Sull’orlo della storia, terza parte

Sull’orlo della storia, terza parte

Di Fabio Calabrese

Io vi ho raccontato del mio progetto librario. Nell’attesa che veda la luce, vi interesserà sapere che i primi due articoli di questa serie corrispondono a un capitolo di esso che, a differenza di altri, presenta delle tematiche che finora non avevo sviluppato su “Ereticamente” in maniera adeguata.

Tuttavia, il tema può essere ulteriormente sviluppato: “l’orlo” della storia, cioè quei popoli e quelle culture antiche lontani dal “centro” illuminato dai riflettori della storia convenzionale che presenta la civiltà umana come un passaparola fra Egizi, Mesopotamici, Ebrei, Fenici, infine Greci e Romani, che si pretende avrebbe il suo punto d’origine in Medio Oriente e avrebbe raggiunto il nostro continente, peraltro limitandosi alla sola sponda mediterranea, appena poco prima dell’inizio dell’Era Volgare.

Ci sono molti libri che raccolgono i più divertenti, o quelli che si suppone siano i più divertenti strafalcioni di scolari e talvolta di insegnanti. Uno di questi che diversi anni fa ebbe uno straordinario successo, e da esso fu tratto anche un film, è Io speriamo che me la cavo di Marcello D’Orta. Qui troviamo questo pensierino di uno scolaro napoletano:

“Quando gli uomini smisero di somigliare alle scimmie, diventarono egiziani”.

Bene, questa – ridotta all’osso – è più o meno la concezione della storia antica che ha la maggior parte dei nostri contemporanei.

“L’orlo della storia” andrebbe esplorato in due direzioni: c’è la direzione ORIZZONTALE rappresentata dai popoli e dalle culture pressappoco contemporanei o di poco antecedenti quelli che sono stati consacrati dalla storia convenzionale, e la direzione VERTICALE indietro nel tempo, al di là del tremila avanti Cristo, degli ultimi cinque millenni che gli storici convenzionali hanno fissato come una barriera oltre la quale si presuppone non possa esserci stata nessuna forma di civiltà.

Le ricerche nella prima direzione rischiano di mettere in crisi l’idea dell’origine mediorientale della civiltà, guarda caso, la concezione sviluppata a partire da un libro di origine appunto mediorientale, la bibbia; non solo, ma c’è il pericolo che ci si accorga che essa sembra essere stata ispirata ai suoi autori materiali da un Dio che, a dispetto della sua vantata onniscienza, non sembrava conoscere del mondo nulla di più di quanto era alla portata di una tribù di pastori mediorientali.

Le ricerche nella seconda direzione sono forse ancora più pericolose. L’essere umano, homo sapiens, non bruti scimmieschi, ma uomini simili a noi, esiste da 50-70.000 anni secondo la stima più bassa, da 100, 150 o anche 200.000 anni secondo altre ipotesi (non c’è accordo su questo fra i ricercatori). Perché negare a priori la possibilità che in questo enorme lasso di tempo che nell’ipotesi più prudente è dieci volte, in quella più ottimistica quaranta volte la storia documentata, interi cicli di civiltà possano essere sorti, crollati, svaniti nell’oblio? In fin dei conti, tra – diciamo – una decina di migliaia di anni, di tutto quanto ci vediamo attorno, di tutte le opere della civiltà moderna, non sarà rimasto nulla tranne delle esili tracce enigmatiche che forse dei futuri archeologi tenteranno di decifrare.

Qui, il rischio è quello di constatare la falsità di uno dei dogmi più diffusi della mentalità contemporanea, quello del progresso, la presunzione che, una volta avviata la civiltà, essa sia sempre più spinta verso il raggiungimento di traguardi superiori da una sorta di provvidenza immanente; questa idea del progresso che permette a qualsiasi imbecille oggi in vita di sentirsi più intelligente, più evoluto, migliore di suo padre.

Qui si apre un intero campo di studi interessantissimo, che è quello dei cosiddetti OOPARTS, “Out of Place Artifacts”, ossia “oggetti fuori posto” che ogni tanto spuntano fuori dagli strati archeologici o geologici come imbarazzanti anacronismi. Si tratta perlopiù di oggetti metallici molto antecedenti a quello che si ritiene l’inizio ufficiale dell’età dei metalli, impronte di calzature risalenti a epoche in cui si immagina il nostro pianeta popolato esclusivamente da tribù di selvaggi che scorrazzavano nudi, e via dicendo.

Queste tematiche sono state sviluppate da ricercatori eterodossi al di fuori dei circuiti della ricerca scientifica ufficiale, e purtroppo soprattutto negli Stati Uniti. Sottolineo purtroppo perché a occuparsene finora sono stati sopratutto ricercatori di indirizzo creazionista, che se ne sono serviti per contestare quella cronologia “lunga” dei tempi geologici che fu inaugurata nel XIX secolo da Charles Lyell, distruggendo l’idea di una storia del mondo risalente a non più di poche migliaia di anni fa, come si riteneva sulla scorta della narrazione biblica, e che offrì a Charles Darwin il palcoscenico adatto dove situare il dramma dell’evoluzione biologica che ha plasmato lentamente la complessità delle forme di vita.

Costoro, in pratica, guardano il binocolo dalla parte sbagliata; invece di basarsi sugli oggetti “fuori posto” per prolungare all’indietro la storia umana, lo fanno per appiattire alla dimensione temporale del “libro sacro” la storia geologica e biologica del nostro pianeta. Ancora una volta, la bibbia e la presunzione della sua infallibilità, si rivelano un ostacolo alla conoscenza, forse in maniera più “creativa” di quanto avevamo immaginato finora.

Tuttavia, alcuni di questi OOPART sono davvero impressionanti e, guarda caso, questo vale soprattutto per i “fuori posto” europei. In un certo senso, lo stesso complesso megalitico di Stonehenge si può considerare un enorme OOPART. Su alcuni sarsen sono graffite (oggi visibili solo in condizioni particolari a causa dell’erosione) le sagome di pugnali ed altri attrezzi di fattura inequivocabilmente “micenea”. L’interpretazione a suo tempo avanzata da Carl Grimberg (L’alba della civiltà, 1962), secondo la quale Stonehenge e gli altri monumenti della cultura del Wessex sarebbero dovuti a una colonia micenee insediatasi nelle Isole Britanniche per dedicarsi all’estrazione dello stagno, non può essere seriamente sostenuta oggi, dato che sappiamo che il complesso megalitico è molto più antico di Micene.

E’ verosimile, invece, che questa cultura “achea” sia originaria del settentrione europeo – probabilmente quell’area baltica che Felice Vinci ha individuato come sede originaria dell’epopea omerica – da qui un ramo di essa si sarebbe spinto verso le Isole Britanniche fondandovi la cultura del Wessex, e un altro ramo sarebbe più tardi disceso nella Penisola Ellenica.

Questo ci disegna uno sviluppo della civiltà europea secondo una direttrice di marcia nord-sud che urta fortemente contro la sua presunzione di un’origine mediorientale e verosimilmente, ponendo l’accento su di una remota patria ancestrale nordica, indebolisce anche l’ipotesi dell’origine africana della nostra specie; in compenso, si accorda pienamente con le leggende e le tradizioni di tutti i popoli, concordi nell’indicare nel nord il luogo delle nostre origini. Ce n’è più che abbastanza perché una simile concezione, per quanto supportata da fatti, sia messa al bando dall’ortodossia “scientifica” ufficiale il cui scopo non è cercare la verità, ma fornire un sostegno ideologico al potere.

Su altri OOPART di dimensioni considerevoli, le piramidi bosniache di Visoko, vorrei evitare di pronunciarmi, fino a che non sarà definitivamente dimostrato che si tratti effettivamente di manufatti e non di formazioni naturali, ma, come abbiamo visto la volta scorsa, sicuramente artificiale, era la piramide di Nizza, demolita per fare posto a un incrocio stradale o per eliminare una testimonianza “scomoda” del nostro passato.

Una vera collezione di OOPARTS composta da migliaia di pezzi, è emersa come abbiamo visto, dall’ipogeo francese di Glozel. Questo caso, di cui abbiamo già parlato, è di particolare interesse, sia perché il giovane agricoltore Emile Fradin autore della scoperta casuale dell’ipogeo, era del tutto sprovvisto sia delle conoscenze sia dei mezzi per compiere una falsificazione di questo genere, sia perché è interessante registrare le reazioni degli scienziati dell’epoca che si sono rifiutati di studiare i reperti di Glozel perché “non ci potevano” essere civiltà più vecchie di 5.000 anni né in Francia né altrove, con un atteggiamento che ricorda molto quello dei dotti pedanti che contrastarono Galileo.

Come abbiamo visto la volta scorsa, oltre alle piramidi di Visoko e a quella di Nizza, ci sono in Europa altre piramidi su cui gli archeologi ufficiali evitano scrupolosamente di indagare. Una di queste si trova a Monte D’Accoddi in Sardegna.

Notiamo anche che, come la piramide di Nizza è stata demolita, quella di Monte D’Accoddi è oggi in uno stato di totale degrado, dopo essere stata impiegata come cava per materiale da costruzione; e allo stesso modo anni fa solo una cospicua mobilitazione internazionale con ingenti pressioni sul governo britannico, impedì che Stonehenge venisse spianata per fare posto a un’autostrada a quattro corsie, e ancor prima, sulla base di “esigenze” analoghe si parlò di abbattere con la dinamite la “puerta do sol” di Tihuanaco, la misteriosa Stonehenge del Sud America. Non si può credere che tutto ciò sia casuale. Per “qualcuno”, il modo più semplice di risolvere il problema rappresentato dalle “imbarazzanti” testimonianze che contraddicono la versione ufficiale della storia, è quello di farle sparire.

La grande isola italiana, la seconda per dimensioni del Mediterraneo ha un’antica storia ancora oggi in gran parte avvolta nel mistero. Oggi il velo di questo mistero comincia a essere in parte sollevato.

Recentemente, un nostro grande amico a cui non dispiacerà se lo nomino, il grande Joe Fallisi, mi ha segnalato un articolo apparso su “Sardegna Remix” in data 14 ottobre 2014, Clamoroso, i giganti di Mont’e Prama stanno riscrivendo la storia del Mediterraneo.

I giganti sono una trentina di statue di arenaria gigantesche riemerse dal sottosuolo, la prima delle quali fu casualmente trovata quando l’aratro di un agricoltore, Battista Meli urtò contro la prima di essa interrata in questa località nelle campagne di Cabras in provincia di Oristano, una storia che ricorda molto quella del ritrovamento dell’ipogeo di Glozel. La statua era quella di un enorme pugilatore, sono poi emersi, altri pugili, arcieri e guerrieri. Molte di queste statue erano in frammenti; un elenco che comprende 15 teste, 27 busti, 176 frammenti di braccia, 143 frammenti di gambe, 784 frammenti di scudo, che hanno portato alla ricostruzione di una trentina di statue, più quelle ancora integre.

L’articolo è stato scritto in occasione del disseppellimento completo della prima statua e del suo trasferimento e collocazione nel museo di Cabras, ma la scoperta è avvenuta quarant’anni prima, nel 1974. Datare la pietra è estremamente difficile, ma una delle statue è stilisticamente simile a un bronzetto nuragico rinvenuto in una tomba etrusca a Vulci e risalente al IX secolo avanti Cristo. Se questa è l’età, come pare probabile, anche dei giganti di Mont’e Prama, allora effettivamente questi ultimi riscrivono per davvero la storia del Mediterraneo quanto meno in campo artistico, precedendo di diversi secoli la statuaria greca.

Qui ci sono diverse considerazioni che s’impongono: prima di tutto, si nota l’estrema lentezza dei lavori: quarant’anni per arrivare dalla scoperta al disseppellimento completo e alla collocazione museale della prima statua integra, e sotto la quale, e sotto i frammenti delle altre, gli archeologi suppongono possa trovarsi ancora una quantità imprecisata di materiale.

In secondo luogo, sebbene il ritrovamento risalga a quarant’anni or sono, finora ben poco se ne è parlato; uno dei tanti eventi in campo archeologico di cui l’opinione pubblica non viene informata, e che hanno una probabilità praticamente nulla di finire sui libri di storia o su quelli di storia dell’arte. Eppure, a me è subito venuto in mente il paragone col famoso esercito di terracotta cinese, e suppongo che un simile accostamento sia venuto in mente anche a voi. Quest’ultimo è stato enormemente pubblicizzato, la scoperta ha fatto il giro del mondo, mentre sui giganti di arenaria sardi, nulla di nulla per quarant’anni; eppure si tratta di una scoperta avvenuta non all’altro capo del mondo, ma sul nostro territorio.

Congiura del silenzio sui giganti sardi come sulle tavolette di Tartaria, distruzione della piramide di Nizza, quasi distruzione delle altre piramidi europee, a cominciare da quella sarda di Monte D’Accoddi, tentativo di un’analoga distruzione di Stonehenge. Possiamo pure aggiungere che non si tratta di una regola che vale solo per l’archeologia europea, probabilmente ricorderete che anche i resti di Jebel Sahaba in Nubia, testimonianza della prima guerra della storia, guerra RAZZIALE fra camiti bianchi egiziani e neri nubiani, STRANAMENTE, prima di cominciare a essere studiati, hanno “dormito” per quarant’anni.

Si direbbe proprio che ci sia qualcuno che abbia tutto l’interesse a non farci sapere come si sia svolta realmente la storia, e soprattutto a occultare tutto quanto ci può far capire la grandezza e l’antichità della civiltà europea. Non si sa mai che possiamo avere al riguardo un moto di orgoglio dalle conseguenze anche politiche!

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Categorie: OOPART

Pubblicato da Fabio Calabrese il 24 maggio 2015

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all'attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell'Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L'uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

Commenti

  1. Scaricate I Continenti-Perduti di Silvano Lorenzoni qui per una panoramica generale.
    https://www.scribd.com/doc/266414104/I-Continenti-Perduti

    Non vi sono varie civiltà iperboree, ve ne è solo una da cui tutte le altre hanno avuto origine. La terra di origine della razza iperborea è il polo nord, che adesso è il polo sud, la seconda -o terza- terra degli iperborei fu Atlantide, quelle che vengono dopo non le chiamerei più civiltà iperboree ma ariane. Ai tempi non vi erano divisioni o nazionalità, vi era solo un popolo ariano con solo un culto da cui derivano i vari culti ariani poi deformati e adattati.

    Per farsi pubblicare un libro provi a contattare lo scrittore ed editore di Lorenzoni Dario Spada tramite e-mail al seguente indirizzo: sottocolle777@libero.it http://www.libreriaprimordia.it
    Via Piacenza n° 20 – 20135 MILANO
    Tel. 02.54.63.151
    Tel. 02.41.22.364

  2. Fabio Calabrese

    Caro Bettini: io penso che Silvano Lorenzoni sia attualmente uno degli autori più validi della nostra “Area”, su “Ereticamente” ho presentato e recensito diversi suoi lavori, e mi onoro anche di averlo personalmente come amico. Sul tema iperboreo, comunque, terrei conto anche del bel libro “Iperborea” di Gianfranco Drioli (editore Ritter). Con tutta la stima e l’amicizia per Dario Spada, io in questo momento acquisterei preferibilmente un testo di Ritter, per aiutare Marco a rimettere in piedi la sua azienda dopo il vilissimo attentato che ha subito. Noi la cultura la facciamo con le idee, i “compagni” con le bombe incendiarie. E’ quella che chiamano democrazia.

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