Solstizio d’Inverno. L’eterno ritorno all’Origine – Maurizio Rossi

Solstizio d’Inverno. L’eterno ritorno all’Origine – Maurizio Rossi

Sappiamo che dall’alba dei tempi, gli europei hanno orientato la direzione del loro cammino attraverso l’adozione di determinati punti cardinali che gli consentirono di non smarrire la strada, di mantenersi in ordine con se stessi, con la loro specifica e preziosa natura.

Punti qualificanti di riferimento: simbologie, esempi, insegnamenti, manifestazioni sacrali, coerenti interpretazioni del divino — stelle luminose nel firmamento dello Spirito, della Tradizione incarnata e rivelata che consentirono loro di mantenere inalterati nei secoli i caratteri e il retto ordinamento delle Stirpi e delle Comunità: la fisionomia etno-spirituale dell’Europa.

Gli stessi simboli, le ricorrenze, al pari degli esempi, rivestono da sempre una particolare importanza — non se ne dovrebbe infatti mai abusare né stravolgerne il significato — poiché sono i veicoli di verità altrimenti incomunicabili, trascendenti lo stato della consapevolezza mentale, sono stimoli  dinamici e immediati che possono consentire il risvegliarsi di memorie ancestrali che ci riconnettono agli interminabili fiumi di sangue versati generosamente dalla nostra Stirpe nella salvaguardia della propria identità, e a quelle Idee senza parole che da sempre hanno segnano ed indirizzato il cammino della Tradizione.

Nell’immaginario dei popoli europei, a questa superiore dimensione appartengono le festività solstiziali. Il simbolo secolare di questo eterno ordinamento è il cammino del Sole. Nell’inverno sprofonda sempre più intimamente nel ventre della terra, per ritrovare la terra madre che gli dona nuovamente la vita, per poi risalire sempre più in alto nel cielo fino al giorno del Solstizio: una morte e una rinascita eterne.

La consapevolezza dell’importanza dell’avvenimento cosmico del Solstizio d’inverno era quindi ben presente fin dalla più remota antichità in ogni latitudine dell’emisfero di matrice indoeuropea, tanto da essere celebrato solennemente dai nostri antenati, dalle foreste di Teutoburgo per scendere fin nel cuore della Grecia arcaica, e poi infine a Roma.

Una comune radice. Una comune Origine.

Scrisse in proposito Adriano Romualdi:

“In linguaggio astronomico il Solstizio d’inverno è il giorno in cui il sole tocca il punto più basso dell’ellittica, quasi come se si allontanasse e sprofondasse nella notte. All’epoca delle grandi glaciazioni, l’umanità di razza bianca rimasta sul continente europeo celebrava in questo giorno la morte e la resurrezione del Sole. All’alba, dopo la notte più lunga dell’anno, fuochi a forma di ruota salutavano il Sole invitto risorgente dall’abisso. Oggi, sull’orizzonte dell’Europa, è Solstizio d’inverno, un interminabile inverno di servitù e di vergogna. Ma noi crediamo, noi vogliamo credere all’imminente resurrezione della luce”.

Quindi, questo grandioso momento avveniva già in epoca preistorica, come i nostri antenati ci hanno tramandato assieme alla certezza che:

Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà.

Se attorno alla data del 21 giugno, il Solstizio d’estate, veniva celebrato, con grandi feste popolari, il magnifico trionfo della potenza benefica del Sole, allo stesso momento i popoli sapevano che dovevano anche prepararsi al suo inesorabile reclinare, fino al culmine del Solstizio d’inverno, il preludio del  Dies Natalis Solis Invicti.

I due Solstizi: complementari, ma differenti. Ambedue carichi di sacrali e luminose aspettative. Ambedue significativi nell’ordinata scansione ciclica della vita, particolarmente radicati nel costume popolare, fedelmente tramandati di generazione in generazione, gelosamente custoditi nell’intima anima dei popoli europei, tanto da costituire un saldo patrimonio della nostra migliore e specifica identità.

L’evento solstiziale quale momento di trasmissione di una Visione del mondo e della vita cosmicamente ordinate.

Questa è la riconnessione al sovra-mondo che gli europei hanno sempre perseguito, volgendo la loro azione per la conservazione della loro sostanza originaria, evocando tramite la giustizia nell’anima — pertanto in se stessi e nel corpo comunitario, anima espansa della Stirpe — la riappropriazione della dimensione sacrale che era elevazione verso il superumano: le virtù spirituali, civiche, eroiche e politiche intese come apertura al Sacro, al bene assoluto, poiché come lo stesso Platone insegnava, il compiere ogni sforzo per diventare uomini giusti significava tensione nell’uniformarsi al divino, adesione all’Ordine politico incarnante gerarchicamente stabilità in senso spirituale, per cui equivalente all’espressione etica della Totalità del popolo come Comunità organica, manifestazione tangibile della trasmissione ereditaria della Stirpe attraverso i legami dettati dai vincoli segnati dal Sangue e dal Suolo.WP_20151220_031

Questa funzione anagogica di trasmissione presente nella ricorrenza solstiziale, necessita del fondamentale apporto di uomini e donne – di buon sangue – coscienti e consapevoli dei loro doveri nei confronti della Stirpe di appartenenza. Uomini e donne qualitativamente differenziati e qualificati da un ethos assoluto – quello di essere gli autentici custodi dell’Orizzonte – altrettanto consapevoli che soltanto l’adozione di precise discipline mentali e spirituali, già presenti in origine negli antenati indoeuropei, il rimando ad una Cultura integrale espressa attraverso le verità della Tradizione, saldate ad una composta tenuta comportamentale, dovranno sempre essere gli elementi caratteristici e valoriali che potranno sostanziare compiutamente una nuova tipologia umana, verticalmente orientata, al fine di garantire il perenne rinnovarsi di una rivoluzione antropologica, politica e spirituale dell’essere.

Dell’esistenza intesa infine come fedeltà alle origini, attraverso una milizia costante al servizio della nostra Immagine del mondo, perché una vita di milizia è una vita correttamente spesa.

Recita un antico e sempre valido insegnamento: Vita est militia super terram.

Nell’assolutezza e purezza di una tale adesione si riscoprono gli elementi di quell’immagine dell’impersonalità attiva che rappresentò il cuore della metafisica antica.

Come Julius Evola volle trasmetterci:

“Come Spirito, esiste qualcosa che può servire già da traccia alle forze della resistenza e del risollevamento: è lo Spirito legionario. È l’abitudine di chi seppe scegliere la vita più dura, di chi seppe combattere anche sapendo che la battaglia era materialmente perduta, di chi seppe convalidare le parole dell’antica saga: «Fedeltà è più forte del fuoco» ed attraverso cui si affermò l’Idea tradizionale, che è il senso dell’Onore o dell’onta – non piccole misure tratte da piccole morali – ciò che crea una differenza sostanziale, esistenziale fra gli esseri, quasi come fra una razza e un’altra razza.”

A questa riconferma dei valori dell’organicità della vita, di milizia esistenziale e di fedeltà alla sostanza popolare, fa riferimento la data del Solstizio d’inverno: momento di meditazione e di riflessione, ma non di inazione.

Il Solstizio chiama al virile raccoglimento per propiziare la rinascita virile e solare e la lotta incessante contro le tenebre diffuse dai nemici della Tradizione – la duplice battaglia interna ed esterna – come abbiamo appreso da un’antica sapienza indoeuropea:

Vittorioso avrai la terra, ucciso avrai il paradiso. Sorgi risoluto alla battaglia.

Pertanto, il significato che nelle origini ebbe questo Solstizio andò pertanto a definire, attraverso un particolare simbolismo cosmico – pire ardenti e ruote solari – la festività corrispondente a tutte Civiltà di discendenza indoeuropea.

Nel simbolismo delle origini i concetti di Sole, di Luce o Luce della Terra, di Fuoco e di Immortalità si univano nel segno di una specifica concezione sacrale della legge divina.

Sorge la nuova Vita e il nuovo Sole: l’inizio del nuovo ciclo luminoso.

Nella Roma antica, dopo la riforma dell’Imperatore Aureliano, che riportò i culti romani al carattere cosmico-simbolico che avevano avuto fin dalle origini, il giorno del Solstizio d’Inverno, cioè il 25 Dicembre, valse proprio come Natale del dio luminoso concepito come forza invitta, come un nuovo inizio: Natalis Solis Invicti.

La forza che vince le tenebre, la fiamma che purifica e illumina, infine il risorgere del nuovo Sole – dies Solis novi – la reintegrazione spirituale nel ripristino di una condizione di perfezione primordiale affondante nelle radici remote dell’identità europea: l’eterno ritorno all’Origine attraverso il cammino spirituale del Sole.

Un cammino che mai si interromperà. Nonostante tutto. Nonostante tutti.

Maurizio Rossi

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Categorie: Solstizio

Pubblicato da Ereticamente il 25 dicembre 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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