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Misteri e Arcani della Magia Etrusca – Stefano Mayorca

Misteri e Arcani della Magia Etrusca – Stefano Mayorca

La dottrina segreta di Larthe

Un mistero insoluto, permeato da arcane memorie, è alla base dell’autentica ritualità magica officiata da un popolo ancora oggi sconosciuto, gli Etruschi. La densa nebbia dei secoli ha occultato le magiche dottrine dell’Etruria segreta e secretata, riflesso speculare di un’aurea ragione e di ermetiche cerimonie. Gli archeologi prima e gli storici dopo, hanno reso ancora più incomprensibile il volto rifulgente della cultualità operativa che animava sacramentalmente la classe sacerdotale-magica dei Lucumoni (termine che deriva da Lucus = bosco). Senza contare le tante farneticazioni di presunti esperti che, attraverso teorie fantastiche e deliranti, si sono avventurati nel campo minato delle allucinazioni ufologiche più assurde, connesse con extraterrestri e civiltà non meglio identificate provenienti da altri sistemi solari, legate alla progenie etrusca.

Allo scopo di restituire dignità a un Corpus dottrinario che si perde nella notte dei tempi, tenteremo di offrire un quadro scevro da mistificazioni, al fine di fare luce sulle vere origini della magia pratica intimamente correlata alle scienze occulte e ai numerosi fenomeni che ne segnano le dinamiche celate. Telepatia, magia, divinazione, metempsicosi sono solo alcune delle discipline di ordine ermetico e metafisico – se così si può dire – studiate e praticate dagli iniziati etruschi. Persino la loro lingua è rimasta inalterata e nascosta, infatti, è tuttora priva di interpretazione integrale, se si eccettua quel poco che si è riusciti a decifrare e capire parzialmente, ingenerando però ulteriore confusione. Nonostante le recenti scoperte, nell’arco di tre secoli gli alfabetari etruschi si sono succeduti l’uno all’altro, facendo immaginare che ciascuno di essi fosse quello giusto e definitivo. Nonostante tale convinzione, il patrimonio dell’epigrafia di questa civiltà resta oscuro.

I MAGICI SPECCHI DI CHALCAS E DI TAGES: L’ARTE DELL’EXTISPICIUM

Come anticipato, la divinazione era tenuta in grande considerazione dagli Etruschi, come del resto da quasi tutte le antiche civiltà: Egizi, Celti (divinazione druidica), Cinesi, Aztechi. La mantica più importante era legata alla Palingenesi (morte-rinascita del mondo). Questa forma profetica è conosciuta come Apocastasi, riguardante la nascita e la fine di stati, religioni e popoli. L’arte penetrativa, volta a squarciare i veli del destino, è conosciuta come Apotelesmatica; si serve, tra le altre cose, di elementi astrologici e assume carattere universale. Non a caso gli Etruschi avevano predetto la loro fine con largo anticipo – dieci secoli a quanto consta – riuscendo a stabilire anche la durata della loro indipendenza. Una delle tecniche maggiormente diffuse per  la conoscenza di eventi futuri era affidata agli specchi magici e, in questo senso, assume rilevante importanza il ritrovamento di due specchi rituali etruschi: quello risalente al IV secolo a.C., con effigiata una figura di indovino riconducibile al celebre sapiente greco Chalcas, e quello rinvenuto a Tuscania, in cui è ritratto il mitico Tages (o Tagete), figura leggendaria e grande iniziatore. Nel primo, Chalcas viene rappresentato con una lunga barba e le ali. In mano stringe il fegato di un animale e lo esamina attentamente in base alla disciplina conosciuta come scienza aurispicina (o extispicio. Exta in latino). L’altro speculum, invece, riporta l’immagine di Tages, intento a insegnare a Tarcon l’arte dell’Extispicium, egualmente riferita all’esame del fegato animale.Tarcon, il contadino che aveva ricevuto da Tages i Libri sapienziali, secondo alcune ipotesi era in realtà il re Tarquinio Prisco. Molto probabilmente si tratta di un evento riconducibile al mito e in tale ambito veridicità e leggenda si fondono. Il racconto di Tages e Tarcun è narrato nell’opera di Cicerone De divinatione, in cui si parla dell’etrusca disciplina dispensata dal fanciullo divino con la voce di un vecchio (Tages), attraverso le varie leggi che avrebbero dovuto essere osservate dal popolo. A tale riguardo è interessante notare le similitudini che intercorrono tra questo accadimento trascendente e la vicenda legata ai Dieci Comandamenti, di mosaica memoria. Le tavole della Legge, che il Dio di Israele scrisse a caratteri di fuoco e consegnò a Mosè perché le diffondesse presso il popolo d’Israele. La magia degli specchi e il ruolo della superficie riflettente all’interno del pensiero esoterico ha origini lontanissime, nebulose e non facilmente esplicabili. Nel suo etereo fascino di lunare matrice è celato il potere di pervenire alla visione di ciò che normalmente non è possibile scorgere, ma solo immaginare. Da questo punto di vista lo specchio diviene il simbolo della conoscenza e della verità. Ci offre un’ineffabile testimonianza dell’Invisibile, offrendo l’opportunità di verificare quanto è negato ai naturali e limitati sensi umani. La scienza della Catapromanzia, di cui si servivano i sapienti Etruschi, si fa risalire agli antichi iniziati dell’Oriente, i Magi della Persia e gli Egizi, come attestano alcuni papiri di magia pratica utilizzati dai sacerdoti della nera Kemi, la terra d’Egitto. Lo specchio, dunque, vero e proprio strumento sacrale, consentiva di penetrare nelle regioni del divino per mezzo di una chiave arcana. In molti casi i Lucumoni si servivano di giovani vergini preposte alla visione le quali, in un particolare stato di alterazione della coscienza, riuscivano a vedere le immagini che si formavano sulla lastra riflettente. Da questi presagi i sacerdoti iniziati riuscivano a ricavare e decifrare i simboli che delineavano l’avvenire. Lo specchio doveva essere fabbricato in particolari date astrali, usando materiali specifici che permettessero di caricare l’oggetto con il fluido e le correnti magnetiche volte a trasmutarlo e vitalizzarlo, conferendogli le proprietà adatte allo scopo divinatorio. Oltre a ciò, i sacerdoti etruschi compivano determinate cerimonie per evocare entità divine attraverso l’arte della Catapromanzia. Dopo i necessari riti di purificazione, gli appropriati carmi (formule magiche) e le preghiere ermetiche, il Lucumone si ritirava in un luogo appartato e convenientemente purgato da energie negative e concrezioni astrali (magari in una caverna, come faceva Pitagora quando operava con gli specchi magici). Dopo avere profumato l’ambiente con i profumi peculiari quali resine, gomme, sostanze varie, cortecce d’albero, foglie, erbe, fiori, incensi, si apprestava alla pratica. Ritto, con le mani levate verso l’alto, pronunciava la formula di scongiuro utile all’invocazione del dio da richiamare a sé. Gradualmente entrava in una condizione di semi-ipnosi lucida e incominciava a scorgere sullo speculum ombre, luci, colori, sagome incerte, figure in movimento. Successivamente, quando la concentrazione diveniva attiva, riusciva a contemplare il volto dell’entità voluta e a carpirne i segni, deputati a rendere manifesti gli accadimenti racchiusi in un  prossimo futuro. Non meno rilevante è un oggetto rituale scoperto nel 1831 a Orbetello (vedi articolo sui riti cabirici – Hera n. 102 – luglio 2008), località Quattro Strade. Il manufatto è venuto alla luce nel corso di alcuni scavi effettuati per portare alla luce una tomba etrusca. La sepoltura riguardava un personaggio etrusco di alto rango, cosa confermata dal ricco corredo che era collocato accanto ai resti dell’uomo. Con ogni probabilità si trattava di un grande maestro cabirico operante nella città di Cosa. Nel sepolcro era posto uno specchio mistico in cui si può ammirare una scena di ordine iniziatico. In esso si vede un neofita che osserva ieraticamente una spada, che un altro iniziato, abbigliato con un elmo, un corsaletto e un perizonio punta al suo petto allo scopo di saggiarne la forza d’animo e la tempra di quest’ultimo. Anche in questo caso lo specchio veniva utilizzato per operazioni divinatorie come quella precedentemente descritta. Alcuni testi divinatori, dei quali parleremo in seguito, erano stati dettati da una creatura divina, la Ninfa Vegoia, apparsa, a quanto si dice, al potente Lucumone di Chiusi, Arrunte Velthymno. Secondo la raccolta latina, conosciuta come Gramatici veteres,  è proprio a questa ninfa che si deve una delle rare profezie etrusche connesse con l’avvenire dell’umanità. Le altre, in genere, si soffermavano su quello specifico del popolo etrusco la cui durata era stata fissata in dieci specula, che non corrispondeva esattamente a cento anni, ma variava in base alla media della durata della vita umana. Erano i sacerdoti a interpretare, attraverso appositi segni divini, la scadenza di ciascun specula. Tornando a Vegoia, ecco la profezia menzionata:

Sappi che il mare fu un tempo diviso dall’aria. Quando poi Tinia (Giove) rivendicò a sé le terre dell’Etruria, stabilì e comandò di misurare i campi e di delimitare le aree coltivabili. Conoscendo l’avidità degli uomini e il desiderio di terra, volle che tutto fosse diviso mediante confini. Presto o tardi però qualcuno, preso dall’avidità, sul finire dell’ottavo secolo, interverrà sui confini e su quanto è stato concesso; gli uomini, con dolo, violeranno e sposteranno i cippi che segnano i confini. Ma chi gli avrà toccati o gli avrà rimossi cercando di aumentare i propri possedimenti diminuendo quelli altrui, sarà dannato. Se lo faranno coloro che si trovano in servitù la loro condizione si muterà in peggio; se lo faranno con la complicità del padrone , la casa di questi rovinerà ben presto e la sua schiatta perirà tutta quanta. I colpevoli saranno afflitti da terribili morbi e da mali, in modo tale da arrivare ad una completa debilitazione fisica. La Terra sarà sconvolta da tempeste e da alluvioni che porteranno completi sovvertimenti. I raccolti saranno danneggiati dalla pioggia e dalla grandine, diverranno aridi per la canicola, saranno distrutti dalla ruggine. Avverranno molte discordie civili. Sappiate che accadrà ciò quando saranno commessi delitti di questo genere. Per questo tu non devi essere falso o avere due lingue. Trattieni questi insegnamenti nella tua mente

(da Grammatici Veteres, databile tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C.”.

LA MAGIA DEI FULGURATORI: IL RITO COSMICO DEGLI DÈI STELLARI

La vera magia etrusca e le sue implicazioni sacrali si snodano in un percorso metafisico che attinge alle forze naturali, per esempio mediante il calendario brontoscopico, che conteneva una mappa operativa legata al significato dei tuoni in ambito divinatorio e ad alcune concezioni astrologiche segretissime. Tra le opere a carattere occulto ricordiamo i Libri tagetici, suddivisi  in Libri haruspicini, Libri fulgurales, Libri rituales, materia più vasta che concerneva le prescrizioni riguardanti le fondazioni delle città, la consacrazione dei templi e degli altari, l’inviolabilità delle mura, le leggi relative alle porte della città e altri postulati cultuali occulti. I Libri rituales erano suddivisi a loro volta in tre sezioni: gli Ostentaria, che contenevano l’interpretazione dei prodigi e dei fenomeni naturali, gli Acherontici, che descrivevano il mondo dell’oltretomba consigliando le pratiche religiose per ottenere la salvazione  (dottrina segreta del sottosuolo) e i Fatales, che si accentravano sui limiti del destino della vita degli uomini e degli stati. Ci soffermeremo sui Libri fulgurales, giacché in essi è nascosto e custodito un arcano impenetrabile che va al di là della semplice divinazione. L’autentica praticacerimoniale dei sapienti fulguratori (addetti alla utilizzazione dei Libri fulgurales), era affidata ai Larthe, i supremi sacerdoti etruschi eletti nell’assemblea annuale dei Lucumoni. Un oggetto particolarmente importante e potente era al centro di questa ritualità trascendente e metafisica. Si trattava di un copricapo speciale, che opportunamente usato, consentiva di penetrare nei mondi paralleli e nelle dimensioni astralizzate. Il titolo di Larthe, come del resto quello di Lucumone, va posto in relazione con una segreta funzione stellare connessa con la Via o Ponte, ovvero gli attributi che determinano il potere di riunificare le due dimensioni, quella naturale e quella preternaturale. La Via dell’Aureo incanto e della fiammeggiante spada fatata erano gli emblemi di tale magia. Il copricapo in questione, misteriosissimo nella sua struttura celata, racchiude ancora oggi vibrazioni senza tempo che sono l’immagine riflessa del centro radiante stellare. I copricapo stellari avevano forma conica, come i cappelli dei maghi e delle fate che si vedono nelle fiabe. La foggia a punta non è casuale, e pone in risalto il principio delle punte che serve tanto a debellare le energie contrarie quanto a ricevere le energie cosmiche, come nel caso degli obelischi egizi, veri e propri ricettori del magnetismo cosmico. La tiara papale analogamente sfrutta il meccanismo da poco enunciato. La tiara originaria era appuntita, differente da quella attuale, ed esternava determinate funzioni. Nell’antico Egitto avveniva la medesima cosa e il copricapo del Faraone ricorda la tiara, o per meglio dire, quest’ultima riprende per forma e dimensioni il modello faraonico. Numerose divinità ittite sono state effigiate con un elmo rituale conico ed anche il cappello frigio e mitraico (culto solare di Mitra) sonocontraddistinti da questa particolare configurazione. Un ritrovamento straordinario, nella fattispecie, desta interesse e ci permette di comprendere più approfonditamente il ruolo preminente del copricapo lucumonico in ambito rituale. Si tratta dell’elmo metallico di Oppeano (in provincia di Verona), tratto in superficie dal sottosuolo. Attorno ad esso appaiano figure finemente lavorate che rappresentano dei cavalli, cinque per la precisione, più una immagine che si discosta dalle altre. Il sesto disegno ritrae una sorta di figura sfingetica alata con sembianze simili a quelle degli altri quadrupedi. Oltre alle immagini menzionate, l’elmo è circondato da altre sei fasce concentriche. Il simbolismo legato al numero dodici dunque è palese, e riporta ai Misteri espressi dal Solstizio estivo e dalle porte solstiziali – anticamente il Solstizio era denominato Porta degli uomini – emblema di rinascita e resurrezione. Successivamente, dopo sei mesi, ecco giungere il Solstizio invernale o Porta degli Dèi, simboleggiante l’immortalità. Il numero sacro è commisto anche alla simbolica dei dodici Lucumoni, dei dodici mesi dell’anno, delle dodici costellazioni e così via. Nelle sue implicazioni astrali, zodiacali, cosmiche e stellari l’elmo è anche il mezzo adatto a discendere nelle sotterranee regioni infere. E’ l’elemento che unisce la Terra (l’infero), il Cielo e lo Spirito, la triade metafisica trascendente e in modo similare indica i tre regni: astrale, mentale e fisico. La sua valenza ermetico-magica configura tra l’altro, il viaggio dell’anima nei regni ultraterreni. Approfondendo ulteriormente il simbolo della conicità che conforma il copricapo fulguralis, ci rendiamo conto che svettando verso l’alto è in intima connessione con la Montagna Sacra, anch’essa di forma appuntita. L’apice del collesacro, come l’elmo, allude allo spirito che si invola, alla fusione tra l’alto e il basso, come riportato anche nella celebre Tavola Smaragdina (Tavola di smeraldo) attribuita al tre volte grande Ermete Trismegisto:

Ciò che sta in Basso è come ciò che sta in Alto, e ciò che sta in Alto è come ciò che sta in Basso, per creare il Mistero della cosa Una”.

Alla stregua di un’antenna, l’elmo captava le forze dell’Assoluto e i misteri della volta celeste. Tuttavia non dobbiamo sottovalutare la connessione con le forze sotterranee legate alla conoscenza dell’abisso in analogia con la dea Uni, la Madre Terra. Così è probabile che da una cavità nella roccia, dalla quale era possibile osservare il cielo, il Fulguratore procedesse  ad officiare il cerimoniale magico-cosmico finalizzato a ricevere le conoscenze provenienti dalla dimensione invisibile e stellare. Nel Duomo di Siena il grande Ermete Trismegisto viene effigiato con un copricapo appuntito in cui non è difficile ravvisare quello dei Larthe, a significare la realtà di tali pratiche. Non deve meravigliare in tal senso, che le due statue dei Dioscuri collocate ai lati della scalinata che porta al Campidoglio, a Roma, calcano il medesimo copricapo. Il sacerdote etrusco dunque, si preparava al viaggio astrale che lo avrebbe condotto al di là del tempo e dello spazio per attraversare i confini del conosciuto. Autentico psiconauta, egli si sarebbe diretto nelle regioni altre per carpire i segreti dell’Universo. Indossato l’elmo magico, recitate le formule appropriate, invocava le entità occulte affinché discendessero in lui, mentre la sua controparte lunare si sarebbe distaccata e diretta altrove… Folgorato da una energia magnetica, il mago veniva pervaso da vibrazioni e proiettato lontano, verso i mondi archetipi che custodivano un sapere remoto e nascosto che attendeva di essere svelato. Anche le grandi cattedrali medievali ospitavano il famoso ciborio con la sagoma appuntita e diretta in alto. Si trattava di un ricettore di energie cosmiche.

La scienza perduta degli Etruschi, in sintesi, è disseminata in vari ambiti e luoghi. Approdando a lidi diversificati rinveniamo l’Etrusca disciplina anche nella rituaria magica del culto etrusco-romano di Aradia, (leggere il Vangelo delle Streghe Edizioni Rebis – Viareggio, 2004). Culto ancestrale di cui rimangono solo dei frammenti, il Vangelo delle Streghe racchiude e serba in sé  le perle rare dell’Antica Religione. Aradia figlia di Diana, simboleggia la vera magia etrusca al femminile, tanto importante quanto sottovalutata. Un culto lontano che è circonfuso di un alone impenetrabile. Non è casuale, da questo punto di vista, che il cappello delle streghe, ricordo delle antiche sacerdotesse, fosse appuntito. D’altronde, il dio Baal, raffigurato con la folgore, i Flamen (sacerdoti romani), Thor, il dio del tuono, i Druidi (sacerdoti celtici), altrettante divinità e classi sacerdotali magiche indossavano un elmo rituale con l’estremità più o meno aguzza. Nello splendido Canto d’Aradia riscopriamo tutta la magia della religione occultata d’etrusca memoria.

Canto di Aradia

(Luna Piena)

Io sono la Volontà degli Dèi

Io sono la Vita

Io sono la Signora del Plenilunio

Colei che ritorna

Per ricordare ai Figli del Cielo

L’Antica Arte

Io sono la Dea dell’Amore

Che stende un mantello di stelle sopra la notte

Io annuncio l’alba e saluto il tramonto

Io possiedo il Segreto di ogni Incantesimo

Io sono Colei che comanda la Folgore

Io sono la Rugiada che scende sui Prati Fioriti  

La Linfa che scorre nei Boschi

Che anima i venti e le acque

Che sposa e feconda la Terra

Che nasce nel fuoco e alimenta

La Fiamma Perenne che grida giustizia agli Dèi

Io sono Colei che sconfigge la morte

E spezza le catene della paura

Io sono lo Spirito puro della Natura

Lo Spirito libero dell’Universo

Io sono la Gloria Immortale

Della Verità mai tradita

Io sono l’Amore

Io sono la Vita

Io sono la Figlia della Luce Infinita

(C.G. Leland, Aradia o il Vangelo delle Streghe, Edizioni Rebis, Viareggio, 2004).

La strada del segreto incanto, Luce raggiante delle antiche pratiche, segna il cammino verso la sapienza riposta che vede avvicendarsi jerofanti versati nelle pratiche magiche. Ecco i Fulguratori solenni, intenti a travalicare l’umano per raggiungere l’ultraumano, Lucumoni veggenti e altri magi votati alla Sacra Scienza. La Scienza assoluta, che avvolta nell’etereo bagliore, dispensa il Sapere a coloro che intendono, e intendendo comprendono, e comprendendo praticano. Così l’elmo Fulguralis riflette l’inferno dantesco composto da gironi concentrici, simili a quelli dei minareti, della mitica Torre di Babele, la Ziqqurat. L’infero buio, utero primordiale della Mater Matuta, sovrana psicopompica e regina delle cavità uterine e gestatorie. Tutto converge nell’estremo rigore della Conoscenza che reca con sé l’illuminazione, estatica condizione che anela al divino. Oltrepassato il limite della umana natura, profana e imperfetta, si giunge nella Luce che proviene dal buio, dall’infero. Perché la luce procede dal buio, e dal basso si arriva alle alte e ascose verità ermetiche e iniziatiche della lontana e mai realmente ritrovata terra d’Etruria.

 

In collaborazione col sito giulianokremmerz.com e le Edizioni Rebis di Viareggio, che ringraziamo

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Categorie: Etruschi

Pubblicato da Ereticamente il 2 Marzo 2016

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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