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Sulla propria identità ideale – Mario Michele Merlino

Sulla propria identità ideale – Mario Michele Merlino

Sono tentato – e non è la prima volta – di condividere quanto affermava, non ricordo in quale programma della televisione, Francesca Mambro e che, cioè, fascisti non si diventa si nasce. Erano gli anni della follia e della disperazione, ove contava tutto o niente, un Sì o un No purchè come voleva Nietzsche assoluti. Poi ‘la quiete dopo la tempesta’ e tanti furono coloro che si diedero ai distinguo ai ripensamenti alle dimenticanze agli avvitamenti alle sfumature che trasformarono il colore rosso del sangue in diverse e grigie tonalità della vergogna. (Questa, però, è altra storia, qui inessenziale o forse no). Ho ritrovato in questi giorni autorevole antecedente. Con il titolo Vecchia Guardia, Ernesto Daquanno tiene un diario su gli anni della nascita del Fascismo fino a quel 29 ottobre del ’22 quando Mussolini parte per Roma, convocato dal Re per formare il governo. Ernesto Daquanno visse tutta la parabola esaltante e tragica del Fascismo come sansepolcrista e fino alla spalletta del lago di Como per essere fucilato con gli ultimi fedelissimi del Duce, in questo suo libro, ristampato di recente, annota in data 5 febbraio 1920 come Mussolini affermasse ‘Io oso dire che si nasce fascisti, ma che è assai difficile diventarlo.

Rileggo quanto da me scritto nel precedente intervento a risposta, un pretesto, a quella sorta di domanda e, al contempo, affermazione se io sia ormai fra la schiera dei rinunciatari (sto diventando permaloso?). E mi rendo conto d’aver detto come sempre cose notevoli – inossidabile la convinzione di essere un ‘grande’ della parola, funambolo, illusionista, un ‘istrione’ aveva cantato Charles Aznavour -, ma di essere rimasto in una sorta di terra di nessuno, tra il compreso il comprensibile l’incerto e il vago. E’ il rischio, sovente l’alibi, dell’intellettuale: non collocarsi là dove altri non s’è ancora addentrato, come l’intendeva Drieu la Rochelle, ma rifugiarsi là dove possa dire agli altri tutto e il suo contrario. Quell’inchiostro che trova nobiltà soltanto quando si trasforma in proprio sangue a pagare il debito.

Nascere – Pindaro afferma che si diviene ciò che si è – quale destino, quell’’amor fati’ per animi aristocratici come ci ha educato Nietzsche o, se si preferisce, andare alla ricerca e scoperta di se stessi che dà un sapore di reminiscenza platonica. Dura pietra, un macigno, da portare come nel mito di Sisifo vanamente in l’alto e dall’alto vedere questa stessa pietra rovinare a fondo. Una, due, cento volte, in eterno, e senza mai potersi disfare dell’ingrato compito, imposto da dei irosi e tracotanti. Da far tremare i polsi, il passo vacilla, il cuore si spaura, nella mente il dubbio s’insinua tanto che lo stesso Nietzsche ebbe la visione de ‘l’eterno ritorno’, un dono quasi, argine saldo la reiterata condizione della nostra esistenza. Insomma simile ad abitudine, il mestiere di vivere perde la sua dimensione effimera e si eleva a vincere tempo e circostanze.

Cosa significa nascere fascisti – un sentimento dominante che non si placa? L’immutabile temperamento (altro è il carattere che si forgia simile alla spada che va sottratta dal fodero affinché non corra il rischio di arrugginire così come si ammonisce nell’Hagakure)? Oppure meta desiderata e irraggiungibile? Più volte mi sono detto – e ho detto, ad esempio, ai miei alunni – meritare la stima e la simpatia non in quanto io fossi e bravo e disponibile e capace e fondamentalmente diverso da troppi miei colleghi, nonostante i pregiudizi le chiacchiere malevole il bisbiglio alle spalle per le mie scelte ‘politiche’; essere io fascista che mi ha reso tale e non altrimenti… Eppure ho il timore che si dia scontata la propria esistenza, una sorta di alibi, dove facile e comodo diviene il legittimare in un unico calderone sia ciò che ci nobilita sia ciò che ci volgarizza, ciò che ci eleva da ciò che ci degrada? Ogni mio atto ogni mio gesto il mio sentire e la parola sono ‘fascismo’ e così sia – una sorta di inevitabile karma, un marchio indelebile, una kalos-kai-agathia per nascita…

Se nascere fascisti può determinare queste e altre perplessità – una biologia dello spirito? -, rimane però la garanzia che morire da fascisti si può e, osiamo dire, si deve se e quando le circostanze lo reclamano. Vale la pena riprendere in mano alcune delle pagine del libro, pubblicato postumo dalla figlia Barbara, La morte dei fascisti di Giano Accame. Gli esempi riportati sono tanti ed esemplari. A me tornano vivide alcune delle fotografie sulla fucilazione di Achille Starace, ormai messo fuori da ogni incarico e dimenticato all’interno del Fascismo della RSI, figura derisa e criticata per aver trasformato in parodia, avanspettacolo, un possibile auspicabile processo rivoluzionario, dandogli quell’impronta di medaglie uniformi fregi pennacchi così cari a tanta ‘cultura’ italiota. Solitaria figura in dimessa tuta da ginnastica con le pantofole ai piedi (o forse scarpe sgangherate da ginnastica, come sostiene l’amico Giacinto Reale) volle essere fucilato alla schiena per poter rivolgere al Duce, simile a bestia macellata e appesa alla grata del benzinaio là a Piazzale Loreto, l’estremo saluto romano. Ed, anche qui – mi ripeto – non ho alcun dubbio: il sangue è spirito, il sangue porta via con sé ogni scorie, trasmuta in rimedio l’infezione del quotidiano.

In un cassetto, dentro una scatola tenuta ben celata (né Mirella deve rinnovare lo strazio né Cristiano, tanto meno, deve prenderne visione) ho le fotografie di Riccardo disteso nella bara, gli occhi chiusi i capelli mossi i baffi, l’abito buono e il volto, sì, il volto marcato dai segni delle percosse subite (dissero che ti eri suicidato e, al contrario, io so che ‘ti cercarono l’anima a furia di botte’). Nella cella d’isolamento – forse la stessa in cui vi avevo trascorso mesi circa dieci anni prima – due giorni alla tua scarcerazione, quattro a testimoniare in mio favore di fronte ai giudici della Corte d’Assise di Catanzaro. A me sempre caro e il cui ricordo va alla giovinezza sacco in spalla, le ragazze, il pianoforte, Praga invasa dai carri armati e la Romania all’ombra del Capitano… Mi fosti camerata fedele per nascita o lo divenisti perché altro non ti era dato sapere?

(Preliminare su come e perché sia difficile divenire ‘fascista’, premettendo che non possiedo alcuna risposta certa, rigettando ormai quel principio di verità con cui si legittimano le tante nostre cazzate in affermazioni categoriche. Dopo aver costretto il lettore ad introdursi, sempre più perplesso e al contempo avvinto, in un percorso irto di definizioni assiomi proposizioni dimostrazioni corollari e scolii per parlarci di Ethica, titolo della sua opera, il filosofo Benedetto Spinoza – Hegel considerava l’essere ‘spinozisti’ premessa necessaria per introdursi nel mondo della filosofia – così la concludeva: ‘E arduo, in verità, deve essere ciò che tanto raramente si trova. Come infatti potrebbe avvenire, se la salvezza fosse sotto mano e potesse essere ottenuta senza molta fatica, che fosse negletta quasi da tutti? Ma tutte le cose eccellenti sono tanto difficili quanto rare’… La difficoltà espressa, in altro contesto, da Mussolini forse si chiama ‘stile’).

Nietzsche ammoniva ‘là dove è passato un Capo, là è nato uno Stile’ – e a Mussolini guardiamo come colui che ci ha dato la via e al Fuehrer a Josè Antonio a Corneliu Zelea Codreanu e a tutti coloro, con l’esempio e in armi e con la parola, che ci hanno insegnato ad amare il Fascismo ‘immenso e rosso’. Ho accanto a me, sulla scrivania, computer pubblicazioni penne e pennarelli, la liquerizia di cui sono ghiotto, il libro di Mario Bernardi Guardi dal titolo Fascista da morire, uscito da meno di un mese e – lo confesso – non ancora letto. Un romanzo sui franchi tiratori di Firenze con alcuni personaggi reali e reali accadimenti. Il titolo m’intriga, m’intriga la trama quando vedo, in alcune note, il Curzio Malaparte de La pelle, Berto Ricci e altri studiosi e letterati che hanno trattato il tema. Fascista da morire e non morire da fascista che fa una bella differenza. Sacrificarsi certo per salvare la faccia difendere l’Idea restare fianco a fianco con chi come te non molla ma, altresì, ricordarsi sempre e sempre condividere le parole con cui Robert Brasillach concludeva l’esile saggio su Andrea Chénier, il ‘fratello dal collo mozzato’: ‘Questo non vuol dire che non sarebbe stato preferibile e che lui stesso non si sarebbe augurato quel bene che, da vero erede della Grecia, amava al di sopra di ogni cosa: la vita. E io la penso come lui’. Fierezza e speranza…

Si rinuncia quando non ci si mette più in gioco, liberamente, quando poi è la vita che ci sfugge come acqua fra le dita – altra immagine cara a Brasillach – non siamo noi i rinunciatari… Mi giustifico? Mi assolvo? Aldo Salvo, autore di Morire a Roma (un bel libro con poca fortuna editoriale) e che io portai a scuola a parlare ai miei alunni, scriveva che la retorica te la ficcano dentro a forza fra i denti e che esce pisciando ma ciò che resta è l’essenziale… Lasciatemi, dunque, cazzarare un po’. Mi piace viaggiare in treno guardare il paesaggio dal finestrino, le nuvole in cielo gli alberi le case sparse le macchine sull’autostrada, ma so che questo è il destino dello scrittore e che si vive quando s’è dentro le cose. Ecco perché porto i capelli e la barba lunghi e bianchi indosso ancora la giacca militare e la camicia fuori dai calzoni mi trattengo perché mi viene voglia di fare baruffa bastoni e barricate guardo le donne giovani m’innamoro una volta al giorno scrivo ‘cose che voi umani…’ i miei punti di riferimento li ho citati più volte, primo fra tutti Cyrano de Bergerac dal grande naso e la spada veloce, Che altro aggiungere?… Incerto inquieto irriverente, lo confesso, devo ancora decidere cosa farò da grande! Basta? Tanto mi basta. Rinunciatario?

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Categorie: Punte di Freccia

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 27 Ottobre 2015

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Daniele

    Si è vero fascisti si nasce.Perche’ non c’era motivo per un “bambino” di 12 anni , di rischiare la pelle ad un comizio di Almirante a Modena.E’, che c’era un qualcosa che la’ ti spingeva , anche in braghette corte, e a non darla vinta ai rossi che ti volevano impedire di partecipare.

  2. mario michele merlino

    infatti… grazie, daniele, della tua testimonianza… sono cresciuto a riccione e so cosa voleva dire essere contro… però, nonostante tutto, c’era più sugo allegria…

  3. Daniele

    Si , è vero, eravamo allegri, al contrario dei nostri “tenebrosi nemici” , eravamo giovani e bastian contrari. Bei tempi, e ripensandoci , anche se per il nostro essere , abbiamo dovuto pagare le conseguenze in termini di carriera ecc, non credo di rimpiangere niente. Meglio essere che avere.

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