1922: l’anno primo dell’Era Fascista (terzo capitolo)

1922: l’anno primo dell’Era Fascista (terzo capitolo)

 

5. Cannonate squisitamente fasciste

 

Per una singolare coincidenza, mentre il nome di D’Annunzio torna a circolare sulla scena politica, si torna a parlare anche di Fiume, che per il poeta è stata l’avventura più suggestiva ed esaltante: quando il 1° marzo, la polizia di Zanella, dopo una lunga serie di conflitti e provocazioni, uccide il giovane squadrista universitario pisano Alfredo Fontana, e ferisce altri due suoi camerati, tutta l’Italia fascista insorge.

A Fiume viene costituito un “Comitato di difesa nazionale” e squadristi partono dalla città di Giunta e da molte altre città: ricevuti così i rinforzi, il 3, di primo mattino, i fascisti muovono all’attacco del Palazzo del Governo, nel tentativo di provocare le dimissioni di Zanella; incontrano, però, una resistenza superiore ad ogni aspettativa, che praticamente vanifica il loro assalto.

Muore un altro squadrista, il tenente Edoardo Meazzi, decorato con quattro medaglie al valore, il cui eroismo, secondo l’immagine dannunziana, “era così nativo che mi sembrava lo splendore della felicità”.

Solo dopo che Giunta, il vero protagonista della giornata, si è impadronito di un MAS ed ha colpito il palazzo con alcune cannonate “squisitamente fasciste”, alle 12,40 Zanella si arrende alle “forze rivoluzionarie”, come orgogliosamente si definiscono i vincitori, nella dichiarazione di resa imposta al vinto, che, prima di lasciare la città, firma un documento dettatogli dallo stesso Giunta, forte del suo “diritto di combattente”, nella quale è detto:

Io sottoscritto dichiaro solennemente con l’atto presente di ritirarmi dalla vita pubblica fiumana e di fare, siccome effettivamente faccio, ampia ed incondizionata rinuncia ad ogni aspirazione di carattere politico, impegnandomi, sotto il vincolo della mia parola d’onore, a non assumere partecipazione alcuna, né diretta, né indiretta, né per interposta persona, alla vita pubblica fiumana; a non tentare in modo alcuno, né diretto, né indiretto, agitazioni, propagande, o qualsiasi atto di aperta o nascosta ostilità contro le idealità e le aspirazioni nazionali di Fiume; a non fomentare, incoraggiare, o alimentare, come che sia, propaganda ed agitazioni come sopra indicate, anche se tentate da altri, od aventi comunque per oggetto una ripresa dell’attività politica da parte di me medesimo.

Riconosco come legittimo e sovrano il potere esercitato dal Comitato di difesa nazionale, oggi costituitosi; e dichiaro che, qualora venissi meno agli impegni quest’oggi solennemente assunti, mi renderei indegno di appartenere al consorzio civile.

 

Il Partito Nazionale Fascista, riunita la sua Direzione in seduta straordinaria, organizza manifestazioni di appoggio in tutta Italia, e manda a Fiume Bastianini, vicesegretario nazionale, per dimostrare in maniera tangibile la solidarietà piena all’azione di Giunta.

Il 9 marzo, i poteri di Governatore sono affidati a Giurati, che poi, il 15, passa la mano ad un Consiglio militare, guidato da Ernesto Cabruna; l’importanza dell’avvenimento e la sua risonanza sono enormi:

Per noi, l’azione di Fiume resta come uno dei fatti più importanti, non solo nei confronti della causa fiumana, ma del fascismo…

Mediante l’azione del 3 marzo, il fascismo assorbe in sé il fiumanesimo come forza morale e come significazione politica. Se il fascismo fu, in certo qual modo, irraggiato e sospinto dalla bellezza della gesta dannunziana, è pur vero che, senza il fascismo, la marcia di Ronchi sarebbe rimasta probabilmente fine a se stessa.

Con le sue affermazioni postume, Giunta ripropone un tema che, dopo i fatti di marzo, si fa strada tra i fascisti: il movimento non deve più nulla al fiumanesimo; restano stretti, se i legionari lo vorranno, i rapporti tra i due gruppi umani, ma non viene più tollerato un diffuso atteggiamento di superiorità e di “purezza ideologica” dei reduci fiumani, già più volte denunciato:

Non vorrete presentarvi al mondo, quindi, innanzi con un biglietto da visita con la postilla “professione: eroe”, né sarete tornati in Italia per fondare una setta o una cooperativa di più, intitolata, per esempio “causa fiumana ed affini”. Né vi sarete sognati, per mala ventura, di rivestire il contenuto ideale della gesta primitiva colla sicumera dello “spaccamonti” o con le romanticherie del “masnadiero”, o di consacrare un bagaglio di luoghi ormai divenuti comuni, per naufragare nel grottesco e nel banale.

Alla lunga, la stessa figura di D’Annunzio, fin qui al di sopra di ogni polemica contingente, per le tante trame nelle quali volente o no si trova invischiato, è destinata ad essere messa in discussione; lo fa il 30 maggio il Fascio milanese, con una deliberazione che denuncia come:

…tutte le forze della plutocrazia e della demagogia antinazionale hanno tacitamente scelto Gabriele D’Annunzio come futuro giustiziere del fascismo

 

e invita i fascisti:

…a ricordare da qui in avanti di Gabriele D’Annunzio solo le concrete e luminose manifestazioni spirituali, e cioè il suo ardore per l’intervento dell’Italia nel conflitto europeo, il suo eroismo guerriero, la sua fedeltà alla vittoria, non preoccupandosi poi in alcun modo dell’altro fenomeno personale che non è affatto destinato a pregiudicare e ad insidiare con successo il Partito Nazionale Fascista, ormai vittorioso malgrado tutto e tutti ed unico interprete ed esaltatore della rinnovata coscienza del Paese.

6. I ragazzi di Porta Romana

 

L’orgogliosa affermazione del Fascio milanese, non è solo un espediente propagandistico: nel primo semestre del ’22 l’attività organizzativa del PNF, Partito, associazioni parallele, sindacati, procede alacremente, nella creazione di una struttura di supporto, il più omnicomprensiva possibile, da utilizzare quando verrà il momento della presa del potere.

Cominciano i giovani: il 5 gennaio, il Popolo d’Italia pubblica una bozza di Statuto per le Avanguardie giovanili, che raccolgono i giovani studenti, operai e contadini, dai 15 ai 18 anni, con lo scopo ed il compito di fiancheggiare l’opera del fascismo e: “avviare i giovani verso lo studio dei problemi che interessano al vita e lo sviluppo della Nazione”.

Le cariche della nuova organizzazione sono tutte elettive, ad eccezione di quella di segretario generale, alla quale viene chiamato Luigi Freddi, mentre vicesegretario è Asvero Granelli.

Le Avanguardie, tra febbraio e maggio tengono una serie di adunate regionali, per favorire la diffusione dell’organizzazione; alla fine, al loro fianco sarà sorta anche l’Associazione Nazionale Balilla, destinata ai piccoli dai 10 ai 15 anni, intitolata al giovane eroe genovese per motivi assolutamente casuali:

A Milano, nel dicembre del ’21, alla Direzione dei Fasci di combattimento, in un giorno di passione, si presentò a me, irrompendo di improvviso nella stanza, un fanciullo. Poteva avere 11 anni, e dal fulgore degli occhi e nel gesto mi parve avvinto da prodigioso entusiasmo. “Senta”, mi disse, “ho giù nel cortile otto ragazzi come me. Noi siamo di porta Romana e siamo fascisti; siamo piccoli ed avevamo la peggio perché i figli dei socialisti ci prendevano sempre ad uno ad uno. Ci siamo uniti ed abbiamo costituito una squadra; ci faremo le camicie nere e sappiamo già cantare “Giovinezza”. Lei ci deve aiutare; gli avanguardisti dicono che siamo troppo fanciulli ancora, e noi facciamo da soli; siamo come Balilla noi, ed abbiamo già il gagliardetto.” E mi mostrò un’asta di legno, cui era appeso un piccolo drappo nero con su dipinto un nome “Mussolini”.

A completamento del quadro, il 21 febbraio si tiene a Bologna il Convegno nazionale degli universitari fascisti, con rappresentanze di tutta Italia; è, in pratica, un incontro preparatorio del primo Congresso nazionale della Federazione nazionale universitari fascisti, che si terrà a Milano il 4 giugno, con la partecipazione ufficiale di Bianchi e Grandi.

Lo stesso Grandi, e sempre a Bologna, il 24 gennaio, nei locali della Federazione provinciale, inaugura il primo Congresso delle Corporazioni sindacali, organizzate “nonostante il mal dissimulato scetticismo di Mussolini” da un lato e dall’altro l’aperta opposizione di chi preferirebbe un Sindacato completamente autonomo dal Partito, un sindacalismo di tipo nuovo “fiumano”:

Il nuovo sindacalismo è, per tre quarti, il vecchio: ossia, non veramente schierato contro il socialismo per questioni di morale, ma per questioni di metodo. E’ una sfilata e la danza di “organizzati” e, quel che è peggio, di “organizzatori”, di relatori, di uomini di tariffe e di cifre, di “frigidi”, in una parola, che ci amareggia e ci riempie di oscure diffidenze…

Conosciamo tutta la vicenda sindacale ma più ancora conosciamo i disoccupati del vecchio sindacalismo, mascherato da fascismo.

Bianchi, che a Bologna porta il saluto del Partito, presenta la mozione programmatica che prevede, tra l’altro, la costituzione di un Organismo centrale, l’Unione Federale Italiana delle Corporazioni, della quale potranno fare parte tutti quei Sindacati il cui programma e le cui attività si informano sostanzialmente al programma ed agli Statuti del PNF; è prevista, inoltre, che la nomina dei dirigenti della Confederazione e di tutte le Organizzazioni collegate, sia decisa d’accordo con il Partito.

L’Unione federale si articola su cinque Corporazioni: del lavoro industriale, del lavoro agricolo, del commercio, delle classi medie ed intellettuali, della gente di mare, per un totale di 250.000 aderenti, in rapido aumento, che diventeranno 450.000 al Congresso di giugno a Milano.

Nel corso della riunione viene, inoltre, ufficialmente deciso di solennizzare il 21 aprile come festa del lavoro e, nella ricorrenza, mentre a Roma e Milano si svolgono le prime celebrazioni, Mussolini scrive sul Popolo d’Italia un articolo intitolato “Passato ed avvenire”:

 

Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato, per meglio slanciarsi verso l’avvenire. Roma e l’Italia sono, infatti, due termini inscindibili. Nelle epoche grigie o tristi della nostra storia, Roma è il faro dei naviganti e degli aspettanti…

La Roma che noi vagheggiamo e prepariamo è un’altra…

Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento; è il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito.

 

Lo sviluppo sindacale fascista accelererà anche l’inesorabile fine del sindacalismo tradizionale: la sola Federazione nazionale della terra, da 800.000 soci del primo dopoguerra, scende, nell’ottobre del ’22 a 300.000; la CGL nel suo complesso, passa da due milioni di aderenti nel ’20 a 1.128.000 nel ’21 e a 400.000 nel ’22; il sindacalismo cattolico, a sua volta, cala da 1.250.000 iscritti nel ’20 a 990.000 nel ’21 e a 540.000 nel ’22.

Nel quadro della organizzazione fascista, non vengono trascurate le donne; il 14 gennaio, sul Popolo d’Italia appare lo schema di Statuto per il funzionamento dei gruppi femminili, ai quali rimane assegnato un compito sostanzialmente secondario: coordinare il lavoro di propaganda, beneficenza, assistenza sotto il controllo dei Fasci, senza prendere iniziative politiche, con funzioni più che altro di “appoggio morale”:

La donna fascista eviterà, quando non sia richiesto da un’assoluta necessità, di assumere atteggiamenti maschili e di invadere il campo dell’azione maschile, perché sa che la donna può molto più giovare all’ideale per cui lavora se cerca di sviluppare in bene le sue attitudini femminili, anziché cimentarsi nel campo dell’azione maschile, dove riuscirebbe sempre imperfetta e non riscuoterebbe la fiducia necessaria allo svolgimento della sua propaganda.

Fuori da questo ambito si colloca il caso delle due fasciste casalesi Antonietta Triulzi Camuffo e Maria Perfumo Passerone, alle quali, al termine dell’azione nel Novarese, nel luglio, verrà tributato un “encomio solenne”, con la seguente motivazione:

Noncuranti del pericolo, attraversavano strade e villaggi insidiosi e pericolosi, battuti accanitamente da elementi comunisti armati, mantenendo costantemente il contatto con le forze fasciste monferrine, che aspramente combattevano per la redenzione delle terre di Novara, prestando opera intelligente ed encomiabile, in cura feriti e per l’allestimento del rancio. Diedero mirabile esempio per la loro audacia e serenità nell’adempimento del dovere (13-14 luglio, Novara).

Così come abbastanza anomalo, anche se più rientrante in un concetto di “assistenza”, è il caso, citato da Chiurco, della squadrista De Vita, segretaria del Fascio femminile di Pesaro che, nel corso di una perquisizione poliziesca, sfida tranquillamente i questurini, passando sotto il loro naso con 5 rivoltelle e 200 proiettili che le sono stati affidati dai camerati per evitare l’arresto.

Assolutamente unico resta invece, l’episodio che vede protagoniste le donne squadriste di Mezzana del Turgognaro, che si armano e sventano da sole, in assenza degli uomini impegnati nella marcia del 28 ottobre, la minacciata occupazione della sede del Fascio paesano da parte dei sovversivi.

Anche le donne cantano:

Cosa importa se siam donne?

Non alberga in noi paura

Né ci intralciano le gonne

Nella lotta santa e pura

Sempre unite e sempre forti

O fratello pugneremo

Vendicando i nostri morti

Con italica virtù

 

Non si può certo dire che questa partecipazione attiva delle donne sia un’assoluta novità in campo fascista: a Fiume, la presenza femminile è stata esaltata da D’Annunzio:

Il nome di tutte le donne fiumane è Ardenza,

il nome di tutte le donne fiumane è Pazienza,

il nome di tutte le donne fiumane è Resistenza.

e 289 donne, particolarmente audaci, combattive e intraprendenti, sono state nominate “legionario onorario”, anche se qualcuna fa un po’ scandalo:

Fra gli arditi della D’Annunzio c’è una donna… una donna che, sopra una succinta gonna grigio-verde porta la giacca coi risvolti neri. Ha il grado di tenente; prende parte alle marce, alle esercitazioni; con una virile grazia quest’anima ben temprata si piega alle necessità rudi del blocco vigilando alla salute morale e alla disciplina delle “sue” truppe, perorando la causa loro presso il comandante: costantemente la si vede a fianco di rossi passivanti.

 

A fiume, quindi, le donne hanno avuto un ruolo molto importante, anche sotto il profilo sentimentale; nello squadrismo, invece, poco spazio è lasciato, in genere, alle avventure galanti; gli squadristi vivono avventure per lo più passeggere, talvolta con signore non proprio raccomandabili, e rimandano a dopo, alla conclusione della loro “avventura” gli affari di cuore.

E’ una scelta anche questa, una forma di dedizione all’idea, alla solidarietà con i camerati che supera tutti gli altri legami, ma è anche un’ulteriore manifestazione –minimale finchè si vuole – dell’insofferenza verso certi abitudini borghesi fatte di ipocrisia e convenzioni perbeniste.

A Firenze, per esempio, gli squadristi hanno un loro rifugio all’Eden, un alberghetto di terza categoria, che trasformano in asilo per fascisti latitanti provenienti da altre città; in questo albergo non mancano:

…le labbra rosse e gli occhi bistrati delle compagne, consolatrici e medicatrici delle rudi carezze dei camion. C’è la Teresina soprattutto, Teresina nostra, che porta, pietosa, da una camera all’altra quel suo sedere prepotente come se compisse una vera opera riparatrice…

Ieri, al ritorno da Arezzo, le fanciulle ci hanno preparato vin brulè e frittelle dolci. E lì, tutti intorno a strapparci a ridere, a ridere, a far casino. Ho pensato ai the dei nostri salotti, alle tartine trifolate, ai baciamano, e il raffronto con questo vinaccio che rode la gola, con queste frittelle che puzzano di zoccolaia, con questi sederi unti delle padrone. Forse, in ultima analisi, questo ambiente questo vino grezzo sono la ribellione alla placida vita di famiglia, a quella viziata atmosfera borghese che da tempo sentiamo di non poter più respirare.

 

Sono questi giovani bohémienne ad imporre spesso, con il loro entusiasmo, alla dirigenza del Partito la controfaccia di una pura e semplice attività organizzativa: quella attività di squadra che è loro più congeniale, senza grossi fini politici, anzi, spesso fine a se stessa, fondata sulla convinzione che un raduno in piazza vale più di cento Convegni in teatro, con conseguenti mozioni e discorsi.

Meglio, se si tratta di un raduno importante, come quello che si tiene a Milano, nel terzo anniversario della fondazione del movimento, con 30.000 squadristi che sfilano, di cui 6.000 sono milanesi: al mattino gli uomini si radunano all’Arena e da lì raggiungono il monumento alle Cinque Giornate, dove tutto si conclude senza discorsi, con uno sfilamento di fronte a Mussolini.

In testa al corteo, un plotone di motociclisti della Lomellina e le medaglie d’oro e d’argento, in una “apoteosi di forza e di bellezza” che conferma l’immagine di forza tranquilla che il capo vuole trasmettere al Paese, anche ripetendo le iniziative.

Il 30 maggio è proprio Mussolini a trarre un primo consuntivo:

Le adunate regionali fasciste si susseguono in ogni regione d’Italia e si rassomigliano nella loro straordinaria imponenza e nella loro perfetta disciplina. Sono migliaia e decine di migliaia di giovani che si raccolgono da tutti i centri grandi e piccoli di una determinata zona, consumano nel luogo di adunata un rancio soldatesco e sfilano, quindi, in assoluto ordine militare, per le vie della città. Se non ci sono agguati di teppa socialcomunista, la cronaca non registra incidenti.

 

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Categorie: Storia del Fascismo

Pubblicato da Giacinto Reale il 2 giugno 2015

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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