaudo dapprima e l’aquila fascista della RSI poi (come bandiera da combattimento, si badi); ad onor del vero la prima repubblica ad adottare ufficialmente un tricolore spoglio fu quella di Salò, e solo dopo l’attuale RI: in quel caso però il messaggio era chiaro ed era volto a cancellare l’infamante onta traditrice dei Savoia.

Reputo l’odierno tricolore repubblicano una bandiera troppo anonima e priva di un significato squisitamente nazionale ed etnico, ed è per questo che il vessillo italiano, a mio parere, dovrebbe avere un aspetto diverso dall’attuale, anche perché la stessa repubblica italiana dovrebbe riformarsi profondamente assumendo la fisionomia di una repubblica presidenziale ed etnofederale, sociale e nazionale per davvero.

A questo proposito, come già ebbi modo di parlarne qui e altrove, sono dell’idea che il tricolore italico debba acquisire un profondo significato etnonazionale e sacrale e per fare ciò deve acquistare una lettura arianizzante caratteristica di altre bandiere nazionali cromaticamente analoghe all’italiana, come l’indiana, la persiana/iraniana, la curda, la tagika, l’irlandese, la bulgara e fors’anche l’ungherese (di un Paese culturalmente, in parte, uralico ma senza dubbio alcuno arianizzato) e delle altre che presentano colori diversi tripartiti a simboleggiare le radici antiche dell’ethnos e dell’ethos indoeuropei. Come risaputo, il cromatismo ariano più classico è quello rosso-bianco-nero.

L’italico vessillo che ho in mente avrebbe così il seguente aspetto: ricalcando il tricolore cispadano, avrebbe forma piuttosto quadrata e con strisce orizzontali al posto delle verticali, nel seguente ordine: rosso (in cima), bianco, verde (in fondo); nel mezzo, sulla striscia bianca, ecco che potrebbe campeggiarvi l’aquila legionaria suddetta, con le saette tra gli artigli, un’aquila dorata o nera sulla falsa riga di quella napoleonica (che comunque è di derivazione italico-romana, assunta da un conquistatore di origini italiane e araldo di un’ideologia giacobina che sta alla base dei moderni nazionalismi anti-reazionari).

La colorazione rosso-bianco-verde, analogamente alla più nota rosso-bianco-nero, affonda le radici nel mondo italico antico e nell’antica Roma, e si ammanta di precisi rimandi culturali, religiosi e sociali di stampo ariano; come sapete la tripartizione funzionale della società indoeuropea, studiata dal Dumézil e altri, riflette quella del pantheon ariano, essendo la religione centrale per gli Indoeuropei: la triade sociale di sacerdoti-guerrieri-lavoratori (o meglio, contadini), che a ben vedere è giunta sino al Medioevo, rispecchia la tripartizione sacrale indogermanica del dio padre, del dio della guerra e del dio preposto alle attività pacifiche dell’uomo libero, come il contadinato, e alla fecondità/riproduzione. Queste triadi, ad esempio, ritornano in Giove-Marte-Quirino (presso gli Italici e Roma antica), Odino-Thor-Freyr (presso i Germani) e Mitra e Varuna-Indra e gli Ashvin (presso l’India vedica, da cui poi le caste) ma anche presso gli Iranici e altri. E questo proprio perché alla base della visione socio-politica ariana sta per l’appunto una suddivisione in tre parti che rappresenta la concezione spirituale, religiosa e culturale della propria civiltà. In senso laico potremmo leggere la tripartizione come gerarchia che partendo dall’aristocrazia, passa per il nerbo guerriero e termina nella base dei lavoratori e dei coloni, nei produttori.

Cosicché, alla luce di ciò, è facile leggere nel cromatismo in questione la sfera spirituale e nobiliare (bianco), quella guerriera (rosso) e quella produttiva (verde): il bianco è il colore del divino e della luce, dello Spirito; il rosso del sacrificio eroico e della passione, del Sangue; il verde (o il nero) del mondo naturale e della terra lavorata che dà frutto, del Suolo. Stiamo, insomma, parlando di una simbologia che diventa manifesto programmatico, e che nella difesa del Sangue, del Suolo e dello Spirito trova la sua ragion d’essere.

Nel nostro Tricolore italico rinnovato ma ancorato alla Tradizione, ritroviamo così il mondo sacrale e sociale dei nostri Padri, che vedevano in Giove (Diespiter e divinità massima) la funzione spirituale e del comando, in Marte (dio della guerra) la funzione militare, in Quirino (e in un certo senso anche Venere/Flora) quella delle attività dell’uomo libero, contadino e (ri)produttore. L’ordine dei colori, rosso-bianco-verde, non rispecchia esattamente la gerarchia ma nel centro pone il nucleo aristocratico e spirituale che è quello che dà valore al Sangue della Patria e ordina le attività produttive, e dunque il lavoro, tese al benessere e alla grandezza dell’Italia, e non a caso ospita l’aquila romana delle legioni affiliata in senso totemico a Giove, animale uranico e solare che afferra le saette del dio padre italico-romano elevando la materia etno-razziale sulle ali dello Spirito.

A ciò può aggiungersi un’ulteriore lettura etno-geografica, dove al rosso corrisponde il Settentrione che con le armi unisce, dopo i Romani, la Penisola (dai tempi dei Goti), al bianco l’Italia centrale tosco-romana che è culla della Cultura e dello Spirito, al verde il Meridione rurale, selvatico, ctonio che con la sua carica arcaica mantiene alto il nome della Tradizione. L’interpretazione migliore, comunque sia, rimane quella che vede nel rosso il Sangue italico-romano della Patria, nel bianco l’inimitabile Cultura romanza d’Italia che è figlia prediletta della romanità, e nel verde il nostro sacro Suolo alpino-padano, peninsulare e insulare armonizzato dalla razionale azione ordinatrice antropica ma che al contempo, se incontaminato, conserva tutta la sua primigenia forza selvaggia.

Una bandiera italiana siffatta si fa visione del Paese, ma anche d’Europa e del mondo, in senso etnonazionalista, sociale, comunitario e federale, che non va inquadrata in senso teocratico e monarchico ma aristocratico in accezione etimologica, identitario e tradizionalista. Solo con le radici solidamente e profondamente piantate nel nostro glorioso passato, il fusto cresce sano e robusto e la chioma può protendersi verso l’alto assicurandosi la benevolenza di quel sole che, ieri come oggi, deve guidare il cammino dei discendenti degli Arii verso il benessere spirituale e materiale della Patria. Perché al di sopra di tutto viene proprio essa.

Ave Italia!

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Categorie: Etnonazionalismo

Pubblicato da Paolo Sizzi il 24 aprile 2016

Paolo Sizzi

Lombardo orobico, Italiano, Europeo, classe 1984. Letterato, sulla Rete dal 2006, da sempre cultore di valori identitari e tradizionali. Senza rinnegare la formazione völkisch evolve il pensiero nell’Italianesimo Sangue e Suolo, coerente con un disegno etnonazionale federalista. Appassionato di antro-genetica, si definisce Nordomediterranide, fusione di elementi ario-italici/celtici con il sostrato ligure. E la Lombardia è proprio questo: una terra ligure e alpina arianizzata da Celti e Italico-Romani, e con un benefico tocco germanico.

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