Milano Celta: le tre fortezze

Milano Celta: le tre fortezze

Questo libro di Gianluca Padovan farà discutere!

E magari anche “storcere il naso” a parecchie persone. In ogni caso, Milano Celta: le tre fortezze, ha il coraggio e la pazienza di mettere assieme numerosi dati storici, archeologici e architettonici anche “sparsi”, coniugandoli con l’indagine sul campo non solo milanese.

Il risultato è tutto da leggere perché documenta, e in modo inequivocabile, che le radici preromane della metropoli oggi nota con il nome di Milano esistono e si sono mantenute per parecchi secoli dopo la “romanizzazione”. Per certi aspetti sono sempre state sotto gli occhi di tutti e già la prima di copertina, composta utilizzando una foto aerea della Regia Aeronautica Italiana, lo mostra con chiarezza. Si tratta dell’impronta lasciata da un impianto prossimo all’ellisse, con il cardo e il decumano celti ancora perfettamente leggibili.

Ma veniamo al contenuto del libro.

4.6

Dettaglio della «Ichonographiam Campi Martii antique urbis» di Giovanni Battista Piranesi: la pianta di questo edificio della Roma imperiale presenta una pianta “a croce celta” – Piranesi Giovanni Battista, Campus Martius antiquae urbis, Roma 1762 – (immagine tratta da Padovan Gianluca, Milano Celta: le tre fortezze, Lo Scarabeo Editrice in Milano, Milano 2014, fig. 4.6).

In primo luogo le indagini vanno a smentire l’affermazione di Polibio secondo cui «Tutti i Celti abitavano in villaggi non fortificati e privi di ogni mezzo di vita civile».

Milano, o «Mediolanodunon», come la chiama l’Autore, era la capitale politica e religiosa dei Celti Insubri, i quali ricevettero pacificamente la grande migrazione di genti appartenenti ad altre popolazioni celte d’oltralpe: Ambarri, Arverni, Aulerci, Biturigi, Carnuti, Edui, Sènoni, guidati da Belloveso. E così la città fortificata e cinta da canali, già più grande di quanto storici e archeologi abbiano ipotizzato, s’ampliò ulteriormente. E le due fortezze celte divennero tre, dando alla città un aspetto assai articolato e ben definito.

In epoca romana la si fortificò, ma cingendo di mura solo il suo nucleo più interno. In ogni caso, a ben vedere, già qualcheduno in passato parlò dell’esistenza di due cinte, una terrapienata esterna e l’altra in muratura interna, ma nel corso del tempo se ne sono ignorate le parole. Almeno fino ad oggi.

Nella sintesi si riesamina il sistema dei canali e dei Navigli interni, identificati come opera insediativa e difensiva celta riutilizzata fino al medioevo, ampliando il discorso con testi e immagini relativi alle fortificazioni, o dùn, di Baggio e Niguarda, Comuni autonomi assorbiti dall’espansione metropolitana.

Ma si parla anche di una delle più grandi miniere d’oro a cielo aperto del mondo, quella coltivata dalle popolazioni celte tra Vercelli, Biella e fino alle terre dei Salassi. Questi popoli furono veri maestri d’idraulica, tant’è che parlando dell’opera d’estrazione Plinio il Vecchio scrisse: «sembra quasi superare le imprese dei Giganti».

Nel lavoro di ricerca si confrontano studi di architettura fortificata, di archeologia, di archeoastronomia condotti in Italia e in Europa, con l’esame di cartografie storiche, moderne, foto aeree, ricostruzioni grafiche e immagini di monumenti. Da ciò emerge come la cosiddetta “croce celtica”, meglio e più correttamente indicabile come “croce celta”, la si ritrovi chiaramente in molte fortificazioni nordiche, ma non solo.

Il lavoro di Padovan parla anche di altri centri che mantengono particolari impianti sia circolari, sia tendenti all’ellisse, tra cui Aicurzio, Biassono, Desio, Monza e soprattutto Vercelli. I dati sono messi a confronto con le analisi riportate in alcune pubblicazioni da Adriano Gaspani, dell’Osservatorio Astronomico di Brera (Milano), e condotte in Italia, Irlanda, ecc.

Vi sono anche le foto inedite del ritrovamento della «Stele di Komevios», proveniente dalla necropoli di Dormelletto (Novara), e si parla della stele di Vercelli, rinvenuta nel 1960, ma poco nota, con le due iscrizioni, una in lingua celta e l’altra in lingua latina.

Alcuni paragrafi sono dedicati alle fortificazioni campali romane e il motivo è presto detto: si è individuata l’area dove sorgeva un castrum, la quale oggi rimane ai margini del centro storico di Milano.

Come afferma l’Autore in chiusura di libro, oggi noi siamo il frutto di quanto costruirono e furono i nostri antenati, non una «semplice esistenza». E dobbiamo essere degni di loro innanzitutto conoscendo la nostra vera Storia, perché «sotto terra e sopra terra c’è la chiave del nostro passato e la risposta al nostro futuro».

Buona lettura.

 

Andrea Andrighetti

 

 

 

Dati del libro:CELTAcop

 

Titolo: Milano Celta: le tre fortezze

Autore: Gianluca Padovan

Editore: Lo Scarabeo Editrice Milano (marchio Ritter)

Formato: 17 x 24

Pagine: 285

Testo: pagine 213

Immagini fuori testo (nell’inserto a colori di pag. 72): n° 105

Prezzo: € 25,00

 

 

 

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Categorie: Libreria, Milano

Pubblicato da Ereticamente il 23 dicembre 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

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