Considerazioni attuali circa la metafisica dell’Ars

Considerazioni attuali circa la metafisica dell’Ars

“L’arte va ancora più lontano, imitando quella razionale e più eccellente opera della natura che è l’uomo. Poiché dall’Arte viene creato quel gran Leviatano chiamato Comunità Politica o Stato (in latino Civitas) il quale non è altro che un uomo artificiale, sebbene di statura e forza maggiore di quello naturale, alla cui protezione e difesa fu designato.”

Thomas Hobbes, nel Leviatano, enuncia in tal modo come l’arte, o meglio l’Ars, sia alla base di un determinato tipo di struttura che implichi l’interazione di più individui, qualunque risultato ne consegua.

L’Ars, o la Téchne, mediante il proprio processo di elaborazione del dato sensibile e sovrasensibile, concorre a strutturare la forma mentis dell’uomo in relazione all’ambiente circostante, secondo determinati canoni e schemi cognitivi condivisibili su base razionale (in relazione al reale sensibile) e irrazionale (in relazione al potenziale sovrasensibile) da individui del medesimo tessuto sociale o culturale, l’Ars, pertanto in generale, non è solo un’elaborazione ma innanzitutto un processo del linguaggio.

Nel dominio artistico, nello specifico, le arti di qualsivoglia foggia, là dove siano mosse da ideali a priori, son esse le figlie più immediate e nobili del cogitamento, in quanto han per fine la più fedele analisi e la più limpida verità al fine di discernere ed indagare la realtà, son esse, dunque, da ritenersi  forze ordinatrici.

Perché oggi è necessario riscoprire ed incentivare il valore etico, dunque metafisico, dell’arte?

“L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire.”

Con questa epigrafe anonima, incisa sull’architrave del portico del Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo, viene esplicato l’intrinseco fine ideale dell’arte, un fine propedeutico all’uomo di oggi e domani, un fine propedeutico alla civiltà. L’espressione artistica è figlia della civiltà che la plasma e degli ideali che la pervadono e la animano come una scintilla, dunque strettamente correlata alle vicissitudini umane ed al bisogno dell’uomo in un determinato frangente storico e sociale, pertanto l’arte, non solo è un linguaggio, è uno dei più rapidi e potenti mezzi di reazione e riflessione che l’uomo che possegga.

L’arte raggiunge l’acme della propria espressione nel momento in cui etica ed estetica coincidono, ovvero nel momento in cui contenuto e forma tendono dal reale all’ideale e viceversa.canova-venere-marte

Esempio per antonomasia di splendore artistico è la civiltà greca, nella qual arte confluirono armonicamente riflessioni politiche, filosofiche, sociali. Vi era, in quel linguaggio, una forma di influenza sullo spirito nazionale, l’etica rivolta al cittadino nella misura in cui il senso stesso del bello influiva positivamente sullo Stato e sul singolo. Il cantore che con i propri poemi tesseva le lodi degli eroi, combattenti per valore e amor di patria, incitava, ora, tramite la propria arte, il guerriero a difendere quello stesso onore che lo avrebbe reso immortale. Non solo etica dunque, ma etica comunitaria vitalistica. L’uomo greco giudicava ogni cosa mediante se stesso, la Physis ed il suo rapporto con essa; i suoi Dei, pertanto, possedevano ogni virtù naturale ed ideale: essi avevano bellezza corporea  e sensibilità per il bello, valori nazionali, ed erano raffigurati calmi e seri, così come suggeriva il proprio temperamento. La poesia, la tragedia, erano votate all’esaltazione dell’elemento umano tanto quanto quello comunitario, esse veicolavano l’amor di patria ed il valore; al pari era venerato sia l’eroe sia il poeta. Presso i greci, e gli ateniesi in particolar modo, le arti raggiunsero l’acme della perfezione e della ricchezza espressiva, divenendo così esempio di perfezione ideale per ogni epoca a seguire: dalla scultura alla tragedia, all’architettura alla poesia. Ogni elemento concorreva ad esplicare quell’ideale di kalokagathìa, ovvero la perfezione dell’armonia sinergica del bello ed del buono come massime espressione della Physis e della morale, alla base di pensiero dell’uomo greco. La civiltà greca ha rappresentato, e rappresenta tuttora, un momento di coesione ideale e formale di grande impronta artistica.

Nei “Frammenti di Estetica” ad opera di Novalis, al secolo Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg,  leggiamo che:

“Ogni opera d’arte ha in sé un ideale a priori, una necessità di esistere.”

L’ideale a priori altro non è che l’essenza stessa dell’opera, essenza che diviene anche meta ideale in atto di divenire. Dunque un rapporto di influenza vicendevole degli enti, ognuno dei quali necessita dell’altro per poter tendere all’oltre.

Di conseguenza, nel momento in cui etica ed estetica sono irreparabilmente scisse viene smarrito l’ideale metafisico e l’arte ridotta a vuoto simulacro, destinato alla caducità della propria essenza artistica.

Pertanto quando viene meno il concetto di Nazione, nel proprio significato più nobile di coesione sociale ed ideale, si approda a desolate lande. Da qui l’odierna  distruzione dell’arte, svuotata ormai del proprio valore intrinseco, privata del proprio potenziale e ridotta a mero strumento al soldo dei capricci del capitale.  Non v’è civiltà senza arte e non v’è arte senza civiltà. La civiltà, in quanto raggruppamento di più individui, rappresenta un ideale in potenza, ovvero l’ideale civile comunitario; questo ideale esprime se stesso e veicola i propri valori mediante un linguaggio comune, sia artistico e non, creando così ideali immortali su cui ergersi. Nessuna civiltà, che sia realizzata al proprio apice, non possiede un linguaggio artistico e, al contrario, se non vi fosse un insieme di valori morali ed etici comuni non esisterebbe un’identità solida nazionale e nemmeno un linguaggio artistico condivisibile ma solo un “fenomeno” artistico ad uso e consumo, intellettuale ed economico, della massa e non della comunità.

Estetica è etica, ma lo è solamente nel momento in cui forma e contenuto agiscono sinergicamente nell’uomo, riscoprendone e nutrendone il vitalismo. Sino a quando non combaceranno nuovamente questi due aspetti guarderemo all’arte classica come al massimo esempio di virtuosismo della storia, un virtuosismo immortale imperituro, un virtuosismo basato su imperiture ed immortali fondamenta.

 Francesca Monterosso

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Categorie: Arte

Pubblicato da Ereticamente il 20 ottobre 2014

Ereticamente

“La visione del mondo non si basa sui libri, ma su di una forma interiore e su una sensibilità, aventi carattere non acquisito, ma innato. Si tratta essenzialmente di una disposizione e di un atteggiamento, non già di teoria o di cultura, disposizioni che non concernono il solo dominio mentale ma investono anche quello del sentire e del volere, informano il carattere, si manifestano in reazioni aventi la stessa sicurezza dell’istinto, danno evidenza ad un lato significato dell’esistenza. (…) Se la nebbia si solleverà apparirà chiaro che è la visione del mondo ciò che, di là da ogni cultura, deve unire o dividere tracciando invalicabili frontiere dell’anima: che anche in un movimento politico essa costituisce l’elemento primario, perché solo una visione del mondo ha il potere di cristallizzare un dato tipo umano e quindi di dare un tono specifico ad una data Comunità.”

Commenti

  1. Luca Valentini

    Vivissimi complimenti alla nostra nuova collaboratrice!

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