12 dicembre ’69: la banalità del quotidiano…

12 dicembre ’69: la banalità del quotidiano…

Venerdì 12 dicembre 2014. Anche allora era di venerdì, di quel venerdì del 12 dicembre 1969. Prossimo il fine settimana, prossime le vacanze di Natale con il loro carico di luminarie regali avvolti in carta colorata vera e finta allegria panettoni e spumante progetti per il cenone chi invitare dove trascorrere la notte di Capodanno mortaretti… altro che mortaretti in quel pomeriggio dove tante cose finirono ed altre ebbero inizio, personali e non. La barra fu sterzata e la fragile barca della vita andò a fondo, ma come per la nave del capitano Achab di cui Moby Dick fece giusto scempio sono tornato a galla aggrappato ad una bara ( va da sé trattasi di metafora, ma necessario il chiarimento ai complottisti ai mestatori a tutti coloro che, per dirla con Nietzsche, ‘se al puro tutto è puro, vi dico anche che al porco tutto sa di porco’).

Esco di casa in mattinata, attraverso la piazza, entro ad Upim, vado al reparto giocattoli, compro un fortino in legno per mio nipote, cinque anni, torno indietro, prendo l’ascensore, terzo piano, appendo l’eskimo in corridoio, mi accendo l’ennesima (come Yanez de Gomera, il portoghese amico fedele di Sandokan) Philip Morris senza filtro, scarto la busta, tolgo la bandiera a stelle e strisce (il Male americano mi accompagna fin da ragazzino con i fumetti di Oklahoma Jim e i film western, rigorosamente dalla parte di Cavallo Pazzo e di Geronimo), la sostituisco con quella dei Confederati disegnata e colorata su un cartoncino bianco. Alcuni anni dopo leggo di Maurice Bardèche Fascismo ’70 (Sparta e i Sudisti). I prodi Lacedemoni, i saggi in grigia uniforme. ‘Gli Spartani e i Sudisti, che paiono diversi, si somigliano su parecchi punti. Gli uni e gli altri sono fedeli a un determinato ordine (…) Si è Spartani o si è Sudisti secondo i tempi e le circostanze’. O, tramite la citazione tratta da Ciuang-Yung, discepolo di Confucio, riportata dallo stesso Bardèche, il vento Meridionale e quello Settentrionale, la prima forza virile seguita dai saggi, la seconda dai prodi…

Alla parete, sopra il letto il poster de La battaglia di Valle Giulia, rettangolare e di colore verdastro, foto che diverrà storica ed io con lei, ahi!, con la bottiglia in una mano e un terzo dell’asse di una panchina nell’altra (del primo spezzone fece le spese la testa di un carabiniere che s’era spinto troppo avanti; il secondo l’ebbe sui denti un ‘compagno’ che m’aveva abbrancato, urlando isterico, per distogliermi dall’intento di dare un altro e forse un altro colpo ancora al milite per sottrargli la pistola e non mi lasciava mentre un pattuglione di caramba s’avvicinava celere e minaccioso). Certo, quando i redattori della rivista Quindici edita a Padova, dove vi scriveva Toni Negri (suo fratello, volontario della RSI nel btg. bersaglieri Mussolini s’era sparato in bocca per non cadere nelle mani dei partigiani titini lungo la linea del Baccia), vennero edotti che la prima fila a respingere le camionette della Celere era composta quasi esclusivamente da fascisti, avrebbero voluto ritirarlo, ma troppo tardi! E così preferirono negare la nostra presenza per quarant’anni… E, nell’aula magna della Sorbona occupata, gli studenti del Maggio francese ci accolsero al grido ritmato di ‘Val Julià! Val Julià!’ storpiandone la pronuncia (ho raccontato l’episodio in Strade d’Europa).

Accanto campeggia la fotografia, resa a manifesto da Feltrinelli, del fotografo cubano Korda, la più famosa, con il basco la stella a cinque punte il volto ieratico e duro con lo sguardo proiettato verso lontananze a lui solo note. In effetti Ernesto Che Guevara era in quei giorni febbricitante, forse un ricorrente attacco d’asma di cui soffriva fin da bambino e che nei suoi ultimi giorni lo costringeva a stare disteso su una rudimentale barella trainata da un mulo con i pochi compagni della sua avventura senza possibilità alcuna di successo. E sarebbe rimasto volentieri a letto, ma volle recarsi lo stesso al comizio di Fidel Castro per non dare credito a possibili interpretazioni di un dissidio fra i due. Da qui la particolare fotografia e il suo fascino innegabile. Un terzo poster o manifesto che dir si voglia. Tutto d’un bel rosso vivo con il volto, al centro, di Marx Engels Lenin e la scritta in tedesco ‘tutti parlano del tempo noi no’ (mi spiegarono in seguito come fosse in origine locandina delle Ferrovie, in campo verde con un bel treno che sfreccia, atta ad incrementare il numero di passeggieri). Preda notturna, confisca, a Monaco di Baviera in una piccola libreria di sinistra nei pressi del quartiere di Schwabing e ridosso all’università. Qualcuno vi aveva tirato contro una pietra, mandando in frantumi la vetrina, ed era conservato in bella mostra con la scritta su un foglio ‘attentato fascista’, bastò introdurre il braccio e prendere in ricordo quel manifesto con una spilletta dei Viet-Kong. Estate ’68. Leggo, forse mi appisolo, non ricordo, è l’ora di uscire.

Dovrei andare alla facoltà di Sociologia, ho un appuntamento con l’assistente del prof. Ferrarotti per discutere di come impostare la tesi che ho scelto di fare, le componenti libertarie nel pensiero di Jean-Jacques Rousseau. Marcello Lelli lo conosco dal tempo della scuola media, la Daniele Manin. Era un ragazzino grasso dalla pelle giallastra e sudaticcia, debole di cuore. Poi ci siamo persi di vista. Iscritto al Partito Comunista aveva ricoperto vari incarichi fino a divenire il segretario delle Federazione giovanile. Quando giunse la notizia dell’assassinio del Che Guevara, ottobre ’67, i comunisti organizzarono una protesta davanti ai cancelli dell’Ambasciata USA . Negli intenti pacifica. Noi s’era d’altra idea. Nel cofano della macchina molotov bomboni e quant’altro. Finì in scontri con la polizia. La direzione del partito non gradì, Marcello venne destituito, credo, anche e soprattutto, perché prossimo ai fondatori de Il Manifesto. Un paio d’anni dopo gli raccontai di come erano andate le cose, di chi aveva combinato il casino. Ci rise sopra. Studioso, rigoroso, con le giuste entrature, meritate dalle capacità, era diventato assistente e noi si era riallacciati i rapporti. (Durante le diverse fasi del dibattimento processuale ebbe un comportamento lineare e corretto e così fece con la rivista L’Espresso, che aveva insinuato e scritto come avessi tentato di crearmi un alibi utilizzando la sua notoria posizione di uomo ‘di sinistra’ per quell’appuntamento. Egli chiese e impose la rettifica ai sensi di legge: certo ero stato io a telefonargli, ma era stato lui a dettare giorno ed ora. E non era facile, allora, riconoscere la bontà delle mie affermazioni, a sinistra ed anche a destra… Ecco perché, quando è morto in Brasile stroncato da un infarto e la salma fu riportata a Fiumicino, io mi recai al suo funerale, tra mazzi di garofani rossi e rossi drappi, in camicia nera… ma questa è altra storia).

Prendo il tram azzurro che percorre la via Tuscolana, scendendo all’Arco di Travertino. Ho appuntamento con Stefano. Nella nuova abitazione di cui mi ha dato indicazioni sommarie come arrivarci. Appuntamento rimandato… a venti anni dopo. Incontro, invece e per strada, Riccardo (Di Riccardo ho detto e scritto tanto e doverosamente). Non ci vedevamo, mi sembra, da quando eravamo rientrati a fine agosto dalla ‘terra del Capitano’. Lo racconto in Strade d’Europa. Con il treno avevamo raggiunto la città di Timishoara, al confine con la Jugoslavia. Poi, sacco in spalla, un panino imbottito di pomodoro e fette di cocomero cadute da un carretto, ci si era incamminati lungo la strada, On the Road, come andava allora inseguendo il mito ribelle e la ricerca delle lontananze della beat generation…

Saliamo in casa. C’è il fratello Claudio, mi scrocca una Philip Morris, due chiacchiere e se ne va. Riccardo si siede al pianoforte, da autodidatta, suona con un arrangiamento in jazz il Die Fahne hoch (ortodossi d’ogni risma parrocchia cellula e partito ideologia idee e ideuzze non gridate allo scandalo tanto me ne frego!). Si ricorda il nostro viaggio, Vienna e il consolato ceco, che ci negò il visto per rientrare a Praga ad un anno dai carri armati del Patto di Varsavia in piazza San Venceslao; Budapest e l’ostello dove aveva conosciuto una ragazza intrigante di Berlino Est ed io avevo trascorso la notte con una nordvietnamita, grassottella untuosa bruttina, ma che libidine (!) avere anche io il ‘mio’ Viet-Nam; la Romania e Dorina, erano una bella coppia e li vedo ancora passeggiare mano nella mano per i viali alberati e lungo i laghetti di Bucarest…

Mentre scendiamo le scale, incontro Leda. Un cenno di saluto. Ciao, Leda, hai incarnato in senso compiuto la figura delle eroine della tragedia greca, in piedi fra le rovine… Non vi racconterò la sua storia, se non il rivendicare essere fascista, nella Repubblica Sociale, dormire in una caserma, materasso a terra e bomba a mano accanto; i partigiani che le squartano (e non è una metafora!) davanti agli occhi il cugino Adelchi, giovane paracadutista della Folgore; salvatasi all’ultimo momento tramite un ex milite delle Brigate Nere fintosi partigiano…

Percorriamo un tratto di via Tuscolana, poi ci salutiamo. Riccardo torna a casa. Da una cabina telefonica chiamo Sandro per farmi restituire il libro I leoni morti di Saint-Paulien. Non è in casa; non lo vedrò più. Chi ha letto le vicende dei volontari francesi fra le macerie di Berlino, aprile 1945, comprende perché Adriano Romualdi vi vedeva la Finis Europae e il mito pervicace della Divisione Waffen-SS Charlemagne… Proseguo a piedi fino a San Giovanni, prendo l’autobus 4, torno a casa.

E’ ormai sera, mamma sta preparando la cena e mio padre in poltrona aspetta l’inizio del telegiornale delle 20. Hanno da poco comprato il televisore su insistenza di mia madre, che s’illude così di vedermi con loro e non in giro tutta la notte. Sovente la rassicuravo dicendole che andavo da amici a vederla. A quanto pare mi ha portato sfiga… Quella sera era in programma una trasmissione sulla Machnovicina, il movimento anarchico ucraino durante la Rivoluzione bolscevica e annientato dall’Armata Rossa. M’ero ripromesso di vederlo. Intanto mi faccio uno shampoo (come cantava Giorgio Gaber). Il giorno dopo ho una (borghese) festa. Suonano alla porta; mia madre va ad aprire. Sono tre agenti in borghese dell’Ufficio Politico. Il resto è noto…

‘Devi venire in Questura per un confronto’ – ‘Va be’, basta che non faccio tardi…’ – mia madre: ‘Mario ti tengo la cena in caldo’ – ore venti – ‘E’ scoppiata una bomba a Milano’, mi grida dietro mio padre – penso: ‘Sti cazzi, io sto a Roma’. Appunto. Mi infilo di nuovo l’eskimo, metto in tasca le sigarette, chiudo la porta… Immagino che qualcuno si sarebbe aspettato chissà quale rivelazione, mi dispiace di averlo deluso, ma era un venerdì qualsiasi ed io ero uno qualunque… Chissà, forse per altri, la banalità del quotidiano era proprio il clima adatto per illuminare il pomeriggio di quel 12 dicembre con la luminaria delle bombe…

Mario Michele Merlino

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Categorie: Rievocazioni

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 12 dicembre 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. Enrico

    Come vorrei leggere un’altra minuziosa ricostruzione delle serate milanesi al Circolo XXII marzo…

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