Cosa c’è dopo la morte secondo il Vêdânta – Riccardo Tennenini

Cosa c’è dopo la morte secondo il  Vêdânta – Riccardo Tennenini

Fin qui abbiamo analizzato l’uomo secondo il Vêdânta nei suoi differenti aspetti esteriori e interiori  composto da vari elementi che abbiamo analizzato, che persistono per tutta la durata dalla sua vita. Ma cosa avviene post-mortem? Questa domanda l’uomo se la pone da secoli cercando la risposta agnostica nella scienza, e religiosa abbastanza riduttiva parlando di paradiso per i buoni e inferno per i cattivi. Mentre il Vêdânta ha espresso un punto di vista che non si fermava nè alla prima ipotesi né alla seconda. Infatti se la religione propriamente detta si ferma al carattere «liturgico exoterico» ovvero quello che riguarda la forma pubblica dogmatica delle cerimonie e le formule del culto, l’intuizione (non ipotesi) vedantina è di carattere metafisico\ontologico fornendo una risposta esaustiva. Per post-mortem si intende le conseguenze che derivano dalla dissoluzione del corpo organico (Sthula-sharira) che si «spegne» mentre la parola, seguita da le cinque facoltà karmendriya e buddhindrya vengono riassorbite nel manas poiché le facoltà esteriori cessano prima di quelle interiori. La parola si riassorbe nel prāna insieme a tutti i vayu che sono le modalità del prāna con qui tiene in vita un corpo; questo riassorbimento non c’è solo nella morte ma anche nel sonno profondo e nel deliquio estatico. Questi due stati non implicano sempre, la sospensione totale della sensibilità corporea, intesa come «coscienza organica» che non è una vera coscienza ma ne partecipa avendo comune origine con la coscienza individuale di cui è un riflesso; separata da questa, essa diventa un un’illusione di coscienza, di residui psichici, più o meno dissociati (i famosi medium che dicono di parlare con gli spiriti dei morti). La quale non è più collegata alla coscienza individuale come avviene negli stati ordinari dell’essere vivente; poiché la coscienza individuale si è trasferita in un altro stato superiore. Il prāna  accompagnato da tutte le funzioni e facoltà riassorbire in esso ritornate allo stato indifferenziato da qui erano dovute uscire per manifestarsi durante la vita, ora sono riassorbite dal jīvātmā distinta dal «Sè» finché sussiste l’individualità poiché questa distinzione è illusoria, ed è proprio questa jīvātmā che rappresenta «Uomo Universale» come insieme delle facoltà individuali. Così tutte le funzioni vitali dallo stato più sottile a quelli più grossolano riunite attorno al jīvātmā nell’ ultimo istante di vita inizia la trasmigrazione del jīvātmā che si ritira dal corpo. Jīvātmā assimilata al veicolo igneo della Luce intellegibile spiegata a proposito di taijasa, composta dai tanmatra in opposizione con i bhūta. Non avendo come meta il corpo formato dai bhūta  vaga in diversi stati superiori di coscienza paragonabili ai Loka (mondi) che visita in cerca della meta. «Questo ritrarsi o quest’abbandono della forma corporea è d’altronde comune al popolo avidwan (ignorante) ed al vidwan (Saggio) contemplativo, fin dove cominciano, per l’uno e per l’altro, le loro vie rispettive; amrita (l’immortalità), è il risultato della semplice meditazione, quando i vincoli individuali, che risultano dall’ignoranza (avidya), non possono ancora essere completamente distrutti».[1]

Il termine amrita non è da interpretare in senso occidentale ovvero la possibilità di vivere in eterno ma al massimo possiamo usare il termine dwija per indicare un «liberato in vita» vale a dire che in vita è riuscito a oltrepassare tutti gli stati condizionati, individuali o non, perciò s’identifica all’Eternità stessa. Mentre questo viaggio intrapreso dal  jīvātmā nei diversi Loka è krama-mukti o graduale liberazione, è uno stato di liberazione parziale ottenuto dopo la morte, liberazione totale è differito al pralaya (dissoluzione) alla fine di un kalpa (mondo-ciclo); deve essere distinta da jivan-mukti, lo stato di liberazione totale ed immediata raggiunto in questa vita, e videha-mukti, lo stato di liberazione totale raggiunto al momento della morte.

Finché persiste questa condizione individuale e per esso intendiamo l’insieme dell’individualità integrale composta da sthula-sharira e sukshma-sharira il jīvātmā di chi ha praticato la meditazione senza raggiungere gli stadi superiori dell’essere resta nella forma sottile tra il non manifestato e il manifestato. Può restare così fino alla dissoluzione reintegrandosi in modo passivo con Brahma a qui vi può essere un ritorno ad un’altro ciclo di manifestazione. Tale risultato non è una vera «Liberazione» è più che altro un «immortalità virtuale» paragonato all’essere che invece di aspettare il pralaya è passato dopo la morte ad un’altro stato individuale. Mentre la vera reintegrazione e quella attiva l’unica che preveda la reintegrazione al suo stato assoluto e definitivo. Allora l’immortalità da virtuale diventa effettiva attraverso krama-mukti. In entrambi i casi jīvātmā si trova per tutta la durata del ciclo incorporato con Hiranyagarbha qui inteso come jīvaghana .

«Questa forma sottile è impercettibile ai sensi per le sue dimensioni ed anche per la sua consistenza; per conseguenza, essa non colpisce la percezione di coloro che sono presenti quando si separa dal corpo. Questa forma sottile non può nemmeno essere pregiudicata dalla combustione o dagli altri processi che il corpo subisce dopo la morte. Essa è soltanto sensibile per il suo calore animatore, per tutto il tempo durante il quale è unita con la forma grossolana, che, quando poi, nella morte, è da essa abbandonata, diviene fredda, poiché la forma sottile non più la riscalda come quando vi risiedeva. «Ma colui che ha ottenuto la vera Conoscenza di Brahma non si ritrae per tutti gli stessi gradi di ritorno. Egli procede direttamente all’Unione col Supremo Brahma, al quale è identificato, come un fiume, alla sua foce con le onde del mare. Le sue facoltà vitali e gli elementi da cui era costituito il suo corpo, ed altresì le sedici parti che compongono la forma umana, passano completamente allo stato non-manifestato; un tale passaggio non implica, d’altronde, per l’essere stesso, un qualunque cambiamento. Il nome e la forma cessano ugualmente; e, essendo «non-diviso», dunque senza le parti o membra che componevano la sua forma terrestre, esso è liberato dalle condizioni dell’esistenza individuale»[2]

Jīvātmā una volta abbandonato Sthula-sharira attraversa i vari Loka o per meglio dire stati di coscienza durante il processo di krama-mukti non ancora liberato. L’Hatha Yoga è il «supporto» con il quale si effettua l’unione alla liberazione. «Quando  jīvātmā, con le facoltà vitali in essa riassorbite, si è ritratta nella propria sede (vedere il cuore centro dell’essere umano, dimora di Brahma), l’apice di questo organo sottile brilla e illumina il passaggio del quale jīvātmā deve uscire: esso è la corona della testa, se l’individuo è un vidwān, è un’altra parte dell’organismo se è un avidwān».[3] Cento e una nādi escono dal centro vitale, e una di queste attraversa la corona della testa; essa è chiamata sushumnā. Oltre a questa nādi c’è ne sono altre due molto importanti: la prima posta a destra si chiama idā associata alla Luna, la seconda a destra pingalā associata al Sole che sono designati come i due occhi di Vaishwanara. Mentre sushumnā essendo nel mezzo, è invece in rapporto col «terzo occhio», vale a dire con l’occhio frontale di Shiva. Questo passaggio, in virtù della Conoscenza acquisita dal jīvātmā del vidwān in virtù di una rigenerazione psichica ha fatto di lui un dwija nutrito dalla Prasāda di Brahma. jīvātmā si libera da tutti i vincoli che ancora sussistono nella condizione corporea ed incontra un raggio solare che simbolicamente, è una emanazione del Sole spirituale, che è Brahma stesso, considerato però questa volta nell’Universale: questa «polarizzazione» del Buddhi, per cui i multipli stati manifestati dell’essere sono ricollegati fra loro e messi in comunicazione strettamente con ātman, identica a Brahma; questo «raggio solare» si dirige, sia di notte o di giorno, d’inverno o d’estate come afferma la Chāndogya Upaniṣhad. «La preferenza dell’estate, di cui si narra l’esempio di Bhishma, che attese per morire il ritorno di questa stagione favorevole, non concerne il Saggio che, nella contemplazione di Brahma, ha compiuto i riti quali sono prescritti nel Veda, e che, per conseguenza, ha acquistato la perfezione della Conoscenza Divina; essa concerne invece quelli che hanno seguito le osservanze del Sankhya o dello Yoga-Shastra, secondo il quale il tempo del giorno e della stagione dell’anno non sono indifferenti, ma hanno un’azione effettiva, in quanto elementi inerenti al rito»[4]

chakra

Durante il processo di  krama-mukti dall’estremità della sushumnā che comunica con Brahma fino alla sua destinazione. Chi otterrà la «Liberazione», partendo dallo stato umano seguirà la dêva-yâna o «Via degli Dei» mentre coloro che, dopo il riassorbimento dell’individualità umana, dovranno al contrario passare in altri stati di manifestazione individuale seguiranno la pitri-yâna o «Via degli Avi». «O Bharata, io ti spiegherò in quali momenti coloro che tendono all’Unione lasciano l’esistenza manifestata, sia per non più ritornarvi, sia per ritornarvi. Gli uomini che conoscono Brahma vanno a Brahma sotto i segni luminosi del fuoco, della luce, del giorno, della luna crescente, del semestre del sole ascendente verso il Nord. Essi vanno invece alla Sfera della Luna per ritornare, se si trovano sotto i segni d’ombra del fumo, della notte, della luna decrescente, del semestre del sole discendente verso il Sud. Queste sono le due Vie permanenti, l’una chiara, l’altra oscura, del mondo manifestato; per l’una l’uomo va dove non vi è più ritorno; per l’altra dove si ritorna indietro»[5]

Lo stesso simbolismo esposto da Plutarco usando i termini: Campi Elisi, per le anime beate che hanno ottenuto la «Liberazione» e Campo di Proserpina per le anime imperfette che vengono rimandate sulla Terra, dovendo ancora subire l’esistenza fisica.[6] Pitri-yana, come il Campo di Proserpina non conduce oltre la Luna, perciò, seguendola, l’essere non è liberato dalla forma, vale a dire dalla condizione individuale. Nella Luna si dissolvono le forme e sono contenuti i germi delle forme non ancora sviluppate, un do ut des tra la Luna e la Terra. Deva-yana, invece è l’effettiva identificazione del centro dell’individualità integrale residenza dell’Universale Brahma, dove tutte le facoltà sono state precedentemente riassorbite nell’jīvātmā. Quando la realizzazione è compiuta, non c’è più jīvātmā distinto dal «Sé», esso raggiunge la realtà assoluta; l’individualità svanisce con tutte le determinazioni limitative e contingenti, e resta la sola personalità nella pienezza dell’essere, che, in sé, contiene principalmente tutte le sue possibilità allo stato permanente e non-manifestato. Lasciata la Terra è condotto alla luce (archis), da intendersi qui come Tejas (Regno del Fuoco), il cui reggente è Agni. Dal Tejas, l’essere è condotto ai diversi domini sottili dei reggenti o purva-paksha è uttara-paksha. L’’essere passa a Vayu (Regno dell’Aria), il cui reggente è lo stesso Vayu lo dirige dal lato della Sfera del Sole (Surya o Aditya), dal limite superiore del suo Regno. Esso passa inoltre nella Sfera della Luna (Chandra o Soma), dove non si sofferma come coloro che hanno seguito il pitri-yana, ma da cui s’eleva Vidyut (Regno del lampo). Sopra vi è Ap (Regno dell’Acqua), il cui reggente è Varuna. Si tratta ormai delle Acque superiori o celesti, che rappresentano l’insieme delle possibilità informali, in opposizione alle Acque inferiori, che rappresentano l’insieme delle possibilità formali, di cui non può più trattarsi quando l’essere ha oltrepassato la Sfera della Luna, che è, come abbiamo detto, l’ambiente cosmico dove s’elaborano i germi di tutta la manifestazione formale. Il restante del viaggio si effettua nel Regno d’Indra, occupata dall’Etere, fino al Centro spirituale dove risiede Prajapati, espressione diretta di Brahma stesso, in rapporto al ciclo totale od al grado d’esistenza al quale appartiene lo stato umano.

Questo viaggio divino a per meta Brahma-Loka (paradiso), che non è il Supremo Brahma, ma soltanto la Sua determinazione come Saguna Brahma che è Īśvara, principio primo di ogni manifestazione. Appare così solo per l’essere che ha raggiunto un certo grado di conoscenza. Hiranyagarbha appare identico ad Īśvara. Quindi Saguna Brahma è il Brahma-Loka che è identico a Hiranyagarbha, principio della manifestazione sottile, dunque dell’esistenza umana nella sua integralità; dell’essere il quale ha ottenuto l’«immortalità virtuale» è, per così dire, «incorporato», a Hiranyagarbha; e questo stato, nel quale può restare fino al compimento del ciclo. In questo stato Prajñā al momento del pralaya è unito a Saguna Brahma e un il ritorno ad un altro ciclo di manifestazione è ancora possibile; poiché liberato dall’individualità. Il passaggio da condizione da uomo a Deva; alla fine del pitri-yana, vi è un ritorno al manava-loka (mondo dell’uomo), vale a dire ad una condizione individuale, così designata in analogia alla condizione umana, quantunque ne sia necessariamente differente, poiché l’essere non può ritornare ad uno stato per il quale è già passato.

«Coloro che hanno conquistato i mondi con l’ascesi, la carità e il sacrificio, costoro entrano nel fumo (del rogo funebre). Dal fumo passano nella quindicina lunare oscura della luna calante, dalla luna calante nei sei mesi durante i quali il Sole procede verso sud, da questi mesi nel paradiso degli Avi, dal mondo degli Avi in quello della luna. Allorché hanno raggiunto la luna, essi diventano nutrimento per gli Dèi, riempiendo la coppa per il regale Soma che gli Dèi, bevendo, vuotano. Una volta consumati i meriti che avevano accumulato, essi ritornano nello spazio, dallo spazio nell’aria, dall’aria nella pioggia, dalla pioggia nella terra. Riportati alla terra diventano cibo offerto nel fuoco dell’uomo e fuoco della donna. Così, nascono di nuovo, crescono in questo mondo e ricominciano il ciclo della vita. Coloro i quali non hanno seguito queste due strade, diventano insetti che strisciano e che volano e ogni specie di animale che morde».[7]

Mentre se la «Liberazione» è ottenuta tramite l’unione con il Supremo Brahma, Nirguna Brahma che comprende come abbiamo detto all’inizio l’Essere (o le possibilità di manifestazione) ed il Non-Essere (o le possibilità di non-manifestazione). E’ dunque questa la finalità dell’essere «liberato», svincolato dalle condizioni dell’esistenza individuale umana, ed anche da tutte le altre condizioni particolari e upadhi (sovrapposizioni limitative). Quando l’uomo è «liberato», il «Sé» (ātman) è realizzato pienamente nella sua natura propria.

«Coloro che conoscono e vivono pii nella foresta, costoro entrano nella fiamma (del loro rogo funebre), dalle fiamme passano nel giorno, dal giorno nella luna ascendente, dalla luna ascendente nei sei mesi del sole ascendente, da questi mesi nel mondo degli Dèi, dal mondo degli Dèi nel Sole, dal sole nella regione delle folgori. Pervenuti alla regione delle folgori, uno spirito puro li trasporta nel mondo delle cause. In questo immenso mondo essi trovano la loro dimora e da là mai più ritornano».[8]

Tale è il risultato della liberazione completa, ottenuta nella pienezza della Conoscenza Divina; ma, per quelli la cui dhyana (contemplazione) è stata solamente parziale, Saguna Brahma, essi godono di certi stati superiori, ma senza poter tuttora raggiungere l’Unione perfetta (Yoga), che rappresenta un tutto solo con la «Liberazione» La Conoscenza, a questo riguardo, è dunque di due specie, ed è detta «suprema» o «non-suprema», secondo che concerna Para-brahma o Apara-Brahma, a cui, per conseguenza, conduce rispettivamente.[9]

 

SCHEMA RIASSUNTIVO

Sole
Nirguna Brahma o Paramātmā (Immortalità)

Regno d’Indra
Regno dell’Acqua
Regno del Lampo

Luna
Saguna Brahma o Īśvara  (Immortalità virtuale)
Regno dell’Aria
Regno del Fuoco

dêva-yâna –  pitri-yâna
Sthula-sharira

 

[1] Brahmasūtra, 4° Adhyaya, 2° Pada, sutra 1 a 7

[2] Prashna Upanishad, 6° Prashna, shruti 5; Mundaka Upanishad, 3° Mundaka, 2° Khanda, shruti 8. – Brahma-Sutra, 4° Adhyaya, 2° Pada, sutra 8 a 16.

[3] Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad 4° Adhyaya, 4° Brahmana, shruti 1 e 2.

[4] Brahmasūtra, 4° Adhyaya, 2° Pada, sutra 17 a 21.

[5] Bhagavadgītā a, VIII, 23 a 26.

[6] Questa trasmigrazione delle anime è la Metempsicosi, spesso confusa con le pseudo-dottrine reincarnazioniste.

[7] Brihadaranyaka Upanishad VI, 2, 13-16.

[8] Brihadaranyaka Upanishad VI, 2, 13-16.

[9] R.Guénon, l’uomo e il suo divenire secondo il Vêdânta, P.145.

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Categorie: Ārya, Tradizione

Pubblicato da Riccardo Tennenini il 18 aprile 2016

Riccardo Tennenini

Ferrarese classe 1989, inizia i suoi studi con Rèné Guénon e Julius Evola passando per i maestri del pensiero Occidentale: Platone, Aristotele, Plotino e Plutarco. Successivamente si orienta sulla filosofia orientale dell'Advaita Vedanta. Gestisce il sito Fede Spada e scrive sul mensile Avanguardia.

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