Genealogia della morale antirazzista

Genealogia della morale antirazzista

di Riccardo Percivaldi

«Vidi nella morale della compassione in continua avanzata, e che colpiva anche i filosofi rendendoli malati, il sintomo più sinistro della nostra cultura europea ormai essa stessa sinistra, la sua tortuosa peregrinazione verso un nuovo buddhismo: – un buddhismo europeo: il … nichilismo?[…]».
«E se nel “bene” fosse insito anche un sintomo di regresso, o anche un pericolo, una seduzione, un veleno, un narcoticum, grazie al quale il presente vivesse a spese del futuro? […] Così che proprio la morale sarebbe il pericolo dei pericoli?».
F. Nietzsche, “Genealogia della morale”

«Intendo degenerazione, già lo si intende, nel senso di decadenza: io affermo che tutti i valori in cui l’umanità compendia in questo momento la sua idealità suprema sono valori di decadenza. Chiamo un animale, una specie, un individuo degenerati, quando hanno perso i propri istinti, quando scelgono, quando preferiscono, ciò che li danneggia […] dove la volontà di potenza manca, è il declino. Affermo che a tutti i massimi valori dell’umanità questa volontà manca – che valori di decadenza, valori nichilisti imperano sotto i nomi più santi».
F. Nietzsche, “L’Anticristo”

L’aggressione da parte di un popolo straniero, vera o presunta, è sempre stata la causa di ogni guerra. Gli aggrediti, se volevano sopravvivere, erano costretti, volenti o nolenti, a imbracciare le armi e a scendere in campo per difendere la propria vita e la propria libertà. Se qualcuno avesse cercato di impedire loro di difendersi predicando il pacifismo o accusandoli di razzismo, sarebbe stato giustamente deriso e preso per pazzo. Ora non è più così. La cessione di parte del proprio territorio a uno o più popoli stranieri, che un tempo era il risultato di sconfitte militari, avviene attraverso l’immigrazione di massa ed è chiamata “multiculturalismo”.

Una perversa ideologia ha sovvertito le sacre leggi della natura, annebbiando le menti e offuscando le coscienze: il delirio invasionista umanitario e antirazzista. L’antirazzismo è un cavallo di Troia che consiste nell’incapacità di distinguere tra amico e nemico, nell’assolutizzazione della bontà dello straniero. Ai nostri giorni l’antirazzismo rappresenta la massima dottrina della decadenza e del nichilismo perché non si limita a soffocare gli istinti vitali di un popolo ma pone la sua idealità suprema nel convincere una nazione che suicidarsi è un dovere morale. È un sistema, questo, che garantisce risultati sicuri sulla via di un corretto, masochistico, annichilamento di sé.

L’antirazzismo, in quanto morale della compassione, predica un amore pandemico verso lo straniero che si traduce nello scegliere, nel preferire sempre e comunque ciò che ci danneggia, nel predicare un umanitarismo patologico che educa all’odio, al disprezzo di sé e dei propri simili. Secondo questa morale perversa amare il proprio paese, la propria razza, rifiutarsi di condannare all’oblio eterno la propria cultura, è il massimo della malvagità e della perfidia, un crimine che si è ritenuto degno di inserire nel codice penale sotto l’ingannevole pretesto dell’”incitamento all’odio razziale”.

Per imporre questa morale degenerata ai popoli europei è stato scatenato un vero e proprio terrorismo psicologico che tende a paralizzarli con un castrante senso di colpa, a reprimere il loro naturale istinto di sopravvivenza e a fomentare la passività di fronte all’aggressione perpetrata ai loro danni. Per mezzo del totalitarismo antirazzista, penetrato in tutti i settori della società – dai media, all’istruzione scolastica – sin dalla più tenera infanzia il bianco impara a disprezzare sé stesso e la propria cultura, a rinnegare la propria identità. Un’opera di sovversione e di lavaggio del cervello in perfetto stile sovietico ha insinuato il tarlo che ormai corrode le menti di tutti i “benpensanti”, che trasforma orwellianamente il genocidio in un arricchimento culturale, la barbarie in civiltà e l’immigrazione in una risorsa.

Ma l’antirazzismo, lungi dall’essere un’ideologia della tolleranza e dell’amore, è radicato nella sete di vendetta, rappresentando solo l’ultimo aberrante prodotto di quella rivolta degli schiavi nella morale di cui furono figlie tutte le ideologie del risentimento che vanno dal socialismo al femminismo all’anarchismo. Come tutte le morali da schiavi, anche la morale antirazzista nasce da un profondo malessere di fronte alla realtà e alla vita che non riesce ad accettare. Ritenendo la disuguaglianza naturale tra i popoli della terra una cosa ingiusta, cerca di crearsi un mondo immaginario in cui le differenze non esistono se non come il prodotto artificiale di un sistema di sfruttamento creato dai bianchi per fondare su di esso la loro tirannia. È la dottrina marxista reinterpretata in termini di razze anziché di classi.

L’antirazzismo, come il comunismo, crede nell’avvento di un Regno messianico della pace e della felicità universali qualora il razzismo sarebbe sconfitto e si realizzasse la perfetta società multietnica: il paradiso multicolore dove non esisterebbero più razze e popoli ma solo una poltiglia informe di larve umane, un sottoproletariato internazionale e apolide che vivrebbe in un ordine sociale simile a un insediamento seicentesco dei gesuiti in Paraguay.

Conscio della sua debolezza, l’antirazzismo pone il suo ideale sempre altrove, in un futuro che non si realizzerà mai. Dove la società multietnica fallisce, come accade ovunque l’esperimento sia stato tentato, ciò, secondo gli apostoli di questa nuova religione, non confuta la teoria, ma dimostra solo che i popoli ospitanti non hanno saputo o voluto integrarsi.

Come tutte le morali eteronome l’anti-razzismo si costruisce ponendosi in antitesi con un nemico esterno, che identifica come il male assoluto, e su di esso costruisce per inverso il concetto di buono. Ma una morale siffatta, come ci insegna Nietzsche, non ha il principio in sé stessa, è solo il prodotto degli istinti cupidi di rivincita di chi è stato posto dalla natura al limite inferiore della gerarchia degli esseri.

L’occhio avvelenato del risentimento trasforma perciò in peccati tutti i valori nobili e aristocratici e chiama “cattivo” tutto ciò che significa forte, combattivo, reattivo, dominatore, tutti valori maschili e positivi, che esprimono la volontà di potenza. Al contrario santifica ed esalta tutti i valori nichilisti come la debolezza, la passività, gli istinti remissivi, masochisti, atteggiamenti e comportamenti essenzialmente femminili – il “buono” secondo l’antirazzismo è un castrato.

Ne consegue allora che il nemico dell’umanità per eccellenza, il male assoluto, è il razzista, che con la sua ostinata avversione all’incrocio etnico forzato si oppone all’avvento del Regno, che senza la sua opera perturbatrice si realizzerebbe spontaneamente in virtù di una sorta di armonia prestabilita, solo aprendo indiscriminatamente le porte all’immigrazione. Perciò ogni mezzo è lecito contro il nemico dell’umanità, anche il più fanatico. L’antirazzismo rivela così il suo motore tanatologico nascosto: «l’amore sbocciò nell’odio come sua corona trionfale».

In definitiva l’antirazzismo – e non il razzismo – è oggi la vera ideologia dell’odio. Il fondamentalismo antirazzista è una dottrina irrazionale che rifiuta ogni indagine empirica ed ogni critica alle sue verità rivelate ed incita all’odio in nome dell’amore e a perseguitare chiunque si opponga al suo progetto di distruzione di ogni popolo, di ogni razza, di ogni civiltà.

Ma chi è che soffre della disuguaglianza? Chi ha motivo di ritenere a priori ogni forma di disuguaglianza ingiusta e odia tanto la differenza, la qualità, la personalità e la bellezza da voler degenerare, abbruttire, fondere i popoli europei in un magma indistinto con le masse di colore? Bisogna distinguere tra tre categorie di antirazzisti: la massa drogata dalla propaganda multietnica, che in fondo è vittima del lavaggio del cervello e potrebbe cambiare opinione grazie ad una informazione corretta; i fanatici, irriducibilmente convinti della bontà della dottrina, che si rifiutano per principio di guardare in faccia la realtà; e i cinici, che sono perfettamente consci della dannosità dell’immigrazione ma la decantano proprio per i danni che procura, come un cavallo di Troia, per ottenere vantaggi economici e politici.

I cinici sono i veri arbitri delle opinioni correnti e delle tendenze di costume. Sono i mondialisti, membri di Fondazioni, CFR, Trilateral. Sono i veri manipolatori delle coscienze, che sfruttano gli ideali umanitari e la credulità popolare per realizzare i loro obiettivi di potere.

I fanatici invece sono i bianchi degenerati, servi sciocchi del Sistema, che eseguono spontaneamente e inconsciamente gli ordini dei potenti senza neppure bisogno di direttive dall’alto, illudendosi anzi di opporsi alla globalizzazione. Sono i liberali, i radicali, i marxisti, i democratici, i cristiani di sinistra, tutti accumunati dall’istanza umanitaria e progressista.

Questi sacerdoti del politicamente corretto formano i quadri di una società apparentemente meno repressiva ma che di fatto schiaccia l’individuo sotto l’incombente minaccia della condanna morale pronta a squalificare e ad emarginare chiunque osi pensarla diversamente dal Grande Fratello.

Siamo in presenza di un vero e proprio totalitarismo che differisce da una dittatura in senso proprio solo perché all’allentarsi della repressione più strettamente poliziesca – comunque solerte e attiva nel reprimere i casi più gravi di disobbedienza – è cresciuta la capacità della morale di condizionare e asservire in un altro modo l’individuo.

In questa società la morale antirazzista assume il valore di uno strumento di dominio, il cui compito consiste nello spegnere tutte le capacità reattive dell’uomo bianco, nell’indebolirlo, nel persuaderlo che il razzismo e gli istinti che lo porterebbero a combattere l’immigrazione sono “cattivi”, ma solo per realizzare il vero fine: l’instaurazione del Governo Mondiale.

Il razzismo è demonizzato non perché sia malvagio in sé, ma solo perché rappresenta l’unica vera opposizione al mondialismo, che sfrutta l’immigrazione come arma per destabilizzare la società e scardinare la sovranità nazionale degli Stati. Gli immigrati sono le nuove orde bolsceviche a cui il capitalismo finanziario ha assegnato la missione di distruggere l’Europa e di cancellare ogni residuo di civiltà di matrice indoeuropea. L’essenza e l’obiettivo dell’antirazzismo-mondialista sono gli stessi di quelli del bolscevismo, quando Lenin scriveva:

«Noi abbasseremo l’umanità all’ultimo livello di uguaglianza possibile, in cui le persone possono essere un facile strumento da usare per raggiungere il nostro potere».

L’antirazzismo è il bolscevismo del XXI secolo per incitare le masse di colore alla rivoluzione mondiale contro la civiltà europea. Il suo obiettivo è portare il caos in Europa e sfruttare la conseguente disgregazione del tessuto sociale per imporre la tirannia internazionale del capitalismo finanziario.

Antirazzismo marxista e capitalismo sono intimamente collegati, tendono entrambi a un medesimo fine: trasformare i popoli in masse, moltitudini degenerate e senza volto. Le turbe di colore, miserabili e fanatizzate dall’Islam, saranno aizzate a tempo debito contro ogni residuo di organizzazione statale in Europa per spianare la strada al dominio indiscusso della finanza apolide. Dalla putrefazione assoluta dovrebbe sorgere il Regno messianico degli usurocrati.

I centri sociali si stanno già addestrando a questo scopo. Si preparano ad eliminare tutti i possibili oppositori quando le ostilità si saranno definitivamente aperte. L’Eurogendfor, la forza di gendarmeria europea, vigilerà affinché le masse di colore e il bianco degenerato che le sobilla portino a termine il lavoro sporco nell’impunità più totale.

Di fronte a questo scenario si presentano due sole strade: o lasciarsi prendere dallo sconforto e fuggire dalla realtà attraverso le distrazioni mondane che offre la civiltà del benessere, seguendo l’esempio dell’aristocrazia francese di fine settecento, o reagire e rafforzarsi interiormente. L’unica via preclusa, al momento, sembra essere quella dell’azione diretta, ma questo non è un vero limite poiché come ben sottolineava Evola:

«Quando un ciclo di civiltà volge verso la fine, è difficile poter giungere a qualcosa resistendo, contrastando direttamente le forze in moto. La corrente è troppo forte, si sarebbe travolti. L’essenziale è di non lasciarsi impressionare dall’onnipotenza e dal trionfo apparente delle forze dell’epoca. Tali forze, per essere prive di connessione con qualsiasi principio superiore, hanno, in fondo, la catena misurata. Non bisogna dunque fissarsi al presente e alle cose vicine, ma aver anche in vista le condizioni che potranno delinearsi in un tempo futuro. Allora il principio da seguire può essere quello di lasciar libero corso alle forze e ai processi dell’epoca, mantenendosi però saldi e pronti ad intervenire quando ‘la tigre, che non può avventarsi contro chi la cavalca, sarà stanca di correre’».

Per mantenersi saldi e non farsi trascinare nel vortice dell’entropia è indispensabile evocare in sé stessi la dimensione della trascendenza. Il compito primario di noi europei è dunque quello di risorgere interiormente. Non può esserci nessuna opposizione all’immigrazione, nessuna vera alternativa al mondialismo, se si parte da principi puramente materialistici. Solo quando i popoli d’Europa avranno ritrovato la loro anima annidata al fondo delle forze ataviche del sangue e del suolo, solo quando avranno ridestato le loro forze spirituali che costituiscono il prezioso retaggio della stirpe, solo allora essi potranno sperare di risorgere.

Occorre in primo luogo imparare a essere “immorali”, a rifiutare energicamente le religioni laiche della compassione come l’antirazzismo e il multiculturalismo. Dobbiamo diffidare di tutte le morali che insegnano l’abnegazione in nome di un falso umanitarismo, poiché esse sono solo dei vampiri che vivono del senso di colpa altrui e succhiano le energie vitali. Dobbiamo abituarci a valutare le dottrine in relazione ai loro effetti, e ritenerle buone se tendono alla sopravvivenza, alla salute, alla forza; cattive se portano alla debolezza, alla malattia, alla morte.

I popoli europei non possono ridiventare i padroni della propria terra se prima non sono ridivenuti i padroni della propria anima, se prima non hanno ritrovato sé stessi, il loro orgoglio, la loro grandezza. Perciò la battaglia non è tanto esteriore quanto spirituale; non è tanto contro l’immigrazione quanto con sé stessi. Il nemico da combattere – almeno per il momento – non è tanto l’immigrato o il bianco traditore, quanto lo spirito disfattista e nichilista che è penetrato nella razza bianca al punto che essa, come diceva Romualdi, «si è rassegnata a morire senza difendersi, senza più lottare, abbandonata ad una dolce follia suicida che non consente rivolte, ma vuole e chiede solo pace e benessere».

Ai deboli, agli ignavi che ci accusano di essere anacronistici, che la nostra battaglia è già perduta poiché ormai viviamo in una società multietnica e l’immigrazione è ineluttabile, dobbiamo rispondere con le parole di Spengler: «L’ottimismo è viltà. Siamo nati in questo tempo e dobbiamo percorrere coraggiosamente sino alla fine la via che ci è destinata. Non abbiamo alternative. Il nostro dovere è di tener fermo sulle posizioni perdute, anche se non c’è più speranza né salvezza».

Articolo tratto da www.identità.com su segnalazione dell’Autore medesimo. La Redazione di EreticaMente ringrazia Riccardo per la collaborazione

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Categorie: Antirazzismo, Società

Pubblicato da Ereticamente il 3 agosto 2015

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. E’ la prima volta che leggo un articolo di Percivaldi. Sono stupito dall’unione di completezza, chiarezza, erudizione e decisione nell’esporre un tema che, pur se non certo negletto dagli altri autori della pagina di Ereticamente, mancava di una visione di così ampio respiro e profondità intellettuale. Aver saputo richiamare, in poche righe, gli accenti saggiamente, e virilmente, penetranti, di Nietzsche, Evola e Spengler, mi ha provocato un certo piacere. Sappiamo qual’è il pericolo della civiltà europeo-occidentale, solo temo che, nel giro di qualche decennio, i geni delle razze allogene saranno tanto adulterati dalle massicce iniezioni di “migranti” e altra feccia similare, che nulla di spiritualmente valido sarà rimasto per preparare una riscossa. Che Dio mi dia torto.

  2. Massimiliano

    Il “cavallo di Troia” ormai è entrato
    L’invasione subdola e perniciosa con la conseguente sostituzione della Nazione autoctona va avanti da oltre 25 anni a ritmo sempre più veloce Spero in uno scatto d’orgoglio ma il Sistema ci sta facendo cuocere come la rana nella pentola….

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