Il mio incontro con Evola

Il mio incontro con Evola

Il suo corpo verrà cremato la notte del 10 luglio, come da volontà espressa, per essere poi disperso, poca cenere, in un crepaccio del ghiacciaio del Lys, sul Monte Rosa, ad oltre quattromila metri d’altezza. Dopo aver ricordato Adriano Romualdi, doverosa la geografia della mente disegna il tratto, quell’universo ove le coordinate tracciano ‘la via più breve fra due punti’, percorso che va ben più in là, ben oltre, delle stelle in quanto l’esistente va a ricercare l’Essere sua fonte primaria. Qui sì i quarant’anni sono scadenza autentica anche se la misura del tempo rimane prigioniera dell’umano, di quel ‘troppo umano’ che non va confuso con il titolo dell’opera di Nietzsche. Ed egli tentò educarci allo spazio, che la filosofia definisce, nella sua povertà dei linguaggi, Metafisica mentre per lui era la Tradizione.

Sto scrivendo di Julius Evola e non ricordo se e quando, su Ereticamente, ne ho parlato, meglio, se ho raccontato di quell’unico tragicomico incontro nella sua abitazione di Corso Vittorio. Rimedio o mi ripeto. E senza metafore o metanoie, senza riti apologetici né ironici sberleffi, solo nella consapevolezza che essere distanti ormai, in vita in morte nel pensiero nel cuore, nulla toglie alla lucida lezione che s’è impressa…

La sua voce al telefono appare spenta o forse tutto se stesso si predispone alla lontananza dall’effimero dal contingente dall’illusorio. Gli chiedo di Carlo Michelstaedter. Non a caso. Dal Cammino del Cinabro avevo conservato nella memoria: ‘Il Michelstaedter aveva parlato della ‘via della persuasione’, intesa come quella dell’essere che consiste in sé, che possiede in sé il proprio principio e il proprio valore, che non scarta, che non sfugge alla propria deficienza esistenziale ma l’assume e la risolve. Opposta a tale via era quella della ‘retorica’, cioè di colui che fugge al possesso attuale di sé, che si appoggia ad altro, che cerca l’altro, che si rimette ad altro per ‘persuadersi’ in una fuga dal tempo, secondo una oscura necessità ed un incessante bramare, indefinitamente, il cedimento iniziale escludendo ogni arresto del processo in un possesso’ (ed. Scheiwiller, 1963, pag. 49). Lungo via Quattro Novembre, nella vetrina della libreria Tombolini, trovo una esile monografia di un certo Piromalli, che fu amico del giovane filosofo goriziano. La compro. Mi torna a mente a Regina Coeli, secondo braccio, terminati gli ultimi esami leggo un articolo del professor Antonio Capizzi dove si citano Max Stirner e Carlo Michelstaedter. Affrontare l’Unico in lingua originale, va bene, magari con qualche sforzo e l’ausilio del vocabolario, ma la direzione del carcere è contemporaneamente diffidente e irremovibile. Teme possa esservi le indicazioni per evadere – e non ha tutti i torti, se si guarda non soltanto a lima e lenzuolo annodato…–. Ripiego, per necessità e non solo, sull’autore de La Persuasione e la Retorica (confesso che fu modesto lavoro che non meritava il massimo del punteggio).

La voce di Evola al telefono. Ad altra vita – sembra – si predispone colui che ci ha mostrato dell’esistenza la sola possibile alterità. E lo sguardo si rivolge ormai alla finestra che dà sul Gianicolo, gli alberi svettanti a sfida verso il cielo, ultimo sguardo, sorretto (fu Mario a tenerlo sotto le ascelle come egli mi raccontò), per affrontare in piedi, come per le strade di Vienna sotto le bombe, cumuli di macerie e corpi sventrati, e non

‘schivare, anzi di cercare i pericoli, nel senso di un tacito interrogare la sorte’.

Una visione alta ed altra che non si può descrivere con accenti umani. Ora lo sguardo si fa unico e, se sarà aperto verso più luminosità o sarà pago della propria nientità, non è dato sapere. Forse e anche ben poco conta perché ciò che conta è il ben aver recitato la commedia… Necessità e libera scelta nell’estremo confine coabitano e l’essere e il nulla gettano la maschera – cosa si nasconde dietro di essa? –, entrambi figli della medesima tragedia, vittime e costruttori del medesimo destino.

Rammemorare, a quarant’anni dalla illusione-inganno-reale morte, Julius Evola e rammemorarlo, ciascuno di noi, al di là della percorrenza e dei distinguo e dell’abbandono. Dice Zarathustra:

‘…solo allora che voi tutti mi avrete rinnegato, io tornerò fra voi. In verità, o miei fratelli, con altri occhi cercherò allora quelli che ho smarrito: d’altro amore v’amerò’.

Niente rimpianti niente rimorsi niente rancori solo e tanti ricordi. Così la nostalgia non s’apre all’orrore del vuoto – ‘quel tornare a casa con dolore’, come Martin Heidegger si fa traduttore -, ma si riempie d’un vissuto degno d’essere stato vissuto. (rintraccio l’intervista rilasciata alla rivista Pianeta del gennaio-febbraio 1972: ‘Scherzosamente ho detto che oltre gli ‘evoliani’… vi sono gli ‘evolomani’. Fenomeni del genere sono inevitabili’). Dunque rammemorare, comunque e nonostante tutto, un maestro esemplare. Non perché ebbe pretesa di proporsi tale, ma in quanto penetrò in ciascuno di noi, a lui quelli rimasti prossimi o da lui resisi eretici, essendo fra i più radicali e solitari. Radicale da intendersi quale disvelatore la questione del fondamento primo e originario, perché le radici amano nascondersi nel terreno e da esso trarre linfa e forza; solitario in quanto, ripropongo una considerazione di Heidegger, ‘è della natura del pensare muoversi nella solitudine’. (Ardisco sull’etimo: sol et solus si nutrono alla stessa mensa, si abbeverano alla stessa fonte?).

Ho promesso di raccontare dell’incontro e, dunque, accingiamoci, voi a leggerlo, io a farne ‘favola bella’. Fu per confidenza con Adriano che si combinò un appuntamento, in un pomeriggio grigio e triste che era di contrasto alla nostra esaltazione (non ero da solo, ma taccio i nomi di coloro che condividevano l’ebbrezza dionisiaca perché io sono rimasto fedele e fidente del passo di danza, gli altri no), il senso di vivere una esperienza unica e irripetibile. E lo fu, sebbene ben altrimenti dalle nostre manifeste aspettative… Intanto, da scolaro diligente mi ero riguardato le sue opere, sottolineando e annotando alcuni passi. Lo stile di Evola ha il dono della chiarezza e della sintesi, di formale accessibilità – altro penetrare al fondo del contenuto –, tanto lontano da quel ‘dire per nulla dire’ che mi ha oppresso per quarant’anni d’insegnamento.

Lo sguardo. Non ti era di fronte, ti avvolgeva. Era come se si penetrasse all’interno di un cerchio magico dove i suoi occhi erano, al contempo, centro e confine. Disteso sul letto, il profilo aristocratico, il corpo ancor più allungato, volgeva il capo nella nostra direzione, a tratti, increspando le labbra. (Ora mi appare confidente dell’ineffabile sorriso del Buddha a chi gli chiedeva di descrivere il Nirvana o quel sorriso, forse il medesimo, di Gesù a Pilato interrogante su cosa sia la verità. E, da La nascita della tragedia, il mito del re Mida e del Sileno sul senso dell’esistenza…).

Paradossale affascinante confuso monologo a più voci… Non fummo noi in attento ascolto delle sue parole. Ardire e ardore dei vent’anni, presunzione e tracotanza dell’anagrafe. Noi s’era certi, inossidabile certezza!, d’essere i discepoli da lui tanto attesi, i migliori, gli eredi legittimi. E tanto più egli s’ostinava nel silenzio, noi si diceva si interrogava e si dava, sempre noi, la risposta. Il tono s’elevava pomposo e retorico, la mano ed il braccio l’accompagnava fendendo l’aria con rapidi gesti simili a lucenti spade sguainate.

Al fine ‘il Barone’ mostrò in modo risoluto ed icastico che era ora riportare l’incontro sui giusti binari dove la parola è di colui che sa e non di coloro che blaterano – infilò il braccio sotto la coperta e, vistosamente, diede al linguaggio del corpo la traduzione modello ‘che palle!’… Il linguaggio di uno Kshatriya che ne La Tradizione Ermetica (ed. Laterza, 1931, pg. 224) aveva riportato il contenuto del secondo Manifesto dei Rosacroce

‘se a qualcuno viene il desiderio di vederci solo per curiosità, egli non comunicherà mai con noi’.

Troppo tardi e ciechi per intendere. Eravamo ormai tutti presi dal suono della nostra voce, prigionieri della vanità – virtù che continuo alacremente a coltivare. Così fummo sottoposti ad altra umiliazione. Il braccio e la medesima mano raccolsero da sotto il letto alcuni fascicoli di Nembo Kid e Tex Willer ed entrambe le mani si misero a sfogliarli senza più fingere un minimo di cura nei nostri confronti… Qui avvenne il nostro ‘risveglio’, afflitti delusi sconfitti, battemmo in ritirata e, scendendo le scale, cercammo la rivincita inveendo contro quel vecchio… che non era in grado di misurare la nostra grandezza…

Incontro, dunque, resosi unico nel suo svolgimento disastroso, ma anche resosi unico perché, il tempo ebbe a darmi capacità di accogliere in me il suo valore, come solo un ‘autentico’ Maestro conosce il dono dissacratorio di se stesso e dei suoi discepoli (basti leggere episodi del buddhismo Zen ). Ed Evola fu esente dall’esibizione di cui sono ricchi tanti intellettuali (Moravia, nel ’68, pur di essere circondato da giovani con cui civettare di letteratura e rivoluzione culturale fingeva non accorgersi che ci si riempiva le tasche con oggetti cineserie cianfrusaglie da rivendere poi ai mercatini per preparare le molotov…).

Le critiche le osservazioni i distinguo appartengono là dove ancora vige il pensiero calcolante con i paletti e i parametri suoi propri; nulla contano quando entriamo nei luoghi ‘sacri’ dell’essere interiore ed assoluto. Oltre questo discrimine – la Via della Notte, la Via del Giorno di cui parlò ‘venerando e terribile’ Parmenide – la parola si rende vana, non certo il cammino, quel cammino che un altro dei ‘grandi’ del mondo greco, il filosofo ‘oscuro’ Eraclito di Efeso, indicava nell’immensa vastità dell’anima, di cui ‘così profondo è il suo logos’.

Un logos – va da sé – che non va frainteso con quanto imporranno Socrate e Platone. Ed ecco perché mi è concesso con animo sgombro e mente serene sentirmi distante da Julius Evola, dalle sue opere, dalle sue affermazioni – io, che ho il sospetto verso tutto ciò che mi appare maschera della nientità, del qui ed ora – ed ecco però perché non posso non voglio non devo esentarmi dalla sua lezione. In ciò che permane sta la mia dignità; in ciò che permane la sua forza.

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Categorie: Julius Evola

Pubblicato da Mario Michele Merlino il 21 agosto 2014

Mario Michele Merlino

Nato a Roma 2 giorni prima dell'entrata degli alleati, quindi 'obbligato' per fedeltà ad appartenere ad altra Repubblica. Prima con la spranga sui denti (altrui) poi con la penna irriverente sbruffone parolaio, cioè 'geniale'... con poche idee e tante emozioni in attesa di sapere cosa farà da grande...

Commenti

  1. giancarlo micoli

    ricordo quando insieme a Sergio D’Ottavi andammo a Roma da Littoria a far visita al Suo feretro il giorno del decesso.Ricordo che piansi non tanto per la Sua scomparsa ma quanto per non aver potuto parlare con il Maestro su alcune idee venutemi leggendo Rivolta contro il mondo moderno.

  2. Grazie per aver condiviso la Sua esperienza, sig.Merlino. Ad Evola, dopo tanto vagare attorno e via da lui, ci giungo decisamente solo ora. E persino dettagli, episodi forse secondari come questo, mi aiutano a “ri-conoscerlo”, a giungere al “vero” Evola.

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