Il Secondo Pleniglaciale, Nordatlantide e l’inizio dell’Età dell’Ascia

Il Secondo Pleniglaciale, Nordatlantide e l’inizio dell’Età dell’Ascia

Nell’articolo precedente “Giganti, Eroi, Razza Bianca” abbiamo visto come dopo la fine del continente australe (a seconda dei vari autori definito Lemuria, Gondwana o Gokarna), cataclisma verificatosi circa 26.000 anni fa all’inizio del Quarto Grande Anno, fu nel corso dell’ultimo terzo del Treta Yuga che nacque la razza esiodea degli “Eroi”.

Riassumendo rapidamente, tale genesi dovette implicare un fenomeno di depigmentazione di una parte dei “Giganti” cromagnoidi occidentali, al quale probabilmente si accompagnò, con modalità e gradi forse non ovunque omogenei, anche un processo di meticciamento di questi con elementi della linea “combecapelloide” più leggera ed antica: così infine giungendo alla formazione della “Razza Bianca”, da intendersi in un’accezione più ristretta e “nordica” di quello che è il suo attuale, più generico, significato. Abbiamo anche visto che tali eventi si svolsero in una “terra boreale” forse posta in zona scandinava, come ad esempio può essere stata la penisola di Kola, o in aree da essa non eccessivamente lontane: i siti paleolitici di datazione compatibile segnalati da Klein nell’Europa nordorientale sul Circolo Polare Artico, o quello di Byzovaya presso il fiume Pechora nella zona degli Urali settentrionali, tutte localizzazioni favorite anche dal fatto che il fronte dello scudo Scandinavo non giunse mai ad unirsi ai ghiacciai degli Urali, lasciando quindi libero un ampio sbocco verso il Mar di Barents. Ma è probabile siano state interessate anche altre aree ad elevata latitudine che, pur senza aver restituito reperti umani, da un punto di vista climatico non avrebbero presentato ostacoli al popolamento antropico in quanto, sorprendentemente, mai glacializzate; è il caso della Groenlandia settentrionale o, nella Siberia nordoccidentale, della penisola di Jamal e di gran parte di quella del Tajmyr, fino a zone insulari poste ancora più a nord di queste e dalle quali sono pervenuti significativi resti di mammuth, tali da far supporre la concreta possibilità di un sostentamento umano. A tale proposito credo sia interessante rilevare anche il fatto che proprio nei pressi della penisola di Jamal, a partire da 21-22.000 anni fa, Gaston Georgel proponga l’instaurarsi di un “polo” sacrale eurasiatico sulla base di un’ipotesi (però non confermata da nessuna tradizione) di divisione ternaria del Manvantara.

In ogni caso, all’incirca 20-22.000 anni fa, si verificarono due eventi molto vicini, tra loro quasi sovrapposti: in termini spirituali la fine del Treta Yuga e l’inizio del Dvapara Yuga, ed in termini climatici la conclusione del periodo interpleniglaciale, che in buona parte corrispose a quello che la ricerca odierna definisce “stadio isotopico 3”.

Come sinonimo di Dvapara Yuga nel titolo mi è sembrato opportuno utilizzare la denominazione norrena di “Età dell’Ascia” per evitare fraintendimenti con il “Bronzo” (metallo spesso attribuitole), il quale proviene dalla definizione di Esiodo basata su una periodizzazione quinaria – Oro, Argento, Bronzo, Eroi, Ferro – e che, come segnalato in precedenza, personalmente propendo piuttosto a far corrispondere a ciascuno dei cinque Grandi Anni del Manvantara, tutti di identica durata (circa 13.000 anni); la suddivisione in Yuga, invece, deriva ovviamente dall’ambito indù e prevede un frazionamento quaternario del Manvantara – Satya (o Krita) Yuga, Treta Yuga, Dvapara Yuga, Kali Yuga – Ere di durata decrescente in proporzione 4/3/2/1 e che in termini sinonimi corrispondono rispettivamente all’Età Paradisiaca, Età della Madre, Età dell’Ascia ed Età del Lupo (altra denominazione legata alla Tradizione Nordica che, anche qui, prediligo per evitare equivoci con il periodo identificato dal “Ferro”, cioè tutto il Quinto Grande Anno secondo i parametri esiodei).

Nel suo significato spirituale, la chiusura del Treta Yuga a mio avviso va messa in relazione ad un deciso ri-orientamento culturale della Razza Eroica. Una chiara presa di coscienza di un nuovo ruolo da recitare, che segna una netta discontinuità rispetto a precedenti commistioni, “fusioni” e “promiscuità” di vario tipo (nell’articolo anzidetto si era infatti ipotizzato un percorso di questo genere per il gruppo camitico): ora invece si propone con forza il tema della rivivificazione della primordiale “Luce del Nord” che, seppure parzialmente oscurata, diviene emblema di una reazione, come ricorda Evola, ad ogni pretesa di predominio ginecocratico e di supremazia dell’elemento femminile. La spiritualità eroica sembra cioè percepire l’antica tradizione nordico-solare come un’eredità della quale farsi cosciente portatrice dopo la caduta delle precedenti razze “adamiche” che l’avevano incarnata durante il Satya Yuga in terra di Varahi; d’altro canto, è pure evidente che si tratta di lascito, per forza di cose, derivante da altri, come appare chiaro – in un passaggio che mi pare davvero cruciale – quando Evola ricorda l’ideale eroico essere appunto quello della signorìa sulle forze originarie, non della corrispondenza con queste. Un’identificazione diretta non più possibile, vista ormai la distanza temporale che separa gli Eroi dagli albori del ciclo manvantarico. Talvolta, quest’idea viene espressa anche tramite il simbolo del parricidio “nel senso di un’emancipazione, di un divenire principio a sé stesso”: è Indra che abbatte il padre celeste Dyaus, o Zeus che uccide il padre Kronos. Secondo Plutarco, invece, il Titano giace addormentato in una grotta, mentre nella tradizione orfica egli dimora serenamente nell’Isola dei Beati, comunque riconciliato con Zeus: immagini che mi sembrano trasmettere il concetto di una certa latenza, larvalità, nella quale sarebbe caduto il ceppo umano più antico, ma anche di un tacito “passaggio di consegne” alla stirpe successiva. La neo-nata Razza Eroica ora infatti pare assumere su di sé, assimilare nelle sue stesse fibre e risvegliare i gruppi “paterni”, nel mito celtico corrispondenti all’antica, gloriosa, gente di Nemed, ma ormai quasi inoperanti: in un altro contesto è stata utilizzata l’immagine, tuttavia efficace, del “lievito” che avrebbe agito su situazioni “letargiche”, se non in parte degenerate, come ad esempio quelle legate ad un’involuzione “totemica” dei simboli iperborei (il cigno che diventa anatra/papero, l’orso che viene considerato un antenato), o alla perdita dell’elemento olimpico ed imperituro (il Sole che diventa mutevole e soggetto a morte e rinascita, sub-ordinato a “vita” e “fecondità”). Un contatto, tra le due stirpi, che Evola definisce “reintegratore”, con gli Eroi quali principali portatori di un tentativo, seppur parziale, di restaurazione della Luce primordiale. A mio avviso, quindi, molto stretti diverranno i legami e le dinamiche migratorie che d’ora in poi si instaureranno tra i Bianchi “emergenti” e, quanto meno, una larga parte dell’insieme boreale più arcaico; una sovrapposizione forse confermata anche da qualche accenno di Guenon sulla corrispondenza della compagine eroica con i “Figli degli Dei”, che in precedenza erano stati identificati anche con la figura di Adamo e cioè, da un punto di vista antropologico, con l’antico ramo nordorientale. Di conseguenza, tramite la comune analogia proprio con i “Figli degli Dei”, è quindi plausibile che la stessa funzione spirituale – fondamentalmente “attiva” e “virile” – sia stata incarnata più recentemente dalla neo-nata razza bianco-eroica, come in tempi molto precedenti lo era stata dal raggruppamento nostratico; tuttavia nell’ambito di quest’ultimo và rilevato che, proprio per effetto dell’inevitabile “sfaldamento” culturale che subì per opera del tempo, vi saranno alcuni gruppi che in questo processo di “riattivazione” appariranno, in gradi diversi, meno coinvolti e più periferici. Un itinerario in parte simile a quello già ipotizzato ad occidente per i Camiti, pur anch’essi derivanti dalla lontana patria boreale, tanto che qualcuno ne ha proposto l’accostamento dell’etnonimo con quello dei Camuni. Più sotto vedremo qualcosa di analogo in relazione ai Sumeri mentre, in futuro, si accennerà ai percorsi intrapresi da altre famiglie linguistiche: tutti gruppi che, nel quadro del mito celtico, potrebbero essere ricompresi nella stirpe di Partholon la quale, assieme alla gente di Nemed, in un interessante collegamento che Dario Giansanti propone con le genealogie bibliche, viene fatta discendere da Jafeth, figlio di Noè.

In termini climatici, più o meno nello stesso periodo, con la fine dell’interpleniglaciale subentra una nuova recrudescenza del Wurm, il “secondo Pleniglaciale”: questo durerà alcuni millenni ed estenderà ulteriormente, oltre alle calotte continentali, anche le connesse condizioni periglaciali, il cui ambiente sembra tuttavia essersi presentato in modo piuttosto diverso dalla spoglia tundra attuale, perché mantenne un relativo livello di vegetazione che consentì delle discrete possibilità di sussistenza ad alcuni gruppi specializzatisi nella caccia alla renna. E’ comunque innegabile che il nuovo acme wurmiano stimolò massicce migrazioni verso sud da parte di popolazioni che qualche autore suppone essere state già al tempo depigmentate e “nordicizzate”, e potrebbero corrispondere a quella “grande razza bianca unitaria” menzionata da Herman Wirth che ne ipotizza uno stanziamento iniziale tra Groenlandia, Islanda e Spitzbergen. A mio avviso è forse maggiormente probabile una localizzazione più prossima alle isole Spitzbergen, dal momento che queste risultano non troppo distanti dalla zona nordscandinava e norduralica delineata più sopra. Quando, in letteratura, si parla di migrazioni provenienti “dalla Thule iperborea e datate circa 20.000 anni fa” dovrebbe appunto essere a questa fase che si fa riferimento, non a quella ben più antica di almeno 30.000 anni (di cui il precedente articolo “Nord-Sud: la prima dicotomia umana e la separazione del ramo australe”) relativa al passaggio dal Primo al Secondo Grande Anno del Manvantara, avvenuta durante il Satya Yuga. Credo rivesta anche un certo interesse il fatto che, nella distribuzione della diversità genetica europea, un netto gradiente Nord / Sud emerga dalla “seconda componente principale” rilevata da Cavalli Sforza, con un polo di omogenee frequenze molecolari che si presenta proprio nella Scandinavia settentrionale; il fatto che il ricercatore non ravvisi in ciò un significato migratorio, a mio avviso ripropone ancora la questione, già toccata in “Madre Africa ?”, di quanto delle conclusioni di carattere storico oggi proposteci dalla “genografia”, più che rappresentare le dirette evidenze del nudo dato scientifico – che, come giustamente ricorda Evola, in sé è “muto” – siano invece il risultato dell’interpretazione che di esso ne dà, a posteriori, colui che le valuta. In fondo, questo è un punto che viene ammesso dagli stessi ricercatori, tra i quali lo stesso Cavalli Sforza o anche Guido Barbujani, che ricorda come la genetica delle popolazioni sia in grado di proporre fin troppe ipotesi (ad esempio, i dati desunti dall’analisi del cromosoma Y suggerirebbero raggruppamenti umani diversi da quelli ottenibili dal cromosoma X, o da quelli delle “inserzioni Alu”), un ventaglio di possibili spiegazioni che, in sé, potrebbero apparire tutte coerenti con i dati rilevati; ne consegue, quindi, che le datazioni storiche degli eventi non possano essere ricostruite solo attraverso i dati molecolari, ma siano necessarie delle teorie – che, aggiungo, dovrebbero tendere al massimo di “multidisciplinarietà” e di integrazione, senza trascurare nessun aspetto – all’interno delle quali le evidenze genetiche diventano allora interpretabili nel modo più corretto.

Fondamentale, tra i vari punti di vista, è ovviamente quello archeologico, dal quale emerge – per il discorso che ora ci interessa – come dopo diversi millenni di “stasi” e di uniformità culturale e stilistica dall’Atlantico alla Siberia, l’unità del Gravettiano inizi a disgregarsi proprio in corrispondenza del nuovo massimo wurmiano, e ciò soprattutto a causa dei massicci movimenti di popolazioni partiti dalla grande pianura europea centro-settentrionale in diverse direzioni. Verso est, in un quadro più locale ed europeo, circa 22.000 anni fa si sarebbero verificate migrazioni di gruppi che, percorrendo la via a nord dei Carpazi, si spostarono nella pianura russa, specializzandosi sempre più nella caccia al mammuth; fondamentalmente di cultura tardo-gravettiana, i gruppi polacchi, cechi e slovacchi del complesso “pavloviano” avrebbero occupato la pianura russa, nei bacini del Dnieper e Don, mentre altri nuclei del Danubio medio si sarebbero dislocati nei Balcani. Proprio nella valle del Don vari siti, come ad esempio quello di Kostienki e databili approssimativamente 21.000-22.000 anni fa, suggerirebbero che la migrazione dall’Europa centrale verso est sia avvenuta in tempi piuttosto brevi e che poi questa popolazione si sia sviluppata a lungo nel bassopiano sarmatico. Sempre 22.000 anni fa le sepolture di Sungir, vicino a Mosca, presentano un individuo cromagnoide con tratti protomongoloidi che sembrerebbero abbastanza pronunciati. Ma forse non si potrebbe escludere che queste ondate si siano spinte ancora più ad oriente se teniamo conto della valutazione di Weidenreich, secondo il quale uno dei ritrovamenti vicino a Pechino – probabilmente il Ciu-Ku-Tien di circa 18.000 anni fa – sarebbe morfologicamente avvicinabile al Cro-Magnon (anche Cavalli Sforza ne sottolinea la scarsissima somiglianza con gli attuali cinesi, ma lo accosta piuttosto agli amerindi). E’ ovviamente molto arduo stimare a quale famiglia linguistica possano essere appartenute queste popolazioni in movimento verso est, ma forse si potrebbe azzardare l’ipotesi che abbiano avuto attinenza con il più coeso gruppo “eurasiatico”, interno alla vasta aggregazione nostratica, ed in particolar modo ad elementi protouralici, protoaltaici e, più ad est, protocoreani-giapponesi-ainu: nell’Asia centro-orientale, queste migrazioni potrebbero essere appunto collegate all’inizio del processo di disgregazione ed “esplosione” dell’antica unità nostratica (la cui età, per inciso, viene da Colin Renfrew valutata in 27.000 anni, stima certamente troppo bassa nel nostro quadro – perché nata già nella seconda metà del Satya Yuga – ed oltretutto localizzandone l’area nucleare a latitudini molto più meridionali).

A mio avviso non si può escludere che questi movimenti orientali siano correlabili, o che abbiano direttamente provocato, l’allontanamento dalle sedi occupate dai Sumeri, etnia certamente enigmatica ma che, ciononostante, può essere anch’essa ricondotta alla più lontana e comune origine nostratico-boreale; inquadrabile in una posizione geograficamente opposta a quella dei Camiti occidentali ma fileticamente abbastanza simile nella sua perifericità rispetto al macro-gruppo “eurasiatico”, nel passato essa è stata tuttavia accostata da qualche studioso anche alle parlate ugrofinniche. Prima del raggiungimento della sede sud-mesopotamica, vi sono ipotesi su di una sua localizzazione centro-eurasiatica, ovvero a nord del Caucaso e del Caspio, o anche più orientale (qualche studioso ha interpretato il nome di Samar-kanda come come “città di Sumeri”), fino alla Siberia meridionale se non, per Coomaraswamy, da ricercarsi addirittura nel più lontano est del continente; secondo Herman Wirth, il punto di origine dei Sumeri risiede in un settore ancora più nordorientale, da dove si sarebbero mossi i loro antenati anticamente noti come “esquimesi bianchi” o “Gente di Tanara” prima di andare infine ad occupare la sede storica sul Golfo Persico. In ogni caso, Aleksandr Dughin ritiene che si sarebbero distinti abbastanza nettamente dai Tuatha de Danann più nordoccidentali, rendendo quindi l’idea di una molto relativa, se non minima, partecipazione al ciclo “eroico”, tanto da indurre Evola a considerarli sempre fondamentalmente legati alla figura ed al culto della Madre.

Intanto, sul versante euro-occidentale, analoghe migrazioni andarono a muovere, come sempre ipotizza Wirth, dalle “terre boreali” accennate sopra verso le aree americane e nordatlantiche, quest’ultime attualmente coperte dall’oceano ma dove, anche secondo altri ricercatori, durante il wurmiano è molto probabile siano esistite diverse zone emerse a causa del generale abbassamento del livello marino (secondo Camps di circa 130 metri, ma vi sono autori che forniscono stime perfino maggiori, arrivando anche a 200 metri); ciò si sarebbe soprattutto verificato in corrispondenza della linea Scozia-Faroer-Islanda-Groenlandia, probabilmente includendo quello che oggi è il “Banco di Rockall”, che presenta anche un piccolo scoglio emerso, ed arrivando forse, come ipotizzò Forrest nel 1939, all’ininterrotta continuità geografica di un ponte continentale tra Europa ed America settentrionale. L’ingresso delle popolazioni bianco-eroiche in questo quadrante sarebbe adombrato dal mito di Eracle il quale, nella sua undicesima fatica, và ad Occidente nel giardino delle Esperidi per rubare i “pomi d’oro” custoditi dal titano Atlante, figura simbolica e reggente di quell’area geografica; il settore, infatti, probabilmente doveva essere già da tempo abitato dal ramo non depigmentato dei cromagnoidi, che nell’articolo precedente era stato messo in relazione con il mitico popolo dei Fir Bolg e con la Razza Rossa, intesa però in chiave più specifica di quella primordiale (ora, cioè, corrispondente soprattutto ai Giganti dell’Ovest). Dall’incontro tra i due ceppi – “affratellati” ma anche separati da alcuni millenni di evoluzione divergente – sarebbe sorto un conflitto che viene menzionato nel mito indù con la vicenda del sesto Avatara di Vishnu, Parashu-Rama, collocabile attorno alla fine del Treta Yuga e considerato analogo al Perseo greco, che Guenon ricorda miticamente rappresentato, non a caso, con l’ascia di pietra degli Iperborei, intesi appunto come i popoli di Razza Bianca; scontro che trova forse un’ulteriore traccia anche nel corpus norreno, ove si narra della lotta scatenatasi tra le due stirpi degli Aesir e dei Vanir. In ogni caso, quest’invasione dell’Ovest dovette concludere quello che per Evola fu il primo ciclo atlantico (meridionale) ed iniziarne la seconda fase, contraddistinta dalla creazione di un Centro che, in conseguenza del mutato orientamento spirituale della Razza Bianca-Eroica e della sua ripresa della più antica eredità iperborea, si propose come immagine della Tule primordiale di inizio Manvantara; un avvenimento che quindi costituisce un netto spartiacque culturale e segna la fine dell’Età della Madre ed il contemporaneo inizio dell’Età dell’Ascia, avvenuto alla metà esatta del Quarto Grande Anno, ovvero circa 19.500 anni fa.

La migrazione da settentrione verso ovest può trovare una conferma anche dal punto di vista archeologico nella subitanea comparsa di nuovi complessi paleolitici nell’Europa occidentale – il Solutreano – che infatti vari autori interpretano come un fenomeno intrusivo dovuto all’arrivo di gruppi alloctoni di provenienza eurasiatica nord-orientale. Nondimeno, proprio il tema della cultura solutreana ci invita a guardare ancora più ad Occidente, verso il continente americano dal momento che, ormai da diverso tempo, vari archeologi hanno rilevato la forte somiglianza tra i manufatti europei del periodo e le punte di selce rinvenute nel nordamerica: un dato che porterebbe a confermare l’ipotesi di una via nordatlantica di penetrazione, rafforzato anche dal fatto che non sarebbero stati riscontrati in Asia reperti morfologicamente avvicinabili a quelli della cultura Clovis, ritenuta (probabilmente a torto) la prima industria litica americana. Ma sembrerebbe sussistere anche qualche indizio genetico che potrebbe essere interpretato in questa stessa direzione, come alcune frequenze rilevate tra i Nativi Americani (ad esempio, nella tribù Ichigua) che si collocherebbe in una certa relazione con popolazioni fondatrici di origine europea; secondo un’altra modalità di analisi genetica, anche per Cavalli Sforza la “quarta componente principale” americana (e la sua somiglianza con la terza) metterebbe in luce contributi nettamente europoidi attestati soprattutto sulle coste orientali degli Stati Uniti e nella stessa Groenlandia. Vi è peraltro la forte probabilità che il tutto evidenzi fenomeni avvenuti in tempi ben precedenti alla cultura Clovis, che al radiocarbonio presenta datazioni grossomodo non superiori ai 12.000 anni e quindi relativamente basse, mentre invece già nel precedente articolo “Discontinuità nella nostra Preistoria” erano stati citati alcuni ritrovamenti americani (Old Crow, Taber, Topper, Pedra Furada; aggiungo ora le impronte nelle ceneri vulcaniche di Puebla) di antichità anche 3-4 volte superiori; altri reperti, come ad esempio quello di Tlapacoya in Messico, sembrerebbero essere meno antichi, ma comunque – posizionandosi a circa 22.000 anni fa – risulterebbero comunque inconciliabili con la teoria della “Clovis first”, cioè prima cultura americana. Per il popolamento americano sta quindi progressivamente emergendo un quadro molto più intricato di quanto ritenuto fino a pochi anni fa, probabilmente segmentato su varie ondate distinte sia in termini temporali che di provenienza geografica.

Riassumendo rapidamente, si può dire che la migrazione più antica sarebbe stata quella, proveniente dalla Beringia, che avrebbe introdotto in America l’elemento a-mongolide di base il quale, tra l’altro, risultando ben attestato tra le popolazioni dell’estremo sud del continente (punto forse raggiunto già dopo solo un migliaio di anni dall’ingresso nordoccidentale), costituisce una conferma della priorità di questa componente nel primo popolamento dell’America; ad esempio i Fuegini della Patagonia meridionale per Renato Biasutti presenterebbero caratteristiche non distanti dal tipo europoide, mentre secondo altri antropologi denoterebbero tratti similari, anche dal punto di vista linguistico, con i popoli australoidi (elementi ravvisabili forse nei reperti di Lagoa Santa e di Punin), tanto da indurre qualche studioso a prendere in considerazione l’idea di un flusso proveniente direttamente dall’Australia. A mio avviso, invece, è forse più verosimile ritenere che, analogamente a quanto avvenuto sull’altro versante del Pacifico, dal primordiale ed unitario ceppo “caucasoide arcaico” proveniente da Nord si sia potuto scivolare anche in America, per via “endogena”, in direzione di forme simil-australoidi, piuttosto che postulare problematiche traversate sud-pacifiche, sicuramente molto più lunghe e difficoltose di quelle nordatlantiche. In ogni caso, l’idea della grande antichità di questa prima migrazione dalla Beringia si sta sempre più consolidando nella comunità scientifica e sembra trovare anche conferme da stime di carattere glottologico effettuate da Johanna Nichols, che daterebbero a 45.000 l’età degli idiomi americani. Paradossalmente, in quello che comunemente viene definito “Nuovo” Mondo, vi sono oltre 150 famiglie linguistiche indigene, contro solo 40 nel “Vecchio” Mondo, denotando una frammentazione non molto coerente con la presupposta minor antichità del popolamento americano, che per la ricerca attuale è (o era) quasi un dogma. A questa estrema frammentazione Joseph Greenberg cercò di dare una sistematizzazione generale riunendo tutti gli idiomi non appartenenti alle famiglie Na-Denè ed Eschimo-aleutina in un unico raggruppamento (peraltro, non accettato dalla linguistica di scuola più tradizionale) che definì Amerindio e la cui posizione filetica, secondo la glottologia di impostazione macro-comparatista, troverebbe collocazione nel più vasto insieme “nostratico”; in quest’ambito, l’Amerindio sembrerebbe addirittura porsi in una certa prossimità con il sotto-gruppo eurasiatico, anche se sussisterebbero alcuni significativi punti di contatto pure con la compagine Sino-dene-caucasica (che comprende anche la lingua basca). In termini bioantropologici, invece, già a suo tempo anche Henry Vallois aveva rilevato i molti tratti di similitudine fenotipica tra Nativi Americani ed Europei, oltre all’elevatissima frequenza, fino all’80-90 %, del gruppo ematico “0”; un dato, oltretutto, piuttosto interessante se pensiamo che Evola considerava proprio lo “0” come il gruppo artico originario. Per inciso, vi è qualche autore che ha posto in relazione il gruppo “0” soprattutto con il Cro-Magnon, mentre invece Cavalli Sforza ha piuttosto rilevato la connessione di quest’ultimo con il fattore Rh negativo (notandone la forte presenza tra i Baschi). In ogni caso, la notevole somiglianza fenotipica tra Europei e Nativi Americani è stata confermata anche in tempi più recenti dalle analisi sul famoso reperto di Kennewick che, seppure non della massima antichità – al radiocarbonio stimata a circa 9.000 anni – è probabile rappresenti una filiazione diretta del primo arrivo dalla Beringia, e quindi abbia mantenuto quelle caratteristiche fondamentalmente caucasoidi che secondo alcuni lo avvicinerebbero sensibilmente anche agli Ainu del Giappone settentrionale.

Successivamente a questa prima migrazione giunta da Nord in tempi antichissimi – già all’inizio del Secondo Grande Anno – e dopo un interludio durato le “decine di migliaia di anni” indicate da Evola, in America sarebbe penetrata una nuova ondata che, contemporaneamente, avrebbe popolato anche le terre atlantiche. Si tratterebbe quindi, a mio avviso, proprio di questo afflusso collegato al secondo Pleniglaciale wurmiano ed alla cultura solutreana che, sopra la generica base “caucasoide arcaica” stanziatasi in precedenza, dovette introdurre in America un più specifico elemento cromagnoide (da cui la notevole somiglianza rilevata tra le ricostruzioni fenotipiche dei Cro-Magnon ed alcuni gruppi Nativi come ad esempio i Dakota); da tale movimento sarebbe anche derivato il confuso ricordo della sede nordatlantica costituita ad immagine della Tule letteralmente polare di inizio Manvantara, sovrapposizione alla quale accenna pure Guenon in merito alla patria primordiale rimembrata nei miti toltechi. E’ peraltro interessante notare come in diverse leggende amerindiane il “Diluvio” sarebbe associato, piuttosto che ad un’alluvione acquea (secondo i canoni biblici), ad un’improvvisa e traumatica glaciazione, come anche il fatto che questa migrazione nordatlantica venga ammessa anche da autori che non contemplano necessariamente l’esistenza di aree oceaniche emerse: per Greenman, infatti, vi fu la possibilità di un attraversamento diretto della banchisa artica da parte dei gruppi europei, se non l’utilizzo, quali punti di sosta intermedi, di iceberg in navigazione nell’oceano.

Ancora più tardi, alla fine del periodo glaciale, con lo scioglimento delle calotte e lo scatenamento del Diluvio – questa volta effettivamente di carattere acqueo e di memoria biblica – ci troviamo davanti ad un evento che comportò l’inondazione della maggior parte delle terre emerse tra America ed Europa e 13.000 anni fa concluse il Quarto Grande Anno del Manvantara; ne derivarono altre ondate in fuga da settori meno settentrionali di Atlantide – quindi più “orientali” che “nordorientali” (relativi ad una latitudine grossomodo corrispondente a quella delle Azzorre) – e probabilmente sempre attribuibili a popolazioni soprattutto cromagnoidi, che peraltro Evola pare ora collegare al mito del dio azteco Quetzalcoatl. Più o meno in contemporanea, o forse in tempi ancora più recenti, dovettero verificarsi ulteriori afflussi nuovamente dalla Beringia, via rimasta chiusa tra 25.000 e 14.000 anni fa perchè bloccata dalla congiunzione delle calotte della Cordigliera e della Wisconsin; la riapertura di questo strada avrebbe introdotto in America l’elemento più marcatamente mongoloide, riscontrabile nei reperti di San Diego, Minnesota, Tepexpan, datati circa 10.000 anni fa, ed oggi un po’ ovunque tra le popolazioni viventi, ma soprattutto in quelle eschimo-aleutine dell’estremo nord che senza dubbio arrivarono per ultime dalla Siberia.

Tuttavia, tra le migrazioni “nordatlantico-solutreane” e quelle più recenti “centroatlantico-diluviali”, è probabile che in America centrale circa 17.000 anni fa si sia verificato un ulteriore ingresso di popolazioni: movimenti di area soprattutto “sudatlantico-caraibica” che forse riguardò elementi di Razza Nera, come sembrerebbe testimoniato dalle famose teste di pietra olmeche di La Venta in Messico, dai tratti fortemente negroidi. In effetti, già in precedenza si erano sottolineate le incertezze attorno alla formazione dei Negridi subsahariani, dal momento che di questo tipo umano non sono stati rinvenuti reperti scheletrici particolarmente antichi, da cui l’impressione di una certa “fulmineità” nella loro enigmatica apparizione in terra africana. Non sembra quindi improbabile l’idea di una loro provenienza allogena a partire da un’area che, visti gli indizi centroamericani, potrebbe forse trovare la sua più opportuna collocazione in un punto situato tra la zona olmeca e l’Africa occidentale, ovvero nel settore più meridionale di Atlantide. A tale proposito, è significativo l’interesse con il quale sia Julius Evola che Herman Wirth valutarono gli importanti studi dell’etnologo tedesco Leo Frobenius sulle popolazioni nere dell’ovest africano e le sue ipotesi di un’antica civiltà “arrivata” sul litorale dell’Africa centro-occidentale; lo stesso Wirth menzionò Oja, divinità degli Yoruba nigeriani, connessa ad una simbologia solstiziale di origine atlantica e ruotante attorno all’idea della “madre terra nell’acqua”. Diversi elementi della vita sacrale e culturale delle attuali popolazioni nere farebbero presupporre concezioni originarie ben più elevate di quelle oggi sbrigativamente catalogate come “animismo” o “feticismo”, tanto che Frithjof Schuon, ma anche lo stesso Evola, riconobbero come quanto oggi si riscontra anche nelle tribù africane più “selvagge” non sia affatto da considerarsi primitivo – nel senso di “originario” – bensì residuale e degenerato, ramificazioni involute di un’antica superiore civiltà. Indizi in tal senso potrebbero ad esempio risiedere in diverse similitudini riscontrate con taluni aspetti del Paleolitico superiore europeo (in particolare con il più tardo Maddaleniano), o anche nella significativa diffusione ed importanza che viene tributata al segno solare dello Svastica in alcune regioni costiere vicine al golfo di Guinea; ma anche nella presenza di un significativo toponimo “valle di Tule” – forse sopravissuto come ricordo del Centro originario – presente nel Burkina Faso in prossimità delle aree occupate dall’enigmatico popolo dei Dogon, etnia che presenta alcuni aspetti estremamente interessanti e già menzionati negli articoli precedenti (messi in luce soprattutto dalle ricerche dell’etnologo francese Marcel Griaule). Un’inaspettata connessione con il mondo nordico, una sorta di suo “riflesso” australe, da Frobenius messa in luce anche quando rileva che “lo spirito africano, in qualsiasi campo, dimostra una straordinaria attitudine alla stilizzazione rigorosa e una mancanza quasi assoluta di originale forza creativa” di cui le similitudini accennate, con l’eccezione che laddove al centro delle culture boreali si trova, in una direzione di caduta dai tratti “totemizzanti”, la figura dell’orso, qui invece vi è il felino (Claudio Mutti indica anche il gorilla).

Da tutte queste considerazioni, deriva quindi la necessità di allargare di molto la scala migratoria generale qui approcciata e che, oltre ad interessare il più ristretto quadrante nordico-atlantico-americano, dovette prolungarsi anche verso sud generando, come sottolineò Evola, un connesso movimento “atlantico-africano” diretto principalmente da ovest verso est, ma anche in zone subequatoriali.

In effetti, i processi che portarono alla formazione della razza Negride subsahariana avrebbero implicato, secondo Coon, il contatto di un elemento “Nero” primario – come può essere stato quello pigmoide, giunto in Africa da est – con un’altra componente, di tipo caucasoide: mescolamento forse avvenuto anche a diverse riprese con vari elementi stranieri, e che oggi troverebbe conferma nella enorme varietà tipologica negroide che appare ben superiore a quella presente nelle altre razze, tant’è che è stato rilevato come oggi sia molto difficile stabilire con precisione dove si trovi il cosiddetto “Negro puro”. L’elemento caucasoide entrato nel meticciamento potrebbe essere stato proprio quello più specificamente cromagnoide, che da tempi molto antichi deve aver goduto di un’ampia diffusione a largo raggio, tanto che qualche antropologo ha ipotizzato il suo arrivo fino in Africa meridionale forse anche 30.000 anni fa, quindi in una fase precedente a quella dei Boscimani (nell’articolo “Dopo la Caduta: l’Età della Madre e la Luce del Sud” si ricordava infatti che presumibilmente i Giganti nacquero già alla fine del Satya Yuga e per larga parte della loro storia furono assoggettati all’influenza australe). Incrocio e conseguente genesi di un primo nucleo negride, magari ad alta statura – quindi nettamente differenziato dal precedente tipo pigmoide – che forse già alla fine del Terzo Grande Anno e come punto finale del periodo di predominanza della Razza Nera (conclusosi con il crollo del continente australe), avrebbe potuto nascere nel settore più meridionale di Atlantide ed ivi rimanere in “stasi” per alcuni millenni. Successivamente, sospinto dalle migrazioni “solutreane” nordatlantiche ed entrato in Africa da ovest, è probabile che tale nucleo negride abbia ricevuto nella fascia subsahariana ulteriori innesti cromagnoidi giunti dal Maghreb, a seguito del forte spopolamento del versante meridionale del Mediterraneo che nel secondo pleniglaciale fu sottoposto ad una fase di iperaridità; sarebbero stati gli stessi caucasoidi che, più ad est, potrebbero essere entrati in contatto con le popolazioni khoisanidi provenienti invece dal medio-oriente, come già accennato nel precedente articolo. Questi ripetuti innesti caucasoidi-cromagnoidi provenienti dall’Africa settentrionale, e man mano “diluitisi” verso sud, potrebbero stare alla base della più marcata differenziazione genetica che il continente presenta, ovvero la “prima componente principale” individuata da Cavalli Sforza, dalla quale emerge un nettissimo gradiente nord-sud. Pur nella scarsità di resti antichi identificabili come antecedenti dei Negridi “classici”, a causa della loro probabile formazione nell’area sud-atlantica ora sommersa, qualche scarna indicazione può essere desunta dal ritrovamento di Boskop – considerato analogo ad altri reperti rinvenuti a Kalomo (Rhodesia), Springbok (Transvaal), Fish Hoek e Matjes River (Sud Africa) – nel quale si è ritenuto di individuare, almeno in parte, uno dei primi esemplari della Razza Nera, tanto da essere avvicinato soprattutto all’attuale gruppo etnico Bantu; significativamente, in Boskop vengono però intravisti anche diversi caratteri del Cro-Magnon (e ciò anche nel più recente reperto di Asselar), dal quale, secondo la presente interpretazione, esso avrebbe appunto ricevuto – e non certo indotto – alcune caratteristiche morfologiche proprio tramite i processi di meticciamento sopra descritti.

L’osservazione, su una scala geografica così vasta, delle migrazioni innescate dal Secondo Pleniglaciale wurmiano, ci ha trascinato molto a Sud. Con il prossimo articolo ritorneremo nel nostro continente e cercheremo di capire, per quanto possibile, quali relazioni tali eventi possono invece aver avuto con i nostri Avi più diretti: gli Indoeuropei.

Michele Ruzzai

 

Bibliografia consultata per il presente articolo:

  • AA.VV. (a cura Jean Guilaine) –– La preistoria da un continente all’altro – Gremese Editore – 1995
  • Giuseppe Acerbi – Il mito del Gokarna ed il drammatico agone tra Perseo e Medusa – Indirizzo internet: http://allependicidelmontemeru.blogspot.it/2013/01/il-mito-del-gokarna_17.html
  • Giuseppe Acerbi – Introduzione al Ciclo Avatarico, parte 1 – in: Heliodromos, n. 16 – Primavera 2000
  • Riccardo Ambrosini – Le lingue Indo-Europee. Origini, sviluppo e caratteristiche delle lingue indo-europee nel quadro delle lingue del mondo – ETS Editrice – 1991
  • Guido Barbujani – Europei senza se e senza ma. Storie di neandertaliani e di immigrati – Bompiani – 2008
  • Guido Barbujani – L’invenzione delle razze. Capire la biodiversità umana – Bompiani – 2006
  • Hugo A. Bernatzik – Popoli e Razze – vol. 1 – Editrice Le Maschere – 1965
  • Pierre Bertaux – Africa. Dalla Preistoria agli stati attuali – in: Storia Universale Feltrinelli – Feltrinelli – 1968
  • Renato Biasutti – Alcune considerazioni sul primo popolamento del continente americano – in: Scritti Minori – Società di Studi Geografici – 1980
  • Renato Biasutti – Razze e Popoli della terra – UTET – 1959
  • Antonio Bonifacio – I Dogon: maschere e anime verso le stelle – Venexia – 2005
  • Arthur Branwen – Ultima Thule. Julius Evola e Herman Wirth – Edizioni all’insegna del Veltro – 2007
  • Michel Brezillon – Dizionario di Preistoria – Società Editrice Internazionale – 1973
  • Luigi Brian – Il differenziamento e la sistematica umana in funzione del tempo – Marzorati Editore – 1972
  • Alberto Broglio – Introduzione al Paleolitico – Editori Laterza – 1998
  • Alberto Broglio, Janusz Kozlowski – Il Paleolitico. Uomo, ambiente e culture – Jaca Book – 1987
  • Roberto Bosi – I Lapponi – Il Saggiatore – 1969
  • Mario F. Canella – Razze umane estinte e viventi – Sansoni – 1940
  • Giandomenico Casalino – Il nome segreto di Roma – Edizioni Mediterranee – 2003
  • Carla Castellacci – Il piacere di raccontare – in: Sapere – Ottobre 2004
  • Vittorio Castellani – Quando il mare sommerse l’Europa – Ananke – 1999
  • Luigi Luca Cavalli Sforza – Geni, popoli e lingue – Adelphi – 1996
  • Luigi Luca Cavalli Sforza – Il caso e la necessità. Ragioni e limiti della diversità genetica – Di Renzo Editore – 2007
  • Luigi Luca Cavalli Sforza – Storia e geografia dei geni umani – Adelphi – 1997
  • Louis Charpentier – Il mistero Basco. Alle origini della civiltà occidentale – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007
  • Colonizzazione dell’America: il dibattito si infiamma – Sito Anthropos – 28/11/2004 – indirizzo internet: http://www.antrocom.it/textnews-view_article-id-399.html
  • Aldo Conti – L’enigma dei primi americani – in: Le Scienze – Ottobre 2003
  • Carleton S. Coon – L’origine delle razze – Bompiani – 1970
  • Gabriele Costa – Le origini della lingua poetica indeuropea. Voce, coscienza, transizione neolitica – Olschki Editore – 1998
  • Nuccio D’Anna – A proposito del rapporto Julius Evola – Hermann Wirth – in Vie della Tradizione n. 140
  • Nuccio D’Anna – Parashu-Rama e Perseo – in: Arthos, n. 33-34 – 1989/1990
  • Bruno D’Ausser Berrau – De Verbo Mirifico. Il Nome e la Storia – Documento disponibile in rete su vari siti
  • Bruno d’Ausser Berrau – La Scandinavia e l’Africa – Centro Studi La Runa – 1999
  • Eurialo De Michelis – L’origine degli indo-europei – Fratelli Bocca Editori – 1903
  • Bernardino del Boca – La dimensione della conoscenza – Edizioni L’Età dell’Acquario – senza indicazione di data
  • Deswell / Helveroi / Siegert / Svendsen – La lezione dell’artico – in: Le Scienze – Dicembre 2002
  • Alexandre Dorozynski / Thierry Pilorge – Dall’Eden al mondo – Scienza e Vita – Maggio 1996
  • Aleksandr Dughin – Continente Russia – Edizioni all’insegna del Veltro – 1991
  • Aleksandr Dughin – Siberia – in: “La Nazione Eurasia”, n. 5 – Giugno 2004 – scaricabile dall’indirizzo web: http://lanazioneeurasia.altervista.org/archivio2004.htm
  • Edith Ebers – La grande era glaciale – Sansoni – 1957
  • Julius Evola – Il mistero del Graal – Edizioni Mediterranee – 1997
  • Julius Evola – Il mistero dell’Artide preistorica: Thule – Quaderno “Il mistero Iperboreo. Scritti sugli Indoeuropei 1934-1970”, a cura di Alberto Lombardo, Quaderni di testi evoliani n. 37, Fondazione Julius Evola, 2002 (articolo presente anche ne “I testi del Corriere Padano” – Ar – 2002)
  • Julius Evola – L’ipotesi iperborea – in: Arthos, n. 27-28 “La Tradizione artica” – 1983/1984
  • Julius Evola – Preistoria Libica – (pubblicato sul Corriere Padano il 22/2/1936) – ora in: “I testi del Corriere Padano” – Edizioni di Ar – 2002
  • Julius Evola – Ricerche moderne sulla tradizione nordico-atlantica – in “I testi di Ordine Nuovo” – Edizioni di Ar – 2001
  • Julius Evola – Rivolta contro il mondo moderno – Edizioni Mediterranee – 1988
  • Julius Evola – Thule (pubblicato sul Corriere Padano il 13/1/1934) – ora in “I testi del Corriere Padano” – Edizioni di Ar – 2002
  • Fiorenzo Facchini – Il cammino dell’evoluzione umana – Jaca Book – 1994
  • Marco Fraquelli – Il filosofo proibito. Tradizione e reazione nell’opera di Julius Evola – Terziaria – 1994
  • Leo Frobenius – I miti di Atlantide – Xenia Edizioni – 1993
  • Leo Frobenius – Storia delle civiltà africane – Bollati Boringhieri – 1991
  • Ciro Gardi – Gli americani si scoprono più antichi – in: Le Scienze – Maggio 1997
  • Gaston Georgel – Le quattro Età dell’umanità. Introduzione alla concezione ciclica della storia – Il Cerchio – 1982
  • Mario Giannitrapani – Paletnologia delle antichità indo-europee. Le radici di un comune sentire. Parte 2° – in: Quaderni di Kultur, n. 4 – 1998
  • Dario Giansanti – Gli invasori d’Irlanda in un’ottica funzionale – Sito del Centro Studi La Runa – indirizzo internet: http://www.centrostudilaruna.it/invasionidirlanda.html
  • Vincenzo Giuffrida-Ruggeri – Su l’origine dell’uomo: nuove teorie e documenti – Zanichelli – 1921
  • Joseph H. Greenberg / Merritt Ruhlen – Le origini linguistiche dei nativi americani – in: Le Scienze – Gennaio 1993
  • Vinigi L. Grottanelli – Ethnologica. L’Uomo e la civiltà – Edizioni Labor – 1966
  • Renè Guenon – Forme tradizionali e cicli cosmici – Edizioni Mediterranee – 1987
  • Renè Guenon – L’archeometra – Editrice Atanòr – 1992
  • Graham Hancock – Impronte degli Dei – Corbaccio – 1996
  • Charles H. Hapgood – Lo scorrimento della crosta terrestre – Einaudi – 1965
  • Marcel F. Homet – I figli del sole – Edizioni MEB – 1972
  • Skender Hushi – Atlantide – EMAL – 2009
  • Richard G. Klein – Il cammino dell’Uomo. Antropologia culturale e biologica – Zanichelli – 1995
  • Janusz K. Kozlowski – Preistoria – Jaca Book – 1993
  • Le impronte dei primi Americani – Sito Le Scienze – 6/7/2005 – indirizzo internet: http://www.lescienze.it/news/2005/07/06/news/le_impronte_dei_primi_americani-584717/
  • Silvano Lorenzoni – Il Selvaggio. Saggio sulla degenerazione umana – Edizioni Ghénos – 2005
  • Jean Mabire – Thule. Il sole ritrovato degli Iperborei – Edizioni L’Età dell’Acquario – 2007
  • Alberto Malatesta – Geologia e paleobiologia dell’era glaciale – La Nuova Italia Scientifica – 1985
  • Vittorio Marcozzi – L’Uomo nello spazio e nel tempo – Casa Editrice Ambrosiana – 1953
  • Bruno Martinis – Continenti scomparsi – Edizioni Mediterranee – 1994
  • Anna Meldolesi – Antropologi in tribunale – in: Le Scienze – Novembre 2002
  • Claudio Mutti – Gentes. Popoli, territori, miti – EFFEPI – 2010
  • Claudio Mutti – Hyperborea – in: Vie della Tradizione, n. 125 – Gennaio/Marzo 2002
  • Claudio Mutti – Il simbolismo del Cigno nella tradizione Ob-Ugrica – in: Vie della Tradizione n. 14 – Aprile/Giugno 1974
  • Claudio Mutti – Il simbolismo dell’Orso nelle culture artiche – in: Vie della Tradizione n. 16 – Ottobre/Dicembre 1974
  • Claudio Mutti – Teofanie vegetali presso i Finni del Volga – in: Vie della Tradizione n. 17 – Gennaio/Marzo 1975
  • Nuove ipotesi sulla colonizzazione dell’America – Sito Anthropos – 23/11/2003 – indirizzo internet: http://www.antrocom.it/textnews-view_article-id-123.html
  • Steve Olson – Mappe della storia dell’uomo. Il passato che è nei nostri geni – Einaudi – 2003
  • Ugo Plez – La preistoria che vive – Mondadori – 1992
  • Marino Rore – Genesi dell’inconscio nell’ambito delle civiltà tradizionali (1° parte) – in: Arthos, n. 21 – Gennaio/Giugno 1980
  • Philip Ross – Glottologi a confronto – in: Le Scienze – Giugno 1991
  • Merritt Ruhlen – L’origine delle lingue – Adelphi – 2001
  • Paolo Ettore Santangelo – L’origine del linguaggio – Bompiani – 1949
  • Luca Sciortino – Un giapponese in America – in: Le Scienze – Giugno 2006
  • Frithjof Schuon – Caste e razze – Edizioni all’insegna del Veltro – 1979
  • Domenico Silvestri – La nozione di indomediterraneo in linguistica storica – Macchiaroli – 1974
  • Bryan Sykes – Le sette figlie di Eva. Le comuni origini genetiche dell’umanità – Mondadori – 2003
  • Henry V. Vallois – Le razze umane – Garzanti – 1957
  • Felice Vinci – Omero nel Baltico. Saggio sulla geografia omerica – Fratelli Palombi Editori – 1998
  • L.M.A. Viola – Religio Aeterna, vol. 2. Eternità, cicli cosmici, escatologia universale – Victrix – 2004
  • Nicholas Wade – All’alba dell’Uomo. Viaggio nelle origini della nostra specie – Cairo Editore – 2006
  • Spencer Wells – Il lungo viaggio dell’uomo. L’odissea della nostra specie – Longanesi – 2006
  • Herman Wirth – Introduzione a “L’aurora dell’umanità” – EFFEPI – 2013
  • Gabriele Zaffiri – Alla ricerca della mitica Thule – Editrice La Gaia Scienza – 2006
  • Marco Zagni – Archeologi di Himmler – Ritter – 2004
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Categorie: Tradizione, Tradizione Primordiale

Pubblicato da Michele Ruzzai il 16 novembre 2014

Michele Ruzzai

Le Origini dell’Uomo, la sua Preistoria, le sue Razze. Sono temi che cerco di esplorare seguendo coordinate non evoluzionistiche, ma ciclico-involutive, monofiletiche e boreali, traendo spunto dai pensatori del “Tradizionalismo integrale” e dal Mito, senza tuttavia dimenticare quanto può dirci la ricerca scientifica correttamente interpretata. Non sono né un accademico né uno specialista. Sono solo un appassionato che non pretende di insegnare nulla a nessuno, se non, scrivendo questi articoli, provare a mettere un po’ di ordine tra i tanti appunti raccolti in anni di letture…

Commenti

  1. Ernesto Roli

    Michele Ruzzai non è un autore da leggere. E’ un autore da studiare. Ed è quello che io stò facendo da più giorni. Tempo permettendo, in quanto molti sono i riferimenti da prendere in considerazione data la complessità dell’argomento preso in considerazione.
    Posso solo per il momento inviare le mie più vive congratulazioni a Ruzzai per il coraggio che ha dimostrato nell’affrontare un argomento così interessante in maniera molto approfondita.
    Ernesto Roli

    • Michele Ruzzai

      Non posso che ringraziare sentitamente il Prof. Roli per le belle parole, fin troppo lusinghiere: ho solo cercato di mettere assieme alcuni elementi ripresi da specialisti di varie discipline (quindi non inventati da me) alla luce delle linee più generali esposte dagli Autori della Tradizione (e tanto meno provenienti dal sottoscritto). La sintesi che ne è uscita può avere punti più o meno solidi ma comunque diversi sono sicuramente migliorabili, come spero di riuscire a fare in futuro.
      Un cordiale saluto.
      Michele Ruzzai

  2. Raffaelemaria concilio

    Non ho ancora avuto tempo di Leggere (la raccolta che mi son fatta degli articoli disposti in ordine cronologico) , tuttavia sono in grado di Riconoscere la Serietà di metodo che è stata messa nell’operato esposto.

    Ho provato grande piacere nell’incontrare finalmente (dalla mia modesta posizione di ricercatore che ha iniziato soltanto da poco ad accedere in Internet, avendolo sùbito accantonato nel 2000-2001 per la sua scarsità di accuratezza e di approfondimento rispetto al cartaceo …) in bibliografia l’opera maestra di Felice Vinci : i Miei più sentiti complimenti di studioso.

    E’ il maggior Sapere e il Conoscerne la messa in pratica, ciò che fa sorgere quella postura Interiore che dovrebbe venir indicata, propriamente, Umiltà ; e nel Tuo rispondere, Vedo che c’è.

    conGratitudine

    Rm ..15 : 54 rev ..15 : 57 29 8 16

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