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Il mito del Graal e il mistero di re Artù, prima parte

Il mito del Graal e il mistero di re Artù, prima parte

Di Fabio Calabrese

 

Lo scritto che segue è il testo della conferenza da me tenuta il 28 giugno al XV Festival celtico Triskell di Trieste, che vi presento suddiviso in due parti.

I nostri contemporanei hanno un rapporto alquanto singolare con la mitologia. Apparentemente, viviamo in un mondo razionale e disincantato che sembra del tutto estraneo ad essa,  tuttavia basta scavare un poco sotto la superficie, e ci si accorge che esistono dei miti che continuano a esercitare un fascino potente anche sull’uomo di oggi. Basta soltanto nominare i cavalieri templari o il Santo Graal per catturare immediatamente una vasta attenzione.

Da un altro lato, si può dire che la maggiore sopravvivenza delle mitologie antiche si trova oggi nel folclore e nelle favole, in parte re-inventate dalla moderna letteratura fantastica. Si pensi per tutti alla rielaborazione di figure fantastiche come elfi, nani e orchi che è stata sviluppata da John R. R. Tolkien nei suoi romanzi, poi seguiti dalle elucubrazioni di una pletora di imitatori.

Un mito ancora oggi capace di ingenerare potenti suggestioni, che continua a ingenerare un’eco profonda nei nostri contemporanei è quello del Santo Graal, oggi rilanciato da Indiana Jones e dal Codice Da Vinci. D’altra parte, non è difficile comprendere che è all’humus di questo mito che attinge anche Il signore degli anelli di Tolkien. L’anello di Sauron non è altro che un Graal di segno capovolto, un oggetto dotato di grandi poteri, non da trovare, ma da perdere o distruggere.

A un livello meno commerciale, più approfondito e più serio, si trovano le interpretazioni esoteriche del mito del Graal e, soprattutto nei nostri ambienti è impossibile non menzionare al riguardo Il mistero del Graal di Julius Evola, ma è bene che vi dica subito che non è mia intenzione tentare nemmeno il confronto con un autore di questo calibro e di questa importanza, e che la mia analisi sarà contenuta sul piano storico.

A parte Indiana Jones e la sua Ultima crociata, il mito del Graal è stato rilanciato in tempi relativamente recenti dal romanzo di Dan Brown Il codice Da Vinci e dal film che ne è stato tratto, andati incontro a un successo planetario probabilmente inaspettato nonostante il sapiente battage mediatico condotto intorno a essi, e certamente ben al di là dei meriti letterari e cinematografici del romanzo e della sua versione su pellicola.

Una dozzina di anni fa, dopo la pubblicazione del libro, che è del 2003, non passava giorno senza che comparisse in libreria o in edicola un nuovo testo o pamphlet che criticava, difendeva o spiegava Il codice Da Vinci, e soprattutto una serie interminabile di romanzi concepiti sulla sua scia, al punto da dare vita in breve tempo a quello che può essere considerato un vero e proprio filone fanta-esoterico. Persino la Walt Disney ne editò una versione a fumetti: Il papero Da Vinci.

Il codice Da Vinci, che in realtà con il genio cinquecentesco italiano c’entra poco o nulla, riguardo all’interpretazione del mito del Graal, segue in maniera pedissequa la teoria proposta da tre autori inglesi, Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln in un testo del 1982, ma che in Italia è stato pubblicato solo nel 2005, The Holy Blood and the Holy Grail, semplicemente Il santo Graal nell’edizione italiana. Lincoln è un giornalista della BBC, mentre gli altri due autori sono degli esoteristi.

Il romanzo di Dan Brown riporta la teoria dei tre autori inglesi in maniera tanto pedissequa che dopo l’uscita del libro e mentre la pellicola era in corso di lavorazione, questi ultimi hanno intentato a Dan Brown una causa giudiziaria per plagio, causa che non poteva non finire nel nulla, dato il giro d’affari enorme che si è legato al libro di Brown e alla pellicola.

In realtà, anche Baigent, Leigh e Lincoln sono ben lontani da un’originalità assoluta: le tesi contenute nel loro libro sono una ripresa di quelle elaborate fra le due guerre mondiali dall’esoterista tedesco Otto Rahn e diffuse nel libro Crociata contro il Graal che fu un bestseller dell’epoca.

E’ piuttosto noto il fatto che quest’ultimo libro affascinò Heinrich Himmler, il Reichsfuerer delle SS, che arrivò a nominare Rahn maggiore onorario delle SS, e durante la seconda guerra mondiale, impiegare le SS per cercare il Santo Graal nella Francia occupata, sebbene non sia sicuro che Rahn sia mai stato realmente nazionalsocialista o vicino al nazionalsocialismo.

Secondo Rahn, il Graal da identificare (su questo punto la leggenda non è chiara) o con la coppa dell’Ultima Cena o con quella dove Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto il sangue sgorgato dal torace di Cristo trafitto dalla lancia di Longino o magari con lo stesso calice usato in entrambe le circostanze, sarebbe stato portato in Europa dai cavalieri templari durante le crociate, e sarebbe rimasto in possesso dell’ordine cavalleresco fino allo scioglimento dello stesso. A questo punto, esso sarebbe stato portato nella Francia meridionale da alcuni superstiti dell’ordine che si sarebbero uniti ai Catari o Albigesi, il movimento ereticale che costituiva una vera potenza dell’epoca. A questo punto, mentre fin allora la Chiesa aveva più o meno tollerato questi eretici, ora si scatenò la crociata contro gli Albigesi che avrebbe devastato il sud della Francia, e il cui vero scopo, ci dice Rahn, era in realtà quello di impadronirsi del sacro oggetto, che invece sarebbe di nuovo scomparso.

Nel XIX secolo, Berenger Sauniere, parroco di Rennes-le Chateau, una località che si trova non molto distante da Montsegur, sede dell’ultima resistenza catara, iniziò dei lavoro di restauro nella sua chiesa, dopo di che, da povero in canna che era fin allora, e come era la maggior parte dei curati di campagna dell’epoca, cominciò a ostentare i segni di un’improvvisa ricchezza, con frequenti viaggi a Parigi dove si diede a bazzicare salotti non proprio raccomandabili per un ecclesiastico, la costruzione di una sontuosa villa, Villa Betania. Qualcosa avrà certamente trovato dandosi ai lavori di restauro, ma era il Santo Graal o un tesoro molto più materiale?

I tre autori inglesi aggiungono una variante alle tesi di Rahn, il Graal non sarebbe stato un oggetto materiale. Saint Graal sarebbe stato una deformazione di Sang Real, ossia il sangue – la discendenza – di Cristo che sarebbe diventato dinastia reale. Poco dopo la crocifissione, Maria Maddalena incinta del figlio di Gesù, avrebbe raggiunto l’Europa e qui dato origine alla dinastia merovingia, poi formalmente soppressa da Pipino il Breve, padre di Carlo Magno, con la complicità di una Chiesa che non voleva che altri potessero reclamare con maggiore autorevolezza della sua, la guida della cristianità. In realtà, ci dicono i tre autori, un ramo della casata merovingia è sopravvissuto e continua al presente. Non un oggetto materiale, un calice o altro, ma la discendenza di Cristo, I RE SEGRETI sarebbero il vero Graal.

Questa versione del mito del Graal cosa a che fare con il mondo celtico e il ciclo arturiano? In poche parole, nulla, e non si può leggere Il santo Graal dei tre autori inglesi senza provare una sensazione di fastidio di fronte all’intento palese di separare il Graal dal mondo celtico e dal mito arturiano, intento portato avanti con una determinazione non priva di esiti grotteschi. Per dirne una, secondo i tre, Perceval le Galois, Perceval il Gallese deriverebbe da un errore di trascrizione, e sarebbe in realtà stato Perceval le Valois, Perceval il vallese, come dire lo svizzero!

Può essere interessante constatare che questo tentativo di estromettere il mondo celtico dal mito del Graal, almeno nell’edizione italiana – Fratelli Fabbri-RCS del 2005 – viene vanificato dalla stessa immagine di copertina. Tra i molti calici che si potevano usare per “impersonare” il Santo Graal, infatti, è stato scelto proprio il calice di Ardagh, capolavoro dell’oreficeria medioevale irlandese.

Se noi a nostra volta non vogliamo cadere in un’unilateralità simile o magari di segno opposto, dobbiamo ammettere che nel mito del Graal si sono fuse due tradizioni, una relativa alla coppa dell’Ultima Cena e/o nella quale sarebbe stato raccolto il sangue di Cristo ai piedi della croce, l’altra relativa a re Artù, alla consacrazione dei re celtici che avveniva mediante un “calderone sacro” e che affonda le sue radici nel passato pre-cristiano delle Isole Britanniche e dell’Europa Un esempio di questi recipienti che si è conservato fino a noi, è il calderone di Gundestrup.

Che in un’epoca in cui la cristianizzazione era ancora recente, l’immagine del “calderone sacro” celtico si sia fusa con quella della coppa dell’eucaristia, è davvero l’ultima cosa che possa stupire.

Interpretando le cose in questo modo, il senso della leggenda diventa chiaro. Artù ha perso la regalità in seguito all’incesto con Morgana, e occorre ritrovare il calderone sacro per ri-consacrarlo. Nell’attesa, in mancanza di un re pienamente legittimo, la terra si isterilisce e tutto l’ordine sociale viene sovvertito.

Ricostruito il senso della narrazione, rimane il problema, che è stato oggetto di molte ricerche  che hanno portato a risultati controversi, di stabilire quale base storica abbia il ciclo arturiano, se mai ne ha una.

Artù, Merlino, gli altri personaggi del Ciclo Bretone sono realmente esistiti? Sono la trasposizione mitico-letteraria di personaggi reali? Le leggende che sono state elaborate attorno a queste figure sono basate su di un fondo di fatti storici realmente accaduti? E quali?

A questo riguardo, sarà bene precisare che a mio parere Artù e Merlino non hanno bisogno di essere storicamente esistiti, sono figure che incarnano archetipi profondamente radicati in tutti noi: quello del sovrano (o del superiore) giusto e benevolo, e quello del sapiente, dell’uomo saggio che mette la sua conoscenza al servizio del bene di tutti. Ciò non esclude affatto, tuttavia che queste figure possano avere anche una base storica, anzi, se è possibile rintracciarne una, ben venga!

Se vogliamo metterci su questa pista, la prima cosa da fare, è considerare con attenzione le fonti letterarie e quelle storiche.

La storia delle storie arturiane si divide in tre periodi nettamente distinti: un primo periodo va dalla stesura o dalla narrazione (giacché molto materiale è giunto fino a epoche recenti in forma orale grazie alla tradizione bardica) alla redazione della Historia regum Britanniae da parte di Geoffrey di Monmouth, passando per la stesura della Historia Brittonum di Nennio, un monaco del IX secolo.

Un secondo periodo prende le mosse da una serie di poemi cavallereschi che si ispirano alla Historia regum e vedono la trasformazione di un capotribù britannico del V secolo nel modello astorico della regalità e i suoi guerrieri nelle perfette incarnazioni di un ideale cavalleresco di otto-dieci secoli più recente, e va fino alla Mort d’Arthur di Thomas Malory con cui i canoni letterari del mito sono definitivamente fissati.

In questa trasformazione nel corso della quale la figura di Artù ha travalicato i limiti della Gran Bretagna per diventare un archetipo della cultura cavalleresca europea, hanno svolto un ruolo chiave i romanzi del Graal del francese Chretien de Troyes.

Il terzo periodo inizia con Malory e prosegue tuttora: il mito arturiano si è man mano ingigantito, è stato arricchito di particolari sempre più lontani dalla tradizione originale, è diventato oggetto di trasposizioni di heroic fantasy e di riletture esoteriche, e chi ne ha più ne metta, al punto che al presente la biblioteca arturiana è praticamente sterminata.

Quando Thomas Malory nel XVI secolo, per di più in un’epoca fra le più turbolente della storia inglese e mentre si trovava prigioniero nella Torre di Londra, portava a termine La Mort d’Arthur e poneva il suggello definitivo, il completamento del mito arturiano, raccoglieva un’eredità di narrazioni leggendarie che rispecchiavano incrociandole, vicende, tradizioni, esigenze spirituali ed ideologiche di epoche diverse. Un lungo processo, potremmo dire, di distillazione mitologica, aveva trasformato quello che verosimilmente era un capo britanno del V secolo in una figura che esprimeva l’ideale cavalleresco e cortese di età posteriori e incarnava il mito del sovrano saggio e illuminato.

Coloro che hanno cercato di ricostruire la base storica della leggenda arturiana, hanno dovuto ovviamente in primo luogo distinguere le fonti storiche dalle elaborazioni letterarie.

Il contesto storico è quello della Britannia del V secolo, romanizzata e dove è approdato il cristianesimo, ma dove le radici pagane e celtiche sono ancora molto forti, abbandonata dalle legioni romane richiamate per difendere il nucleo centrale dell’impero minacciato dalle invasioni barbariche e dove già i germani Angli e Sassoni hanno iniziato le loro scorrerie che li porteranno ad assoggettare l’isola.

Che il mito arturiano abbia una base storica di qualche sorta, questo oggi pare più probabile di quanto si ritenesse in passato. Come è noto, nel V secolo la Britannia fu abbandonata dalle legioni romane mentre gli imperatori di Roma cercavano di evitare il collasso, sacrificavano i domini più periferici dell’impero nel tentativo di salvarne il nucleo.

I Britanni dovettero provvedere da soli alla loro difesa, e presto si trovarono assaliti dai Sassoni che, sbarcati nell’isola via mare, iniziarono una rapida conquista, ma le ricerche più recenti sembrano indicare che l’invasione della Britannia subì un improvviso arresto: dopo aver sottomesso la parte orientale dell’isola, i Sassoni non riuscirono a procedere verso occidente per circa settant’anni. E’ un’ipotesi verosimile che qualcuno riuscì ad organizzare i Britanni in modo da consentire loro di opporsi all’invasione, qualcuno che è verosimilmente la stessa persona cui la tradizione attribuisce il nome di Artù.

Il candidato più probabile al ruolo di Artù storico sembrerebbe essere il condottiero gallo – romano Ambrosio Aureliano, forse un britanno romanizzato, forse un ufficiale romano rimasto sull’isola, che avrebbe guidato i Britanni nella resistenza contro i Sassoni. Alcuni elementi presentano una notevole coincidenza: Excalibur, la spada “magica” di Artù, ad esempio, non sarebbe stata altro che una spada lunga di modello gallico, che i Romani adottarono e perfezionarono, e che si rivelò un’arma più efficace del classico gladio delle legioni e, brandita a cavallo, si dimostrò una delle armi bianche più devastanti dell’antichità.

Riguardo a Excalibur, si può osservare che si è cercata di dare una spiegazione razionale anche al mito della spada estratta dalla roccia; non sarebbe altro che un ricordo trasfigurato dei tempi in cui il metallo destinato a costituire le lame delle spade veniva colato in crogioli di pietra, da cui la lama doveva essere estratta dopo essersi raffreddata.

Noi sappiamo che non è possibile conficcare una spada in una roccia, né per conseguenza, estrarla. Anche la famosa spada di san Galgano, l’Excalibur italiana conservata a Montesiepi, in realtà non è che un’elsa con appena un frammento di lama infilata in un interstizio naturale della roccia, in cui non risulta per nulla essere penetrata in modo miracoloso.

Un altro candidato in buona posizione al ruolo di Artù storico è Riotamo, un condottiero britannico di cui ci narra Nennio nella Historia Brittonum. Costui sarebbe sbarcato in Gallia alla testa di un forte esercito di Britanni per aiutare i Romani contro i Visigoti ma, tradito da un proprio subordinato, sarebbe stato sconfitto e gravemente ferito. Riotamo si sarebbe rifugiato ad Avalon dove sarebbe morto. Avalon, la mitica Avalon della tradizione, non sarebbe stata altro che il villaggio di Avalòn tuttora esistente in Borgogna.

Il tradimento di cui Riotamo sarebbe stato vittima, sarebbe riecheggiato dal doppio tradimento subito da Artù, prima ad opera di Lancillotto, poi del figlio Mordred.

Le due figure, di Ambrosio Aureliano e di Riotamo, nelle narrazioni che passando di bocca in bocca finiscono a poco a poco per diventare leggenda, potrebbero essersi fuse in una sola, magari anche con l’apporto del ricordo di altri personaggi anch’essi candidati, sia pure meno probabili, a recitare il ruolo dell’Artù storico. Questa stratificazione è il meccanismo di base della costruzione mitopoetica.

A proposito di Mordred e di sua madre Morgana, sorellastra e seduttrice in incognito di Artù, vi siete mai chiesti come mai si usa l’aggettivo “morganatico” in relazione al matrimonio fra un aristocratico e una plebea o ai figli nati da esso? “Morganatico” è prima di tutto il figlio a cui un aristocratico non può trasmettere i suoi titoli perché figlio di una plebea, perché illegittimo, o addirittura come nel caso di Mordred “figlio di Morgana”, nato da un incesto.

Forse ricorderete la scena di grande intensità che c’è nel film Excalibur di John Boorman in cui assistiamo all’incontro tra Artù e Mordred, dove Artù dice al figlio-nipote:

“Non posso darti il trono, la terra, solo il mio affetto”.

E Mordred risponde:

“Quella è l’unica cosa di te che non voglio”.

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Categorie: Mitologia

Pubblicato da Fabio Calabrese il 1 Luglio 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Sepp

    Vivremo per secoli riportando le favole antiche che loro volta verranno adattate ai tempi, non vi saranno anziani che tramandano ed incantano i bambini con modelli ideali e virtù. Kali Yoga.

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