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Fascisti di provincia: Bernardo Barbiellini Amidei (parte prima)

Fascisti di provincia: Bernardo Barbiellini Amidei (parte prima)

“Ras di provincia con le scarpe pesanti, capaci di calpestare le ingiustizie” (definizione che Bernardo Barbiellini Amidei preferiva pe sé)

 

  1. PRIMA DI COMINCIARE

Traggo spunto, per questo pezzo, dalla rilettura, dopo tanti anni, della biografia (1) che Franco Molinari, sacerdote piacentino, fece di Bernardo Barbiellini Amidei, suo concittadino, esponente di punta del fascismo della vigilia e con un percorso di vita successivo abbastanza singolare, fino alla morte eroica.

Già prendendo in mano il volume, mi viene di fare una preliminare considerazione: è singolare il fatto che tutti coloro che si applicano ad una biografia non preconcettualmente malevola di personaggi fascisti, credano opportuno prendere qualche “precauzione” fin dal titolo.

Ecco allora che, per fare solo qualche esempio, Barbiellini Amidei di Molinari è “il fascista del dissenso”, Arpinati per Della Casa è “il fascista anomalo” e per Iraci “l’oppositore di Mussolini”, Muti di Carafoli e Bocchini Padiglione è “il gerarca scomodo”, Balbo di Guerri è “il più pericoloso rivale di Mussolini”,, mentre per lo stesso autore (salvo poi ricredersi) Bottai è “il fascista critico” Forni per Lombardi è “il ras e dissidente”, fino a De Vecchi che si autobiografa e si definisce “il quadrumviro scomodo”

Barbiellini fu, nella sua storia politica, una (apparente) contraddizione, per i motivi che dirò poi e che si possono sintetizzare nella definizione “socialista in camicia nera” che gli appiopparono gli avversari già nel ’21 e fu poi ripresa nel dopoguerra. Ma, si può ben dire che la contraddizione fu la cifra distintiva della sua storia familiare, tanto “tipica” di un’Italia che fu, che mi piace farne qui cenno: la nonna materna, Rosa Gattorno, fondatrice delle figlie di S. Anna, morta in odore di santità, serva di Dio, proclamata beata da Giovanni Paolo II; il di lei fratello deputato al Parlamento e violento anticlericale; uno zio “mazziniano barricadiero e poi garibaldino rivoluzionario”.

Ciascuno di essi, si può ben immaginare, lasciò – nel DNA ereditario all’epoca ancora sconosciuto – una traccia nel futuro ras fascista, che fu anche, se è vero che la contraddizione è il portato della modernità, uomo “modernissimo”, con un risvolto – di cui dirò alla fine – di sconcertante attualità.

  1. SQUADRISMO A PIACENZA

Bernardo (sarà “Dino” per tutti) Barbiellini Amidei nasce a Roma il 24 gennaio del 1896, ma la famiglia si trasferisce a Piacenza quando ha appena quattro anni. La sua nobile estrazione lo autorizza a fregiarsi del titolo di “Conte”, ma non ci terrà mai molto, preferendo, al rientro dalla guerra, quello di “Capitano”, che meglio gli pare testimoniare meriti acquisiti in proprio, e non per semplice eredità familiare.

Educato in severi collegi ecclesiastici, si manifesta subito scavezzacollo e capobranco di monelli irrequieti quanto lui; ammesso all’Accademia Navale, ne viene espulso perché insofferente alla disciplina, e solo al fronte, dove si precipita volontario allo scoppio del conflitto, sembra trovare la sua vera dimensione, immortalata nella concessione della medaglia d’argento:

“Noncurante del pericolo, offrendosi spontaneamente in qualunque contingenza per qualunque opera, per oltre sei mesi diresse con singolare perizia lavori di rafforzamento nelle linee più avanzate, in presenza del nemico e sotto il suo stesso fuoco; magnifico esempio alle truppe di serenità e fermezza d’animo. In tre anni di guerra non lasciò la prima linea che per brevi periodi di tempo necessari ad una prima guarigione di quattro gravi ferite riportate combattendo valorosamente. Roma 6 ottobre 1919” (2)

L’esperienza militare non dispiace al giovane Bernardo che, al momento del congedo, chiede la rafferma e se ne va in Libia, a combattere contro i ribelli, in un’esperienza che lo segna, perché, da quel momento in poi si svilupperà in lui una forte curiosità ed attrazione per il mondo arabo, con esiti imprevedibili, come vedremo.

Torna in Italia alla fine del 1920; non è quindi, tra i fondatori del fascio piacentino, ma è certamente il protagonista della prima manifestazione mussoliniana in città:

“Il 26 dicembre del 1920, il Consiglio Comunale di Piacenza…volle destinare per lo spettacolo d’opera in teatro, l’uso del palco reale ai principotti del comunismo locale….bastarono sette fascisti, giovani pieni di buon volere, per impedire che la porta del palco reale si aprisse, ed i reggenti rossi dovettero ritornarsene assai malcontenti per la non riuscita impresa….Il capo era un valoroso soldato reduce della guerra 1914-18, Bernardo Barbiellini Amidei” (3)

Assume, a seguire, la guida del fascio, che fornisce, come prima cosa, di un proprio giornale “La Scure”, stampato a Milano, alla tipografia del Popolo d’Italia, a partire dal 26 febbraio del ‘21

Si impegna poi nell’attività squadrista: il 24 aprile inaugura il gagliardetto del fascio, e per mesi va in giro per tutti i paesi della provincia, sempre in prima fila, “uomo incendiario”, come qualcuno lo definirà per temperamento, facile alle esplosioni di ira che, però durano poco.

Con l’esempio e con l’azione ridà coraggio ai pavidi, che da quelle parti sono ormai assuefatti alla dittatura socialista. C’è un dato che lo dimostra: alle elezioni politiche del 1919 il Partito Socialista prende circa il 55% dei voti, nel capoluogo e nel circondario (bisserà l’anno dopo, alle amministrative, conquistando 25 su 47 Comuni, compresa Piacenza stessa), con 44.000 voti; alle successive politiche del 1921, i voti socialisti resteranno gli stessi, ma ci saranno 7.000 elettori in più che faranno lievitare di un bel po’ la percentuale dei votanti e che quasi unanimemente si rivolgeranno al “Blocco” nazionale.

Si tratta, come è facile capire, di elettori che nel ’19 sono rimasti a casa, intimoriti dalle minacce socialiste che si fondavano sulla possibilità – col sistema delle schede precompilate e preritirate – di identificare il voto; due anni dopo, questi “moderati”, incoraggiati dall’azione fascista, andranno a votare, con gli esiti dei quali ho detto sopra.

Tutto questo ha un prezzo da pagare (4): in una città non grande (40.000 abitanti) sono ben sei i caduti fascisti (e uno si aggiungerà in uno scontro a fuoco con i carabinieri nei giorni della Marcia), molti i feriti e gli arrestati. Numeri resi possibili dalla base popolare del fascismo; il successo del movimento è infatti attribuito – da fonte antifascista – all’alleanza “con i braccianti contro i grossi agrari da una parte (e qui va sottolineato l’apporto personale di Barbiellini) e i piccoli proprietari ed agricoltori dall’altra”

È nei piccoli paesi la vera forza delle squadre fasciste: anche a Piacenza il movimento da cittadino si trasforma in provinciale senza essere per questo asservito agli agrari, come abbiamo visto.

Il capoluogo viene ricambiato di pari freddezza: dopo l’uccisione, l’11 giugno del ’22 di Antonio Maserati, ex Ufficiale dei mitraglieri e squadrista, sui muri viene affisso un manifesto che dice:

“I funerali del Martire non passeranno pe le vie centrali della città, per non subire l’onta del falso compianto dei coccodrilli della borghesia e delle segrete gioie del proletariato. Riposta nell’ara della pace la salma del Martire, stracceremo questa scottante maschera di calma che per rispetto di Lui manteniamo nell’animo nostro, col far giustizia, con tutte le nostre forze, dei più feroci e satanici delinquenti che la storia conosca” (5)

Uno squadrismo duro, quindi, quello piacentino, al quale Barbielini non manca di dare il suo personalissimo contributo: il 17 dicembre del ’21 sfida, sul suo giornale, gli Arditi del popolo che hanno annunciato l’intenzione di aprire in città una loro sede: “A voi, carissimi compagni, non rimarranno che le spese per la lavanderia e quelle per il dentista”, perché, come usa dire: “Coi bolscevichi si tratta solo dopo averli distrutti a legnate” (6)

Vi è un episodio che rivela, più di tante parole, l’aspetto “sociale” del fascismo piacentino; “La Scure” del 5 marzo del 1921 pubblica un articolo, firmato da Barbiellini, in cui si legge:

“Il fascio locale di combattimento ha spedito, il 15 gennaio c.a., una lettera al Prefetto della Provincia di Piacenza e al Sindaco del Comune di Piacenza. In tale lettera si dice che il fascio di combattimento è venuto a conoscenza che la casa sullo Stradone Farnese 55, composta di 25 locali, non è mai effettivamente abitata da più di 3 persone. Data l’assoluta mancanza di locali, che ha costretto i ritornati dalla guerra, mutilati ed ex combattenti, a sovrapporsi penosamente in abitazioni disagiate, non vi è tassa o sopratassa che possa permettere o consentire tale inutile spreco di locali. Ciò premesso, i signori a cui la lettera è indirizzata, vorranno provvedere agli accertamenti del caso. Questo fascio propone che le locali Associazioni mutilati e combattenti abbiano l’incarico di designare le famiglie prescelte. La suddetta casa, con piccoli lavori, può ospitare quattro famiglie compresa quella del proprietario” (7)

Meritevole denuncia, certamente, che ha, però, qualcosa in più di una semplice mossa di solidarietà o di propaganda, a seconda dei punti di vista. La casa di che trattasi, infatti, è di proprietà dello stesso Barbiellini, che, anche con quel gesto, intende dare l’esempio.

Non c’è da stupirsi, quindi, se , subito dopo il 28 ottobre (8), le Camicie nere ai suoi ordini giureranno con questa singolare formula:

“Oggi, 1° novembre 1922, le Camicie nere della Provincia di Piacenza, giurano: per un anno non porteranno addosso, né faranno sfoggio in casa loro, di oggetti d’oro, d’argento e comunque preziosi; consacreranno a se stessi il privilegio di lavorare gratuitamente per la Patria; daranno ogni ornamento superfluo a fondo unico della Provincia di Piacenza, per tutte quelle opere che, per la loro Provincia, segnino bontà, civiltà, arditismo

Giurano sul sangue dei loro martiri di rinunciare ai mondani divertimenti che non siano espressione di gioia civile per le fortune della nazione

Piacenza, 1° novembre 1922”

  1. “VANDEANI”, E DISSIDENTI

Nel biennio 1923-24 il movimento fascista è interessato dal fenomeno del cosiddetto “dissidentismo”, del quale sono protagonisti capi e gregari della vigilia, delusi dal compromesso del 28 ottobre. Pur nella ribadita fedeltà a Mussolini, costoro entrano in contrasto con le gerarchie locali del PNF, provano un collegamento tra loro, sono protagonisti di contenziosi anche violenti, in nome di una prospettiva rivoluzionaria che non vedono.

Il fenomeno si estingue a cavallo dell’affare Matteotti, stroncato soprattutto dalla dura repressione voluta da Mussolini, ma, anche, dalla mancanza di un leader capace di unificare i sommovimenti locali.

Quindi, quando si parla di “dissidenti”, in tutta Italia si intende alludere ad elementi e gruppi fuori dal PNF (o, comunque ai suoi margini), privi di ogni potere locale. Solo a Piacenza la situazione è capovolta: Barbiellini e i suoi, che sono padroni della Federazione e della vita cittadina, si considerano a tutti gli effetti “dissidenti” rispetto a certe prese di posizione romane, soprattutto in campo sindacale, e sono vicini agli analoghi gruppi di fronda sparsi qua e là.

A loro si oppongono gli autodefiniti esponenti della “Vandea” (nome scelto non a caso) che, in gran parte agrari e proprietari terrieri, si fanno difensori di posizioni più conservatrici, e badano soprattutto alla scarsella. Nel capoluogo emiliano, quindi, la rivalità, più che dettata da motivi ideologici, come altrove succede, è determinata dalla egoistica resistenza dei vecchi “padroni” alla politica “sociale” di Barbiellini , accusato di fare “il mussoliniano a Roma e il socialista a Piacenza”.

Resta il fatto che, nelle cronache dell’epoca (e anche nei libri che ne parlano) per “dissidenti” piacentini si intendono i Vandeani, che, in effetti, con gli omologhi del resto d’Italia non hanno nulla a che vedere, anzi; una confusione lessicale alla quale bisogna stare ben attenti.

Tutto comincia, si può dire, il giorno dopo la conquista del potere, quando Barbiellini è convinto di debba dare mano a quella grandiosa opera di giustizia sociale che egli ha sempre rivendicato come primo obiettivo del fascismo. Non tiene conto del fatto che il bagno di sangue rivoluzionario (al quale forse lui pure pensava) non c’è stato, e che la politica dei piccoli passi è quella del momento, anzi, quasi presentendo tempi difficili, orgogliosamente scrive sul suo giornale: “Non temiamo persecuzioni, nemmeno fasciste ufficiali”

E infatti, in nome dell’attaccamento alla sua gente, alla sua città ed alla sua Provincia, per ottenere un impegno a che siano risolti i problemi economici di Piacenza, nell’ottobre del ’23 non esita a dimettersi da tutte le cariche (e ci vorrà l’intervento e la promessa di Mussolini in persona per farlo recedere).

Questa sua incapacità a capire “le ragioni della politica”, ne fanno facile obiettivo di un’opposizione interna fatta di polemiche giornalistiche e di risse da strada (con susseguente distribuzione dei suoi famosi “sganascioni da fascista”) che non sembra, però destinata al successo: con Barbiellini è la base squadrista, gran parte della cittadinanza, e, in più, egli gode della personale stima e amicizia di Mussolini, che nel marzo del ’24 lo vuole Deputato della sua circoscrizione.

A questo punto, si scatena l’offensiva dei suoi avversari, che, sul piano politico gli rimproverano accondiscendenza verso idee e uomini dello sconfitto socialismo, ma usano come ariete un episodio drammatico al quale egli è, però, assolutamente estraneo.

Si tratta di una storia alla quale è stato dedicato un libro (9), e che cercherò qui di sintetizzare solo per la parte che più interessa il protagonista di questo racconto.

Ercole Luerta è un proletario (“addetto alla pesa” in uno zuccherificio) che, come tanti, aderisce al fascismo, per una speranza di miglioramento sociale, ma portandovi anche una certa propensione manesca (coinvolto in numerosissimi fatti di violenza, e persino in un omicidio, si fa ben presto conoscere e temere dagli avversari).

Schieratosi, per motivi di piccola rivalità paesana, dalla parte degli agrari, contro la corrente di Barbiellini, alla quale aveva prima aderito, viene ucciso, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre del 1924, mente si trova, ospite, a dormire in una cascina della frazione di Roncaglia. Omicidio che si può ritenere senz’altro involontario per l’arma usata (un randello), le modalità (un’aggressione che ha parecchi testimoni), il periodo scelto (siamo in pieno “quartarellismo”) la stessa approssimazione con la quale gli involontari assassini agiscono, che li fa arrestare nel giro di 24 ore.

L’intenzione era quella di dare al Luerta una “legnatura”, diventata eccessivamente violenta probabilmente proprio per il timore che la vittima incute, e che sembra rendere necessaria una neutralizzazione radicale, per impedirne la temuta reazione.

Si tratta, però, di un boccone troppo ghiotto per gli avversari di Barbiellini; infatti, uno degli arrestati per l’omicidio, dichiara di essersi recato in Federazione e di aver “interpretato” qualche frase e un gesto del ras come un invito a “battere” Luerta e gli altri dissidenti (melius Vandeani), rinnovando in sede locale, forse senza nemmeno saperlo, l’equivoco che a Roma aveva accompagnato il fastidio di Mussolini per l’intervento in Aula di Matteotti.

La campagna di stampa che, in singolare sintonia conducono il giornale locale (“vandeano”) “La Nuova Emilia” e i quotidiani nazionali “Popolo” e ”Avanti”, si fa serrata e convince il Giudice Istruttore a chiedere l’autorizzazione a procedere contro Barbiellini alla Camera. Egli si difende, chiede un confronto con il suo accusatore e ne esce vincitore: questi, infatti, ritratta tutte le sue accuse, e la richiesta del Magistrato, ad ottobre del ’25, viene ritirata. (10)

 

 Giacinto Reale

 

 

 

NOTE

(1)   Franco Molinari, Bernardo Barbiellini Amidei, il fascista del dissenso (1896-1940), Brescia 1982

(2)   Nel clima infuocato delle polemiche interne con i rappresentanti della cosiddetta Vandea fascista, Barbiellini fu processato per “abuso di decorazioni”, essendosene attribuite qualcuna in più della medaglia d’argento. La sua difesa – deboluccia, in verità, che non gli impedì la condanna al pagamento di un’ammenda – fu che altre “gli erano state assegnate sul campo nel turbine della lotta, e poi non c’era stato tempo di trascriverle nelle scartoffie”

(3)   “Panorami di realizzazione del fascismo, il movimento delle squadre nell’Italia settentrionale”, vol IV, Roma 1942, pag 673

(4)   Come sarà ben scritto, proprio con riferimento al proselitismo piacentino: “E’ legge divina che per fecondare la terra occorra, più che la rugiada del cielo, il pianto delle madri, lo strazio delle spose e il sudore degli uomini. E il sangue dei martiri compendia ed esalta tutto questo poema infinito d’amore e di dolore. Poiché il sacrificio della vita è la più bella testimonianza della santità dell’idea” (Giorgio Alberto Chiurco, “Storia della rivoluzione fascista”, Firenze 1928, vol III pag 291)

(5)   Riportato in: Giorgio Alberto Chiurco, “Storia della rivoluzione fascista”, Firenze 1928, vol IV pag 148

(6)   Eppure, non manca anche qui qualche episodio al limite del goliardico: “L’atmosfera si accende ancora nel mattino del seguente 26 aprile del 1921. Molte donne bolsceviche si riuniscono alle 13,30 in piazza Cavalli; al canto di “Bandiera rossa” e di una parodia dell’inno fascista, si portano a Barriera Taverna, pronunciando oscenità e parole di esecrazione verso i fasci. Replicano sei giovani fascisti, lanciando getti di fumo nero, a mezzo di soffietti, contro le ignobili provocatrici, che si rifugiamo in case vicine” (“Panorami di realizzazione del fascismo, il movimento delle squadre nell’Italia settentrionale”, vol IV, Roma 1942, pag 675)

(7)   Riportato in: Franco Molinari, op cit, pag 27

(8)   La giornata del 28 scorre, tutto sommato, abbastanza tranquilla a Piacenza, dove si sono radunati 1.000 squadristi. L’unico incidente si ha tra Barbiellini e il Gen. Nigra, che sta al Comando di Divisione. Il ras, che ben ricorda come lo stesso Ufficiale fosse stato uno dei responsabili dell’assedio a Fiume, salvo poi – dopo essere stato “rapito” con un colpo di mano dagli Arditi dannunziani – manifestare la sua fede nella santità della causa fiumana, lo apostrofa “vile cagoiardo”, e solo grazie all’intervento di molti “mediatori” la situazione non precipita

(9)   Ermanno Mariani, “Il secondo delitto”, Roma 2009

(10)  Al successivo processo, nel 1926, gli imputati saranno o assolti (quelli di contorno) o condannati a pene lievi (i quattro che hanno effettivamente partecipato all’omicidio) per la concessione di attenuanti di vario tipo; ciò che rileva evidenziare è che il reato viene derubricato in “omicidio preterintenzionale”

 

 

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Categorie: Storia

Pubblicato da Giacinto Reale il 27 Luglio 2014

Giacinto Reale

Nato a Bari intorno alla metà del secolo scorso, vive a Roma. Ha sempre coltivato la passione per cose di storia, alla ricerca di una verità che intuiva essere non di rado diversa da quella dei “sacri testi”. Coltiva, ultimamente, uno speciale interesse per vicende e uomini del primo fascismo, convinto che lì c’è tutto: quello che il fascismo fu, e, soprattutto, quello che prometteva di essere……

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